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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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Un silenzio, denso e pesante gravava sull’aria, trasmettendo una frustrante sensazione di impotenza. Galeth fece un passo indietro, poi un altro, osservando la struttura divorata dalla vegetazione con crescente irritazione.”No. Non ha senso.” Kail non rispose subito. Fissava la “chiave degli uomini”, come se si aspettasse un segnale da un momento all’altro. Forse il fatto che ad inserirle non fossero state le razze corrispondenti aveva bloccato il meccanismo della porta? Se così fosse, erano spacciati: dove avrebbero mai trovato un nano in mezzo a quella palude? Eppure, questa spiegazione non convinceva il mezzelfo: non credeva che i sacerdoti che officiavano per conto delle tre stirpi dovessero necessariamente appartenere a esse. Sarebbe venuto meno il principio di fratellanza in nome di Paladine. E poi c’era la magia: un’energia divina che pareva sospesa, rimasta in attesa di qualcosa.
“Abbiamo fatto tutto ...” Insistette Galeth, la voce fattasi più tagliente. “… gli altari. Gli enigmi. Le chiavi …“ Fece un gesto vago verso le nicchie. “… sono lì. Sono attive. Cosa diavolo manca ancora?” Terren rimase immobile, spostando lo sguardo da un incavo all’altro. “Forse … forse non basta solo portarle qui.” Commentò a bassa voce. “E allora cosa? Dovevamo anche chiedere il permesso?” Sbottò il guerriero. Nessuno rispose e la tensione cresceva, palpabile. Galeth si passò una mano tra i capelli, frustrato. “Abbiamo anche perso un mare di tempo con quell’enigma dei nani ….” Borbottò. “Due che reggono e non vacillano. Sì, certo … le fondamenta ...” Lo disse con stizza, quasi a voler schernire quelle parole, scuotendo la testa. “… e per cosa?”
Un colpo profondo lo interruppe. Un suono sordo, come qualcosa che si assesta nelle viscere della terra. I tre rimasero congelati, mentre la nicchia dei nani vibrava. Il guerriero sbarrò gli occhi: “Avete sentito anche voi?” Kail si girò verso la pietra: una coltre di energia bluastra permeava ora l’incavo. “L’hai pronunciata.” “Cosa?” Terren fece un passo avanti, gli occhi fissi sulla nicchia. “La parola.” In un istante di silenzio, il mezzelfo capì. “Non è solo una soluzione … è … una chiave anche quella.” Galeth lo guardò confuso. “Aspetta. Stai dicendo che …” “Che non basta aver risolto l’enigma.” Intervenne Terren, con voce calma ma intensa. “… bisogna pronunciare la soluzione qui, davanti al Tempio. E ha senso.” L’elfo ai avvicinò lentamente alle nicchie, come se stesse ricomponendo un mosaico antico nella propria mente.
“Negli altari, gli enigmi erano prove. Filtri. Servivano a separare chi poteva officiare da chi non poteva. I sacerdoti conoscevano la Parola, perché essa rivelava la chiave custodita nell’altare che rappresentava una razza specifica presente su questo suolo sacro.” Kail annuì, comprendendo il disegno. “Ma questo non è un altare ...” “No …” Concluse Terren. “... questo è un Tempio. E qui, quelle parole così importanti vanno condivise.” Il silenzio che seguì non era più latore di caos e rabbia, ma di un’attenzione vibrante. Terren proseguì, più lentamente, scegliendo bene ogni sillaba. “Gli altari sono sacri per ciascuna razza. Ma separati. Custoditi. Questo luogo invece …” Sfiorò con lo sguardo la porta e le tre nicchie.“Questo luogo è stato costruito per riunirle.” Kail incrociò lo sguardo di Galeth, realizzando la portata di quella verità. “Quindi i sacerdoti non venivano qui come individui che officiavano per la loro stirpe, ma come rappresentanti di un popolo intero.”
Galeth corrugò la fronte, ancora scettico ma meno ostile. “E quindi?” Terren indicò la nicchia dei nani. “Quando hai detto “le fondamenta”, non hai solo risolto un enigma: hai dichiarato a tutti ciò che i nani sono.” Il senso cominciava pian piano a farsi strada nelle loro menti. Il mezzelfo abbassò lo sguardo sulla chiave degli elfi, poi tornò a fissare Terren. “Allora gli enigmi non sono domande … sono risposte.” Terren annuì e aggiunse piano: “E per aprire il Tempio devono essere pronunciate … o meglio, rivelate. Agli altri. A Paladine stesso.” Galeth espirò, stavolta senza livore. “Tutte e tre.” Kail fece un passo verso la seconda nicchia. “Due che si guardano ma non si toccano …” Declamò lentamente. Terren lo osservava in silenzio. “… solo chi comprende il vuoto li unisce … stanno tra le sponde …” La sua voce si fece ferma, carica di intenzione. “E le rendono una sola via.” Si prese un istante, poi sussurrò: “Il ponte.”
L’aria cambiò istantaneamente. Un suono armonioso si diffuse nello spazio, leggero ma profondo, come corde invisibili che vibrano all’unisono. La nicchia elfica si accese di una luce vivida; Kail vide la magia divina ricoprirla come un liquido denso e bluastro. Galeth annuì, ormai convinto. “Va bene. Sembra abbiate ragione.” Si voltò verso l’ultima. “Allora manca solo la nostra …” Sogghignò verso Kail, che ricambiò lo sguardo. “La tua.” Precisò il mezzelfo, con un accenno di sfida amichevole. Galeth sbuffò. “Sempre io, eh?” Si avvicinò, osservando la chiave e poi la porta. “Due guardiani immobili si innalzano uguali …” Mormorò. “… Tra loro nasce il passaggio …” Si fermò pensieroso, cercando le parole giuste nel profondo della memoria. “… Né dentro, né fuori …” Il mezzelfo lo guardava con un accenno di sorriso sulle labbra, ma non disse nulla per non spezzare la sua concentrazione. Il guerriero serrò la mascella, poi concluse: “… ma proprio lì, nel punto di mezzo, ti attende il passaggio.”
Terren inclinò appena il capo in segno di assenso. Galeth sollevò gli occhi. Non c’era più frustrazione, ora: solo una limpida chiarezza. “La soglia.” Il battito arrivò subito. Lento. Regolare. Vivo. Le tre nicchie risposero all’unisono. Le Fondamenta. La Soglia. Il Ponte. Per un istante, il Tempio parve trattenere il respiro. Poi la magia si liberò e la pietra della porta tremò. Non fu un movimento improvviso, né violento. Fu qualcosa di più antico, più profondo. Un fremito che sembrava nascere dall’interno stesso della struttura, come se il Tempio avesse trattenuto il respiro per secoli e ora, finalmente, lo stesse lasciando andare.
Poi venne il suono. Non uno schianto, ma un lento stridere di roccia contro roccia. Secco all’inizio, poi sempre più grave, raschiante, come un peso immenso che si spostava con riluttanza. La porta non si aprì verso di loro: si ritirò. Scivolò lateralmente, inghiottita dalla parete, rivelando un varco scuro che non rifletteva alcuna luce. Per un istante nessuno osò muoversi. Kail fu il primo a fare un passo avanti, ma si arrestò proprio sulla soglia, come se il suo stesso corpo riconoscesse un limite invisibile. L’aria che proveniva dall’interno era fredda, ma priva del sentore di morte della palude; emanava un’aura solenne, densa di una presenza vigile. Galeth si avvicinò, lanciando uno sguardo oltre il varco con un punta d’incertezza.
“Non dovremmo metterci molto ad esplorarlo.” Mormorò, più per soffocare il timore reverenziale che per reale convinzione. Terren non rispose. Aveva abbassato leggermente il capo, i muscoli tesi come la corda del suo arco; non stava osservando con gli occhi, ascoltava con l’anima. “E’ … qui.” Sussurrò. Non era una supposizione, era una certezza che gli vibrava nelle ossa. Galeth lo guardò per un istante, poi si voltò verso l’oscurità e oltrepassò la soglia. Il cambiamento fu immediato. Non fu la luce a mutare, perché dentro regnava il buio, ma la percezione stessa della realtà. I suoni della palude scomparvero, recisi di netto come da una lama invisibile. Nessun ronzio d’insetto, nessun gorgoglio d’acqua, nessun movimento. Solo un silenzio pieno, assoluto. Kail entrò subito dopo, seguito da Terren.
Per i primi passi, il Tempio sembrò confermare l’impressione iniziale: uno spazio contenuto, quasi modesto. Pareti vicine, soffitto basso, pietra scura segnata dal tempo. Il pavimento era leggermente inclinato, ma in modo così impercettibile da essere avvertito più dal senso dell’equilibrio che dalla vista. Poi l’incanto si spezzò. Una luce si accese lungo la parete. Una linea sottile, incisa nella pietra, si illuminò con un bagliore tenue, dorato. Subito dopo ne apparve un’altra. E un’altra ancora, più avanti, come se il Tempio rispondesse alla loro presenza, guidandoli nell’oscurità. Il medaglione di Kail sembrava quasi impazzito: attraverso di esso, ogni cosa gli rimandava un alone bluastro, accompagnato da una profonda sensazione di benessere e appagamento. In quel momento, il mezzelfo colse l’essenza della differenza tra la magia arcana e quella divina; intuì anche che, se si fosse trovato in un Tempio consacrato ad una divinità oscura anziché a Paladine, quelle percezioni sarebbero state tutt’altro che piacevoli. Si fermò un istante. “Non pare … abbandonato.” Disse piano. “Non lo è mai stato.” Rispose Terren. La sua voce era cambiata: più profonda, solenne, come se ogni parola lì dentro acquistasse un peso metafisico.
Proseguirono. Le luci continuavano a destarsi al loro incedere, mai tutte insieme, restando sempre un passo avanti a loro. Mentre avanzavano, l’architettura stessa cominciò a mutare e il corridoio a dilatarsi oltre ogni previsione. Quello che inizialmente pareva un breve raccordo si rivelò ora per ciò che era davvero: un ingresso monumentale, concepito non solo per accogliere, ma per scortare il pellegrino nel cuore del sacro. Il pavimento, di marmo bianco e levigato, rifletteva debolmente la luce dorata con una purezza che i secoli non avevano scalfito. I loro passi vi risuonavano sopra con un’eco secca, regolare, quasi rituale. Kail fu il primo ad accorgersene davvero. “Stiamo scendendo.” Disse, senza rallentare. Galeth abbassò lo sguardo, poi sollevò gli occhi lungo la linea del corridoio. “Non ci sono scale.” “No …” Rispose il mezzelfo. “… ma lo percepisco chiaramente.” Allargò le braccia, assecondando con il corpo la pendenza: un’inclinazione lieve ma costante, così precisa da sembrare voluta più che subita.
Poiché il Tempio non poteva esser stato eretto sotto una palude, quella pendenza significava una cosa sola: l’edificio vi era sprofondato. Terren sfiorò la parete con le dita, cercando conferma in sensazioni che solo lui pareva in grado di cogliere. “Kail ha ragione. Queste mura … forse proprio grazie alla loro impronta divina … non sono crollate …” Mormorò quelle parole con deferenza. “Hanno resistito alla Montagna di Fuoco e si sono adattate. Il Tempio è sopravvissuto fondendosi con ciò che avrebbe voluto divorarlo.” Proseguirono senza indugiare. Con il crescere della luce, i dettagli che prima si confondevano con la pietra iniziarono ad emergere: linee scolpite in motivi geometrici profondi e netti. Era architettura nanica. Solida, precisa, costruita per sfidare l’eternità.
Tra una sezione e l’altra, il marmo si arricchiva di elementi decorativi scampati all’inesorabile scorrere del tempo. Arazzi antichi, non grandi, non sontuosi, ma presenti, pendevano da nicchie nascoste, protette dalla pietra stessa. Le trame erano semplici, i colori smorzati ma ancora leggibili. Raffiguravano tre forme ricorrenti e intrecciate. Galeth si fermò davanti a uno di essi. “Questo … non è solo un fregio.” Kail si avvicinò. “No. E’ una rappresentazione sacra.” Le figure non riproducevano scene specifiche, ma i tre simboli, le tre chiavi che i compagni avevano imparato a conoscere fin troppo bene. Tre elementi che si richiamavano senza mai sovrapporsi del tutto: Le Fondamenta. Il Ponte. La Soglia.
Terren, tuttavia, aveva gli occhi altrove. “Guardate quelle iscrizioni.” Disse asciutto. Le incisioni comparvero lungo le pareti del corridoio con una discrezione quasi reverenziale, fuse nella pietra come se fossero state sempre lì, in attesa di sguardi capaci di decifrarle. Non seguivano un unico stile, né un’unica lingua. Kail si accostò alla più vicina, rallentando fino a fermarsi; il riverbero luminoso sembrava scivolare nei solchi, rendendoli vivi. I caratteri erano chiari, familiari, scolpiti con una semplicità che non aveva bisogno di ornamenti per essere compresa. Il mezzelfo li seguì con lo sguardo, uno ad uno, lasciando che il suono si formasse nella sua mente prima ancora che sulle labbra. “Paladine.” Pronunciò infine, a bassa voce, leggendo la Parola scritta nella lingua degli uomini. Essa non rimbalzò nel corridoio come le altre. Sembrò invece posarsi, trovare il suo posto naturale tra quelle pareti.
Poco più avanti, un’altra iscrizione attirò l’attenzione di Terren. L’elfo si fermò senza esitare. Le linee qui erano diverse: più sottili, armoniose, fluide. Non incise con forza, ma tracciate con una grazia che ricordava più un gesto che un atto meccanico. Il ranger sollevò una mano tremante, fermandosi a un soffio dalla superficie. I suoi occhi si mossero lungo i tratti, riconoscendoli non solo come lettere, ma come forma, ritmo, intenzione. “E’li.” Enunciò. La Parola scivolò nell’aria con naturalezza, leggera eppure densa di significato. Galeth si avvicinò ai due, osservando prima una, poi l’altra iscrizione con un’espressione incerta. “Laggiù ce n’è un’altra, ma non riesco a leggerla. Scommetto sia nanico.” Lì, la pietra cambiava ancora. Le incisioni sembravano solchi, le linee dritte, angolari, quasi scolpite con colpi decisi, violenti. Non c’era grazia in quella scrittura, né semplicità; solo durezza e solidità.
Il guerriero strinse appena gli occhi, poi scosse la testa. “Io non ci capisco niente.” Terren si mosse verso l’iscrizione senza dire una parola. La osservò per qualche istante, lasciando che lo sguardo si adattasse a quella forma così pesante, così essenziale. Poi annuì leggermente. “Thak.” La Parola si impose in maniera più grave delle altre. Non meno sacra, ma diversa: massiccia, radicata. “Il Drago di Platino in lingua nanica …” Concluse l’elfo. Galeth espirò piano. “Tre nomi …” Sussurrò. “… e tutti appartengono allo stesso dio.” Terren si voltò verso di lui. “Tre modi diversi di riconoscerlo, di comprenderlo … non solo di chiamarlo.” Kail rimase in silenzio, lo sguardo ancora fisso sulle incisioni. Tre nomi. Tre lingue. Tre identità. Ma un solo Tempio. Un evento incredibile e irripetibile, per quanto ne sapesse.
Ripresero a camminare. Il corridoio continuava a scendere, con un’inclinazione impercettibile ma costante, e con essa cresceva la loro consapevolezza. “Da fuori non si intuisce nulla di tutto questo …” Osservò Kail. “… nemmeno lontanamente.” Galeth annuì. “Se questo è solo l’ingresso …” Lasciò volutamente la frase in sospeso, quasi temesse di darle voce. “Allora il resto è ancora più in basso.” Aggiunse Terren, completando il pensiero dell’amico. Tuttavia, il guerriero non avrebbe voluto sentire quella conferma; stava cercando di immaginare l’immensità della struttura, ma l’idea di doversi calare ancora di più nelle viscere della terra lo inquietava. Deglutendo per il nervosismo, Galeth affrettò il passo per restare vicino a Kail.
Il suono dei loro passi si fece più pieno, l’eco mutò, come se l’ambiente si stesse aprendo. Davanti a loro, stava cambiando. Le luci si accendevano con una frequenza maggiore, come rispondendo ad un’urgenza diversa: non reagivano più solo al loro passaggio, ma alla soglia che stavano per raggiungere. E poi lo videro. Non era una porta, ma un arco. Ampio, scolpito nella stessa pietra chiara del corridoio, ma più alto e solenne. Le sue linee fondevano i tre stili incontrati lungo il cammino: la solidità nanica alla base, l’eleganza elfica nella curva e quella linea sottile, quasi invisibile, che rappresentava lo spirito di adattamento della razza umana.
Oltre l’arco, anche la luce pareva trasformarsi. Non era più un riflesso dorato, ma una luminosità diffusa e vibrante. Kail rallentò d’istinto. Galeth fece un altro mezzo passo avanti, poi si fermò, attendendo la decisione del mezzelfo. Anche Terren si arrestò, in silenzio. Per la prima volta da quando erano entrati, né Kail e né l’elfo si sentirono pronti a procedere. Fu allora che il guerriero, con una semplicità disarmante, varcò l’arco per primo. Lo fece con una naturalezza tale da far sembrare che fosse nato per quel momento. Incoraggiati dal suo gesto, i suoi amici lo seguirono. Non ci fu alcun suono questa volta, nessun movimento della pietra; solo un mutamento sottile, quasi impercettibile, eppure netto. Come se, nel momento stesso in cui Galeth varcò la soglia, qualcosa si fosse chiuso alle sue spalle e qualcos’altro si fosse spalancato innanzi a lui. Il guerriero si fermò appena oltre l’arco. Non per esitazione, ma per necessità.
Lo spazio che si dispiegava oltre non era più un corridoio, ma una sala vasta, raccolta nella sua stessa grandezza e interamente rivestita di marmo bianco. Le pareti si allargavano fino a formare un ambiente che superava ogni aspettativa: centinaia di metri di superficie levigata e ordinata, frutto di una precisione che non lasciava spazio al caso. Le luci qui non si limitavano a guidare; esse illuminavano come una sorta di benedizione. Scaturivano dalle giunture del pavimento e lungo le pareti, diffondendo un chiarore morbido, costante, privo di una fonte visibile. Non era luce naturale, né magica. Era una presenza. Kail entrò subito dopo, rallentando senza rendersene conto. Il suono dei suoi passi si fece più pieno, più profondo, come se lo spazio stesso lo accogliesse e lo amplificasse. “Questo proprio non me l’aspettavo …” Bisbigliò Galeth, poco più avanti. Terren fu l’ultimo ad entrare. Si fermò non appena varcata la soglia, i suoi occhi mossi da una lentezza rituale. Non stava semplicemente osservando; stava riconoscendo qualcosa di atavico.
Kail rimase immobile, lo sguardo rapito da un riverbero blu elettrico che danzava tra le pareti e il pavimento, scivolando fin dentro le nicchie che scandivano il perimetro della stanza. Erano incavate nella pietra, regolari, profonde il giusto per accogliere una persona. Alcune erano al livello del suolo, altre leggermente rialzate. Nessun ornato, nessuna decorazione. Sembravano inginocchiatoi o sedili di una sagrestia spogliata di tutto il superfluo. “Non è una sala di passaggio.” Esordì Kail, a mezza voce. Galeth seguì il suo sguardo, avvicinandosi ad una delle nicchie. Si chinò appena, studiando la superficie interna, poi il bordo levigato. “No … qui la gente si fermava. Aspettava.” Terren avanzò infine con solennità. “Non solo …”Le sue dita sfiorarono il marmo accanto a una nicchia, fermandosi su una linea incisa. “… pregava … si preparava.” Kail sollevò lo sguardo e le vide. Le iscrizioni non erano esposte come nel corridoio; non accompagnavano il passaggio, lo definivano.
Erano distribuite sopra le nicchie, tra l’una e l’altra, come se ogni centimetro di spazio fosse stato pensato per contenere una parola, e ogni parola per essere pronunciata nel silenzio. Il mezzelfo si avvicinò ad una di esse. Le lettere erano familiari, ma prive della semplicità incontrata prima: erano ampie, deliberate. Un invito, più che un messaggio. Lesse lentamente, lasciando che ogni parola trovasse il proprio peso. “Se giungi qui senza menzogna, non temere ciò che verrà pronunciato.” Si fermò, turbato. Galeth si era già spostato davanti ad un’altra iscrizione, attendendo che qualcuno lo aiutasse a tradurre. Terren lo affiancò prontamente, osservò i segni e declamò a voce bassa: “Colui che cerca il suo sguardo, offra prima la verità.” Il silenzio si fece denso.
Kail si spostò ancora, seguendo la linea della parete finché non scorse un’ultima incisione, quasi all’altezza delle ginocchia. “Se hai avuto il coraggio di passare, non chiedere assoluzione, ma comprensione.” Chiuse gli occhi per un istante. Fu allora che capì. Non tutto, non ancora, ma abbastanza. La soglia non era solo un semplice accesso fisico; non era solo l’ingresso al Tempio o a quella sacra anticamera. Era ciò che permetteva di essere lì. Il mezzelfo si voltò appena verso l’arco alle sue spalle. Da quella parte c’era il corridoio: le fondamenta, la costruzione, la forma. Da questa, la scelta. Non quella di entrare, ma quella di esporsi. Esporsi al Suo Sguardo.
Abbassò gli occhi sulle nicchie. Persone inginocchiate, sedute, immerse nel silenzio dell’attesa. Il medaglione non gli stava mostrando visioni nitide come era accaduto con gli spettri a Raven’s Shadow Keep, eppure la loro eco era palpabile. Non erano lì per ricevere una sentenza, ma per cercare lo sguardo di Paladine. “Non venivano qui per essere giudicati.” Disse lentamente. Galeth aggrottò la fronte. “E per cosa allora?” Kail esitò, cercando le parole giuste. “Per essere visti veramente. Per mettersi a nudo innanzi a Lui.” Terren lo fissò senza intervenire: intuiva che il compagno aveva colto il punto. “Se fosse stato solo giudizio ... sarebbe bastato un sacerdote …” Proseguì con voce più ferma, indicando le scritte. “… ma questo … questo è diverso.” Galeth incrociò le braccia, riflettendo. “Quindi venivano qui perché non si fidavano del giudizio degli uomini?” “O perché quel giudizio, in alcuni rari casi, non bastava.” Rispose Terren secco.
L’elfo si fermò accanto ad una nicchia, osservandola come se potesse ancora percepire il legame spirituale tra chi aveva pregato e il dio che lo ascoltava. “Chi entrava qui …” Continuò, scosso da un improvviso fervore. “… accettava di esser visto per ciò che era. Senza difese. Senza parole inutili.” Kail annuì lentamente. Fu allora che il pensiero sfuggente, quel ronzio che lo tormentava da ore, prese finalmente forma: se i nani costruivano e gli elfi univano, gli uomini erano coloro che sceglievano. Non per superiorità di forza e saggezza, ma per l’innata capacità di varcare una soglia senza forzare la propria natura. Era la loro dote principale, o almeno così appariva agli occhi di Paladine. Il Dio, pur non avendoli creati per primi, aveva riservato loro un ruolo fondamentale: il compito di mantenere l’equilibrio anche nelle situazioni più buie, alimentando il lume della speranza. Il mezzelfo rimase ancora un istante immobile, lo sguardo sospeso tra nicchie ed iscrizioni, mentre quella consapevolezza si assestava dentro di lui.
“Gli uomini smuovono le cose”, non era un dogma, ma una direzione ontologica, un moto esistenziale. Mentre lo riconosceva, qualcosa nella sua anima vibrò all’unisono con quel pensiero. Un impulso irresistibile gli fece sollevare il capo, non verso le pareti, ma oltre. Verso la Luce. Non era il bagliore dilatato della sala, ma una tonalità fredda, profonda, che filtrava da un punto preciso davanti a loro. In quell’istante, il corpo di Kail si mosse d’istinto. Senza dire nulla, iniziò ad avanzare, lasciandosi alle spalle il marmo levigato e le parole incise. I suoi passi ripresero a risuonare, stavolta con un ritmo deciso, quasi marziale.
Galeth li aveva preceduti. Si era fermato a pochi passi dalla grande apertura che dominava la parete nord. Non stava studiando la porta, ma le proporzioni dell’ambiente, le linee della pietra, quasi faticasse a metabolizzare la magnificenza che lo sovrastava. Era arrivato per primo, ma sarebbe stato l’ultimo a comprenderne il significato. Kail gli si affiancò. Solo allora vide l’apertura, non come un dettaglio, ma come un richiamo assoluto. L’arco si slanciava verso l’alto con precisione millimetrica, fondendo la solidità della base con una curvatura che sembrava annullarne il peso. Era vasto, capace di lasciar passare qualcosa di molto più grande di un uomo. La sua metà elfica riconobbe l’armonia delle linee, l’equilibrio, la bellezza costruita con intenzione. Era una forma pensata per essere giusta e allo stesso tempo incredibilmente bella. Avrebbe passato ore solo a contemplarne l’impeccabile, straordinaria geometria.
Eppure, non fu la meraviglia a spingerlo a muoversi. Fu altro. Qualcosa di più diretto, più semplice: la sua parte umana. Il suo sguardo si posò sulla soglia, su quella linea precisa dove il marmo cambiava tono, dove la luce dorata lasciava spazio a quella sfumatura azzurrina che filtrava dall’interno e che solo lui riusciva a vedere. Avanzò con l’intento di attraversarla, ma poi si fermò poco prima. Il riflesso bluastro, quasi fisico, gli sfiorò i piedi, come un respiro trattenuto. Inconsciamente, Kail portò la mano al petto. Il medaglione ardeva, ma infondendo sollievo, non dolore. Non era la reazione vaga sentita tra gli altari o lungo il corridoio; qui l’impulso era direzionale, preciso. Puntò gli occhi verso l’interno del varco, ma era come se non riuscisse davvero a mettere a fuoco ciò che c’era oltre. E fu allora che l’intuizione lo folgorò: “E’ qui …” Disse piano. Galeth lo guardò quasi preoccupato. “Che … che cosa?” Il mezzelfo non distolse gli occhi dalla luce. “La fonte. La fonte di tutto.”
Fece un piccolo gesto con la mano, come a indicare tutto ciò che li circondava. “Quello che abbiamo sentito … fuori, negli altari … e ora qui dentro ...” Scosse appena il capo. “… non è diffuso … non è ovunque.” Inspirò profondamente. “Parte da lì … ed è come se stesse valutando se permetterci di guardare oltre o meno.” “Oppure sta solo aspettando le nostre scelte.” Terren finalmente li raggiunse. Sul suo volto non c’era traccia di sorpresa, ma una consapevolezza che confermava le intuizioni di Kail. Il mezzelfo abbassò fugacemente gli occhi sul ciondolo nascosto: non stava reagendo alla magia divina. La stava assecondando, come un respiro che si armonizza con un altro.
Mentre si avvicinavano allo stipite, le iscrizioni apparvero improvvisamente lungo la pietra come scie di luce. Dichiarazioni, non semplici frasi. Kail individuò la lingua comune e lesse a voce rotta: “Se varchi questa soglia … fa che il tuo cuore non conosca menzogna.” Il silenzio che seguì fu pesante. Quelle parole, così solenni, rimasero sospese sulle loro teste come macigni. Galeth incrociò le braccia, osservando la linea incisa. “Quindi non basta entrare e arrivare alla fonte della magia divina. Bisogna rinunciare ai propri segreti.” “Esattamente …” Intervenne Terren, avvicinandosi un poco. I suoi occhi obliqui scorsero altre iscrizioni, più sottili, più articolate. “… qui non si entra per caso.”
Si fermò accanto alla scrittura elfica, e la lesse a voce bassa. “Porta con te solo ciò che è vero, o nulla ti verrà restituito.” Si concesse una pausa intensa, poi disse piano: “Queste parole non ammoniscono solamente. Obbligano le persone che entrano a rivelarsi.” Galeth corrugò la fronte. “Uhm … non so se ne ho intenzione. Voglio dire, capisco che fosse necessario per la funzione che questo Tempio aveva un tempo. Ma adesso? Che beneficio trarremmo nel mettere a nudo la nostra anima, gli uni con gli altri?” L’elfo non rispose, spostandosi verso le incisioni naniche. Le linee più dure richiesero qualche attimo in più per essere comprese, ma il senso alla fine emerse chiaro. “Ciò che è saldo non teme lo sguardo lungo della verità.”
Terren non guardò il guerriero, limitandosi ad appoggiare lo sguardo oltre la soglia. “Non abbiamo idea di cosa ci aspetti oltre quest’arco. Di una cosa però sono certo: qualunque fardello porterai nel cuore dopo aver attraversato quel limite ...” Mormorò, lasciando che le parole vibrassero nell’aria pesante. “… non dovrà rimanere nascosto, se desideri che E’Li ti veda.” Il mezzelfo sentì vibrare per un attimo il suo magico pendente, come a sottolineare la verità assoluta di quelle parole. “Non importa se dentro conservi un segreto, una menzogna … o una verità trattenuta …” Aggiunse l’elfo, voltandosi finalmente verso di loro. “… una volta oltre quel limite … sarai costretto ad esporti.” Galeth espirò piano, spostando il peso del corpo da un piede ad un altro. “Vogliamo davvero spogliarci di ogni segreto? Davanti a un Dio poi? Siamo sicuri che ne valga la pena?” Il guerriero fissò il mezzelfo, quasi a caccia di una via d’uscita.
Kail colse immediatamente l’angoscia celata in quegli occhi. Ora che aveva condiviso il proprio fardello con lui e Terren si sentiva più leggero, ma capiva che il guerriero temeva di dover fare lo stesso. Gli strinse la spalla in un gesto di silenziosa solidarietà. “Non abbiamo scelta, amico mio. La gemma che portiamo con noi è un male troppo grande e questa incombente guerra, lo abbiamo capito, divorerà ogni cosa. Dobbiamo fare la nostra parte.” Galeth lo guardò di sguincio, l’amarezza a increspargli i lineamenti. “Anche se dovessi rinunciare ad un pezzetto della mia anima? Magari proprio a quella parte che mi spaventa di più … quella di cui non avrei mai voluto parlare, nemmeno a te?”
Kail esitò, intuendo solo in quel momento quanto fosse profonda la voragine nel passato di Galeth. Poi tornò a fissare l’arco. Al di là della soglia, una luce blu pulsava ritmica, distorcendo la realtà come il riverbero del calore che sale dalla pietra arsa, rendendo ogni contorno sfocato e inconsistente. Senza staccare gli occhi da quel varco, rispose con voce ferma: “Rinuncerei a tutto pur di riportare indietro da questo viaggio ciò che ci serve: armi, alleati, una strategia per vincere. I miei segreti non valgono più delle vite degli innocenti nei villaggi razziati o dei morti abbandonati sui campi di battaglia. E nemmeno i tuoi. Ne sono certo.” Galeth abbassò gli occhi, sconfitto dalla logica brutale del compagno.
Terren non aggiunse altro, ma il suo sguardo si fece cupo. Se quel luogo era rimasto intatto, se era sopravvissuto persino alla furia della Montagna di Fuoco, allora ciò che li attendeva oltre quella soglia non era solo antico. Era presente. In quanto elfo, lui non poteva temere lo sguardo di Paladine; l’avrebbe accolto con gioia. Accennò un sorriso, poi fece per muoversi, ma i muscoli non risposero. Nonostante il fervore e l’entusiasmo a ll’idea di sfiorare, anche solo per un istante, la volontà di E’Li, un dono incommensurabile per la sua gente,restava inchiodato sul posto. Era come se quell’arco, maestoso e ultraterreno, lo avesse stretto in una mora invisibile, ipnotizzandolo. Kail, un passo avanti a lui, sembrava meno impacciato, meno condizionato dalla volta lucente, ma comunque intimorito. Fu allora che Galeth, dopo averli osservati per un breve attimo, scrollò le spalle e attraversò la soglia.
Non accadde nulla di visibile. Nessun suono, nessuna scossa, nessuna reazione della pietra. Eppure, nel momento esatto in cui il suo piede toccò il marmo oltre il varco, qualcosa cambiò. Kail lo percepì subito: il medaglione stava reagendo in maniera diversa; come se, invece di captare la magia, stesse emettendo un richiamo, segnalando la propria presenza a quel luogo ancestrale. Terren tremava dietro il mezzelfo. “Dobbiamo andare, Terren. Dobbiamo seguire Galeth. Possiamo farcela. Forza!” Kail strinse i pugni e si concentrò sul guerriero, che nel frattempo aveva fatto un altro passo, poi un altro ancora. Con un estremo sforzo di volontà, lo seguì, trascinando con sé l’elfo rimasto imbambolato; solo grazie alla presa di Kail, Terren riuscì finalmente a varcare la soglia.
La sensazione al passaggio fu immediata. Non una pressione o un peso, ma una chiarezza improvvisa, quasi disarmante. Come se l’aria stessa fosse diventata più limpida, sottile, incapace di nascondere alcunché. Per un istante ebbero la netta percezione di essere osservati. Quando Terren oltrepassò il limite si fermò di colpo, paralizzando anche il mezzelfo. Sollevò gli occhi e Kail seguì il suo sguardo. Allora entrambi lo videro davvero: il Tempio di Paladine. Non era una porta di pietra semisepolta in una palude, né un corridoio, o una sala incisa con caratteri elfici. Era uno spazio immenso. Una vastità che si estendeva davanti a loro apparentemente senza limiti, sfuggendo a ogni misura immediata. Agli occhi di Kail il pavimento, lucido come acqua immobile, rifletteva la luce azzurrina della magia divina proveniente da un punto lontano, ancora invisibile, trasformandola in un velo continuo che si perdeva in profondità.
E le colonne. Non a decine, ma a centinaia. Si innalzavano lungo tutto lo spazio, disposte con una regolarità armonica, figlia di una logica più antica di quella degli uomini, dei nani o degli elfi. Erano bianche, possenti, scolpite con la solidità tipica dell’opera nanica e rifinite con una grazia che solo una mano elfica poteva imprimere. Kail fece qualche passo avanti, lentamente, finché raggiunse Galeth. Il guerriero sembrava smarrito, come chi si è perso in un luogo troppo vasto per trovare punti di riferimento. Il mezzelfo lo guardò, ma Galeth appariva ancora frastornato. “Ehi, Galeth … tutto bene?” “Eh? Si … si. Tutto bene. Ti seguo.” Nel frattempo Terren, ripresosi con inaspettata rapidità, li affiancò e li superò, iniziando ad esplorare l’immenso salone con passi cauti.
Ogni colonna raccontava una storia. Non erano semplici fregi decorativi, ma cronache incise nel tempo. Terren si avvicinò alla prima che incontrò, con lo sguardo catturato dai rilievi che ne percorrevano l’intera altezza. La pietra pareva pulsare di vita propria: figure, linee e simboli si intrecciavano in una narrazione continua. Il firmamento. Le stelle erano incastonate nella roccia con una precisione quasi soprannaturale, e tra esse, spiccavano due presenze dominanti: una forma maestosa, armonica che si dispiegava come un drago di luce e un’altra, più vasta e inquietante, un’ombra a più teste che incombeva sul mondo. Paladine e Takhisis. Terren non disse una parola, ma il suo sguardo tradiva il peso di quel riconoscimento.
Galeth, intanto, si era spostato oltre, quasi cercasse qualcosa di solido a cui aggrapparsi, per non annegare in tutta quella sacralità che gli annebbiava l’anima. Kail lo raggiunse e si trovò davanti a una scena radicalmente diversa. Una montagna scolpita a forma di teschio, le sue orbite vuote dominavano un campo di battaglia martoriato. Attorno ad essa, si accalcavano orde di creature: goblin, hobgoblin, orchi, e al centro svettava una figura avvolta in vesti scure e pervasa da un potere terribile. Le sue mani erano sollevate verso uno squarcio nella realtà stessa: un portale a cinque teste, l’accesso per l’Abisso. Kail rabbrividì al pensiero che la gemma custodita nel suo zaino fosse un frammento di cristallo nato proprio in quel luogo di tenebra assoluta. “Skullcap …” Sussurrò Galeth, più a sé stesso che al compagno.
Si riunirono e proseguirono. Nonostante non vi fosse un ordine prestabilito, il loro cammino sembrava guidato da una volontà invisibile. Ogni passo li conduceva a una nuova colonna, a un nuovo frammento di storia. Un esercito in marcia, poi quello stesso esercito spezzato, travolto da creature immani dalle ali spiegate e le fauci spalancate: draghi. Non uno, ma stormi interi e di ogni colore. Galeth serrò la mascella, osservando le sagome di uomini, elfi e nani falciate senza pietà. “Non bastavano …” Disse a bassa voce. Kail non rispose; sapeva fin troppo bene che contro quella furia il coraggio da solo non poteva nulla. Andarono oltre, finché non trovarono, poco distante, l’epilogo di quella cronaca di pietra.
La colonna si distingueva dalle altre, non per le dimensioni, ma per ciò che raccontava. Raffigurava un drago d’argento dalle ali spiegate e, in groppa, un cavaliere di Solamnia. Era biondo, dai baffi lunghi e folti, inciso con una cura meticolosa, quasi reverenziale. Non era un’immagine idealizzata, ma profondamente umana. Kail si avvicinò lentamente. Il cavaliere impugnava una lancia: non un’arma comune, ma una picca dorata, che sembrava esplodere di magia divina. Lunga, slanciata, diversa da qualsiasi cosa avessero mai visto. Di fronte a lui, una figura immensa a più teste si contorceva nel calore dello scontro. Al Suo confronto, l’Idra della palude appariva come una bambola di pezza nelle mani di un bambino.
Il cavaliere era Huma. La divinità che stava affrontando, Takhisis. I loro nomi non erano incisi sulla pietra, ma non ce n’era bisogno: chi, tra i popoli liberi, non conosceva quella storia? Era la fonte di ispirazione per le mille battaglie impari che si sarebbero combattute nei secoli a venire. Galeth rimase in silenzio, lo sguardo ipnotizzato dalla scena. “Sono davvero loro?” Mormorò, quasi temesse di spezzare l’incanto. Terren annuì appena, solenne. “Chi non conosce la leggenda di Huma? Sono cresciuto con questi racconti.” Commentò Kail, distogliendo a fatica l’attenzione dalla colonna. “Forse dovresti guardare meglio allora …” Suggerì Terren, senza distogliere lo sguardo dai rilievi. “Che intendi?” “Non cercavi forse armi, alleati o strategie per vincere?” Insistette l’elfo. “Quelle mi sembrano armi piuttosto adatte.”
Kail aguzzò la vista. Non perché i bassorilievi fossero poco chiari, ma perché non aveva pensato a una simile soluzione. Suo padre, e praticamente ogni cavaliere sotto il suo comando, conoscevano a memoria il mito di Huma: il coraggioso eroe che aveva osato affrontare e sconfiggere la Regina Oscura direttamente su Krynn, in sella al suo drago d’argento. Ma di quelle armi, di quelle lunghe lance lucenti, aveva solo sentito parlare in canti e ballate. Se esistesse davvero un modo per ritrovarle, allora Terren aveva ragione: le forze del Bene sarebbero diventate quasi invincibili. Ma dove iniziare a cercare in quell’infinità di colonne? Ancora una volta fu Galeth a richiamare l’attenzione del gruppo. “Ehi, venite a vedere qui.” L’indice del guerriero puntava un dettaglio in una scena adiacente.
Una forgia e un martello ricoperto di rune, di inconfondibile fattura nanica, poggiato su un’imponente incudine. Di fianco, una figura massiccia e solida impugnava lo stesso martello sollevandolo verso l’alto. Il colpo sembrava sospeso nel tempo, colto nell’atto eterno di dare forma a ciò che non era ancora compiuto. Poco più sotto, un altro frammento di storia: un uomo, forse lo stesso di sopra, con un arto artificiale al posto del braccio destro. Non carne, ma argento puro. E, ancora più in basso, una lancia appena forgiata. Completa. Perfetta. Kail sentì il medaglione sul petto pulsare con improvvisa intensità, un battito bollente in sintonia con la pietra. “Queste …” Sussurrò Terren, con la voce rotta dalla meraviglia. “… sono le armi che hanno spezzato il potere della Regina Oscura. Io non ero ancora nato, ma mio padre me ne parlò come strumenti benedetti da E’Li in persona.”
Kail schioccò le labbra, pensieroso. “Se non riusciremo a trovare le lance usate dai cavalieri nella battaglia di Huma, forse recuperare questo martello e lo strano arto d’argento potrebbe aiutarci a forgiarle di nuovo.” Terren annuì con gravità. “Le scene parlano chiaro. Purtroppo, nemmeno gli elfi sanno che fine abbiano fatto questi artefatti. Di che natura siano realmente, chi li abbia creati, e, soprattutto, se possano essere ancora rintracciati.” Il silenzio che calò su di loro fu tagliente. Fu Galeth a riportare un briciolo di ottimismo. “Beh, sapere in che modo Huma e i Cavalieri di Solamnia sconfissero Takhisis, e come furono create le armi che concessero loro tale privilegio, mi sembra già un enorme successo. No?” Kail guardò l’amico e gli sorrise; Galeth non aveva torto. Il mezzelfo si avvicinò al bassorilievo e allora la notò: una grossa runa, in mezzo alle tante che aveva, incisa sul martello poggiato sull’incudine. Domandò a Terren se potesse usare uno dei suoi fogli per ricalcare o disegnare quella runa e il braccio d’argento del fabbro. L’elfo annuì e dedicò diversi minuti a riprodurre con precisione i dettagli che l’amico gli aveva indicato. Quando si ritenne soddisfatto, i tre ripresero il cammino.
Proseguirono per diverse decine di metri, zigzagando tra le colonne. Sebbene le vedessero solo di sfuggita, quelle pietre raccontavano pezzi di storia strordinaria: una mostrava draghi metallici, luminosi, colti nell’atto di risvegliarsi e spiegare le ali; un’altra mostrava una figura solitaria seduta tra pile infinite di pergamene e libri, circondata da scaffali che sembravano perdersi nel soffitto. Quando la notò, Galeth si fermò bruscamente. Il suo sguardo si fece intimo, quasi malinconico. “Palanthas …” Mormorò. “… la Grande Biblioteca.” Terren lo fissò sorpreso. “La conosci?” “Abbastanza da sapere chi sia lui … Astinus. Avrei dato qualunque cosa per …” Galeth lasciò la frase in sospeso. Kail abbozzò un sorriso amaro, conoscendo bene i trascorsi dell’amico, poi tornò ad osservare la figura incisa. Colui che osserva. Colui che registra. Un personaggio tanto misterioso quanto leggendario.
Andarono oltre. Il cammino tra le colonne si fece lungo; mai monotono, ma abbastanza esteso da far perdere loro il senso del tempo. Ogni passo calpestava un frammento della vita di Krynn, ogni sguardo era una rivelazione. Poi, lentamente e senza che nessuno dicesse una parola, l’aria intorno a loro iniziò a mutare. Non stavano più solo osservando, stavano cercando una fonte. Una sorgente di magia divina capace di scorgerli, trovarli e trarli in salvo. Kail notava come il pavimento riflettesse quella azzurra in modo sempre più vivido, un riverbero che si intensificava ad ogni metro. Le colonne iniziarono a diradarsi, svelando lentamente l’ampiezza dello spazio dinanzi a loro. Poi si fermarono. Non per un ostacolo, non per timore, ma perché oltre l’ultimo filare di pilastri, si ergevano tre figure immense. Scolpite nella pietra, eppure vibranti di una presenza viva. Tre Guardiani. Erano colossali, maestosi: corpi leonini, sormontati da teste che fondevano tratti draconici regali. I loro sguardi erano fissi verso l’ingresso, là dove i tre compagni erano venuti. Custodi silenziosi, inamovibili, eterni. Attraverso il suo pendente, Kail percepiva chiaramente che erano loro la fonte inesauribile di tutta la magia divina nel Tempio.
Oltre i Guardiani, appena distinguibile, si intravedeva un rialzo, forse un altare, e dietro di esso, tre seggi. Kail, Terren e Galeth avanzarono all’unisono. I loro passi, inizialmente cauti, si fecero inevitabili quando le colonne sparirono del tutto, lasciandoli soli al cospetto di quelle sentinelle titaniche. Il mezzelfo sentiva il medaglione di sua madre fremere, quasi impazzito: ogni centimetro guadagnato verso la sorgente sembrava far implodere l’artefatto. Ormai, ai suoi occhi, ogni cosa, persino i suoi amici, appariva intrisa di quel torrente di luce blu che inondava la sala. Si arrestarono di nuovo. Le tre statue torreggiavano su di loro. Galeth trattenne il respiro, colto dall’improvvisa certezza che qualcosa fosse mutato in esse. Non nella pietra, ma negli sguardi. Le teste draconiche, scolpite con una precisione quasi irreale, non puntavano più verso l’ingresso: erano rivolte verso di loro. “Avete … visto?” Mormorò il guerriero, senza distogliere gli occhi.
Terren non rispose. Lo aveva visto, e sentiva di più: un peso sottile, come se qualcosa lo stesse scrutando dall’interno. L’elfo fece un piccolo passo indietro. “Non … sono statue.” Kail deglutì a fatica. Il suo sguardo corse tra i Guardiani. Si soffermò su quello alla destra, poi su quello centrale: in entrambi percepiva una presenza sacra, eppure distinta. Una direzione. Una scelta. Era come se quelle entità lo stessero sezionando, analizzando le singole parti della sua anima. Ma fu quando fissò il Guardiano di sinistra che la verità lo investì. Quella figura non si muoveva, non mostrava la scintilla vitale degli altri due. Eppure, era proprio da lei che scaturiva la luce più accecante, un fulgore che feriva la vista. Il mezzelfo capì: non era la statua ad essere inerte, era lui a non poter creare un legame con essa. I Guardiani non guardavano i corpi, ma la natura intima dei pellegrini.
I primi due riflettevano la sua duplice essenza, la natura umana e quella elfica; il terzo restava gelido e indifferente: un guscio di luce e pietra reso inaccessibile dall’estraneità alla sua stirpe. Il medaglione divenne talmente caldo che, ad un tratto, si spense, sopraffatto da quell’eccesso di magia ancestrale. “Terren, Galeth … sono loro.” Indicò Kail, la mano che tremava. “Cosa?” Chiese piano Galeth, voltandosi verso di lui con cautela. “La fonte di tutta la magia divina.” Rispose il mezzelfo, senza riuscire a staccare gli occhi dai Guardiani. Fece un passo avanti, quasi in trance. “Non proviene dal Tempio ...” Un altro passo. “… è il Tempio che è stato costruito … intorno a loro.” Il silenzio si fece improvvisamente più profondo. E poi, per tutti e tre contemporaneamente, arrivò la chiamata. Non un suono, non una voce udibile, ma un imperativo che si impose nella mente. Diretto. Inevitabile.
“Io sono il Custode.” Si irrigidirono all’istante. Non avevano sentito con le orecchie, eppure sapevano. Quella voce interiore, non apparteneva ad un solo Guardiano, ma scaturiva da tutti e tre come un accordo perfetto. “Questo luogo non accoglie chi cela sé stesso agli altri. Poiché in tre siete venuti, in tre verrete osservati. Insieme.” Il ciondolo di Kail ebbe un debole fremito, poi tornò gelido. Galeth serrò gli occhi, ma fu inutile: la presenza era già penetrata oltre le sue difese. Terren, invece, restava immobile, con un accenno di sorriso dipinto sulle labbra, quasi godesse di quel contatto divino.“Se il vostro cuore resisterà alla menzogna; se i segreti che celate a chi vi accompagna cadranno sotto i colpi della verità, allora sarete visti davvero.” Quelle non erano minacce, ma constatazioni.
Kail sentì il cuore accelerare. Forse era stata una fortuna aver già parlato dell’artefatto che portava al collo ai suoi amici; in quel momento, la sincerità assoluta appariva come l’unica scialuppa di salvataggio. Davanti a quegli sguardi divini, credeva di non aver altro da condividere. O forse si sbagliava? Accanto a lui, il respiro di Galeth cambiò ritmo, facendosi nervoso. Il mezzelfo sapeva cosa questo avrebbe comportato per il guerriero. Lanciò una fugace occhiata a Terren, ma non sentì di doversi preoccupare troppo per lui: dopotutto era un elfo, quel luogo era casa sua. “Se riuscirete ad essere davvero puri gli uni con gli altri, allora vi sarà concesso chiedere. E vi sarà risposto.” Tutti compresero il peso di quelle parole. Se volevano aiuto di Paladine, non potevano esserci zone d’ombra tra loro. Non lì. Non davanti ai Guardiani. Non al cospetto del Dio.
Kail strinse i pugni fino a sbiancare le nocche. Il pensiero scivolò inevitabilmente verso lo zaino e verso quel dannato cristallo verde che pesava come un macigno contro la sua schiena. Aveva un bisogno disperato del potere di quel Tempio per sperare di soffocarne il richiamo oscuro. Per il bene del popolo della palude, per l’intera Abanasinia: gli uomini alati, emissari del Male, non si sarebbero mai fermati pur di riprenderselo, anche a costo di radere al suolo ogni cosa. “Così è la volontà di Paladine.” Conclusero i Guardiani, quietandosi, ma restando vigili e presenti nei cuori dei tre pellegrini. Accanto a lui, Galeth appariva contratto, lo sguardo fisso nel vuoto, ma non assente; una rigidità innaturale gli scavava il volto. Stava compiendo scelte difficili, Kail lo sentiva.
Quando però volse gli occhi verso Terren, non seppe spiegarsi il mutamento dell’elfo. I suoi occhi erano adesso aperti, ma smarriti e profondamente cupi. Un’espressione assai strana per uno della sua stirpe in un luogo sacro come quello. Il mezzelfo comprese: i suoi compagni stavano vivendo la sua stessa esperienza, reagendo in maniera diversa, ciascuno per ciò che tratteneva nel profondo. Poi tornò a guardare i Guardiani. “Sei pronto?” Kail annuì piano. “Lo sono.” Disse semplicemente. Chiuse gli occhi e si abbandonò a quell’incredibile esperienza mistica.
“Tu porti verità non dette.” Disse un Guardiano a Galeth. “Non per inganno, ma per scelta.” Seguì un silenzio carico di attesa. “Hai camminato nell’ombra per cercare risposte e hai scelto di non portare quella via oscura con te, ora che sei con loro.” Il tono non cambiò. “Non siamo qui per giudicarti, ma per vedere se sceglierai di condividere il tuo segreto.” Un’altra pausa intensa. “Se chiedi la luce di Paladine, non puoi trattenere ciò che guida i tuoi passi.” Galeth era troppo ammutolito e schiacciato dalla potenza di quelle parole mentali, per poter replicare o spiegare quanto quel gesto gli sarebbe costato. “Dillo a loro. Oppure resta incompleto.” Il contatto, prima vibrante di forza, si fece più morbido. Era il suo turno di parlare. Non con i Guardiani, non con Paladine, ma con i suoi amici.
“Tu non hai mentito.” Terren annuì, fiero. “Eppure non sei intero.” Seguì un silenzio grave. “Porti una verità che non condividi. Non per timore, né per arroganza. Per scelta.” Il peso di quelle parole scivolò nella mente dell’elfo, spegnendo quel lieve sorriso estatico che gli aveva illuminato il volto fino ad un istante prima. “Cammini con loro, ma non sei davvero tra loro. Entri nel Tempio di E’Li al loro fianco, ma consumi questa esperienza da solo.” Le voci dei Guardiani parvero fondersi in un unico coro riverberante. “Non giudichiamo ciò che custodisci nel cuore. Osserviamo il fatto che tu scelga di proteggerlo da solo.” Terren aprì gli occhi e per la prima volta nella sua secolare vita, desiderò di non trovarsi in quell’antico Tempio del Drago di Platino. Era stato il sogno della sua vita, il desiderio proibito di ogni elfo, eppure ora lo schiacciava. “Se chiedi la luce di E’Li, non puoi restare separato.” Sapeva bene cosa i Guardiani gli stessero chiedendo: rivelare a quegli umani il suo segreto più intimo, il legame indissolubile che lo univa alla città di Crossing. “Dillo a loro. Oppure resta incompleto.” Smarrito e scoraggiato, l’elfo comprese di non avere altra via.
“Hai già detto ciò che porti.” Incalzò il Guardiano di destra, sottolineando il concetto. Parlava con la voce di tutti e tre, ma solo i suoi occhi sembravano scrutarlo. “Pertanto, non è questo ciò che vogliamo che mostri.” Questa volta fu quello centrale a prendere la parola. “Ciò che è tuo è stato esposto; ciò che hai deciso per altri, invece, resta nell’ombra.” Kail sentì un brivido. Non riusciva a distinguere se il mutare delle statue cambiasse il senso del messaggio o ne fosse solo un riflesso. “La luce non si divide e ciò che trattieni tra voi, la spezza.” Il mezzelfo impiegò diversi istanti per metabolizzare quelle parole. Il peso del segreto non riguardava lui, ma Terren. “Dillo a lui. Oppure resta incompleto.” Kail percepì che la morsa sulla sua volontà allentarsi. Poteva finalmente riordinare i pensieri prima di compiere l’ultimo passo per ottenere l’aiuto di Paladine. Quando la nebbia mentale si diradò, si voltò verso Terren. Ma prima che potesse aprire bocca, Galeth lo anticipò.
“C’è una cosa che non ti ho detto.” La voce era più ruvida del solito, un graffio nel silenzio. Si rivolgeva solo a Kail, ignorando quasi deliberatamente l’elfo, nonostante fosse lì a un passo e potesse sentire ogni singola sillaba. Il mezzelfo tacque, spostando lo sguardo sul guerriero. Galeth rimase immobile, il mento basso, non per vergogna, ma perché stava scegliendo da dove iniziare. Poi sollevò gli occhi, inchiodando quelli dell’amico.“Riguarda quello che è successo … dopo che ….” Kail aggrottò le sopracciglia, sforzandosi di mettere a fuoco l’argomento che l’altro sottintendeva. “… mia moglie è morta e mia figlia sparita. La notte in cui tutto per me è finito.” Terren si girò verso di lui, trattenendo il respiro.
“Tu sai che ho cercato risposte.” Galeth fece una pausa, l’aria che sembrava farsi gravida intorno a loro. “Ma non sai come.” La voce si fece un sussurro roco. “Per anni non ho fatto altro. Ho seguito piste … ho chiesto aiuto a persone a cui sarebbe stato meglio non chiedere nulla … e soprattutto …” Un altro respiro, profondo, che sembrava l’ultimo prima di tuffarsi nel vuoto. “… ho ucciso. Tanto. Chiunque potesse sapere qualcosa. Chiunque potesse portarmi più vicino a un nome, a un luogo, a una traccia.” Un’altra pausa intensa, carica di amarezza. “All’inizio erano uomini giusti da colpire. Poi … la cosa ha smesso di importarmi. Cinque anni Kail …” Il mezzelfo non si mosse, né lo interruppe. “… in quel tempo ho costruito contatti. Non il tipo di perone che si presentano alla luce del giorno.” Il guerriero spostò il peso del corpo da un piede all’altro, tradendo un’inquietudine profonda.
“Due anni fa, uno di loro mi doveva un favore …” Gli occhi si strinsero appena, come a voler pescare un ricordo in un mare di fango. “… aveva avuto a che fare con la Gilda dei Ladri di Palanthas ….” Il nome rimase sospeso nell’aria come una condanna. “… mi disse che alcuni bambini … non restano dove vengono presi. Alcuni vengono venduti, spostati, trasferiti. Verso Sud. Nell’Abanasinia.” Kail sgranò gli occhi. In un istante, i veri motivi che avevano spinto Galeth a seguirlo gli apparvero chiari. “Non aveva certezze, ma aveva visto dei nomi. Delle liste. E tra quei nomi … ce n’era uno che riconosceva: Paula.” Terren abbassò gli occhi, lo sguardo triste rivolto al pavimento. Galeth non tremò, ma la sua voce, pronunciando come si chiamava sua figlia, si. “Non sapeva dove fosse. Solo che non era più a Palanthas … e nemmeno nella Solamnia. Ma da qualche parte qui, dove ci troviamo adesso. Aggiunse che c’era un nome che tornava spesso in quelle carte: “Fasciascura.” Il suono di quel nome restò sospeso tra loro, privo di forma, ma denso di minaccia.
Galeth fece un piccolo passo indietro. Non per allontanarsi, ma per chiudere il cerchio della sua confessione. “E’ anche per questo che sono qui.” Lo disse in modo diretto, quasi brutale. “Non solo per aiutarti, ma perché questa è l’unica via concreta che ho trovato in anni di ricerche.” Poi la sua voce si abbassò ancora. “Non te l’ho detto perché, se si fosse rivelato un falso …. non volevo trascinarti nell’ennesima illusione. E se invece fosse stato vero …” Non finì la frase. Non serviva. Kail rimase in silenzio per qualche momento, poi annuì lentamente. Il suo non era un gesto di approvazione, ma di profonda comprensione. “Il fatto che tu stia inseguendo la tua “ultima possibilità”, non ti rende meno fedele o meno adatto a questa missione, amico mio. Finché rimarrai saldo nel nostro scopo comune, sarò onorato di aiutarti, qualora trovassimo informazioni su questo “Fasciascura”.” Galeth non rispose. Non ce n’era bisogno.
Fu Terren ad intervenire poco dopo. La sua calma era misurata, quasi inquietante, al punto di far sussultare Kail. “Hai scelto il silenzio per non condizionare il cammino degli altri. Dal mio punto di vista, non è una scelta sbagliata.”Galeth strinse gli occhi, sorpreso. Tutto si sarebbe aspettato, tranne tanta comprensione da parte di un elfo. Abbassò lo sguardo. “Forse no.” Disse, poi rialzandolo con ritrovata fierezza. “Ma ho deciso ugualmente di condividerlo con voi, nonostante tutto.” A quel punto le voci dei Guardiani tornarono a risuonare nel Tempio, ma stavolta tutti e tre udirono ciò che stavano dicendo a Galeth. “Hai scelto. Hai condiviso.” Un battito di silenzio. “Rammenta: Paladine non giudica ciò che è stato, ma ciò che viene portato alla luce.” Il guerriero aveva le lacrime agli occhi: aver dato voce al suo lato più oscuro, per la prima volta dopo anni di solitudine, gli aveva sciolto un nodo nel petto. “Appena gli altri pellegrini compiranno la loro scelta, ti sarà concesso varcare la soglia. Potrai porre la tua domanda o esprimere il tuo desiderio. Paladine ti ascolterà.”
Galeth si asciugò il viso con il dorso della mano. Dovette sforzarsi di dominare i singhiozzi e riprendere il controllo, perché Kail aveva appena iniziato a parlare. “Terren: questo riguarda principalmente te.” La voce del mezzelfo non era dura, ma nemmeno leggera. Era il tono dell’urgenza, di chi sa di non poter più rimandare la verità. Fece un passo verso l’elfo, come a ridurre una distanza che fino a quel momento non aveva mai davvero colmato. “A Crossing non ti ho trovato subito. Io e Galeth abbiamo dovuto … cercarti.” Una breve pausa, il tempo di misurare le parole. “E quando abbiamo capito dove eri … abbiamo anche scoperto perché non saresti uscito in tempo per le nostre necessità.” L’elfo non emise un suono, limitandosi a osservarlo con un distacco che pareva quasi assenza, come se i suoi pensieri fossero altrove, impegnati in questioni ben più vitali. “Il mercante che ti aveva accusato di furto e fatto incarcerare, non aveva nessuna intenzione di ritirare le false accuse, voleva tenerti in cella.” Si passò una mano sul fianco, un gesto nervoso, come se cercasse il coraggio di mettere in fila le parole.
“Noi ... io aveva bisogno di te. Non di un’altra guida. Non di qualcuno che ti somigliasse nel valore. Avevo bisogno proprio di te, perché Anteus aveva scelto un elfo come guida e io dovevo fare lo stesso se volevo sperare di seguire il senso del suo percorso.” Fece un respiro profondo, l’aria del tempio improvvisamente troppo rarefatta. “Così siamo andati da lui … e abbiamo trattato.” Non lo disse con orgoglio, né con vergogna. Lo disse con la freddezza di un fatto compiuto. “Gli ho chiesto di liberarti … e lui ha accettato, ma non gratis.” Kail abbassò lo sguardo per un istante, poi lo rialzò, puntandolo in quello di Terren. Con un cenno del mento indicò lo zaino. “Non c’erano scadenze, né condizioni particolari, ma mi ha dato qualcosa da portare a New Ports. Un pacco e un indirizzo.” Fece una pausa più lunga, quella che precede le verità più amare. “Io ho accettato ...” Quando quelle tre parole si spensero, rimase solo un silenzio assoluto. “… al posto tuo.” Aggiunse Kail, come una specie di epitaffio. “Tu ti eri rifiutato perché avevi capito che tipo di uomo fosse. Che tipo di affari trattasse. Anche io me ne sono reso conto. Ma ho deciso lo stesso di scendere a compromessi con lui.” Il mezzelfo non si mosse, non cercò di difendersi. “Non te l’ho detto, perché sapevo che non l’avresti accettato e perché … se anche me lo avessi impedito, io l’avrei fatto comunque.” Fece un respiro lento. “Avevo assoluto bisogno che tu uscissi di lì. Quindi ho scelto io per entrambi.” Il silenzio che seguì non era teso, era pieno. Galeth si mosse appena, facendo un passo nella sua direzione.
“Non è stato solo lui …” Esordì con voce calma. “… ero lì quando ha parlato col mercante.” Lanciò a Terren un’occhiata penetrante. “Non mi sono opposto … sapevo che cosa stava facendo e ho lasciato che accadesse.” Scrollò leggermente le spalle. “Se c’è una colpa … non è solo la sua.” Terren non rispose subito. Lo sguardo oscillò tra Kail a Galeth con una lentezza estenuante, come se l’elfo stesse lottando per ritrovare lucidità in un momento di profonda frattura interiore. “No. La scelta è stata sua. Tu hai deciso di seguirlo.” Lo disse senza asprezza, ma senza ammorbidire il tono. Poi tornò su Kail, fissandolo con un’intensità nuova.” Non condivido ciò che hai fatto. Avevo rifiutato quel lavoro per una ragione … e quella ragione non è cambiata.” Nelle sue parole non c’era rabbia, solo distanza. “Capisco perché tu l’abbia fatto. Capisco che ai tuoi occhi, fosse necessario … e capisco anche che tu avessi bisogno di me per motivi precisi …” Terren abbassò lo sguardo per un istante, poi lo rialzò; la decisione che seguì non fu impulsiva, fu una scelta elfica. “… ma se deciderete di portare a termine quella consegna, sappiate che io non verrò con voi. Non avrò parte in ciò che riguarda quell’uomo. O la gente con cui traffica. Vi aiuterò nel resto, come promesso, ma non in questo.”
Il cerchio si chiuse, non in modo netto, ma almeno stabile. Davanti a loro i Guardiani comunicarono di nuovo e tutti e tre percepirono le loro voci risuonare nelle menti. Un’unica nota che li univa disse: “Hai scelto. Hai condiviso.” Il mezzelfo esalò un respiro liberatorio. “Appena gli altri pellegrini compiranno la loro scelta, ti sarà concesso di varcare la Soglia. Potrai porre la tua domanda o esprimere il tuo desiderio. Paladine ti ascolterà.” Ma proprio quando tutto sembrava andare per il verso giusto, Kail e Galeth scoprirono che, quando si parlava di rivelare la verità o i propri segreti, persino gli elfi potevano rivelarsi uno scoglio troppo duro da superare.
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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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La palude era tornata immobile. Dove poche ore prima la furia della dea dalle molte teste aveva squarciato terra e acqua, ora restava soltanto una distesa ferita. Alberi spezzati come ossa, tronchi anneriti dal fuoco, radici sciolte nell’acido. In alcuni punti il fango era ancora cristallizzato da un gelo innaturale; in altri, l’aria vibrava ancora del ronzio elettrico di un fulmine recente. Non era stata una semplice devastazione, ma una catastrofe magica. Gli acquitrini tacevano. Chiusi in un silenzio che somigliava a una profanazione.
Poco distante, immobili come statue scolpite nel fango, i due sopravvissuti del popolo delle paludi osservavano i resti fumanti. Le loro forme da rettile si fondevano con l’ambiente; gli occhi, lucidi e imperscrutabili, parevano attendere un segnale. Avevano già parlato, avevano già ringraziato. Ora, il peso della decisione spettava agli uomini della terraferma. In mezzo a loro, semisepolta nel fango scuro, la gemma verde emanava ancora una tenue risonanza malata. Nessuno osava toccarla. Nessuno, tranne Kail, sembrava capace di sostenerne lo sguardo troppo a lungo.
Terren tornò lentamente verso i compagni, lasciandosi alle spalle gli uomini lucertola. Il suo passo era leggero, ma il volto tradiva una concentrazione ferrea, venata di preoccupazione. Poco prima aveva interrogato le creature in modo sbrigativo, quasi brusco, consapevole che la posta in gioco non permettesse cerimonie. “Come avete sentito …” Esordì, fermandosi accanto agli altri due. “… ci offriranno la loro guida … se decideremo di restare.” Fece un cenno vago verso la coltre di nebbia che inghiottiva l’orizzonte oltre la palude.
“Possiamo spingerci fino alle rovine. Ai Templi nascosti, o a quel che ne resta ....” L’elfo lasciò la frase in sospeso, soppesando le alternative con studiata cautela. “Oppure, possiamo chiedere loro una via sicura per uscire dalla palude. Tornare sui nostri passi e riprendere a seguire la scia di Rashminthalas ed Anteus.” Il silenzio che seguì si riempì di tensione. Galeth fu il primo a reagire. Non guardò Terren; i suoi occhi erano fissi sulla gemma. “Abbiamo già fatto abbastanza qui.” La sua voce era ferma ma non dura, forgiata dalla stanchezza di chi aveva visto troppe volte la morte negli occhi. L’ultima, quando l’idra l’aveva inchiodato sul posto, decidendo se polverizzarlo o meno. Un guerriero sapeva bene quando il coraggio diventava follia.
“Siamo venuti qui per capire se c’erano Avamposti delle forze oscure. Li abbiamo trovati. Li abbiamo visti cadere.” Indicò con un gesto secco la devastazione circostante. “Non so nemmeno come siamo riusciti a uscirne vivi. Abbiamo spezzato un incantesimo che teneva prigioniera una creatura di tale potere che nessun mortale dovrebbe nemmeno vedere.” Il suo sguardo si fece più duro. “Non forziamo oltre la fortuna.” Terren lo ascoltò senza interromperlo. Poi annuì appena. “Capisco. Ma siamo anche più vicini che mai a qualcosa che potrebbe cambiare le sorti della guerra imminente di cui parlate.” I suoi occhi si posarono sulla nebbia.
“Se esistono davvero degli strumenti in grado di farlo … sono lì, in quella nebbia.” Tornò a fissarli, la voce più morbida. “Ma non vi trascinerò oltre. Mi rimetto al vostro giudizio.” Fu Kail a rompere l’impasse. Studiò la gemma per un istante, poi fissò i compagni. “Quella cosa … non appartiene a questo mondo.” Disse piano, con uno sforzo visibile. Si portò istintivamente una mano al petto, sfiorando con le dita il punto in cui il medaglione gli aveva lasciato un’ustione ancora vivida sulla pelle, un dettaglio che Galeth non poté non notare. “Ricordo vagamente quei momenti. Ma rammento bene cosa ho visto tenendola tra le mani.” Chiuse gli occhi per un istante. “E’ … collegata a un altro piano. Un luogo d’ombra.” Li riaprì e ispirò profondamente. “Non è solo un artefatto. E’ … una specie di … passaggio. O almeno … ha il potenziale per diventarlo.”
Il guerriero non rispose, ma la tensione nei suoi muscoli aumentò. Kail rammentava bene le sue parole prima di iniziare l’assalto alla gemma: esigeva delle spiegazioni in merito alle sue percezioni mistiche una volta concluso il capitolo. Voleva risposte sul medaglione di sua madre, un argomento che il mezzelfo faticava a gestire. Kail scosse il capo. “Quello che ho percepito da quel frammento … non è qualcosa che desidero rivedere.” Continuò, abbassando lo sguardo. “Ma ascoltatemi: questa cosa … è unica. Non è stata creata qui. Viene da lontano … da Neraka.” Esitò appena. “E non ne esistono altre. Non in queste terre.”
Terren sussultò. “Se le forze di Takhisis l’hanno portata fin qui, vuol dire che questo luogo ha un valore strategico immenso. Nonostante il popolo della palude, nonostante l’Idra … controllare la palude … significa dominare il nord dell’Abanasinia quando arriverà il momento.” Galeth serrò la mascella. Sapeva bene che Kail non attingeva solo al suo talento di ex cavaliere di Solamnia per conoscere tutte quelle cose; c’era qualcos’altro, un oggetto forse, che possedeva, ma di cui non amava parlare. Qualcosa che ampliava in maniera non naturale le sue intuizioni. Scelse di tacere per ora: non voleva mettere l’amico con le spalle al muro davanti a Terren.
“Proprio perché è unica … verranno a riprendersela.” Incalzò Kail indicando la gemma. “E’ un faro. Non possiamo portarcela dietro vagando a caso; attirerebbe su di noi ogni tipo di creatura malvagia della regione, mettendo in pericolo chiunque incontreremo. Nessun luogo sarebbe davvero sicuro. Credetemi.” Galeth abbassò lo sguardo, riflettendo sulle sue parole, mentre Terren annuì piano, in linea col pensiero del mezzelfo. “Razionalmente … dovremmo andarcene.” Disse cupo il mezzelfo con un sorriso amaro. “E per una volta, sarei d’accordo con Galeth. Ma se esiste un luogo dove questo potere oscuro e alieno può essere contenuto … sarà un luogo consacrato ... come un tempio legato a Paladine.” L’elfo non commentò, ma i suoi occhi brillarono di una nuova consapevolezza. “Il mio cuore mi dice che dobbiamo continuare.” Concluse Kail, quasi tra sé.
Il silenzio tornò a farsi pesante. Galeth espirò a fondo, passandosi una mano sul volto segnato. “Non mi piace … “ Ringhiò infine. “… per niente. Ma non vi lascerò andarci da soli. Se deve essere una follia, che lo sia per tutti.” Terren accennò un sorriso grato. Si voltò e tornò verso i due uomini della palude, che lo osservavano con pazienza assorta. “Abbiamo deciso. Andremo alle rovine. Ai Templi nascosti.” Disse, con il consueto pragmatismo. I due uomini rettile si scambiarono un rapido sguardo d’intesa, mormorando in una lingua gutturale e sibilante. Poi, uno fece un passo avanti. “Io guidare voi …” Scandì con fatica. Indicò il compagno. “Lui … portare ferito … a villaggio. Voi seguire me … ma non lasciare sentiero.” Terren inclinò il capo in segno di rispetto.
Alle sue spalle, Kail si chinò in silenzio. Raccolse la gemma verde con cautela estrema, aspettandosi una reazione che per fortuna non arrivò. La luce era ancora lì: un riflesso verdastro, fioco e come svuotato della sua linfa. Non c’erano più i filamenti pulsanti che aveva visto durante il furto all’Avamposto; il cristallo sembrava spento, o forse solo in agguato, in attesa di un nuovo innesco. Lo avvolse in un panno e lo ripose con cura nello zaino, stringendo bene le cinghie. Per un istante, rimase immobile. Poi si portò meccanicamente una mano al petto. Freddo, per fortuna. Anche il medaglione era tornato inerte. Si rialzò senza dire nulla.
I due uomini della palude si separarono. Uno si allontanò senza esitazione, diretto verso ciò che restava dell’Avamposto per recuperare il ferito. L’altro rimase, osservandoli in silenzio. Poi fece un breve cenno con la mano e si immerse nella nebbia, muovendosi verso nord – est con una fluidità che agli altri parve quasi innaturale. La loro guida non sembrava camminare, ma scivolare tra le radici, le pozze d’acqua stagnante e i tronchi piegati e anneriti dalla furia recente dell’Idra. Kail fu il primo a mettersi dietro di lui, sistemandosi meglio lo zaino sulle spalle. Sentiva il peso della gemma anche attraverso la coperta che la avvolgeva; non emanava più quel turbine di energia che lo aveva quasi travolto, ma la sua presenza era lì. Silenziosa. In attesa. Dietro di lui, Galeth avanzava con passo pesante, controllando ogni appoggio. “Odio tutto questo.” Mormorò a bassa voce. “E quello va troppo veloce. Non vedo dove mette i piedi.” Terren, poco più avanti, senza voltarsi rispose: “E’ casa sua. Se rallentiamo, la nebbia lo inghiottirà e noi resteremo soli qui dietro.”
Come se avesse sentito le lamentele del guerriero, l’uomo rettile si fermò bruscamente. Alzò una mano, girandosi appena. “Questo … buon posto per riposare … quasi buio … dopo di qui terreno … pericoloso. Meglio con luce … per voi.” Terren e Kail si scambiarono un’occhiata d’intesa e iniziarono a cercare tra i rami meno fradici il necessario per accendere un piccolo fuoco. Mentre consumavano una pasto frugale, Galeth si offrì per il primo turno di guardia, ma la creatura lo interruppe con un gesto secco: avrebbe vegliato lei su di loro, permettendo al gruppo di dormire senza interruzioni fino all’alba. Nonostante la prospettiva di un riposo sicuro, Kail sentì un nodo stringergli la gola. Il calore del fuoco non riusciva a scaldare il gelo che sentiva nel petto. Capì che non poteva più rimandare: era giunto il momento di svelare il suo segreto.
Guardò il punto in cui il medaglione riposava sotto la tunica. L’eredità di sua madre, che ora pesava come un macigno sulla sua coscienza. Non poteva più mascherare la natura di quell’artefatto, né le sue proprietà oscure. Non era giusto continuare a tacere, specialmente nei confronti Galeth, che aveva rischiato più volte la vita basandosi solo sulla fiducia.“Galeth … Terren …” La sua voce si fuse allo scoppiettio del fuoco e ai sinistri rumori della palude. “Devo dirvi una cosa.” Il guerriero sbatté le palpebre, come strappato a un sonno faticosamente guadagnato. Terren invece non si mosse, ma qualcosa nel suo sguardo si fece improvvisamente vigile. Kail si alzò dal tronco, piantò il coltello nel legno per scaricare la tensione e mostrò il medaglione ai compagni. L’oggetto oscillò appeso alla catenella, rifrangendo la luce arancione delle fiamme in minuscoli bagliori inquietanti. “Questo che vedete …” Disse, con voce bassa, ma ferma. “… non è solo un oggetto ornamentale o affettivo.”
Si fermò un istante, cercando le parole giuste. Non quelle più semplici, ma quelle vere, quelle che bruciavano in gola. “E’ stato un dono di mia madre. Quando ero appena nato …” Galeth lo fissava ora con attenzione totale, il corpo teso come una corda d’arco. Kail deglutì a fatica. “Non so cosa sia. Non davvero. Ma …” Abbassò lo sguardo, incontrando quello del guerriero. “… mi permette di vedere cose che non dovrei vedere. La magia. Gli spiriti. Presenze che … non appartengono a questo mondo.” Il silenzio attorno al fuoco si fece più stretto, quasi soffocante. Terren alzò lentamente gli occhi verso il medaglione. “Non lo controllo ...” Continuò Kail, la voce che scese di un’ottava. “… non completamente. Ci sono momenti in cui … mi trasforma … o prova a trasformarmi … in qualcosa che che non sono io.” Le immagini tornarono alla mente, non come ricordi lontani, ma come ferite ancora aperte.
“E’ successo due volte.” Strinse i denti. “La mia coscienza resta intrappolata in un corpo che non mi obbedisce più, guidato da una volontà aliena e malvagia, dotata di poteri inimmaginabili e di una furia di sangue senza confini.” Si fermò, sopraffatto dal peso delle sue stesse parole. “Ha ucciso … io ho ucciso. Senza criterio. Senza scelta.” La voce tremò. “Donne. Bambini. Erano orchi, sì, ma erano innocenti.” Il suo tono si indurì. “La prima volta è capitato in un loro accampamento. La seconda … “ Fece un gesto verso Galeth. “… dentro Ravenshadow’s Keep.” Il nome rimase sospeso nell’aria gelida della palude. Kail sospirò, la mano serrata attorno al pendaglio come se volesse stritolarlo. “Sento che c’è qualcosa di oscuro qui dentro. E non posso liberarmene.” Mimò il gesto di sfilarselo dal collo, ma la mano rimase ferma, bloccata da una resistenza invisibile. “Non si stacca. Non si spezza. E’ come se fosse … parte di me. Questa è la mia maledizione. Ve ne sto parlando perché possiate scegliere: continuare a seguirmi o voltare le spalle e tornare indietro.”
Galeth rimase in silenzio, lo sguardo perso tra le braci del fuoco. Terren invece ruppe il ghiaccio. “Ti preoccupa di poter perdere di nuovo il controllo con noi?” Kail annuì: “Mentre correvo con la gemma tra le mani, il medaglione si è risvegliato. Ha cercato in tutti i modi di impadronirsi di me. Se fosse accaduto, nessuno di voi sarebbe stato al sicuro. Ecco perché ti ho detto di fuggire, se mi avessi visto cambiare.” Commentò Kail guardando Galeth. “Perché avevi paura di farci del male?” Insistette Terren. “Si, in certe situazioni, che ancora non mi sono del tutto chiare, il medaglione si sveglia dal suo torpore e cerca di sedurmi, di convincermi ad abbandonarmi al suo potere. Se lo facessi, non so se riuscirei a tornare indietro: la sua volontà è molto forte.”
Terren schioccò le labbra. “Hai detto che è un dono di tua madre ...” La domanda successiva cadde come una pietra in un pozzo, smuovendo acque torbide che Kail avrebbe preferito lasciare immobili. “… come potrebbe aver voluto maledirti così?” Il mezzelfo strinse i pugni fino a sbiancare le nocche: rispondere significava dar voce a un incubo che da sempre cercava di dimenticare. “Perché mia madre era un chierico oscuro ...” Quelle parole aprirono una crepa nel cuore dell’elfo. Terren esitò, l’ombra del dubbio che lottava con secoli di pregiudizi. “Pensavo che tua madre fosse un’elfa.” Replicò infine, inarcando un sopracciglio tra lo sconcerto e il rifiuto. “Lo era. Un’elfa di Silvanesti. Dopo la mia nascita, decise di sacrificarmi a Takhisis, ma mio padre, un cavaliere di Solamnia, glielo impedì. La uccise e mi salvò.”
Terren rimase ammutolito, poi scosse la testa con decisione. “Questo è impossibile. Nessun elfo, specialmente se Silvanesti, potrebbe adorare un dio malvagio … né tantomeno sacrificare il proprio figlio ad un’entità simile …” Si alzò dalla pietra dove era seduto, la voce che si incrinava di una strana urgenza. “Inoltre, mi pare di capire che le percezioni che hai avuto grazie ad esso ti hanno aiutato a sbrogliare molte situazioni. Forse è un oggetto pericoloso, Kail, ma non può essere intrinsecamente nocivo. Non per te.” Il mezzelfo sentì la rabbia divampare davanti al cieco ottimismo dell’elfo. Persino Galeth si girò a guardarlo, l’espressione cupa, quasi incredula per tanta ostinazione idealistica. “Senti Terren, io conosco la storia per come me l’ha raccontata mio padre adottivo, l’uomo a cui il mio vero padre mi affidò prima di sparire, distrutto dalle conseguenze dell’omicidio di mia madre. E …
“ Ti hanno mentito ...” Lo troncò Terren, incrociando le braccia. “… credimi, è assolutamente impensabile per un elfo fare ciò che ti è stato raccontato. La verità deve essere un’altra.” Il mezzelfo sospirò. Una parte di lui avrebbe voluto aggrapparsi a quella speranza, alla purezza assoluta degli elfi; ma si parlava di cavalieri di Solamnia, uomini che facevano dell’onore e della verità la loro unica ragione di vita. “Est Sularus oth Mithas”: l’onore è la mia vita. Il loro “Codice e la Misura” non ammetteva menzogne, nemmeno se caduti in disgrazia. Sapeva che suo padre non avrebbe mai macchiato il proprio onore con una bugia così atroce. “Non metto in discussione le tue certezze, Terren, ma ora stiamo parlando di altro. Non di mia madre, non di mio padre, ma di noi … di voi soprattutto, e del pericolo che correrete continuando a starmi affianco. Voglio sapere cosa intendete fare, ora che conoscete la verità.” Seguì un silenzio denso, carico di tensione.
Poi Galeth si alzò. Non aveva detto una parola fino a quel momento, un’ombra tra le ombre. Posò una mano sulla spalla dell’amico, il gesto saldo e pesante: “Non mi hai giudicato quando ti ho confessato i miei più turpi segreti …” Disse a bassa voce. “… macchie terribili, che imbruttiscono l’anima fino a renderla irriconoscibile. Ora tocca a me. Abbiamo stretto un patto e lo onorerò. Ti aiuterò Kail. Andremo fino in fondo.” Il mezzelfo sorrise alla schiettezza dell’amico. Poi si voltò verso Terren. L’elfo lo fisso dritto negli occhi: “Anche io ti ho dato la mia parola, Kail. Mi hai liberato dalle catene senza nemmeno conoscermi. E resto della mia idea: per quanto spaventoso, quel medaglione è il frutto dell’amore di una madre elfica. Non può esserti nemico. Ma seguirò il tuo consiglio: ti starò lontano, se dovessi vederti … cambiare.” Il mezzelfo annuì, sentendo un’insolita goccia di sollievo sciogliersi nel petto. Quando infine si coricò, scivolò in un sonno senza sogni, un riposo profondo che non conosceva da mesi.
L’alba arrivò troppo presto, oscurata dalle attenzioni sbrigative dell’uomo rettile. Dopo una breve e silenziosa colazione, si rimisero in marcia. Mentre avanzavano nel grigio del mattino, la creatura impose l’alt con un movimento secco della mano. Kail fece un passo avanti e notò una distesa apparentemente solida, coperta di muschio e foglie marcescenti; ma sotto la superficie, la terra ribolliva con un sommesso gorgoglio. “Fango … vivo ...” Sibilò la creatura. “… ingoia … attenti.” Aggirarono l’area seguendo un sentiero tortuoso che solo l’uomo – rettile sembrava in grado di scorgere tra i vapori. Il viaggio proseguì così per un tempo difficile da misurare. La nebbia si faceva e si disfaceva, aprendosi a tratti per poi richiudersi su di loro come il respiro di un gigante. Ma qualcosa stava cambiando e fu Galeth a notarlo per primo.
“Guardate!” Il terreno sotto i loro piedi non cedeva più. Le radici lasciavano spazio a pietre piatte, levigate dal tempo e disposte secondo un ordine innaturale: rovine. All’inizio apparvero solo frammenti: un blocco squadrato mezzo sommerso, un angolo di muro spezzato, un tratto di pavimentazione che emergeva tra l’erba e il fango come un dente scheggiato. Poi i resti divennero più frequenti. La palude non era finita, ma sembrava essersi ritirata, lasciando riemergere qualcosa che era rimasto in attesa per secoli. Terren rallentò, lo sguardo acuto che cercava corrispondenze tra i ruderi e le mappe appese alla cintura. “Ci siamo …” Mormorò. “… siamo molto vicini.” Kail gli si affiancò. “Lo senti anche tu?” Bisbigliò, chiudendo gli occhi e abbandonandosi ad un’insolita commozione che gli correva sotto pelle. Terren annuì appena. “Non è solo una sensazione. E’ una presenza. La presenza di Paladine.”
La guida proseguì ancora per qualche decina di passi, poi piegò verso destra, seguendo la curvatura del terreno. Il sentiero si stringeva tra due affioramenti di pietra, formando una lieve gobba. Lì, quasi del tutto inghiottita dalla terra e dalla vegetazione, giaceva una lastra di marmo. “Aspetta …” Terren consultò le mappe, confrontando i rilievi segnati sulle pergamene con il percorso fatto finora. L’uomo – rettile si fermò, ma non si voltò. L’elfo si avvicinò lentamente alla pietra; affidò le mappe a Kail che gli stava affianco, poi si inginocchiò. Iniziò a liberare la superficie con le mani, scostando terra umida, radici sottili e muschio. Il marmo emerse a poco a poco: liscio, lavorato, antico. Il mezzelfo si abbassò accanto a lui. “Cosa sono quei segni? Sembra un’iscrizione.” Terren non rispose subito. Passò le dita sulle incisioni, seguendo i solchi consumati dal tempo. “Si … ma è molto rovinata. E’ elfico.”
Pulì ancora un tratto, poi iniziò a leggere a bassa voce. “… varca la soglia della città consacrata …” Fece una pausa, tentando di ricostruire le parti mancanti. “… a Paladine, Signore della Luce …” Galeth si avvicinò, guardingo.“Un tempio, allora.” “Non solo …” rispose Terren, senza staccare lo sguardo dalla lastra. Continuò a seguire i tratti scavati con il polpastrello. “… egli che veglia dai tre vertici …” Kail sollevò lo sguardo. “Tre vertici …” Sussurrò, come folgorato da un’intuizione. Terren rimase in silenzio. Le sue dita si spostarono più in basso, dove l’incisione era quasi del tutto cancellata. “Qui c’è qualcos’altro.” Scostò un ultimo strato di terra, rivelando un disegno consumato, ma riconoscibile: tre simboli disposti in modo irregolare, ma non casuale. “Li hai già visti?” Chiese Kail, sporgendosi appena. L’elfo esitò. “Due di essi, credo di si. Sembrano forme stilizzate degli oggetti di pietra che abbiamo trovato insieme alle mappe. Guarda tu stesso.” Indicò il punto dove il fregio spiccava tra le rune. “Il disco di Rashmin …” Sussurrò Kail. “Si. E questo è il sigillo affusolato che avete trovato alla bottega di Orsin Feld.”
Galeth aggrottò la fronte. “Quindi, al di la della loro funzione pratica, sarebbero simboli religiosi legati a Paladine.” Terren annuì lentamente, poi puntò il dito verso il terzo simbolo. Era diverso, più verticale, composto da due mezze lune che si sfioravano appena, sovrapposte a un’asta sottile. “Non conosco questo segno. Malgrado l’iscrizione sia in lingua elfica, credo che appartenga ad un’iconografia straniera. Non sarebbe strano: Xak – Khalan un tempo era una città luminosa e aperta a tutti i popoli. Potrebbe darsi che razze diverse abbiano contribuito ad edificare quest’area sacra.” Galeth fissò a lungo il terzo simbolo. “Questo … non l’abbiamo ancora trovato, né mai visto prima.” “No.” Sentenziò Terren rialzandosi. Si guardò attorno, poi tornò a fissare le rovine. “Questa non è una semplice iscrizione protocollare. E’ un’indicazione.” “Per cosa?” Domandò il guerriero incrociando le braccia. L’elfo inspirò piano, allargando leggermente le braccia in un gesto di incertezza. “Non ne sono ancora sicuro. Ma …” Si interruppe, lo sguardo calamitato dalla frase sulla pietra. “Tre vertici …” Declamò, senza aggiungere altro.
Alle loro spalle la guida emise un suono basso e gutturale. I tre compagni si erano quasi dimenticati di lui. Quando si voltarono, la creatura era rigida, lo sguardo fisso oltre la lastra, verso il cuore delle rovine. Scosse lentamente la testa. “Terra vecchia …” Sibilò. “… non per noi …” L’elfo fece un passo verso di lui. “Puoi condurci ancora avanti? Dobbiamo assolutamente raggiungere quella “terra vecchia”.” La risposta fu immediata e tagliente. “No.” Indicò la zona oltre i ruderi. “Voi andare … se volere. Io no.” Kail si scambiò uno sguardo con Galeth. Non c’era paura nella voce della creatura, ma qualcosa di più antico e radicato: una reverenza che confinava con un rifiuto ancestrale. Terren annuì solennemente. “Capisco.” Rispose asciutto. La guida non aggiunse altro. Si voltò e si allontanò senza rumore, scomparendo tra la nebbia e gli alberi contorti così come era arrivata. Per qualche istante regnò un silenzio più pesante e denso di quello precedente.
Kail si raddrizzò, aggiustandosi meglio lo zaino sulle spalle. “Bene …” Esordì, guardando verso Terren. “Adesso tocca a noi.” L’elfo abbassò un’ultima volta lo sguardo sulla lastra semisepolta, poi lo lanciò oltre le rovine che si estendevano, apparentemente tutte uguali, davanti a loro. “Si … adesso tocca a noi.” Rimasti soli, il silenzio lasciato dall’uomo – rettile non pareva affatto vuoto; era come se qualcosa, oltre la lastra di marmo, li stesse osservando senza avere occhi. “Ma non intendo girovagare senza meta.” Troncò Terren, rompendo l’incantesimo. Riaprì le pergamene con gesti misurati e consapevoli e le distese su una porzione asciutta della pietra, tenendole ferme con il palmo. Gli occhi scorrevano rapidi tra i segni, si fermavano, tornavano indietro, cercavano corrispondenze. Kail gli si avvicinò. “Posso aiutarti?” L’elfo annuì, facendo segno al mezzelfo di reggere i lembi dei fogli per visualizzare meglio i dettagli. Galeth restò di lato, una sentinella silenziosa con lo sguardo rivolto alle ombre tra le rovine, come se si aspettasse che qualcosa emergesse da un momento all’altro.
“Le due “ics” sulle mappe …” Mormorò l’elfo. “Non si trovano nello stesso punto sulle due carte.” Poco più indietro, il guerriero sbuffò piano. “Questo lo avevamo capito anche noi.” “Non ne dubito ...” Rispose Terren, calmo. “Ma potrebbero indicare lo stesso punto … nello spazio.” Galeth aggrottò le sopracciglia: non era certo di aver afferrato il punto. Il ranger fece scorrere il dito sulla prima mappa, poi sulla seconda. “Se questa mappa rappresentasse la parte settentrionale della zona …” Disse, indicando la prima. “… e questa la parte meridionale …” Passò all’altra, mostrandola a Kail. “… allora vorrebbe dire che la croce che indica la posizione del “Tempio Nascosto” in entrambe coincide.” Kail annuì, iniziando a comprendere la logica. Inclinò appena il capo per mettere meglio a fuoco entrambi i rilievi.“E noi dove potremmo essere?”
Terren sollevò lo sguardo, misurando la curva del sentiero, la posizione della lastra e la disposizione delle rovine circostanti. Poi tornò alle mappe. “Se le mie supposizioni sono giuste, dovremmo essere qui … sulla mappa dove la “ics” è a sud - est.” Toccò un punto preciso, laddove erano segnati dei ruderi e una gobba sul sentiero. Poi continuò, il volto una maschera di concentrazione: “Rispetto all’altra mappa, questa è più ricca di dettagli e riferimenti. Trattandosi di scout elfici, dubito che Rashminthalas abbia volutamente disegnato una mappa povera. E’ più probabile che la zona dove la “ics” si trova a nord – est sia semplicemente meno densa di rovine, o più selvaggia.” Galeth spostò il peso del corpo da un piede all’altro, impaziente. Schioccò le labbra: “Scegli una direzione, allora, se hai capito dove siamo.”
“Non è così semplice …” Bisbigliò l’elfo. “Anche se questa fosse la via giusta per arrivare al “Tempio Nascosto”, non è detto che si tratti davvero dello stesso edificio in entrambi i casi. Dovremo verificarlo.” Il guerriero allargò le braccia, come per dire al compagno che accettava la sfida, purché ci si muovesse di lì. Terren guardò Kail per un secondo intenso, poi si alzò. Ruotò leggermente una delle pergamene allineandola con l’ambiente reale. Un gesto semplice, ma decisivo. “Tieni tu l’altra.” Il mezzelfo arrotolò la seconda pergamena e la legò saldamente alla cintura. Poi Terren prese ad avanzare e i suoi amici lo seguirono da presso. Senza la loro guida della palude, ogni passo divenne più lento. Non era paura, ma un’estrema, logorante attenzione.
L’elfo procedeva per primo, fermandosi di tanto in tanto per comparare ciò che vedeva con ciò che era stato tracciato: una curva nel terreno, un tratto di pietra affiorante, un gruppo di rovine disposte in modo riconoscibile. Ogni dettaglio era un indizio; ogni conferma, un passo strappato all’incertezza. “Qui, dove questo sentiero si dirama, il terreno pare coincidere con la mappa ...” Spiegò Terren senza rallentare. “… se ho ragione, e volgiamo a nord - est, dovremmo trovare la struttura denominata “Altare”. Se invece scendiamo ancora a sud, arriveremmo a un altro edificio segnato sulla seconda mappa con la stessa etichetta. Ma se proseguiamo a sud – est … giungeremo a destinazione.” Kail gli si affiancò, il fiato corto. “Quindi siamo ancora sulla pista giusta.” Terren annuì. “Così pare …”
Il terreno sotto i loro piedi stava di nuovo cambiando sensibilmente. La melma viscida era svanita, sostituita da uno strato solido su cui la vegetazione cresceva adattandosi a forme che non le appartenevano. “Aspetta.” Esordì Kail d’un tratto. Si chinò, liberando il suolo con la mano. “Pietra … liscia … continua.” L’elfo e Galeth gli furono subito accanto. “Una pavimentazione.” Commentò il guerriero. Batté a terra il pesante stivale per verificarne la consistenza. “E non è né breve, né piccola.” Terren aveva già lo sguardo proiettato in avanti. “No. Non lo è.” Ripresero a muoversi, ora più cauti e concentrati. Poi il mezzelfo si fermò di nuovo. Stavolta non guardava il fango. “Terren … la vedi anche tu?” Bisbigliò, quasi temendo che l’immagine potesse svanire. L’elfo lo raggiunse. All’inizio sembrava solo un muro di vegetazione: troppo fitta, troppo intrecciata per essere attraversata. Tuttavia, vie era una strana regolarità. Una sorta di ordine geometrico nascosto tra le foglie. Galeth avanzò e scostò un ramo, tenendolo fermo per permettere alla luce della mattina di illuminare il punto.
Qualcosa emerse. Una linea netta, dritta e artificiale. Terren si avvicinò lentamente, quasi trattenendo il respiro. Scostò il muschio, poi le radici sottili che si arrampicavano come dita sulla superficie. Sotto, la pietra era chiara: levigata, lavorata, incisa. Kail si unì ai suoi compagni per liberare il resto della struttura, finché l’elfo si fermò. “Eccolo!” Il mezzelfo fece un passo avanti. Non era un muro: era un ingresso. Una monumentale porta di pietra, incastonata nella costruzione che ora emergeva chiaramente dal verde della palude. Tronchi e radici la avvolgevano come una morsa, lasciandone visibile solo una parte, ma sufficiente a intuirne la solenne maestosità. Eppure quella non era la prima volta in tanti secoli, che quell’edificio veniva esaminato. L’elfo lo capì subito dall’andamento irregolare della vegetazione che ne celava la vista: alcune fronde erano state strappate o tagliate in passato, proprio come avevano fatto loro. Era accaduto più volte nel corso degli anni, forse dei decenni. Qualcuno era già stato lì.
“Non sembra così grande.” Mormorò Galeth, scrutando l’imboccatura di pietra. “E pare andare in profondità.” Aggiunse Kail. Terren non rispose. I suoi occhi obliqui erano incatenati alle incisioni: linee consumate dai secoli, figure appena leggibili che emergevano dal marmo come spettri. Un drago stilizzato, elegante, con le ali raccolte; non una creatura minacciosa, ma benevola, quasi protettiva. Accanto, la figura di un fabbro nano, dal sorriso caldo e dalla presa ferrea sul martello. Infine, una colonna bianca, che pareva incarnare una perfezione estetica e morale assoluta. Sotto di essi, tre linee si intersecavano a formare un triangolo: il modo in cui gli umani e gli stessi cavalieri di Solamnia rappresentavano il Drago di Platino. Kail lo riconobbe all’istante. “Paladine.” Bisbigliò estasiato.
Il nome rimase sospeso tra loro, vibrando nell’aria umida. L’elfo si portò la mano alla fronte in segno di profonda riverenza. Il mezzelfo rispettò la solennità di quel momento: per gli elfi, Paladine era il Dio sopra ogni cosa, il Creatore. Poi però indietreggiò di un passo, abbassando lo sguardo verso la base della porta. Qualcosa attirò la sua attenzione. Anche in quel punto la vegetazione era diversa: più giovane, come se fosse ricresciuta in fretta dopo una rimozione recente. Quando constatò che Terren si era ripreso dal momento di comunione spirituale, si inginocchiò. Con gesti lenti, iniziò a liberare la pietra dal fango. Le radici sottili si spezzarono sotto la pressione delle dita rivelando infine la base. Non era una superficie liscia, ma scavata: tre incavi precisi, simmetrici, pronti ad accogliere qualcosa.
Terren si immobilizzò. Kail sentì un brivido lungo la schiena; non era freddo, ma un’intuizione che trovava finalmente conferma. Distolse lo sguardo per un istante, poi tornò a fissare gli alloggiamenti. Galeth si fece avanti. “Tre incavi … tre pietre. Forse se …” Terren annuì lentamente, mentre Kail già frugava nella tasca laterale dello zaino. Estrasse il disco con le due mezze sfere sovrapposte. Lo avvicinò a uno degli incavi, ma esitò. Lo osservò per un lungo istante, poi lo appoggiò piano, con una cautela tale da far pensare che avesse timore di frantumarlo. Combaciava perfettamente. Il mezzelfo espirò profondamente. “Allora è vero … queste pietre sono delle chiavi.” Terren prese il secondo sigillo, quello affusolato, e lo accostò alla rientranza speculare. Anche quello scivolò al suo posto senza forzature, come se fosse stato destinato a stare lì da secoli. Galeth lasciò uscire un respiro lento, quasi liberatorio. “E il terzo?”
Il silenzio che seguì pesò più di qualsiasi spiegazione. Non c’era ancora una soluzione per l’ultimo incavo. Terren fissò il vuoto nella pietra, poi sollevò lo sguardo verso l’imponente porta e, infine, verso i compagni. “Non sappiamo dove sia il terzo sigillo … e a dirla tutta … non siamo nemmeno certi che servano ad aprire questa porta ...” Ammise, concedendosi una pausa carica di tensione. “… ma una cosa è sicura: questo è il Tempio dedicato a Paladine, che gli elfi segnarono come “nascosto” su entrambe le mappe. Tre incavi per tre simboli diversi, ma un solo luogo marcato con una croce. Le mie deduzioni erano corrette ...” Fece una smorfia amara. “… tuttavia non possiamo ancora varcare la soglia.” Il silenzio che seguì non era più quello stagnante della palude; era il silenzio di un confine, di un limite che pareva invalicabile. Erano fermi, a un passo dalla meta, eppure ancora lontani.
Terren fu il primo a scuotersi. Con un gesto lento, quasi rispettoso, estrasse le due pietre dagli incavi. Il disco venne via senza resistenza, seguito dal sigillo affusolato che passò a Kail. Per qualche istante, l’elfo rimase ad osservare l’oggetto a forma di anello che aveva tra le mani, rigirandoselo più volte tra le dita. Lo fissava concentrato, come se gli stesse chiedendo la soluzione ad un enigma annidato nella sua mente. “A cosa pensi?” Chiese Kail, inclinando il capo. “A quello che manca.” Rispose Terren, sibillino. Galeth alzò gli occhi al cielo, tra l’esasperato e il nervoso. “Tre incavi. Due simboli … ma scommetto che il terzo sia lontano, ma non distante.” Concluse l’elfo, asciutto. Il guerriero fece un passo avanti, tradendo un’irrequietezza crescente. “Puoi dirci qualcosa che non sappiamo già? Magari in un modo che sia comprensibile anche a noi?”
Terren abbozzò un sorriso condiscendente, ma lo sguardo restò teso. “Se queste sono davvero le chiavi del Tempio … cosa probabile, visto che ci troviamo nell’area sacra di Xak – Khalan … allora non potevano trovarsi qui. Dovevano essere altrove. Come ho detto: lontane, ma non distanti.” Kail incrociò le braccia. “Quindi, secondo te, non è qui che gli elfi le hanno trovate.” “Esatto.” “Aspettate un attimo …” Galeth si accarezzò la barba incolta, pensieroso. “Io mi ricordo … che quando abbiamo comprato le mappe, Orsin Feld ci disse che gli elfi avevano trovato quell’affare poco distante dal Tempio.” Il guerriero indicò il sigillo nelle mani del mezzelfo. Terren sollevò lo sguardo, fulmineo. “E’ vero …” Kail sgranò gli occhi. “… disse che l’avevano trovato lì vicino.” Concluse, battendo il pugno sul palmo dell’altra mano.
L’elfo rimase immobile per un secondo intenso. Poi, con gesti rapidi, stese nuovamente le pergamene a terra, una accanto all’altra. “Allora deve esserci qualcosa nelle mappe che ci è sfuggito. Qualcosa che guardiamo, ma che non riusciamo a vedere.” Fece scorrere il dito sulla prima “ics”. “Se questo punto rappresenta il Tempio …” Passò alla seconda. “… e anche questo indica lo stesso luogo …” Si fermò a riflettere un breve momento, stringendo leggermente gli occhi obliqui. “Allora tutto ciò che è segnato attorno … non può essere casuale.” Kail si chinò accanto a lui. “Fammi vedere.” Il dito di Terren si fermò su un simbolo poco distante dalla croce. “Qui.” Poi sull’altra mappa. “E qui.” “C’è scritto: Altare.” “Altare …” Ripeté Galeth, finalmente coinvolto. Kail rimase in silenzio per un istante, poi allungò la mano verso il disco di pietra che Terren aveva poggiato sulla mappa come contrappeso. Lo sollevò, poi lo avvicinò al disegno sulla pergamena. “Non ti sembra … simile?” L’elfo osservò meglio. Il segno sulla mappa era essenziale, ma la forma era inequivocabile: due mezze lune sovrapposte.
“Si. Potrebbe esserlo.” Concesse l’elfo. Kail prese l’altra pietra e la accostò al simbolo sulla prima mappa, dove appariva la dicitura: “Altare”. Due forme allungate, speculari; due metà di un cerchio che si fronteggiavano.“Non sono solo disegni …” Concluse Terren. “… sono indicazioni precise. I simboli sono le chiavi, e le chiavi sono state trovate lì. Negli altari”. Kail annuì. “Avrebbe senso …” Riprese Terren, rialzandosi. “… un tempo quest’area doveva contenere diversi altari dedicati a Paladine per le cerimonie pubbliche. E’ logico che i sacerdoti usassero chiavi d’accesso diverse per il Tempio, magari richiedendo la presenza di tutti e tre i sigilli per le ricorrenze più sacre. Ognuna con un significato differente.” L’elfo recuperò le sue mappe, lo sguardo di nuovo risoluto. “Dobbiamo verificare. Andiamo a controllare l’Altare qui vicino, poi decideremo la prossima mossa.” Galeth accennò un sorriso stanco. “Finalmente qualcosa di concreto. Muoviamoci, o mi scorderò di avere le gambe.” Puntarono a nord. Il terreno si trasformava di continuo sotto i loro piedi, ma ora la marcia non era più una ricerca cieca.
Terren avanzava con sicurezza crescente, confrontando ogni dettaglio naturale con i tratti vergati sulla carta. “Dovrebbe essere qui.” Disse a un certo punto, rallentando e scostando le fronde di un arbusto basso. Kail si fece largo tra i cespugli e i rampicanti. “Qui c’è qualcosa …” Non era evidente, ma c’era. Terren lo raggiunse e insieme iniziarono a liberare la pietra da radici, terra e muschio. L’Altare emerse lentamente: era basso, inclinato dal cedimento del suolo, ma miracolosamente intatto. Al centro, inciso con forza nel cuore della pietra, spiccava un simbolo: due mezze lune allungate che sembravano guardarsi, quasi sfiorarsi. L’elfo seguì il profilo delle incisioni con le dita, poi accostò il sigillo affusolato che portava con sé. La corrispondenza era millimetrica. Kail lasciò uscire un respiro lento, quasi liberatorio. “E’ lo stesso.” “Quindi è qui che gli elfi l’hanno trovato.” Concluse Galeth. Terren non rispose. Osservava una piccola nicchia vuota, poco sotto il simbolo principale. In quel momento, il medaglione del mezzelfo prese a scaldarsi leggermente.
Sopra la nicchia, una scritta in lingua comune, corrosa ma ancora leggibile, recitava: “Due guardiani immobili si innalzano uguali. Tra loro nasce il varco. Né dentro né fuori, ma proprio lì, nel punto di mezzo, ti attende il passaggio.” “Un enigma.” Mormorò Kail, aggrottando la fronte. Galeth accennò un mezzo sorriso, tra il sollevato e l’ironico. “Per fortuna siamo arrivati dopo che qualcuno lo ha già risolto.” Terren si rialzò leggermente, pulendosi le mano dalla polvere secolare. “E risolvendolo, hanno preso ciò che la nicchia conteneva.” Chiuse gli occhi, inspirando l’aria umida della palude. “Sento ancora il tocco lieve della magia divina in questo luogo … probabilmente la soluzione dell’enigma non è solo una semplice parola, ma un inno a Paladine. Una lode al suo nome che permetteva di schiudere la pietra.” Seguì un breve silenzio, interrotto solo dal gracidare lontano degli anfibi.
“Se quel che dici è vero …” Riprese Kail, caricando le parole di peso. “… e non trovo motivi validi per pensare il contrario, questi altari non servivano solo per officiare riti e custodire chiavi. Furono edificati per rendere gloria al Drago di Platino, anche attraverso lo spazio e la forma. Se vogliamo trovare la terza chiave … e quindi il terzo Altare … dobbiamo prima capire la geometria che lega questi primi due punti. Solo così potremo dedurre la posizione dell’ultimo dei tre.” Fissò l’incavo vuoto e l’enigma poco sopra, mentre quella strana sensazione di calore sul petto persisteva come un battito silenzioso. Galeth annuì, soddisfatto. “Molto bene. Andiamo a sud allora.”
Il cammino verso il secondo Altare si rivelò una sfida ben più ardua. La vegetazione in quel tratto di palude si era fatta quasi impenetrabile, il terreno un inganno di radici e fango instabile. Tuttavia, i tre compagni ora sapevano cosa cercare. Quando infine la struttura emerse dal verde, non vi furono dubbi: la pietra e la fattura erano identiche a quelle del primo Altare, ma il simbolo inciso era diverso. Due forme allungate erano poste l’una sopra l’altra, simili alle metà di un cerchio che sembravano attrarsi e respingersi allo stesso tempo, in un equilibrio precario. Kail mise un ginocchio a terra, accostando il disco di pietra all’incisione: il riscontro era perfetto. “Non ci sono più dubbi.” Mormorò. Terren sfiorò la superficie fredda. Anche lì, una nicchia vuota. E sopra di essa, un’iscrizione più erosa della precedente, ma ugualmente intrisa di quella magia divina che egli percepiva molto bene. Si chinò, leggendo i caratteri elfici con reverenza.
“Due che si guardano ma non si toccano, solo chi comprende il vuoto li unisce. Stanno tra le sponde, e le rendono una sola via. “Sempre più chiaro.” Commentò il guerriero con un pizzico d’ironia, scuotendo la testa. Kail accennò un sorriso sfinito, mentre Terren restava immobile, quasi in trance. L’elfo spostava frenetico lo sguardo dall’altare fisico agli schizzi corrispondenti sulla prima mappa, poi a quelli sulla seconda, come se stesse tessendo una trama invisibile tra i due luoghi. Con gesti meticolosi, estrasse dallo zaino un foglio di pergamena vergine e iniziò a vergarlo con un pezzo di carboncino. Rimasero a lungo accanto al secondo Altare, avvolti dal silenzio della palude. Ogni tanto Terren sollevava lo sguardo per posarlo verso la direzione del Tempio e oltre. Molto oltre. Non parlò, ma nei suoi occhi qualcosa aveva iniziato a prendere forma.
Attorno a loro, la vegetazione pareva richiudersi, un sussulto di fronde e rampicanti che cercavano di riprendersi il loro secolare nascondiglio; ma ormai era tardi. Il segreto era stato violato e, soprattutto, ne avevano capito la logica. Soddisfatto dello schizzo, Terren riprese in mano le due mappe originali e le stese su una pietra piatta, ripulendola dal fango con il dorso della mano. Le studiò per minuti interi, ruotandole e sovrapponendole finché le due “ics” che indicavano il Tempio non combaciarono perfettamente. Cercava un allineamento che non fosse solo visivo, ma geometrico e spirituale. Kail lo seguiva accovacciato al suo fianco, mentre Galeth restava in piedi, vigile, la mano salda sull’elsa della spada. “Due Altari.” Concluse infine Terren, parlando più a sé stesso che agli altri. “Due simboli diversi. Due lingue diverse.” “E una sola porta da aprire.” Aggiunse Kail.
L’elfo inclinò il capo, mettendo a fuoco un dettaglio che prima gli era sfuggito. Tracciò con il dito una linea immaginaria tra i due punti segnati sulle mappe: non era un vettore casuale. Il rapporto proporzionale tra gli altari e il Tempio apparve d’un tratto cristallino, dettato da una simmetria antica. “Questi altari … non sono isolati. Sono collegati.” Galeth si avvicinò di un passo, l’ombra del dubbio ancora sul volto. “Questo ce lo avevi già fatto intuire. Qual è il punto?” Terren sollevò appena lo sguardo, gli occhi lucidi di una nuova consapevolezza. “Lo abbiamo intuito, ma non ancora compreso.” Spostò il dito oltre quella linea, proiettandola verso nord – ovest, in uno spazio che sulle mappe appariva desolatamente vuoto.
Kail seguì il movimento, restando immobile per qualche istante, mentre i pezzi del mosaico si incastravano nella sua mente. “Stai cercando di dedurre la posizione del terzo altare?” “Sto cercando di colmare un vuoto ….” Rispose Terren a voce bassa. “… un vuoto che non è solo fisico, ma spirituale.” Il guerriero incrociò le braccia, scettico. “Ammettendo che tu abbia ragione, non mi spiego come abbiano fatto Rashmin e l’altra spedizione elfica a non trovarli tutti. In fondo, non sono così distanti tra di loro.” Il mezzelfo gli gettò un’occhiata fugace. “Forse erano distratti da altro. Forse cercavano senza vedere davvero, o forse non hanno capito cosa stavano guardando. Magari hanno trovato gli altari, ma non hanno risolto l’enigma o compreso la necessità della trinità dei sigilli.” Scrollò le spalle. “Chi può dirlo?”
Terren inspirò profondamente e tornò alle pergamene. “Gli elfi che sono passati di qui non avevano alcuna mappa. Hanno trovato un Altare, poi il Tempio. Oppure il contrario. Ma non avevano coordinate a disposizione come le abbiamo noi. Non avevano abbastanza informazioni per vedere il disegno completo.” Fece una breve pausa, poi aggiunse con una punta d’orgoglio: “Noi sì. Perché, avendo a disposizione due mappe, possiamo sovrapporle e ottenere riferimenti precisi.” Kail annuì. “E perché sappiamo cosa cercare.” Il silenzio che venne dopo non fu vuoto, ma denso: era il momento in cui l’intuizione smetteva di essere un’idea e diventava certezza. Fu Kail a rompere l’indugio. “La lastra …” Esordì lentamente, come se stesse leggendo un pensiero scritto nell’aria. “… Paladine … il dio dai tre vertici …” Terren lo fissò, colpito dalla medesima illuminazione.
Galeth inarcò le sopracciglia, il volto fattosi severo. “A Palanthas lo rappresentano così …” Commentò asciutto. “… un equilibrio perfetto. Tre punti. Tre forze.” Il mezzelfo tornò a guardare le mappe. Tracciò con il dito una linea netta tra i due altari scoperti. “Questa è la base.” Terren non aggiunse nulla, limitandosi ad osservare il movimento. Allora Kail spostò lentamente la mano verso lo spazio vuoto indicato poco prima dall’elfo. “E questo … questo è il vertice.” L’elfo lasciò uscire un sospiro, un soffio di sollievo misto a timore. “Non è una supposizione.” Disse, puntando i suoi profondi occhi obliqui su quel punto desolato. “E’ un disegno sacro.” Il guerriero rimase in silenzio, infine annuì, vinto dalla logica di quella geometria divina. “E se avete ragione, quel punto non è lontano da qui. Poco più distante rispetto al primo Altare.” Terren osservò un’ultima volta le carte, poi le arrotolò con cura. Estrasse la mappa che stava realizzando con il carboncino e sentenziò: “Scopriamolo.”
Il viaggio verso nord – ovest non fu rapido come sperava Galeth. Non perché avessero perso l’orientamento, ma perché il terreno non concedeva nulla. La giungla si era trasformata in un labirinto ostile: radici affioravano dal suolo come trappole pronte a scattare, sabbie mobili insidiose si nascondevano sotto coltri di foglie morte e polle di fango ribollente esalavano vapori pesanti. La vegetazione si faceva sempre più fitta, costringendoli a misurare ogni singolo passo. Quelle asperità spiegavano fin troppo bene perché nessuno scout elfico avesse mai perlustrato a fondo la zona: era un luogo che non voleva essere attraversato. Terren però non avanzava alla cieca. A intervalli regolari si fermava, estraeva una delle sue pergamene e, con movimenti rapidi ma precisi, tracciava nuovi segni sulla nuova. Non si limitava a copiare ciò che vedeva: selezionava, sintetizzava, costruiva.
Kail lo osservò mentre aggiungeva una linea curva per rappresentare un gruppo di rovine affioranti, poi un segno più marcato per indicare una struttura crollata che avevano appena aggirato. “Stai creando una terza mappa.” Osservò il mezzelfo, senza traccia di giudizio. Terren scosse appena il capo, senza smettere di disegnare. “Sto solo completando l’unica che deve esistere.” “Per il tuo popolo, immagino.” Aggiunse Kail. Questa volta l’elfo si fermò un istante. “Per chi verrà dopo di noi.” Galeth, che apriva la strada qualche passo più avanti, si voltò appena oltre la spalla. “Assicurati che sia leggibile anche per chi non ha occhi da elfo.” Terren accennò un sorriso quasi impercettibile, poi arrotolò il foglio e lo ripose nella borsa. Per adesso, la strada era segnata.
Ripresero il cammino. Man a mano che avanzavano, il paesaggio mutava volto: le rovine si facevano più frequenti, ma anche più difficili da distinguere, ormai completamente inglobate dalla vegetazione vorace. Blocchi di pietra emergevano dal terreno come ossa di un gigante dimenticato; archi spezzati s’intravedevano tra radici secolari, e ciò che un tempo era stato ordine e architettura, appariva ora come un groviglio silenzioso. Fu Kail a rallentare per primo; non per stanchezza, ma per istinto. “Fermatevi.” Terren si arrestò all’istante. Galeth fece un passo indietro, la mano pronta sull’arma. Il mezzelfo indicò un punto preciso davanti a sé: sotto lo strato pesante di fango e rampicanti, si intuiva un’uniformità estranea alla natura, una linea troppo retta e una superficie troppo liscia per il caos circostante.
L’elfo si inginocchiò e iniziò a liberare la zona a mani nude, quasi a voler stabilire un contatto diretto con l’antico manufatto. Mentre la pietra riemergeva dal fango, una vibrazione divina si diffuse nell’aria, percepita all’unisono dalla sensibilità elfica di Terren e dal medaglione di Kail, che prese a pulsare di un calore vivo. Ci vollero tempo e pazienza per non danneggiare ciò che era rimasto sepolto per secoli in quell’oscurità umida, ma alla fine la forma si rivelò in tutta la sua solennità: il terzo Altare. Sebbene la sua struttura ricalcasse fedelmente quella dei precedenti altari, era il simbolo centrale a renderlo unico: una linea verticale, solida, quasi radicata nelle viscere della pietra. Sopra di essa, due mezze lune scolpite con precisione chirurgica erano poste una affianco all’altra, separate e orientate in versi opposti; sembravano comporre una totalità invertita, uno specchio di forze contrastanti. “Un tema ricorrente, questo dei semicerchi …” Bisbigliò tra sé Kail, affascinato e al contempo inquieto.
Terren trattenne il respiro, poi sussurrò: “E’ lui.” Passò lentamente le dita sulle incisioni, seguendone i contorni come per imprimerli nella memoria. “L’ultimo vertice di Paladine.” Concluse a bassa voce, estasiato. Galeth si avvicinò, osservando la struttura con occhio tattico. “E la nicchia?” I tre compagni abbassarono lo sguardo e, celata sotto un groviglio di licheni, la trovarono. Era sigillata, profondamente diversa dalle altre: né svuotata, né profanata. La magia al suo interno non era un’eco sbiadita, ma una presenza divina vibrante, forte e costante. Eternamente viva. L’elfo si chinò verso l’iscrizione incisa sopra la nicchia. Sotto lo sporco e il terriccio, le rune apparivano più angolari, profonde. “Nanico.” Mormorò asciutto. Kail lo fissò. “Riesci a leggerlo?” Terren esitò, poi iniziò a seguire i segni con attenzione, ricostruendone il senso a fatica, pezzo dopo pezzo.
“La lingua dei nani, un tempo nota e parlata fluentemente dal mio popolo, è andata via via sbiadendo nella memoria storica degli elfi. Mi occorrerà tempo, e non sono certo di poter restituire il significato esatto di ogni singola parola.” Kail annuì e si scostò per scambiare poche parole con Galeth. Mentre i minuti scivolavano via lenti, Terren finalmente si sollevò. Il mezzelfo e il guerriero troncarono i loro sussurri e puntarono lo sguardo sul ranger. Questi alzò il capo, incontrando i loro occhi, poi allargando le braccia ammise: “Ho concluso. Di meglio non saprei fare … alcuni punti restano oscuri, ma credo di aver colto il senso profondo.” I due compagni si avvicinarono all’altare e Terren iniziò a declamare: “Due che reggono e non vacillano. Sostengono ma non appaiono. Stanno sotto ogni cosa, eppure nessuno le vede.”
Kail ripeté mentalmente l’enigma, sollevando lo sguardo verso il simbolo. Ripensò ai due altari precedenti, alle loro divergenze e alle loro affinità: due luoghi sacri di culture distanti, ma devoti al medesimo dio, Paladine. Nonostante le differenze iconografiche, era come se ogni razza vedesse nel dio uno specchio di sé stessa. “Non parla di qualcosa di astratto.” Osservò il mezzelfo lentamente. Fece un passo avanti, sfiorando l’incisione e il lieve riverbero bluastro della magia divina che percepiva grazie al medaglione. “Parla di ciò che i nani rappresentano, di come vedono loro stessi … e di come, di riflesso, percepiscono Paladine all’interno della propria cultura.”
Galeth lo squadrò: “E quindi?” Kail non esitò. “Pietre e montagne. Resistenza e stabilità. Ciò che sostiene l’intero Krynn. Le spalle su cui poggia il mondo. Così si vedono i nani: è questo il principio cardine della loro stirpe.” Terren strinse gli occhi. “Le fondamenta …” Sussurrò. Per un istante il tempo parve sospeso, poi la pietra emise un suono secco. La magia divina divampò per un breve momento prima di disperdersi, lasciando nell’aria un’eco vibrante che fece accapponare la pelle. La nicchia si schiuse lentamente, rivelando il suo tesoro: il terzo simbolo. La terza chiave. Era perfetta, intatta come se fosse stata deposta lì il giorno precedente. Terren la raccolse con devozione, e mentre la sollevava per mostrarla ai compagni, visibilmente emozionati, tutti e tre compresero: ora avevano tutto ciò che serviva. Non restava che tornare al Tempio. L’elfo si alzò e offrì il manufatto al guerriero, che lo accettò con mano tremante, conscio del fardello che quell’oggetto rappresentava.
Ripercorsero il sentiero a ritroso tra acque basse e stagnanti, tronchi semi – immersi e rami contorti che si richiudevano sopra di loro come archi naturali. Il viaggio di ritorno fu privo di imprevisti, gravato solo dal peso di ciò che avevano visto e dalla strana sensazione che il luogo stesso scortasse ogni loro passo. Quando il profilo del Tempio riemerse tra le nebbie, fu quasi un sollievo; per un attimo avevano temuto che qualche oscura forza cosmica lo sottraesse ai loro occhi, ma la struttura era ancora lì: antica, silenziosa, scavata nella pietra corrosa da secoli di umidità. Le tre nicchie vuote sembravano richiamarli, in attesa di essere finalmente colmate. Si fermarono innanzi all’ingresso. Per un istante nessuno parlò, poi Kail fece un passo avanti. La prima chiave ad essere inserita fu quella degli uomini.
Quando scivolò nell’alloggiamento, il contatto produsse un suono singolare, che li lasciò senza fiato: era ritmico, regolare, come un battito lento ma costante. Un cuore. Qualcosa che sembrava appartenere non alla fredda pietra o alla magia, ma alla vita stessa. Il mezzelfo scorse un lieve bagliore blu elettrico filtrare dalle fessure dell’uscio; anche Terren ne percepiva la pressione crescente, ma nessuno dei due osò spezzare l’incanto. Fu poi il turno dell’elfo. Quando inserì la chiave nella fenditura della nicchia, il contatto generò una nota leggera, quasi sospesa: un’armonia sottile, come più toni sovrapposti in perfetto equilibrio, che parve espandersi nell’aria stessa e purificarla dai miasmi della giungla. Terren trasse un respiro profondo, riconoscendone la natura.
La magia era cresciuta, il riflesso bluastro era ora un azzurro brillante. “Il tocco di E’li si sta avvicinando …” Mormorò in preda ad un fervore crescente. Infine toccò ai nani. Galeth spinse la chiave nel terzo incavo. In quel momento il suono mutò radicalmente: un tonfo grave, come pietra che si spezza e si ricompone all’istante. Un’eco solida, profonda, quasi fisica, che parve scuotere le fondamenta stesse del Tempio. Il richiamo mistico di Paladine era completo. Kail dovette distogliere lo sguardo dalla porta, accecato dal fulgore azzurrino che si irradiava ferocemente in ogni direzione. Terren si inginocchiò, spalancando le braccia come per nutrirsi di quell’emanazione sacra. Nonostante Galeth non potesse partecipare delle esperienze mistiche dei suoi amici, la sua pelle tradiva un brivido primordiale. I peli sulle braccia si erano ritti, reagendo a qualcosa di invisibile, ma tangibile. Per un momento, il Tempio parve mettersi in ascolto.
Poi tutto si fermò. Le tre chiavi rimasero attive, le loro emanazioni ancora presenti nelle nicchie, ma non accadde nulla. Nessun meccanismo si mise in moto, nessuna vibrazione scosse l’uscio. La porta del Tempio rimase serrata.
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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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Il passaggio dalla palude viva a quella demolita non fu graduale, ma un trauma improvviso, quasi violento. Fino a pochi istanti prima l’ambiente, per quanto ostile, conservava una sua macabra coerenza: alberi contorti, acqua stagnante, e una vita brulicante, celata tra le radici e il fango. Poi, senza preavviso, tutto cambiò. La vegetazione si diradò fino a scomparire, sostituita da tronchi schiantati e radici divelte, come se una forza titanica avesse artigliato il terreno stesso per poi abbandonarlo alla putrefazione. L’acqua ristagnava in conche irregolari, più profonde e scure, mentre l’aria si faceva densa, satura del ricordo di un’onda distruttiva ancora recente.
Galeth fu il primo a rallentare. Si chinò accanto a un gigantesco solco nel terreno, seguendone la traiettoria con lo sguardo. Non era un’impronta nel senso comune del termine: era una ferita aperta nella terra, un tracciato scavato dal peso di qualcosa che si era mosso con possanza mastodontica e spietata continuità. Non una creatura che camminava, ma una che trascinava il proprio volume, schiacciando ogni cosa lungo il percorso. “E’ tornata a casa.” Mormorò il guerriero, più a sé stesso che ai compagni. Terren annuì in silenzio. Non servivano altre spiegazioni: la creatura che dominava quella zona non si era limitata a respingere un’invasione; era stata richiamata, o forse istigata, dal popolo della palude.
Ormai appariva chiaro il legame che univa gli uomini rettile alla dea dalle molte teste: un patto di mutua necessità. I sudditi si occupavano di nutrirla e difendere i confini dai trasgressori; in cambio, la creatura annientava le minacce superiori alle loro forze. Compito il massacro, era semplicemente scivolata di nuovo nella sua tana. Almeno, questo era ciò che sperava Kail. Il mezzelfo non sapeva cosa temere di più: se il mostro in sé o la prospettiva che qualcuno fosse riuscito a piegarlo al proprio volere.
Avanzarono seguendo quella scia di distruzione. Più si addentravano, più i segni del passaggio si facevano nitidi e brutali. Galeth si fermò di colpo accanto ad un corpo mezzo sommerso. Un goblin, o ciò che ne restava. L’armatura era corrosa dall’umidità, ma ancora riconoscibile. Il cadavere, invece, era stato compresso con una tale violenza da risultare deforme, quasi fuso con la melma circostante. Il guerriero si abbassò, studiando i resti. “Questo non è recente.” Sentenziò.
Terren ai avvicinò, osservando i dettagli della decomposizione. “No.” Confermò. “Risale a qualche mese fa.” Kail si accovacciò dal lato opposto, cercando altri indizi. “Quanti?” Terren rimase in silenzio per qualche istante, poi rispose: “Otto. Forse di più.” La stima non era casuale: la crescita del muschio e il modo in cui il fango aveva inghiottito la carne indicavano un evento lontano, eppure ancora vivido nella memoria della terra.
Proseguirono nel silenzio più assoluto, rintracciando altre rovine e altri resti. Pochi, in realtà. Ed era proprio questo il dettaglio più inquietante. “Non sono morti tutti.” Osservò Kail. Galeth annuì. “Alcuni sono fuggiti.” “E hanno visto quale fosse la vera minaccia di questa palude.” Aggiunse Terren tra sé. Non serviva spiegare cosa. Se qualcuno era sopravvissuto a una simile furia, aveva guardato negli occhi l’orrore puro e aveva avuto la fortuna di fare rapporto per trovare delle contromisure.
Poco dopo, le rovine di Xak – Khalan iniziarono a diradarsi. Le strutture antiche cedevano il passo ad un terreno leggermente rialzato, una collina che emergeva dai miasmi della palude come un’isola di pietra e fango. Kail si arrestò di colpo. La sua mano andò istintivamente al medaglione sotto l’armatura: il metallo divenne subito incandescente, non con una fitta improvvisa, ma con una pressione costante, pulsante, quasi fosse un richiamo. “Fermi.” Disse, con una tensione nella voce che non cercò nemmeno di nascondere. “C’è qualcosa laggiù.” Terren si voltò verso di lui. “Lì dentro?” Kail annuì, gli occhi fissi sull’altura.
L’elfo si mosse con cautela lungo il perimetro, scrutando il suolo. Le gigantesche orme della creatura qui erano più evidenti e puntavano decise a nord est, dove uno spaventoso antro oscuro si apriva nel fianco della collina. Nascosto dietro un folto cespuglio di rovi, Terren sussurrò: “Eccola … la sua tana.” I tre compagni rimasero immobili per lunghi istanti, valutando il da farsi. Il mezzelfo, tuttavia, vedeva ciò che agli altri era precluso: l’artefatto di sua madre gli mostrava una barriera bluastra, un velo di energia soffocante che ostruiva l’ingresso della caverna. Non solo: quella magia proiettava una scia di un verde malato che indicava una direzione precisa: Nord – Est!
“Abbiamo trovato il suo nido. Ora che intenzioni avete?” Domandò Galeth, con un velo di inquietudine che gli increspava la voce. Kail rispose scegliendo con cura le parole. Non volendo rivelare ciò che il medaglione gli stava facendo vedere, poiché l’avrebbe costretto ad ammetterne l’esistenza, decise di approcciare al problema con il solo ausilio della logica. “Non temere, non ho nessuna intenzione di scoprire cosa si nasconda lì dentro. Tuttavia, c’è qualcosa che non quadra.” Gli sguardi interessati dei suoi compagni si incollarono subito su di lui. “Da quel che abbiamo visto, l’ultima volta che la creatura è uscita dalla sua tana, richiamata dal popolo delle paludi, è stata circa otto mesi fa. Da quel giorno è rimasta sigillata lì dentro. Secondo i suoi servi, non uscendo nemmeno per nutrirsi dei doni che continuano a portarle. Questo mi fa riflettere.”
Terren si grattò il mento, pensieroso. “Temi che le forze di Takhisis siano tornate con qualche sistema per soggiogarla?” Kail inarcò un sopracciglio. “Soggiogarla forse no, ma contenerla … probabilmente si.” Il mezzelfo percepiva chiaramente quella presenza: un velo sottile che attraversava lo spazio attorno alla collina e si allontanava verso est, un’energia bluastra satura di oscurità e nefaste aspettative. Kail inspirò lentamente. “Terren, tu sei un elfo. Riesci a percepire questa magia di fondo?”
L’elfo non rispose subito. Chiuse gli occhi, abbandonandosi al flusso dell’ambiente, finché non intercettò la scia magica che Kail vedeva fin troppo bene. “Si.” Mormorò infine. “Adesso la sento.” Galeth li osservò entrambi, poi fece un cenno secco con la testa. “Non so cosa vediate o percepiate, ma se c’è di mezzo la magia … allora seguiamola.”
Non dovettero fare molta strada per notare la prima anomalia. Un singolo goblin trotterellava tra le canne palustri, muovendosi con la sicurezza di chi conosce il terreno troppo bene per temere agguati. Portava sulle spalle un fascio disordinato di rami secchi e stringeva al fianco una sacca gonfia di radici e di piccoli animali raccolti nelle acque basse. Non si guardava attorno con sospetto, né avanzava con la cautela tipica di uno scout: stava semplicemente tornando a casa.
Fu Terren a notarlo per primo. Con un gesto secco e rapido fece cenno agli altri di abbassarsi, scivolando dietro il tronco marcio di un albero abbattuto. Kail e Galeth lo raggiunsero senza fare rumore, osservando la creatura mentre si allontanava lungo un sentiero invisibile ai loro occhi, ma evidentemente abituale per lei. “Non è in ricognizione.” Sussurrò l’elfo, senza distogliere lo sguardo. “Sta rientrando alla base.”Kail annuì appena, notando come il movimento del goblin coincidesse perfettamente con la scia bluastra che puntava verso nord – est.
Lo seguirono, mantenendo una distanza prudente, sfruttando ogni piega del terreno e ogni cortina di vegetazione rimasta intatta. Il goblin non si voltò mai, né diede segno di sospettare qualcosa, percorrendo con naturalezza quella strada come se l’avesse fatto innumerevoli volte.
Fu solo quando superarono una lieve altura, una collina che emergeva dalla palude come un’isola nel fango, che la situazione mutò drasticamente. Terren si arrestò di colpo, accovacciandosi dietro un tronco spezzato. Kail e Galeth lo raggiunsero un istante dopo, e quando sollevarono appena lo sguardo oltre il riparo, compresero il motivo di quella brusca cautela. Non si trovavano di fronte a un accampamento di fortuna, ma a una struttura viva, organizzata e costruita per durare. Palafitte rinforzate emergevano dalle acque stagnanti, collegate da passerelle di legno scuro; torri improvvisate svettavano sopra il livello della palude, offrendo punti di osservazione e difesa.
Ovunque si muovevano figure armate: goblin e hobgoblin pattugliavano l’area, scambiandosi segnali codificati e mantenendo una presenza costante lungo il perimetro. Galeth valutò la scena con occhio esperto, considerando numeri, distanze e linee di difesa. “Sono troppi …” Sussurrò a bassa voce. “… ed organizzati.” Terren non rispose. Il suo sguardo era già andato oltre le strutture esterne, attirato da qualcosa al centro dell’insediamento. Kail, invece, non ebbe bisogno di cercare. Lo vedeva. Il medaglione sotto la veste continuava a bruciare, all’inizio come un’eco lontana, poi con un’intensità crescente, fino a diventare quasi doloroso. Non era una semplice reazione alla magia: era qualcosa di più diretto, più invasivo, come se una forza esterna stesse rispondendo alla sua stessa esistenza.
Al centro, su un altare di pietra grezza, troneggiava un cristallo di un verde innaturale. Anche senza comprenderne la natura, era evidente che non si trattasse di un oggetto ornamentale: emanava una presenza tangibile, quasi fisica, che sembrava distorcere l’aria circostante. Da esso si dipanavano sottili filamenti di energia, come vene di luce malata, che si estendevano oltre l’altare e si insinuavano nella palude. Seguendoli con lo sguardo benedetto dal potere del medaglione, Kail si accorse che quei filamenti non si disperdevano nel nulla, ma convergevano verso la collina alle loro spalle, avvolgendola come una rete invisibile.
Inspirò bruscamente.“Lo vedo.”Sussurrò, senza rendersi conto di aver parlato ad alta voce. Terren si voltò appena verso di lui. “Cosa vedi?” Il mezzelfo non rispose subito, stretto nel laccio di un imbarazzo improvviso per essersi tradito. Per sua fortuna un nuovo dettaglio catturò la sua attenzione, offrendogli una via di fuga: accanto al cristallo c’era una figura, che prontamente indicò ai suoi compagni. Avvolta in un mantello nero, immobile come una statua, la creatura mostrava una schiena incurvata da una gobba prominente, che ne deformava irrimediabilmente l’aspetto. Il volto era nascosto nell’ombra, ma la mano destra era chiaramente visibile: grande, squamosa e artigliata, era posata sulla superficie del cristallo. Non era un contatto passivo; quell’essere inquietante stava guidando ed indirizzando l’energia dell’oggetto. Kail sentì il medaglione ardere con ancora maggiore intensità. “Non è solo un artefatto magico ...” Disse a bassa voce. “… è molto di più. E lo stanno usando con uno scopo preciso.”
Spostò lo sguardo e si accorse che quella mostruosità non era sola. Almeno altre due, identiche nella postura e nell’aspetto, erano disposte attorno all’altare, a distanza regolare, come parte di un rituale silenzioso e perpetuo. Galeth espirò lentamente, senza distogliere gli occhi dall’Avamposto. “Conto almeno una ventina tra goblin e hobgoblin. Così, a un’occhiata veloce.” Kail annuì distrattamente, ancora concentrato sulla rete di energia. Ora tutto gli era chiaro. Quella trama mistica non era una semplice emanazione: era un vincolo. Un sigillo magico per tenere la dea dalle molte teste confinata nella sua tana, impedendole di intromettersi nei loro piani di conquista e dando loro il tempo di organizzarsi, strutturando ancor meglio forze e risorse.
Senza la loro protettrice, il popolo della palude non avrebbe mai potuto resistere agli invasori. Sarebbero morti o fuggiti in massa per salvarsi la vita. In pochi mesi, Xak - Khalan si sarebbe trasformata in un prezioso Avamposto strategico per le forze oscure; una testa di ponte capace di schiacciare l’intera Abanasinia settentrionale. Il mezzelfo dovette ammetterlo a denti stretti: era un piano ambizioso e geniale, che poteva davvero funzionare.
Galeth si abbassò dietro un intreccio di radici emerse, studiando la disposizione delle difese. Non parlò subito. Lasciò che lo sguardo scorresse lento; sulle torri, sulle palizzate, sui fuochi del campo, sui movimenti irregolari dei goblin. Sugli uomini alati, immobili attorno al cristallo. Poi, con tono basso ma fermo, disse: “Non ci muoviamo finché non sappiamo esattamente cosa abbiamo davanti. Non mi interessa cosa sembra questo posto … voglio sapere come funziona.”
Indicò con due dita, tracciando linee invisibili nell’aria. “Dobbiamo prima capire dove sono forti e dove sono vulnerabili. Quanti sono precisamente, come si sono organizzati, cosa difendono davvero.”
Fece una breve pausa e poi concluse: “Dividiamoci i compiti. Io cercherò di scoprire con esattezza quanti goblin e hobgoblin difendono questo Avamposto. Tu, Terren, cerca anomalie o debolezze da sfruttare. Kail, occupati degli uomini alati: scopri cosa fanno e quanti sono. Restiamo a corto raggio e non corriamo rischi inutili. Torniamo qui prima che faccia buio.” Terren annuì appena, già concentrato su un percorso che solo lui sembrava vedere. Kail esitò un istante prima di muoversi nella direzione opposta, mentre Galeth restò dov’era, immobile, a osservare e a contare.
Il tempo nella palude non scorreva: si depositava. Le ore passarono lente, segnate solo dal mutare dei suoni e dal calore progressivo della luce. Quando si ritrovarono, il giorno stava cedendo il passo alla sera. “Non è solo un Avamposto …” Esordì Terren a bassa voce. “Hanno dei prigionieri.” Galeth sollevò appena lo sguardo. “Quanti?” Domandò asciutto. “Quattro, forse cinque uomini della palude. Legati ma vivi. Le guardie sono poche … e distratte.” Un dettaglio che non sfuggì a nessuno.
Kail parlò subito dopo, ma con tono diverso, più incerto, come se stesse ancora elaborando ciò che aveva visto. “Gli uomini alati non si comportano come sentinelle. Non pattugliano, non reagiscono a quello che succede intorno a loro …” Fece un segno verso il centro dell’Avamposto. “Restano lì. Sempre. Per ore. Ne ho visto solo uno venire sostituito, una volta soltanto, da quando siamo arrivati.” Terren si voltò verso di lui. “Sostituito in che modo?”
Kail fece un gesto lento con la mano. “Uno prende il posto dell’altro senza interruzione. E’ come ... come se non potessero permettersi nemmeno un istante di vuoto.” Galeth annuì, assimilando l’informazione. “Quindi non stanno difendendo la gemma.”Il mezzelfo scosse la testa. “No. La stanno usando. O meglio … sembrano tenerla attiva. Credo che se perdessero la concentrazione … il legame si spezzerebbe.” Seguì un breve silenzio, rotto solo dai suoni lontani dell’Avamposto. Poi Galeth estrasse un coltello dalla cintura e tracciò con la punta una linea nel fango. “Allora, mettiamola così. Ho contato ventidue goblin e sedici hobgoblin. Disorganizzati, ma numerosi. Sei uomini alati, nella peggiore delle ipotesi. E un punto centrale che non può rimanere incustodito un solo secondo.” Alzò lo sguardo su entrambi. “Ora parliamo di cosa fare.”
Terren fu il primo a proporre una soluzione. “Potremmo tornare indietro e avvisare il popolo della palude. Se sapessero cosa sta succedendo qui …” Galeth lo interruppe subito. Non con saccenza, ma con la calma consapevole di chi aveva combattuto molte guerre. “Loro già sospettano l’esistenza di questo posto; il fatto che ci siano dei prigionieri lo dimostra. Se avessero voluto venire in massa per verificare il silenzio della loro dea, l’avrebbero già fatto.” Il suo tono non era duro, ma definitivo. “Hai visto cos’è successo al terzo Avamposto. Senza quella creatura, sarebbero stati annientati. La maggior parte di loro ha paura … e hanno ragione ad averne.” Kail annuì lentamente. “Se li coinvolgiamo, li costringiamo solo ad esporsi a un massacro. E stavolta … nessuno verrà in loro soccorso.” Lo sguardo gli cadde, per un attimo, sulla direzione della grotta. “Se la loro dea si risveglierà, sarà lei stessa a richiamarli, se riterrà necessario farlo. Non prima.” Terren non insistette.
Galeth proseguì. “Seconda opzione: attacco diretto.” Il mezzelfo scosse subito la testa. “Anche se avessimo la meglio sui goblin e gli hobgoblin, se quegli uomini alati sono potenti e astuti come Galen Dracos, non avremmo speranza in uno scontro frontale. Se cadiamo noi, la gemma resterà lì e chi tra loro ci seguirà nella morte, verrà sostituito da altri.” Galeth annuì. Era già arrivato alla stessa conclusione. “Resta una sola strada.” Concluse il guerriero. “Entrare di soppiatto.” Terren lo fissò con scetticismo. “Non avevi detto che era una follia?”
“Certamente lo è …” Ammise Galeth, puntando il dito verso la gabbia di legno dove l’elfo aveva scorto i prigionieri. “Se entrassimo per combattere, moriremmo. Ma tu hai trovato una falla.” Tornò a guardare Terren, poi fece un cenno col mento verso Kail. “E tu invece, hai capito cosa tiene in piedi questo Avamposto.” Aggiunse con sguardo astuto. “I prigionieri possono darci il tempo che ci serve. Li liberiamo senza fare rumore e li usiamo per creare pressione … non per vincere, ma per distrarre.” Il guerriero si concesse una pausa intensa.
“Non ci serve batterli. Dobbiamo solo aprire un varco abbastanza ampio da raggiungere il cristallo e sottrarlo agli uomini alati. E’ l’unico modo per non sprecare le loro vite, né le nostre. Liberare la creatura e sperare che la sua ira si abbatta sull’Avamposto, rimane la nostra migliore strategia.” Il piano era fragile, disseminato di insidie e potenziale falle. Mille cose potevano andare storte, ma era l’unico che avesse una possibilità concreta di riuscire.
I tre compagni si scambiarono un cenno d’intesa. Anche se molti dettagli restavano nebulosi, Terren tagliò corto: “Allontanare la gemma dagli uomini alati sembra un’ottima soluzione, ma iniziamo dai prigionieri. D’accordo?” Kail e Galeth si alzarono senza rispondere, preparando le armi e studiando una linea d’azione.
Decisero di agire con il favore delle ombre. La notte scese lentamente, avvolgendo la palude in un’oscurità densa, quasi liquida. Le torce dell’Avamposto sembravano galleggiare nel nulla, piccole ferite di luce nel buio pesto. L’elfo si mosse per primo, guidando gli altri lungo un percorso silenzioso tra i miasmi della terra umida. Kail lo seguiva a breve distanza, mentre Galeth chiudeva la fila, i sensi tesi a controllare che nulla strisciasse alle loro spalle. Si fermarono quando la sagoma della gabbia emerse dalla foschia.
Due goblin montavano la guardia: uno seduto, con la testa ciondolante nel sonno; l’altro in piedi ma distratto, impegnato più a restare sveglio che a sorvegliare davvero. Terren tese l’arco senza un suono. La freccia colpì il bersaglio alla gola prima che la creatura potesse rendersi conto del pericolo. Kail emulò il compagno, scoccando una freccia che si infilò tra le costole della seconda guardia, proprio mentre accennava a voltarsi. Un colpo rapido, preciso. Il corpo si accasciò nel fango senza un rumore. Il silenzio tornò a farsi assoluto non appena Galeth raggiunse i compagni. Restarono immobili, in ascolto, finché non ebbero la certezza che nessuno avesse notato la loro incursione. Solo allora si avvicinarono alla prigione.
Dentro la gabbia, diverse paia di occhi giallastri si accesero nel buio. Scaglie umide, corpi tesi e pronti allo scatto. Dalle ombre filtrava un’ostilità palpabile, un vento di diffidenza che nasceva direttamente dai loro sguardi fissi. Kail si fece avanti lentamente, tenendo le mani bene in vista. Evitò ogni movimento brusco e, quando parlò, lo fece sottovoce, scegliendo parole semplici. “Noi non siamo nemici. Vogliamo aiutarvi.” Gli occhi da rettile degli uomini della palude sbatterono più volte, filtrando la luce in quel modo alieno che li contraddistingueva. Sibilarono tra loro in una lingua gutturale, valutando se prestare fede alle parole del mezzelfo.
Infine, uno di loro si fece avanti; le catene che lo tenevano inchiodato al terreno emisero un flebile tintinnio metallico. Fissò Kail a lungo, poi spostò lo sguardo su Terren. “Voi venire … per capire perché dea dalle molte … teste dormire?” Kail esitò un istante, poi annuì. “Si. La vostra della dea … dorme ora. Quella cosa verde che luccica …” Indicò verso il centro dell’Avamposto. “… la tiene prigioniera nel sonno, nella sua tana sotto la collina.” A quel punto, un secondo prigioniero si accostò alle sbarre; sembrava più anziano del suo compagno. “Lei … non sentire più nostre chiamate. Molte lune ormai.” Sospirò, ma l’effetto fu un sibilo continuo e rauco. “Altri anziani dire … di non venire. Zona proibita questa … casa della dea dalle molte teste.”
Galeth intervenne, mantenendo il tono basso ma fermo. “Eppure siete venuti lo stesso.” La creatura si ritrasse con un ringhio sordo, mentre l’altro piantava i suoi grandi occhi membranosi sul guerriero. “Loro giovani … volere sapere perché dea è silenziosa … e io guidati …” La creatura grugnì come se stesse imprecando contro sé stessa per aver commesso un errore imperdonabile per la sua età. “… ma quando uomo alato visto noi … troppo tardi … noi molti mostriciattoli uccisi … ma anche tre di noi caduti. Noi arresi … io … loro … morti altrimenti.” L’uomo rettile emise un fischio basso e umido, il suono di chi ha dovuto scegliere il male minore per tenere in vita i propri fratelli più giovani.
Terren si mosse in avanti e iniziò a lavorare sulla serratura con gesti rapidi e precisi. Nel frattempo, Kail riprese a parlare: “Non abbiamo molto tempo. Siamo qui per liberarvi, ma abbiamo bisogno del vostro aiuto.” Fece una breve pausa, scrutando la reazione dell’anziano uomo della palude. Il suo sguardo era feroce, determinato, ma il mezzelfo leggeva anche la cupa preoccupazione per i ragazzi che aveva alle spalle. “Non vi chiediamo di rischiare le vostre vite più di quanto faremo noi con le nostre. Dovrete aiutarci a combattere contro i mostriciattoli e abbatterne quanti più potete. Dovrete tenerli impegnati, mentre noi ci occuperemo del resto.” Indicò di nuovo il centro. “Non dobbiamo vincere. Solo guadagnare tempo per portare via la gemma verde che sta facendo dormire la vostra dea.”
Calò un silenzio teso attorno alla gabbia. Poi, dopo aver gettato un lungo sguardo ai suoi simili, l’anziano annuì. “Se dea si sveglia … io posso chiamare.” Kail sorrise appena. “Si. E’ quello che ci auguriamo anche noi. Gli uomini alati sono tanti e troppo potenti in questo campo, non possiamo sperare di sconfiggerli tutti. Solo la vostra dea può farlo.” La serratura scattò con un suono secco, subito smorzato dalla mano di Terren. L’elfo si mosse tra di loro senza paura, raggiungendo il blocco centrale dove i ceppi erano ancorati. Armeggiò per qualche secondo e li liberò. Le catene cedettero e le creature uscirono alla luce delle lune uno alla volta, muovendosi con cautela, ma con una tensione pronta ad esplodere da un momento all’altro.
Galeth li osservò, valutandoli rapidamente. Non erano soldati addestrati, ma non erano nemmeno prede. Conoscevano la palude come le loro tasche e avrebbero svolto i loro compiti con grande efficienza; ne era convinto. Quando Terren emerse dalla gabbia però, aveva un’espressione cupa che Kail non poté fare a meno di notare. “Cosa c’è?” Chiese il mezzelfo a bassa voce.
“Abbiamo un problema lì dentro.” Rispose l’elfo, rimanendo sulla soglia. Kail si fece avanti e il compagno gli cedette il passo di appena un soffio. Non appena mise piede nella gabbia, il mezzelfo comprese subito l’inquietudine di Terren.
Poco più avanti, quasi inghiottito dall’oscurità della cella, giaceva un uomo della palude con il corpo ripiegato su sé stesso. Il suo respiro era un rantolo faticoso, umido e irregolare. Avvicinandosi per esaminarlo, Kail notò che le sue ferite erano profonde: un groviglio di vecchi squarci e lacerazioni recenti. Non erano solo tagli di lame o segni di artigli; c’era qualcosa di più sinistro, come bruciature e segni di strangolamento. La voce dell’anziano uomo rettile sibilò alle spalle del mezzelfo: “Lui … forte. Combattere con uomo alato e mostriciattoli insieme. Poi cadere.”
Kail abbassò lo sguardo. Nonostante il cuore gli dolesse per il coraggio dimostrato dalla creatura, la logica restava ferale: portarlo con loro sarebbe stato un suicidio. Non solo avrebbe intralciato il piano, ma lo sforzo del trasporto lo avrebbe ucciso prima del tempo. Galeth osservava la scena in silenzio oppresso dal rimorso: “Se solo avessimo ancora la spilla di Mishakal …” Mormorò con voce bassa, quasi incrinata. “… forse adesso potremmo fare qualcosa di più che guardarlo morire.” Il guerriero serrò i pugni fino a sbiancare le nocche. Kail percepì tutto il peso della colpa che l’amico si stava addossando: il dolore di un uomo impotente, che aveva preso, all’insaputa del compagno, una decisione troppo grande per le sue solo forze.
In un angolo, Terren guardava curioso la scena. Kail sospirò, poi fissò il guerriero con occhi comprensivi ma d’acciaio. “E’ inutile che ti tormenti, amico mio. Hai fatto una scelta a Crossing e credo sia stata quella giusta. Chi di noi, d’altronde, avrebbe saputo usare quella spilla per curare questa creatura? Io no, e nemmeno Terren, temo.” Posò una mano sulla spalla del compagno, stringendola con fermezza. “Quella spilla è nelle mani giuste, ne sono certo. Ora torna in te, o non ne usciremo vivi.” A quelle parole, Galeth parve scuotersi. Si rilassò appena, poi uscì dalla gabbia per raggiungere gli uomini della palude che erano di vedetta. Terren lo guardò passare. Una spilla consacrata a Mishakal? I suoi due nuovi compagni diventavano ogni giorno più enigmatici.
Nel frattempo l’anziano, che si presentò come Uluth, si avvicinò al mezzelfo ancora chino sul ferito. Non c’era panico nei suoi gesti, solo una tensione trattenuta. Uluth sbatté le palpebre due volte e sibilò: “Vedo dolore in te … ma … portare lui … non possibile.” Kail annuì mestamente. “Lo so. Se lo portiamo con noi, moriamo tutti. Ma se lo lasciamo qui …” Fece un respiro lento, carico di amarezza. “… e se restiamo vivi … possiamo tornare a prenderlo.” La creatura emise un sibilo sommesso, come a suggellare quella verità. “Qui … quando tutto crolla … quando dea arriva … sarà posto sicuro.” “Se riusciremo a chiamarla in tempo …” Commentò Kail con una nota di angoscia. “Dea … verrà …” Rispose Uluth, con una certezza che non ammetteva repliche. Kail non ribatté. L’anziano si chinò sul ferito, posando una mano nodosa sulla fronte che ardeva di febbre. Sibilò una preghiera o forse un commiato, poi si rialzò: non era un addio, ma una promessa muta. I due uscirono all’aria umida della sera, seguiti dal silenzio vigile di Terren.
Nel frattempo, Galeth aveva trascinato lì vicino i cadaveri dei goblin per poi scaraventarli con rabbia dentro la gabbia, richiudendo la grata con un colpo secco. Si riunirono al piccolo gruppo del popolo della palude, appostandosi a breve distanza dal centro dell’Avamposto, protetti dalla vegetazione fitta. Da lì la videro. Una luce, di un verde malato, si irradiava ovunque, filtrando tra le strutture di legno come artigli innaturali. Pareva un maligno predatore in attesa, pronto a ghermire chiunque osasse avvicinarsi. Attorno ad essa, tre possenti figure ammantate restavano immobili: sagome d’inchiostro scolpite nella notte. Per un istante, nessuno ebbe il coraggio di parlare. Poi il guerriero ruppe il silenzio. Non guardava i compagni, né gli alleati. Il suo sguardo era fisso sulla gemma.
“Prima di decidere come muoverci … dobbiamo chiarire una cosa.” Disse con voce bassa ma tagliente. “Chi prende il cristallo?” Il silenzio tornò a farsi pesante. Gli uomini della palude si scambiarono sguardi rapidi, con i loro strani occhi a doppia palpebra. Nessuno di loro si fece avanti. Era evidente che quell’oggetto li terrorizzasse quanto la minaccia che incombeva sulla loro divinità. Non era codardia, ma un istinto primordiale che urlava di non toccare ciò che la loro mente non poteva concepire. Terren distolse lo sguardo, con un’espressione di disgusto che valeva più di mille spiegazioni.
Sotto la tunica di Kail, il medaglione prese a pulsare a scottare come un tizzone ardente. Il battito si fece più forte, martellante. Il mezzelfo sembrava soffocare sotto un peso invisibile, ma la verità era più atroce: stava lottando contro il richiamo oscuro del cristallo, una frequenza distorta che risuonava in sintonia con il suo medaglione. Galeth, notando la sofferenza dell’amico, attese ancora un istante. Poi dichiarò: “Se ne nessuno se ne occupa … lo farò io.” Non era una sfida, ma una fredda constatazione.
Kail sollevò lo sguardo di scatto, come se si fosse svegliato da un incubo. Per un attimo, il bagliore verde della gemma si riflesse nei suoi occhi e il dolore causato dal suo magico pendaglio si fece lancinante. “No, non è una buona idea. Non per Galeth. Non per nessuno di noi.” Pensò tra sé, mentre le dita si serravano convulsamente sull’elsa della spada, cercando un ancoraggio con la realtà. “Me ne occupo io.” Disse infine. La voce gli uscì secca, precedendo la sua stessa volontà. Tutti si voltarono verso di lui. Kail sostenne lo sguardo del guerriero senza vacillare. Non spiegò perché. Non aggiunse nulla.
Galeth lo studiò per lunghi secondi. Non gli importava il come Kail intendesse farlo, ma il se pensava realmente di poterlo fare. “Te la senti davvero?” Chiese infine. Il mezzelfo annuì. Poi, con un sospiro appena udibile, aggiunse: “Fidati di me. Fidatevi tutti. Penso di essere l’unico qui che ha una possibilità di farlo.” Terren rimase in disparte, in un silenzio d’attesa. Galeth annuì una sola volta: la parola di Kail bastava ed avanzava per dargli ampia fiducia. Si accovacciò nel fango accanto a tutti loro e tracciò una mappa approssimativa. “Non possiamo permettere che questo posto si svegli tutto insieme …” Disse, tornando al suo solito tono operativo. “… se succede … le riserve degli uomini alati entreranno in gioco, e saremo spacciati. L’obiettivo è uno solo: arrivare lì, spezzare l’equilibrio che sembra legare quei tre alla gemma, e portarla via prima che capiscano cosa sta succedendo.”
Si voltò verso Terren. “Non voglio caos. Non ancora. Voglio che crei scompiglio, incertezza. Devi farli muovere, dubitare perfino di se stessi, ma senza farli reagire tutti insieme. Sono goblin, per fortuna … l’intelligenza non è il loro forte.” L’elfo accennò un lento sorriso d’intesa. Poi Galeth si rivolse agli uomini della palude, scegliendo parole semplici. Le più semplici che gli vennero in mente. “Voi … muovetevi in silenzio. Andate dove Terren attirerà i mostriciattoli. Prendete loro alle spalle.” Mimò un gesto rapido alla gola. “Uccideteli e sparite … la palude è casa vostra: finché resterete entro i suoi confini, sarete invisibili.” Uluth rispose con un sussurro gutturale: “No rumore. No errore.” Il guerriero annuì, ghignando astutamente.
Infine tornò a fissare Kail. “Noi due puntiamo al centro. Tu procedi davanti e io ti coprirò le spalle.” Le parole di Galeth rimbombarono nelle orecchie del mezzelfo come un’eco indistinta, ovattata da un ronzio persistente. Il ciondolo non pulsava più solo contro il petto: ora batteva fin dentro la testa, offuscandogli i sensi e rendendo l’aria pesante. Mai l’aveva sentito così forte, così vivo, così affamato.
Ogni volta che sfiorava la gemma verde con lo sguardo, percepiva un richiamo insistente, una pazienza millenaria che lo chiamava per nome. Non aggiunse nulla alle parole del guerriero.
Galeth continuò, la voce ridotta ad un soffio: “E’ molto probabile che gli uomini alati non si muoveranno. Non per primi. Ma se li costringiamo a reagire … se anche solo uno perde il controllo per un attimo …” Lasciò volutamente la frase sospesa. “… è li che entreremo.” Concluse, senza bisogno di altre parole. Indicò ancora il centro. “Ci avviciniamo mentre loro li tengono impegnati …” Fece un cenno a Terren e agli uomini della palude. “… quando saremo abbastanza vicini, io e Kail colpiremo. Veloce. Pulito. Uno cade, lui prende la gemma e la porta più lontano possibile dal campo.” Poi guardò l’uomo rettile più anziano con gravità.
“A quel punto, possiamo solo sperare che riusciate a chiamare la vostra dea e che lei sia in grado di rispondere in tempo. Altrimenti … siamo tutti morti.” “Se tu liberi … lei viene …” Sibilò Uluth, con le squame che parevano vibrare. “Se noi chiamiamo … lei viene sempre. No paura di questo.” Concluse la creatura con inquietante sicurezza. Terren annuì e svanì un istante dopo, fondendosi con le ombre circostanti. Gli uomini della palude si dispersero come nebbia sull’acqua. Galeth rimase immobile ancora un secondo, poi sfiorò il braccio di Kail. “Appena questa storia finisce, mi devi delle spiegazioni. Lo sai, vero?” Il mezzelfo sostenne il suo sguardo. Negli occhi del compagno non lesse la semplice curiosità di chi era stanco di ascoltare storie improbabili sulle sue innate virtù mistiche; vi scorse la necessità pragmatica di un soldato che doveva conoscere il peso e l’affilatezza delle armi dei propri commilitoni. Senza alcun filtro. Ne andava della sopravvivenza di tutti. Kail accennò uno stanco sorriso e annuì in silenzio.
All’inizio non fu caos, fu sottrazione. Un suono che mancava dove avrebbe dovuto esserci, un passo che non seguiva l’altro, una voce che non riceveva risposta. Kail avanzava lentamente; troppo lentamente. Davanti a lui, la luce smeraldina filtrava tra le impalcature dell’Avamposto, pulsando a intervalli irregolari, come se respirasse. I tre uomini alati erano ancora lì, immobili, le mani enormi ed artigliate posate su quella superficie innaturale. Dietro di lui, Galeth era una presenza costante, silenziosa, il cui sguardo tagliente pesava sul mezzelfo come una lama.“Muoviti”. Non lo diceva, ma Kail lo percepiva come un ordine muto. Il vero ostacolo, però, non erano le tre creature ammantate, ma quel dannato cristallo che sembrava soffocarlo ad ogni passo.
Alla loro sinistra un’ombra scivolò tra due palafitte. Un goblin si voltò, ma un istante troppo tardi. Una mano squamata gli afferrò il collo. Un rapido gesto, un suono innaturale, ed esso si spezzò come una ramo secco. Poi, di nuovo il silenzio. Gli uomini della palude erano invisibili, letali. Poco più in là, Kail percepì il passaggio di Terren: non lo vide, ma colse i segnali che solo un occhio esperto poteva notare. Uno scricchiolio portato dal vento, un sussurro appena udibile, un riflesso dove non avrebbe dovuto esserci luce. Movimenti minimi, anomalie lievi, ma seminate con precisione chirurgica. “Hai sentito?” Gracchiò un goblin verso il compagno. Nessuna risposta. Fece un passo. Poi un altro, e scomparve oltre una struttura, inghiottito dall’oscurità. Senza un suono, senza una traccia. Non tornò più. Nel frattempo il mezzelfo lottava per restare lucido. Avanzò ancora. Un piccolo passo, poi un altro. Il medaglione gli toglieva il respiro, costringendolo a portarsi la mano alla gola in cerca d’aria. Si fermò, il cuore che martellava contro le costole. “No, non un’altra volta.” Pensò, terrorizzato.
“Stai già perdendo tempo.” La voce arrivò netta, senza preavviso. Kail chiuse gli occhi per un istante, costringendosi a muoversi. “Non puoi farcela.” Il tono era piatto, una verità oggettiva che non ammetteva repliche. Nonostante provasse ad isolare i pensieri, a concentrarsi solo su quello che doveva fare, i ricordi lo travolsero come un esercito invasore. L’accampamento degli orchi. L’odore del sangue, le urla strazianti, le sue mani armate che falciavano senza pietà, incapaci di distinguere i guerrieri da donne e bambini.
“Io sì.” Sentenziò la voce, carica di una brama oscura. Kail serrò i denti e si impose di proseguire. Davanti a loro, un gruppo di goblin si muoveva più rapidamente ora. Le voci erano cambiate: non più schiamazzi, ma richiami tesi, carichi di conflitto. “Dov’è finito?” Chiamò un hobgoblin da un lato. Un suono soffocato, un tonfo sordo, e il silenzio tornò a regnare, più denso di prima. Poi di nuovo: “Chi va là?!” Un’altra colluttazione fulminea, altre ossa che si spezzavano. Il primo errore.
Il mezzelfo si irrigidì. Dietro di lui, Galeth si abbassò appena, pronto a tutto. “Sta iniziando.” Riprese la voce, come uno spillo conficcato nel cervello. Kail scosse la testa. “No.” Si disse, rifiutandosi di cedere di nuovo alla mostruosità che sussurrava dentro di lui. “Lascia che lo finisca io.” Un altro ricordo lo investì come un fiume in piena: la fortezza del Cavaliere fantasma. Il controllo che svaniva, il mondo ridotto a bersagli da eliminare, gli spettri che cadevano uno dopo l’altro. Rammentava con orrore l’attimo in cui era stato sul punto di distruggere anche Lord Ravenshadow, un’anima innocente. Solo il sacrificio della sua dama glielo aveva impedito, evitando anche che la sua anima non cedesse per sempre all’oscurità.
Kail inspirò a fondo, le labbra secche. “No.” Ribadì a sé stesso: un sussurro che era una preghiera e una sfida. “Morirete.” Il mezzelfo non rispose. Continuò ad avanzare. Ora erano vicini. Così vicini da vedere la superficie della gemma: non era liscia, ma sembrava incresparsi, mutare, come se qualcosa all’interno cercasse di emergere o risucchiare dentro. Il pendaglio di sua madre reagì di nuovo con una violenza incontrollata, un calore che minacciava di bruciargli la carne. Kail vacillò. Il passo successivo fu così incerto che, se Galeth non l’avesse afferrato per il braccio, sarebbe crollato nel fango. La presa del guerriero fu breve ma ferrea; gli rivolse uno sguardo che era una domanda muta, carica di una preoccupazione che non poteva permettersi di esprimere. Il mezzelfo annuì, mentendo a se stesso prima che all’amico.
Un rumore improvviso, metallo contro legno, squarciò il velo del silenzio alle loro spalle. Poi un urlo soffocato, e un altro ancora. La sottrazione era finita: il campo si stava risvegliando. Un goblin sfrecciò tra le palafitte, un altro gridò ordini confusi nella penombra. Una torcia cadde, incendiando le ombre. Al centro dell’Avamposto, uno degli uomini alati si irrigidì. Non si voltò, ma le sue spalle si contrassero con una lentezza inesorabile, come se una crepa invisibile avesse appena intaccato la sua concentrazione. Kail si fermò di nuovo, il fiato corto. Il medaglione lo stava ustionando. “Adesso.” Ordinò la voce. Ma il mezzelfo restò immobile. L’uomo alato inclinò appena il capo; i suoi occhi, ancora nascosti, non erano più assenti. Qualcosa lo stava richiamando alla realtà, e loro erano a pochi passi dalla gemma.
Il momento in cui tutto si spezzò fu preciso come un colpo di mannaia. L’uomo alato davanti a loro ebbe un’esitazione appena percettibile, un tremore che dalle spalle risalì lungo il collo: il legame che lo ancorava al cristallo verde si era incrinato. Kail lo notò, ma era ancora intrappolato nella sua lotta interna. Il pendaglio pulsava con talmente tanta ferocia che ad ogni battito del cuore gli risaliva in bocca il sapore acido della bile. La voce nella sua testa non si limitava più a suggerire: ora pretendeva! Gli palesava visioni di gloria e distruzione, gli offriva esiti vincenti, mostrandogli se stesso trasformato in qualcosa di più forte, più veloce, inarrestabile. “Lasciati andare. Lascia che lo faccia io. Non devi morire qui.” Il mezzelfo serrò i denti fino a farsi male, il respiro ridotto a un rantolo. Le gambe non rispondevano più. Sapeva che la voce diceva il vero, ed era proprio per questo che non poteva permetterselo.
Galeth non aspettò oltre. Si mosse come un colpo già sferrato, estraendo lo spadone con una rapidità brutale e colmando la distanza in pochi passi. La lama penetrò nella schiena dell’uomo alato non senza incontrare resistenza, tanto che il guerriero dovette usare entrambe le mani per trapassarlo fino all’elsa. Per un istante sembrò che tutto fosse finito lì: il corpo della creatura che si inarcava, si contraeva, pronto ad afflosciarsi. Invece qualcosa andò storto. La figura massiccia della creatura, con quella gobba innaturale sotto il mantello, si irrigidì di colpo. Fu come se la carne mutasse in pietra! La trasformazione risalì lungo la lama dello spadone, serrandola, inglobandola. Galeth lasciò l’impugnatura d’istinto e balzò indietro, imprecando sottovoce mentre la sua arma restava prigioniera di quella massa immobile.
Nel buio, gli altri due uomini alati reagirono. Kail e Galeth temettero per le loro vite, ma il loro attacco non arrivò. Non potevano. Il legame simbiotico con la gemma si era spezzato con la morte (o la pietrificazione) del loro compagno. Iniziarono a barcollare, simili a ubriachi intossicati da fumi velenosi. Fu in quel preciso istante che Kail afferrò la gemma. Fu un errore e una necessità allo stesso tempo. Appena le sue mani si chiusero sulla superficie ruvida del cristallo, una scarica di energia gli attraversò il corpo, violenta e lacerante. Per un battito di ciglia, la distinzione tra lui e ciò che stringeva svanì.
Vide. Non con gli occhi, ma con la mente. Vide un luogo che non apparteneva a questo mondo: un’oscurità vasta, stratificata, percorsa da presenza antiche e malevole. Furono solo frammenti di immagini, ma bastarono a portarlo sull’orlo della follia. “Un passaggio …” Commentò la voce. “Un frammento di ciò che apre la via. Questo è quel cristallo.” Kail urlò senza emettere suono. Strinse la gemma e corse via. Non sapeva dove stesse andando, sapeva solo che doveva allontanarsi, aggrappandosi all’ordine ricevuto come una nave alla sua ancora.
Dietro di lui, gli uomini alati crollarono al suolo, svuotati, privati della forza che li sosteneva. Galeth indietreggiò ancora, senza voltarsi, riguadagnando terreno mentre il campo intorno a loro esplodeva definitivamente: un’apocalisse di urla, corpi che cadevano e caos che deflagrava ad ogni angolo. Ma Kail non vedeva nulla. Correva tra le palafitte, poi nel fango viscido della palude, tra radici affioranti e acqua stagnante, senza una meta reale. Il medaglione era un sole nero nel petto e la voce cresceva ad ogni momento d’intensità. “Che cosa ne farai adesso?” Il mezzelfo strinse i denti, il silenzio come unica difesa. “Tu non sai con quali forze stai giocando. Non puoi lasciarla qui.” Sentenziò la voce. Un’immagine prese vita nella sua mente: la palude devastata, le rovine, gli uomini rettile sterminati e il cielo oscurato da ali nere e immense.
“Questa è una scheggia dell’antica Pietra della Fondazione, un legame diretto con l’Abisso, la dimora della Signora Oscura. E’ un oggetto troppo prezioso per loro, più di qualunque altra cosa al mondo. Se lo abbandoni, torneranno. E non manderanno goblin o “uomini alati”, come tu li chiami. Manderanno qualcosa che questo mondo non può fermare. Qualcosa che forse nemmeno io posso fermare. Sai a cosa mi riferisco, vero?”
Terrorizzato da parole che comprendeva solo in parte, ma si cui intuiva la portata catastrofica, Kail inciampò di nuovo. Si rialzò a fatica, riprendendo la sua corsa cieca. Era sfinito; ogni muscolo del suo corpo era un grido di dolore, ma la voce non gli concedeva trregua. “Non esiste luogo su Krynn dove tu possa nasconderla. Non c’è posto che possa proteggerla da ciò che la reclama.” Il respiro del mezzelfo si ridusse a un rantolo irregolare. La mente cominciava a cedere sotto il peso di quelle parole. “Dovrai portarla con te.” Seguì una pausa, poi un sussurro più profondo, quasi nostalgico: “E io tornerò a casa, finalmente.” Kail scosse la testa con violenza, quasi a voler espellere quel parassita mentale. “No!” Gridò, ma la parola si perse nell’umidità della palude. “Apri il passaggio.” La pressione aumentò fino a diventare insopportabile. Ormai non era più una voce quella che sentiva, ma una volontà aliena che schiacciava la sua. Kail sentì qualcosa cedere dentro di sé.
Tuttavia, fu proprio in quel preciso istante che il terreno tremò! All’inizio parve l’ennesimo inganno del medaglione, ma poi giunse il suono: un rombo antico, profondo, come qualcosa che si muoveva sotto la terra stessa. Kail si fermò, le gambe incapaci di sostenerlo ancora. Poi la palude esplose. Un boato titanico scosse la terra, sollevando colonne d’acqua, fango e radici. Un fragore così potente da spezzare ogni altro rumore. Il mezzelfo non ebbe la forza di voltarsi; la vista gli si offuscò e le energie lo abbandonarono definitivamente. Cadde nel fango con un suono sordo, mentre un’oscurità densa e fredda lo avvolgeva.
Quando la terra si aprì, nulla poté opporsi. La gigantesca Idra emerse dalla palude con la violenza di una catastrofe naturale: quattro teste da rettile si levarono furiose, simili a torri viventi che squarciavano il fumo e i detriti. Una bianca, una rossa, una blu e una nera: ciascuna emanava una forza primordiale e devastante. Alta dieci metri e lunga quasi venti, la creatura possedeva la maestosità di un drago e la ferocia di un predatore supremo. Dalle fauci bianche esplose un soffio di ghiaccio che congelò sul posto due goblin in fuga, trasformandoli in statue di cristallo. La testa azzurra scatenò fulmini che incendiarono l’aria, mentre acido e fuoco completavano la devastazione. L’Avamposto cessò di esistere in pochi istanti. Perfino gli uomini della palude restarono impietriti: raramente la dea dalle molte teste aveva manifestato il suo potere con tale, spietata risolutezza.
I goblin e gli hobgoblin vennero travolti, arsi vivi o dissolti nell’acido in una rotta disperata. Gli uomini alati, tentarono un ultimo, inutile contrattacco, unendo le loro forze oscure, ma bastarono pochi scambi perché comprendessero l’inutilità dello scontro. Uno di loro evocò un’oscurità densa come la pece, avvolgente come le ombre stesse, per coprire la loro ritirata. Prima di svanire, distrussero il corpo pietrificato del loro compagno, riducendolo in frammenti informi. Quando la nebbia nera si dissolse, della creatura non restava che lo spadone di Galeth, corroso e annerito, tra brandelli di mantello scuro. Nonostante fosse ormai quasi inutilizzabile, il guerriero lo recuperò lo stesso.
L’idra mosse le sue teste sinuose, puntando gli sguardi verso ogni direzione come se volesse divorare l’orizzonte stesso. Poi vide Galeth. Il guerriero non fuggì. Il terrore l’aveva inchiodato al suolo. Non aveva mai visto un’idra, e l’idea che averlo saputo sarebbe stata l’ultima consapevolezza della sua vita lo attraversò come un brivido freddo. Il corpo del guerriero era rigido, il respiro trattenuto, lo sguardo fisso su quelle teste che incombevano su di lui. Una di esse, quella blu, si abbassò lentamente. L’aria si fece elettrica. La creatura l’annusò e il tempo per Galeth si fermò. Poi, con un soffio d’ozono che gli spettinò i capelli, si ritrasse. L’idra passò oltre, ignorandolo.
Mentre il terreno tremava sotto il suo passo, dalle ombre della palude emersero due uomini rettile. Si avvicinarono alla creatura senza esitazione, prostrandosi in un atto di pura devozione. L’idra indugiò ancora un istante, poi, come se nulla fosse più degno della sua attenzione, si voltò e tornò alla sua tana, lasciando dietro di sé solo distruzione. Quando la quiete tornò a regnare, Terren trovò Kail poco distante. Era a terra, immobile, la gemma abbandonata nel fango a pochi centimetri dalla sua mano. “Kail …” Sussurrò l’elfo, sollevandogli il capo e controllando il respiro. Il mezzelfo riaprì gli occhi lentamente, lo sguardo perso in ricordi annebbiati. “Che .. cosa è … ” La voce gli morì in gola. Rammentava la corsa, la voce nella sua testa, ma il resto erano solo frammenti, spezzoni di immagini caotiche di un incubo senza logica. Poi vide la gemma e un brivido gli corse lungo la schiena. Non aveva ricordi limpidi su di essa, ma il solo guardarla lo terrorizzava.
Poco distante, i sopravvissuti tra gli uomini della palude si erano riuniti attorno a tre corpi distesi. Tra loro c’era Uluth. Nessuno parlava; le loro mani si posarono sui caduti con gesti delicati, mentre un canto basso, solenne e vibrante, si levava tra le nebbie. Un ultimo commiato. Kail osservò la scena in silenzio, comprendendo il peso di quel sacrificio. Uno dei due uomini rettile sopravvissuti si voltò verso di loro. “Voi fatto … grande cosa … per nostro popolo.” Indicò le rovine fumanti dell’Avamposto. “Noi … non dimenticare.” Terren fece un passo avanti, il suo volto di nuovo una maschera di freddo pragmatismo, non lasciava trasparire l’orrore appena vissuto. “Vi ringraziamo. Ma prima di andare … potete dirmi dove si trovano le antiche rovine di Xak – Khalan?” Chiese, indicando un punto imprecisato sulla mappa, e picchiettando sulla pergamena con le dita sottili. L’uomo rettile annuì, alzando un braccio verso una direzione precisa nella palude, dove la nebbia della palude pareva farsi più fitta..
“Uno di noi … guida … se voi volere andare …” Rispose la creatura. “… l’altro porta via ferito in gabbia.” Il vento tornò a muoversi tra gli alberi; la palude sembrava aver ripreso a respirare di nuovo, liberata da un male che sembrava incurabile. L’elfo annuì, riponendo le sue pergamene con gesto metodico.
Dietro di loro, la gemma giaceva ancora a terra. Intatta. Stranamente silenziosa, quasi godesse dell’ombra che proiettava sui loro cuori. Davanti a loro si spalancava un bivio che avrebbe segnato il loro destino: procedere verso i templi della città sepolta o tornare indietro e riprendere il cammino segnato da Anteus e Rashmin? Cosa avrebbero fatto i tre compagni, ora che lo sguardo del male su di loro si era fatto infinitamente più grande e terribile di quanto avessero mai osato immaginare?
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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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L’alba si sollevò lentamente sopra le rovine di Xak – Khalan, ma la luce non portò alcun sollievo. Si diffuse come un velo lattiginoso sulla palude, insinuandosi tra l’acqua stagnante e le pietre spezzate, incapace di diradare davvero l’oscurità che gravava su quel luogo. La compagnia si era destata da qualche minuto, concedendosi appena un pasto frugale. Nonostante la riluttanza nel separarsi dai cavalli, la necessità di impose con brutale chiarezza: le insidie nella palude non avrebbero lasciato scampo ai destrieri. Meglio lasciarli liberi in un piccolo pascolo posco distante; le possibilità di ritrovarli una volta tornati non erano molte, ma vederli affogare nel fango sarebbe stato un destino peggiore. Consapevoli di non sapere quanto sarebbe durato il cammino in quel marciume putrescente, i compagni si prepararono a sfruttare ogni prezioso istante di luce.
Terren si fermò prima di immergere i piedi nell’acqua. Restò immobile, lo sguardo perso tra le linee confuse della vegetazione e i profili irregolari delle rovine sommerse. Poi abbassò gli occhi sulle mappe che stringeva tra le mani: due pergamene diverse, una più vecchia e l’altra più recente, ma entrambe tracciate dalla sapiente mano elfica. Erano simili, ma non identiche. Le osservò ancora, come se potessero cambiare sotto i suoi strani occhi obliqui. “Queste mappe … “ Mormorò infine a bassa voce. “… non servono a quello che dobbiamo fare.”
Kail sollevò lo sguardo verso di lui, mentre Galeth, in silenzio, si avvicinò di un passo. Terren continuò, tracciando con un dito una linea su una delle pergamene. “Non indicano avamposti di goblin o orchi. Non segnano pattuglie, né rotte di guerra. Sono … percorsi. Luoghi attraversati. Appunti di viaggio.” Fece una pausa, poi aggiunse: “Rashminthalas e gli altri miei fratelli elfi, non le hanno disegnate per scovare forze nascoste della Regina Oscura. Le hanno lasciate in custodia a Durgan e Orsin, affinché qualcuno, dopo di loro, potesse continuare l’esplorazione.”
Notando gli sguardi incerti dei compagni l’elfo sospirò. “Rashminthalas le ha affidate a Durgan proprio per questo. Non gli servivano più. Portarsele dietro, mentre affrontava la missione di Anteus, avrebbe significato rischiare di perdere un tassello fondamentale per il nostro popolo. Un mosaico che, se un giorno venisse ricomposto, riporterebbe alla luce meraviglie dimenticate da molti, ma non da chi ancora custodisce nel cuore gli antichi dei del Bene.” Sollevò di nuovo lo sguardo verso la palude.
“Noi cerchiamo tracce di un esercito. Queste … queste portano altrove. E’ bene che lo teniate a mente.” Seguì un breve silenzio, poi concluse con un’espressione incerta: “Forse i sentieri coincidono. Forse no. Potrebbero esserci utili o portarci del tutto fuori strada. Tuttavia … se vogliamo orientarci …” Picchiettò leggermente la mappa. “… dovremo prima capire dove siamo finiti.” Senza aggiungere altro, fece un passo avanti. L’acqua gli arrivò subito alla caviglia.
Il primo contatto con la palude fu quasi deludente. Nessuna minaccia immediata, nessun segno evidente di pericolo. Solo acqua torbida, fango che cedeva sotto il peso e una nuvola insopportabile di insetti ronzanti. “Queste dannate zanzare avranno prosciugato il mio sangue prima di sera …” Esordì il guerriero, già affranto dopo nemmeno un’ora di cammino. Kail, che non se la passava meglio, suggerì di fermarsi alla successiva isola di terra ferma per verificare l’efficacia degli unguenti venduti loro da Harlven. Terren attendeva pazientemente di vedetta: l’elfo sembrava immune alle amorevoli attenzioni degli insetti di palude.
In effetti le misture che i due compagni avevano spalmato generosamente su ogni spazio scoperto del corpo parevano proteggerli, almeno in parte: l’odore acre teneva lontani gli sciami più fitti, ma non rendeva il cammino meno sgradevole. Ogni passo sollevava detriti dal fondo: foglie marcescenti, frammenti di pietra e qualcosa di viscido e molle che nessuno di loro volle identificare.
Il silenzio, tuttavia, non era assoluto. Per chi sapeva ascoltare, la palude era un coro di suoni e richiami variegati, a tratti irritanti, a volte sinistri. Terren alzava spesso una mano per arrestare la marcia al fine di ascoltarli, eppure i versi apparivano distanti, echi indistinti tra gli alberi contorti. Ed erano pochi. Troppo pochi.
L’elfo si muoveva con cautela, studiando il terreno più che la direzione. Usava la mappa come una specie di bussola concettuale, ma la sua attenzione era quasi interamente rivolta all’ambiente circostante: osservava la crescita delle radici, l’inclinazione dei tronchi e il modo in cui l’acqua stagnava in certe zone e scorreva, quasi impercettibilmente, in altre. Ogni tanto si fermava, consultava la pergamena, e la ripiegava, senza dire nulla.
Il primo segno arrivò quasi per caso. Galeth fu il primo a notarlo: un ramo spezzato, tagliato di netto e ormai annerito dal tempo. “Ehi … guardate qui. Qualcuno è passato da questa parte …” Terren annuì, ma non sembrava condividere troppo l’entusiasmo del guerriero. Poco più avanti, una corda marcita pendeva da un tronco inclinato, ormai quasi del tutto inglobata dalla corteccia. Galeth fece un segno eloquente, come a voler dire: “Te l’avevo detto che ci avrebbe portato a qualcosa.” Terren lo guardò con una punta di severità negli occhi obliqui. Poi si chinò appena: “Non è recente. A giudicare dalle condizioni, è qui da mesi. Forse anni. Tuttavia è vero: qualcuno è passato di qui, ma potrebbe trattarsi di esploratori o cacciatori di tesori. E’ ancora presto per azzardare teorie …” L’elfo passò oltre senza aggiungere altro, mentre Galeth allargò le braccia con disappunto guardando verso Kail. Il mezzelfo ricambiò con un mezzo sorriso e una pacca sulla spalla all’amico, ma il suo sguardo, subito dopo, si fece più attento.
Proseguirono per qualche altra decina di metri, finché l’acqua si fece leggermente più profonda e il fango meno stabile. Fu allora che accadde. Qualcosa di viscido e duro sfiorò la gamba di Kail: un contatto breve, freddo, che scomparve all’istante. Il mezzelfo si irrigidì, voltandosi di scatto e sguainando la spada. L’acqua però era di nuovo immobile. Solo cerchi concentrici che si allargavano adagio. Terren alzò lo sguardo, riponendo le mappe e sfilando lentamente l’arco dalla tracolla. Non era sorpreso, solo vigile. “Non siamo soli.” Bisbigliò. In quel momento, il medaglione di Kail iniziò a vibrare debolmente.
“Indietro!” Urlò l’elfo, arretrando di mezzo passo e incoccando una freccia con la velocità del pensiero. Ma non ci fu tempo. Una massa scura emerse lateralmente, spezzando la superficie dell’acqua con un colpo sordo. Un corpo lungo, muscoloso, lucido di melma, si avvolse attorno a Galeth con una velocità innaturale. Il guerriero non riuscì nemmeno a gridare: il fiato gli fu strappato via mentre la creatura lo trascinava brutalmente sotto la superficie. Poi l’acqua si richiuse e il silenzio tornò, improvviso ed insopportabile. Kail si muoveva freneticamente nell’acqua putrida, cercando un segno, un movimento, qualsiasi cosa. Ma nulla: Galeth e quella bestia serpentina sembravano semplicemente svaniti.
Finché, lentamente, iniziarono ad apparire nuovi cerchi concentrici, sempre più larghi. Kail udì l’arco di Terren tendersi fino allo stremo. Il mezzelfo agitava la spada, muovendosi in tondo, ma non sapeva dove colpire. I suoi occhi erano fissi sulla superficie torbida, cercando un’ombra o un’increspatura. Non ricordava nemmeno da quanto tempo aveva sospeso il fiato. “Dov’è?” Ringhiò, la voce incrinata dalla tensione. Terren non rispose. Era una statua di carne e legno: l’arco teso, lo sguardo fisso su un punto preciso dello specchio d’acqua. Poi, d’improvviso, la palude si spaccò!
La creatura riemerse sollevandosi quasi in verticale, svettando con buona parte del suo sinuoso corpo. Era lunga almeno otto metri, spessa quanto il tronco di un giovane albero, ricoperta di scaglie scure incrostate di fango e detriti. Il muso era quello di un anfibio, ma più affusolato, simile a quello dei rettili. Le fauci si spalancarono in un sibilo basso, rivelando file di denti acuminati e ricurvi. E, stretto tra le sue spire, c’era Galeth.
Sebbene sputasse acqua e melma, agitandosi come un toro impazzito, il guerriero era tutt’altro che privo di iniziativa. Con uno sforzo disperato, era riuscito a liberare un braccio e nella mano stringeva adesso un pugnale. Colpì una volta, poi un’altra, affondando la lama tra le scaglie, laddove la pelle appariva più tenera.
La creatura si contorse, lanciando un sibilo più acuto, quasi rabbioso. Stava Per trascinare nuovamente Galeth sotto la superficie fangosa, ma proprio in quel momento Terren scoccò. La freccia colpì di lato, penetrando tra le pieghe del corpo del mostro. Non bastò ad ucciderlo, ma l’impatto lo fece arretrare quel tanto che servì al guerriero per recuperare l’equilibrio e non sparire negli acquitrini.
“Kail!” Gridò il guerriero allo stremo delle forze. Il mezzelfo non esitò. Si lanciò in avanti nell’acqua, affondando fino al ginocchio, e vibrò un colpo con tutta la forza che aveva in corpo. La lama morse la carne e questa volta il serpente reagì davvero: il corpo si tese allo spasmo, le spire si allentarono per un attimo.
Bastò quel secondo. Galeth crollò in acqua con un tonfo pesante, aspirando aria nei polmoni con un rantolo spezzato, mentre cercava di allontanarsi dalla bestia. Tuttavia, la creatura non insistette. Per un istante rimase immobile, metà del corpo fuori dall’acqua, oscillando leggermente come se li stesse studiando o percependo la loro pericolosità. Poi, con un movimento improvviso, si lasciò ricadere e svanì nelle profondità torbide.
Il silenzio tornò, ma era diverso, carico di adrenalina e paura. Per qualche secondo nessuno parlò. Si udiva solo il respiro affannoso di Galeth e il lento sciabordio dell’acqua che tornava a calmarsi. Terren abbassò l’arco, senza rilassarsi. Kail rimase con la spada sollevata ancora qualche istante, scrutando la superficie. Quando fu certo che il mostruoso serpente non sarebbe tornato, si rivolse al compagno: “Come stai? Tutto bene?” “Otto metri …” Mormorò Galeth, tossendo e sputando un misto di acqua e melma. “E non era nemmeno affamato.” Kail accennò un sorriso a quella che pareva una battuta per sdrammatizzare l’evento. Tuttavia Terren, dopo aver osservato attentamente la palude e le rovine che emergevano appena dalla nebbia, aggiunse cupo: “No. Era solo … a casa.”
In quel momento, tutti e tre compresero la stessa verità: non stavamo attraversando un luogo abbandonato, stavano violando in un territorio. E prima o poi avrebbero pagato un prezzo.
Prima di riprendere il cammino, Terren chiuse gli occhi, respirando a fondo diverse volte per ritrovare il centro. Si trascinò nell’acqua fino a un punto in cui la fanghiglia melmosa si faceva meno profonda. Lì, dove gli alberi contorti e marcescenti si facevano più fitti, l’elfo sembrò puntare verso uno di essi. Si fermò innanzi a un tronco le cui radici erano immerse nell’acqua scura. Per un attimo restò immobile, poi sollevò una mano e ne toccò la corteccia ricolma di muschi, chiudendo di nuovo gli occhi. Scolopendre ed insetti di ogni sorta strisciarono sulle sue dita, facendo aggrottare la fronte di Galeth per il disgusto, ma Terren non si ritrasse. Anzi, iniziò a sussurrare qualcosa.
Non era una parola isolata, né una frase compiuta. Era un suono basso e ritmato, fatto di pause e inflessioni strane, come se stesse cercando una corretta risonanza più che trasmettere un significato. Kail osservò senza intervenire, ma non riuscì a non sgranare gli occhi, quando un ramo sembrò muoversi appena, emergendo dall’acqua come in risposta a quel richiamo. Il mezzelfo non conosceva quella lingua, ma ne riconobbe il tono per istinto: Terren non stava lanciando un incantesimo o impartendo un ordine alla pianta. Stava chiedendole aiuto. L’elfo rimase così per qualche istante, immobile, con la mano appoggiata al tronco. Poi riaprì gli occhi. Non disse nulla. Si limitò a guardarsi attorno come se il paesaggio fosse cambiato o avesse finalmente colto un dettaglio prima invisibile.
Galeth incrociò lo sguardo di Kail, accennando con il mento verso il loro compagno. “Lo fa spesso?” Sussurrò. Il mezzelfo scosse leggermente la testa. “Non lo so.” Rispose piano. “Ma credo … che stia cercando qualcosa.” Galeth si voltò, determinato: “Beh, chiediamoglielo. Dovremo pur sapere come intende procedere e cosa aspettarci. Non ho intenzione di finire un’altra volta tra le spire di una bestia simile.” Kail non sembrava convinto, ma alla fine lo lasciò fare.
“Ehi Terren … vorresti spiegarci cosa stai facendo? Sappiamo che cerchi di orientarti, ma onestamente non capiamo come.” L’elfo sollevò la testa dalle mappe, come se stesse cercando in esse una conferma a ciò che l’albero gli aveva appena sussurrato. Poi rispose asciutto: “Noi elfi dei sentieri, non cerchiamo direzioni come fanno gli scout umani … o i mezzelfi.” Fece scorrere lo sguardo tra la pergamena, la palude e Kail. “Abbiamo appreso che questa zona è abitata, che è territorio di qualcuno. Ed è questo dettaglio che ci permetterà di orientarci.” Si concesse una pausa intensa. Poi riprese. “Queste mappe … non indicano una strada, ma un luogo specifico. Una zona delimitata: ampia, ma non immensa come questa distesa in cui vaghiamo ora. Mostrano dove qualcuno è già stato … e le piante e gli animali che abitano qui lo ricordano.” Ripiegò di nuovo le carte.
“Se troviamo gli stessi segni, sapremo dove siamo.” Disse, tamburellando le dita sulla pergamena. “Ma solo chi vive qui può portarci laggiù. Andiamo, da questa parte.” Terren scartò di lato, affondando uno stivale nell’acqua che ormai gli arrivava al ginocchio. Galeth inarcò un sopracciglio e guardò di nuovo Kail. “Tutto chiaro. Facile, no?” Commentò sarcastico, mentre schiacciava un insetto grande come un pollice che gli stava risalendo il braccio. Il mezzelfo sospirò. Sapeva bene invece che sarebbe stato molto difficile.
Terren procedeva lentamente su un terreno che pareva mutare sotto i loro piedi. L’elfo non appariva semplicemente guardingo, ma teso in un ascolto assoluto, come se i suoi sensi cercassero di captare segnali invisibili: una scia da seguire, a metà tra il materiale e l’immateriale. Finché l’ambiente non cambiò davvero.
Non fu un mutamento brusco, ma percettibile: il fango divenne più compatto, meno vischioso; le radici putride lasciavano spazio a passaggi più larghi, come se qualcuno avesse tentato più volte di attraversare quel tratto. Non era un sentiero, ma era stato usato come tale. Kail si chinò, osservando una zona dove l’acqua ristagnava in modo innaturale. “Passaggi ripetuti.” Commentò. “Sempre nella stesse direzione.” Terren annuì, senza rallentare. Finché Galeth scorse qualcosa di semisommerso nel fango: il primo oggetto metallico ossidato da quando erano entrati nella palude!
“Da questa parte.” Esclamò, richiamando i suoi compagni. Quando Kail e Terren lo affiancarono, egli mostrò loro i resti di un piccolo corpo. “Goblin …” Sussurrò, raddrizzando la schiena con il volto tirato. L’armatura era ancora riconoscibile, ma deformata, come schiacciata in più punti da una forza immane. Le ossa sottostanti erano fratturate, alcune completamente polverizzate. Non c’erano tagli. Non c’erano frecce. Solo i segni di impatti violenti e definitivi.
Terren iniziò a guardarsi attorno, seguito da Kail e Galeth. Fu allora che ne trovarono altri. Molti altri. Alcuni morti da molto più tempo, ridotti a scheletri bianchi. Altri più recenti, con lembi di pelle ancora attaccati alle ossa. Ma tutti erano stati uccisi allo stesso modo: nessuna battaglia, nessuna difesa, solo un annientamento silenzioso ed invisibile. Come se i loro aguzzini fossero apparsi dal nulla.
Galeth deglutì, ripensando alla creatura serpentina che lo aveva quasi stritolato. Pensò a quanto era stato fortunato. Tuttavia, Terren, indovinando i suoi pensieri, scosse il capo: “Questi goblin sono stati uccisi in maniera organizzata. Non è stata l’opera di un serpente di palude.” Galeth lo osservò, poi contrasse le labbra. “Se volevi rincuorarmi, non ci sei riuscito.” L’elfo rimase imperscrutabile. “Non volevo affatto rincuorarti, solo avvertirti: se ci sarà un altro combattimento, potrebbe essere peggiore di quello che abbiamo affrontato prima.” “Com’è che ogni volta che parli non so mai cosa augurarmi?” Sbottò Galeth allargando le braccia. Kail sorrise, superando l’amico per seguire l’elfo.
Bastarono poche altre decine di passi perché apparisse il primo Avamposto tra i resti di una costruzione crollata. Pali infissi nel terreno, corde spezzate e una piattaforma rialzata ormai inclinata su un lato. Qualcuno aveva tentato di costruire una palafitta sopra il livello dell’acqua. Galeth osservò le giunture del legno. “Lavoro veloce, ma non improvvisato.”Disse, mentre esaminava i resti del rozzo edificio. Kail indicò il focolare spento. “Non erano di passaggio. Questa costruzione era pensata per durare.” Terren si fermò innanzi ad un palo segnato da un’incisione grezza: un marchio militare. “Questo è stato il primo Avamposto costruito dai goblin e dagli hobgoblin … prima che qualcuno arrivasse e li massacrasse tutti.”
Kail annuì pensieroso. Poi Galeth aggiunse: “Sembra che Anteus avesse ragione. Ci sono stati movimenti di goblin in questa zona, solo che qualcuno non ha affatto gradito la loro presenza.” Terren confermò. “Seguiamo questa scia, vediamo se l’oscurità si è ritratta o se ha provato ad insediarsi più a fondo nella palude.” I suoi compagni furono d’accoro, così ripresero il cammino.
Più avanzavano, più i sospetti dell’elfo trovavano conferma. Le forze di Takhisis non erano solite arrendersi facilmente. Il secondo sito che incontrarono non era un semplice accampamento, ma un tentativo di fortificazione migliorato, concepito per resistere ad un assedio. Avevano scelto una zona leggermente rialzata, iniziato a disboscare e a tracciare un perimetro. Ma l’opera non era mai stata completata. I pali erano inclinati o spezzati a metà, il terreno segnato da scavi interrotti bruscamente. “Qui si sono fermati.” Disse Kail, fermandosi accanto ad uno scavo. “O sono stati fermati.”
Terren cercò di decifrare se la morte che aveva colto gli occupanti di quel secondo sito fosse stata diversa da quella osservata nel precedente Avamposto, ma i segni erano gli stessi: un annientamento totale, rapido e brutale. Tuttavia, fu Galeth a trovare l’indizio più inquietante. All’inizio sembrava un pezzo di cuoio marcio, ma poi, ad un esame più attento, il guerriero capì che si trattava di altro. Era rigido, spesso, e quando lo sollevò si piegò in modo innaturale, mantenendo una forma curva e membranosa. Vedendo il loro compagno in difficoltà, sia Terren che Kail lo raggiunsero subito. Il medaglione nascosto del mezzelfo emise un lieve, fastidioso calore che si propagò proprio mentre si avvicinava al guerriero.
L’elfo osservò quel reparto con un silenzio carico di disgusto. Poi lo prese tra le mani con estrema cautela. La superficie era liscia in alcuni punti, ruvida in altri, come se fosse stata strappata via con violenza inaudita. Kail lo guardò con un misto di attenzione e diffidenza: quando le sue dita sfiorarono la membrana, quel contatto gli fece rizzare i peli sulle braccia.“Che cos’è?” Domandò infine. Terren non rispose subito. Fece scorrere i polpastrelli lungo il bordo lacerato della membrana. Poi disse piano: “Sembra … il pezzo di un’ala.” I tre compagni ebbero un fremito che li raggelò. Tutti avevano formulato lo stesso pensiero, ma nessuno aveva osato dargli voce: le creature come Galen Dracos! Quei rigonfiamenti sulle loro spalle potevano davvero essere ali.
Se così fosse stato, quelle non erano semplici pattuglie: si trattava di un contingente feroce, comandato da creature massicce, dotate di poteri magici spaventosi e, a quanto pareva, persino alate. “Avevano un comandante quindi.” Azzardò Galeth, rompendo il silenzio. “Si, e un obiettivo preciso.” Rispose Kail, asciutto. Il mezzelfo decise di non abbandonare quel resto raccapricciante: la avvolse in un panno di cuoio e lo infilò nello zaino. Poi ripresero il cammino. Mentre uscivano dal perimetro di quel secondo, sfortunato Avamposto, notarono delle tracce interessanti.
Attorno ai corpi martoriati di goblin e hobgoblin, c’erano i segni di uno scontro ravvicinato, ma soprattutto delle impronte. Non appartenevano ai goblin, né agli hobgoblin: erano allungate, profonde e impresse nel fango con una forza ferina. Impronte a tre dita! Era assai probabile dunque, che le forze d’invasione avessero destato l’attenzione di altre creature che vivevano in queste paludi da tempo immemore. Esseri che evidentemente non amavano essere disturbate. Creature che potevano, anche in quel preciso momento, rimanere nascoste nell’ombra a osservarli, mimetizzate nel loro ambiente naturale, in attesa del momento migliore per trucidare anche loro.
La minaccia era palpabile, un peso che gravava sulla pelle di tutti. “Che facciamo?” Domandò Galeth, guardandosi intorno con inquietudine. “Ho una brutta sensazione … come se qualcuno mi stesse spiando, aspettando solo un mio passo falso per spaccarmi la testa come ha fatto con quei mostriciattoli laggiù.” Terren incrociò le braccia, lo sguardo fisso verso l’oscurità. “Mi sembra confermata ormai la presenza organizzata di goblin a Xak – Khalan. E’ probabile, inoltre, che a guidarli ci siano creature ben più intelligenti, misteriose e potenti: gli uomini alati. A questo punto, Kail, la decisione spetta a te. Continuiamo ad esplorare o torniamo sui nostri passi?”
L’elfo aveva cercato di mantenere un distacco asettico, ma Kail intuì che, nel profondo, Terren desiderasse proseguire. Era un richiamo atavico il suo: quella città, sebbene ormai inghiottita dal fango e dai miasmi più mefitici, esercitava ancora un fascino magnetico sulla sua stirpe. Era un’eco ancestrale che risuonava tra le rovine degli antichi templi del Bene, un tempo splendenti e imperituri, che ora giacevano sommersi. Kail rimase in silenzio per un istante, poi rispose risoluto: “Dobbiamo recuperare e registrare ogni attività sospetta avvenuta dopo la perlustrazione di Anteus e Rashmin di tre anni fa. Ogni informazione che riporteremo potrebbe rivelarsi vitale.” “E allora proseguiamo.” Disse Galeth, compiendo il primo passo. Si rimisero in cammino, lasciandosi alle spalle il massacro del secondo Avamposto.
Dopo circa un’ora di marcia tra sciami di insetti e acquitrini stagnanti, la superficie della palude tremò. Fu un sussulto impercettibile sotto lo strato di fango compatto, ma Terren lo colse all’istante. Si arrestò di colpo, sollevando una mano per imporre il silenzio. Non ebbe il tempo di dare l’allarme: il terreno esplose! Un’enorme massa scura emerse con violenza dall’acqua putrida, proiettando schizzi di melma in ogni direzione. Lo scorpione era gigantesco, lungo almeno quattro metri. Il suo carapace nero brillava di sinistri riflessi verdastri, mentre le chele, larghe quanto scudi da torre, fendevano l’aria alla ricerca di carne viva. La coda arcuata terminava in un pungiglione lucido, gocciolante di veleno.
Kail fu il primo a reagire: sguainò la spada e arretrò di mezzo passo. “Arriva!” Urlò, incitando i compagni di allargarsi. La creatura si mosse con una rapidità innaturale per una bestia di quelle dimensioni. Una delle chele scattò in avanti, cercando di afferrare Galeth, che riuscì a deviare il colpo con il suo spadone; l’impatto, però, fu tale da farlo indietreggiare, piantandolo nel fango fino al ginocchio.”E’ più veloce di quanto sembri!” Ringhiò il guerriero, serrando i denti.
Terren era già in posizione. L’arco era comparso tra le sue mani come per magia, e la prima freccia partì quasi invisibile. Il dardo colpì il carapace con un rintocco secco, rimbalzando senza scalfire la corazza. “Cercate i punti molli!” Avvertì l’elfo. “Giunture e occhi!” Kail non se lo fece ripetere. Scivolò di lato, cercando di aggirare il mostro mentre quello si concertava sul compagno. L’acqua alle caviglie ostacolava ogni movimento, ma riuscì a potarsi abbastanza vicino da colpire. Affondò la lama tra due placche del carapace, vicino all’attaccatura di una zampa. La creatura reagì con uno scatto violento, emettendo un suono stridulo, a metà tra un sibilo e un rantolo, e calò la coda su di lui con una violenza brutale.
Kail si gettò di lato all’ultimo istante, sentendo il pungiglione passargli a pochi centimetri dal volto prima di conficcarsi nel fango. “Attento alla coda!” gridò, rialzandosi a fatica. Galeth colse l’attimo. Con un grido gutturale si avventò sulla creatura sbilanciata, calando lo spadone con tutta la sua forza su una delle chele. Il colpo non la spezzò, ma la forza dell’impatto costrinse lo scorpione ad arretrare. La risposta fu immediata: l’altra chela scattò in avanti e riuscì a colpire Galeth di striscio al fianco, trascinandolo parzialmente verso di sé. Il guerriero si liberò prima che la presa si chiudesse del tutto e diventasse letale, ma il dolore gli strappò un gemito.
“Dannazione …” Il sangue iniziò a scorrere tra le maglie dell’armatura. Terren incoccò un’altra freccia, prendendo un respiro profondo per rallentare il battito. Mirò agli occhi e poi scoccò. Il dardo sfrecciò quasi guidato da volontà divina e questa volta si conficcò in uno dei piccoli bulbi neri. Lo scorpione si ritrasse con un sussulto violento, scuotendo la testa e sollevando la coda in un movimento frenetico. “Ora!” Gridò l’elfo. Kail, ignorando il fango che gli imprigionava i piedi, scattò in avanti. La sua lama penetrò più a fondo tra le placche, strappando un altro verso acuto alla bestia.
La coda sferzò ancora l’aria, ma Galeth era pronto. Scartò di lato lasciando che il pungiglione colpisse il vuoto, e nel breve istante in cui l’appendice rimase bassa, calò lo spadone con tutta la forza che gli restava. Il colpo non recise la base della coda, ma la martoriò gravemente. Lo scorpione, disorientato e ferito a morte, iniziò a contorcersi. Unì’ultima freccia di Terren e gli attacchi coordinati di Kail e Galeth posero fine alla resistenza. Con un sussulto finale, le zampe si contrassero per poi afflosciarsi nel fango, sollevano un’onda lenta che si disperse nel silenzio improvviso della palude. Per qualche istante restarono immobili.
Poi Kail rinfoderò lentamente la spada, respirando pesantemente. “Questo posto non smette mai di sorprenderci …” Terren abbassò l’arco, lo sguardo ancora vigile. Galeth invece barcollò, stringendosi il fianco. “Come stai? Sei ferito?” Chiese il mezzelfo con una nota di preoccupazione. “Non è niente, è solo un graffio. Se ci avesse preso con il pungiglione, ora non saremmo qui a parlarne.” “Tieni, usa questo.” Gli disse l’elfo, grattando da un albero un muschio putrido e maleodorante. Il guerriero lo guardò perplesso, ma fece come gli era stato consigliato. Si concessero qualche minuto di riposo prima di riprendere la marcia.
Per la mezz’ora successiva Terren non pronunciò parola, mentre la palude sembrava richiudersi alle loro spalle, indifferente al sangue versato. Poi, il paesaggio mutò: lo spazio si fece più aperto, segno evidente che l’area era stata intenzionalmente ripulita dalla vegetazione circostante. Quando apparve il terzo Avamposto, ogni dubbio svanì. Nonostante la struttura fosse stata concepita per risultare ancor più coriacea delle precedenti, con rinforzi incrociati, pali conficcati in profondità e una disposizione che suggeriva una strategia pensata e coordinata, tutto era stato letteralmente frantumato con una violenza tale che non poteva appartenere ad uno scontro tra umanoidi. Non c’erano linee di difesa cedute o punti deboli sfruttati. C’era solo una distruzione totale, brutale e assoluta.
“Ehi venite qui.” Esordì Galeth, la voce ridotta ad un sussurro. “Guardate.” Il guerriero indicò una traccia nel fango: una lunga strisciata, interrotta e ripresa più volte, lasciata dai presunti aggressori . Kail iniziò a seguirla con lo sguardo, cercando di capirne la direzione. Terren, invece, rimase dov’era, intento a contemplare un’altra zona del campo di battaglia, perso nei suoi pensieri. Il mezzelfo la identificò quasi subito: una macchia scura, diversa, più densa. Non era sangue di goblin o hobgoblin. Si avvicinò e si inginocchiò, sfiorando il bordo ormai secco della pozza. “Anche loro hanno sanguinato, allora …” Bisbigliò, riflettendo tra sé. “… solo che hanno portato via i corpi dei loro caduti. Questo mi fa pensare ad una civiltà organizzata, non a dei predatori selvaggi o a creature infami come i goblin, prive di rispetto per i propri morti.”
Poco distante, l’elfo si rialzò, spostandosi con circospezione per cercare conferme nel terreno sconvolto. Probabilmente il suo udito elfico gli aveva permesso di sentire le parole sussurrate da Kail venti passi più indietro, ma era assorbito da qualcosa che non gli concedeva distrazione. Rimase immobile a fissare il suolo, quasi pietrificato. Un’impronta gigantesca, ormai colma d’acqua stagnante, si imponeva come un marchio indelebile: una testimonianza di un movimento possente e devastante. Non era solo grande; era sbagliata. Sproporzionata rispetto a tutto ciò che li circondava. Terren richiamò a sé i compagni con un gesto secco.
Kail si passò una mano sui capelli umidi, lo sguardo fisso su quella cavità nel fango. “Un … un drago?” Azzardò terrorizzato. Terren scosse lentamente la testa. “No. Ma è qualcosa di altrettanto pericoloso e letale.” Kail sospirò, aggiungendo piano: “Qualunque cosa sia … non è qualcosa contro cui si può combattere apertamente.” Galeth non rispose subito. Stava osservando i resti delle difese. Valutando e misurando ogni cosa con l’occhio del soldato navigato. “Hanno retto …” Esordì infine. “… per un po’ almeno.” Indicò una delle strutture laterali ancora parzialmente in piedi. “Vedete? Qui li hanno respinti.” Si spostò di qualche passo, indicando un’altra zona dove il fango era stato calpestato furiosamente. “E qui hanno tentato di contenere l’urto. Hanno lottato, non sono fuggiti.”
Kail lo guardò, confuso. “Quindi?” Galeth si voltò verso l’impronta mostruosa. “Quindi i difensori dell’Avamposto stavano vincendo. Ma non sapevano che qualcosa di molto più terribile dei loro aggressori stava arrivando alle loro spalle.” Il silenzio che seguì fu più pesante della nebbia che si stava alzando. Terren si accucciò lentamente, senza sfiorare il terreno, come a non voler disturbare un equilibrio già precario. “Non è un predatore casuale …” Disse cupo. “Questo è il suo territorio.” Sollevò lo sguardo verso il cuore della palude, dove l’acqua si faceva più torbida. “Proprio come è capitato a noi con le creature di prima … i goblin si sono spinti troppo oltre. Sono entrati nella sua casa.”
Fu allora che qualcosa si mosse nelle acque intorno a loro. Il medaglione di Kail ebbe un fremito improvviso, un avvertimento muto ma vibrante. Il mezzelfo mise subito tutti in guardia, portando la mano sull’elsa della spada. Terren strinse l’arco, mentre Galeth sfoderò lo spadone per metà, l’acciaio che mandava un riflesso opaco nella nebbia crescente.
Quando gli uomini rettile emersero, lo fecero senza fretta. Uno alla volta. Silenziosi come spettri. La loro pelle scura rifletteva appena la luce fioca dalla palude, rendendoli quasi invisibili tra le radici. Gli occhi, dotati di doppia palpebra, erano fissi, attenti, privi di qualsiasi espressione leggibile. Avevano corpi snelli ma muscolosi, ricoperti di scaglie dure come il ferro; le mani palmate terminavano con dita adunche ed artigliate. Era chiaro che non temevano quel manipolo di stranieri, né tantomeno i goblin.
Quello più grande avanzò di una passo. Osservò Terren più a lungo degli altri, come se avesse già visto creature della sua specie. Poi parlò e la sua voce grattò l’aria come pietra su pietra. “Voi … non mostriciattoli.” Disse, indicando con la mano il basso per sottolineare la scarsa statura dei goblin. Le parole erano lente, modulate con fatica. “Nemmeno … uomini con ali.” Kail fece un passo avanti, senza abbassare la guardia. “No. E voi chi siete?” La creatura portò una mano al petto squamoso. “Noi … popolo della palude.” Fece una pausa, cercando i termini adatti nella lingua comune. “Noi … servire … dea dalle molte teste …”
La frase rimase sospesa nell’aria umida, carica di un presagio oscuro che nessuno di loro voleva davvero affrontare. Kail aggrottò le sopracciglia, la mano sempre più stretta sull’elsa. “Spero non vi stiate riferendo a … a Takhisis.” Mormorò, abbassando volutamente il tono della voce nel pronunciare il nome della Regina Oscura. Guardò Galeth con la coda dell’occhio, comunicandogli silenziosamente di restare pronto a tutto. La creatura lo fissò coni occhi immobili e vitrei. Sbatté un paio di volte le doppie palpebre, poi riprese: “Amoth non sa … Amoth si scusa … vostra lingua difficile. Amoth imparata in anni … sentendo visitatori della palude.”
Terren alzò una mano, facendo segno a Kail e Galeth di rilassarsi: quella gente non sembrava nemmeno conoscere il nome di Takhisis. La “dea dalle molte teste” doveva essere sicuramente qualcos’altro: una forza antica e primordiale, una divinità locale radicata in quel luogo nascosto e dimenticato. “E’ stata lei a fare tutto questo?” Domandò l’elfo, indicando con un movimento circolare della mano i resti devastati dell’Avamposto. Amoth seguì il suo gesto, poi annuì. “Noi cacciato mostriciattoli prima. Questo no.” Fece una pausa intensa. “Questo … dea dalle molte teste.”
I tre si scambiarono uno sguardo eloquente. Poi si allontanarono di qualche passo per parlare tra di loro. “Gli invasori hanno provato più volte ad insediarsi nella palude.” Osservò Galeth. “Prima ai margini, poi sempre più all’interno, investendo ogni volta più risorse.” Kail annuì. “E sono stati sempre respinti.” Terren rimase in silenzio per qualche istante, lo sguardo rivolto all’interno della palude. “Qui non sono stati respinti.” Sussurrò infine. “Solo contenuti … e quando il popolo della palude non è più riuscito a fare nemmeno quello, qualcosa si è risvegliato e ha spazzato via ogni cosa.” Galeth e Kail concordarono con la ricostruzione dell’elfo. “E adesso?” Domandò il guerriero. “E adesso dobbiamo scoprire cosa è successo dopo.” Dichiarò Terren, tornando dagli uomini rettile.
L’abile scout mostrò loro le mappe. Amoth, nonostante una palese diffidenza, gli permise di avvicinarsi. “Questi luoghi … “ Mormorò l’elfo indicando le carte. “… sono da quella parte?” La creatura osservò a lungo i segni, poi tese un artiglio verso una direzione leggermente più a nord. “Pietre antiche ... luogo vecchio.” Cercò le parole con fatica. “Stessa strada … dove dea dalle molte teste riposa.” Terren richiuse lentamente i fogli e si defilò, perso nei suoi pensieri.
Galeth e Kail si avvicinarono a loro volta. Notando che l’uomo rettile si irrigidiva a ogni loro passo, si fermarono a debita distanza. “Abbiamo capito che siete stati voi a respingere i goblin e gli uomini alati nei primi sue Avamposti.” Esordì il mezzelfo schiarendosi la voce. “Mentre … la dea dalle molte teste … ha distrutto questo. Cosa è successo poi? Qualcuno è sopravvissuto? Hanno proseguito la loro marcia?” La creatura li osservò attentamente. “Noi non sappiamo. Molti di loro fuggire via … alcuni a nord … zona di casa di dea dalle molte teste … proibita per noi.” Kail annuì, come se avesse capito ogni cosa.
Galeth però non sembrava convinto. “Ehi Kail, senti. Siamo venuti qui per capire se c’erano avamposti.” Fece un gesto stizzito verso le rovine circostanti. “Ora lo sappiamo. Cosa cambierebbe se continuassimo ad addentrarci nella palude e ne scoprissimo degli altri?” “Cambierebbe ogni cosa.” Intervenne Terren senza voltarsi. “Se esiste un Avamposto organizzato che non è stato distrutto né da loro e né dalla loro dea, dobbiamo sapere perché. Potrebbe ribaltare l’intera nostra strategia futura.” Galeth storse la bocca. “Chissà perché immaginavo avresti detto una cosa del genere.” L’elfo lo guardò, come se non capisse il punto. “Ma dai, Terren. E’ da quando hai messo piede in questo fango che non vedi l’ora di saperne di più su quelle rovine. Capisco il tuo interesse, ma questa missione non contempla la visita ad antichi templi del Bene. Dovresti restare lucido.”
L’elfo lo fissò con una calma imperturbabile, limpida come il mare dopo una tempesta. “Comprendo i tuoi dubbi, Galeth. E’ vero: la mia natura mi spinge verso quei luoghi nascosti, ma la mia non è solo un’affinità elettiva. Io sento che è lì che risiedono le nostre vere armi contro l’oscurità. Negli antichi templi di Mishakal a Xak – Tsaroth e in quelli di Paladine a Xak – Khalan. Se gli dei del Bene ci offrono una via, ritengo sia saggio coglierla. Siamo davvero molto vicini a risolvere questo enigma.” Il guerriero non lo interruppe, ma la sua stizza non si stemperò affatto. Entrambi si voltarono verso Kail: spettava a lui l’ultima parola.
“Non abbiamo alternative. Dobbiamo proseguire.” Sentenziò il mezzelfo con voce ferma. “Come ho già detto ore fa, dobbiamo registrare la situazione attuale, dopo i tre anni di silenzio dal passaggio di Anteus. Abbiamo scoperto che i tentativi di infiltrazione da parte delle forze oscure sono stati molti e che sono stati respinti solo grazie ai nostri improbabili alleati e alla loro dea. Tuttavia, la nostra esplorazione resterebbe incompleta se tornassimo indietro ora.” Si voltò verso Galeth. “E se gli uomini alati avessero trovato un modo per aggirare la creatura? Per rimanere invisibili al suo sguardo? Il popolo della palude non si è mai spinto oltre questo punto e a qualche centinaio di metri da qui potrebbe esserci letteralmente qualunque cosa. Non possiamo lavarcene le mani: dobbiamo sapere.”
Terren annuì, ma Kail non aveva ancora finito. “Tuttavia, Galeth ha ragione su un punto: non sacrificherò la missione per inseguire i tuoi richiami spirituali, Terren. Questa ricognizione è troppo importante per subordinarla a Templi che forse oggi sono solo polvere dispersa nel fango. Devo chiedertelo chiaramente, quindi: intendi ancora guidarci verso l’obiettivo principale?”
L’elfo rimase un momento in silenzio, poi chinò il capo. “Vi guiderò. La mia lealtà non è in discussione. La missione, per la quale mi hai liberato dai ceppi, verrà sempre prima dei miei obiettivi personali. Hai la mia parola.” Kail annuì, soddisfatto. “Bene. Prepariamoci allora.” Terren si voltò avvicinandosi di nuovo ad Amoth. “Spero di rivedervi un giorno, popolo della palude.” La creatura sembrò abbozzare un sorriso su un volto largo e sformato, simile a quello di una rana. “Visto altri come te … innocui … ospiti … amici di piante e di animali ... no paura tu qui … se tua gente andata verso Pietre Antiche … dea permesso. Però … prudenza … noi abbiamo portato molti doni per sfamarla nelle ultime lune … ma lei mai venuta.” Terren aggrottò le sopracciglia ma non disse nulla.
Poi la creatura si batté due volte il pugno sul petto e tornò dalla sua gente, scivolando via come un’ombra nell’acqua. In pochi istanti il gli uomini rettile erano scomparsi. Il vento, o ciò che poteva esserlo in quella palude immobile, attraversò l’acqua senza incresparla. Kail espirò lentamente, poi accennò un mezzo sorriso stanco. “Andiamo?” Domandò verso l’elfo. Terren si voltò verso la palude più fitta, verso il pantano in cui il silenzio sembrava più denso. “Andiamo.” Rispose senza esitazioni.
Poco prima che la vegetazione cedesse il passo alla devastazione, i tre rallentarono, trattenuti da qualcosa che non apparteneva al paesaggio naturale della palude. Tra le acque basse e il fango compatto giacevano carcasse lasciate con una disposizione quasi rituale: un grande serpente palustre ormai gonfio e scolorito, il carapace vuoto di uno scorpione gigante, e resti più piccoli, come scarafaggi delle paludi e ragni acquatici, parzialmente inghiottiti dalla melma. Terren si accovacciò, sfiorando appena un osso levigato, mentre il suo sguardo correva oltre, verso la linea spezzata degli alberi abbattuti.
“Non sono morti qui per caso.” Mormorò. Kail annuì lentamente, comprendendo prima ancora di dirlo: quelle erano offerte lasciate dal popolo della palude per nutrire la loro dea, ma nessuna era stata toccata da mesi. Galeth avanzò a fatica, stringendo la mascella. “Allora la creatura … “ Iniziò cupo. “… ha smesso di venire qui a nutrirsi. Il che è piuttosto strano. Non perdiamo tempo. Procediamo.” Tagliò corto, scavalcando un tronco e prendendo la testa del gruppo. La luce del giorno stava velocemente calando e sarebbe stato saggio sbrigarsi a trovare un ridosso sicuro per riposare e riprendere le forze, viste quante tessere iniziavano a non incastrarsi più in quel mosaico di morte, distruzione e strane assenze.
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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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“Ho bisogno di chiederti una cosa.” Disse Kail a bassa voce. Terren inclinò appena il capo, segno che stava ascoltando, ma non rallentò il cavallo. Il mezzelfo allungò una mano, indicando il margine della strada alle loro spalle. “Quel segno, lì sulla pietra …” Inspirò profondamente nel tentativo assai vano di cacciare via l’ansia che pensava di essersi lasciato alle spalle, tra le terre di Solamnia. “… lo hai mai visto?”
Terren non rispose subito. Il suo sguardo scivolò oltre Kail, tornando per un attimo verso il punto indicato. Non sembrava mosso da curiosità, quanto dal tentativo di recuperare un ricordo specifico. “Si.” Disse infine. Una sola parola, ma priva di esitazione che gelò il sangue del mezzelfo. Kail serrò appena la mascella.
“Ma raramente …” Continuò l’elfo.”… e mai lontano da luoghi abitati.” Si voltò verso di lui. “Ne ho visto uno a Staughton. E un altro nei pressi di New Ports.” Galeth, che procedeva poco più indietro, spronò il cavallo quel tanto che bastava per ascoltare senza risultare invadente. Il mezzelfo rimase in silenzio per un istante: quella risposta era l’ultima cosa che avrebbe voluto sentire.
“Non è un segno qualunque …” Disse infine. Terren lo fissò, aspettando qualche dettaglio in più. Comprese subito che quel simbolo non era un semplice graffito, ma il vessillo di qualcosa di pericoloso, ed insieme oscuro. Fu Galeth però a rompere gli indugi.
“E’ un marchio …” Esordì da dietro di loro, la voce piatta. “… il marchio di uomini che non lasciano tracce … a meno che non vogliono esser trovati.” L’elfo non parlò. Kail invece completò il discorso del guerriero. “Si fanno chiamare i Corvi Rossi. Spie, sicari, assassini … raramente lavorano per sé stessi …”
Un’ombra d’incertezza passò negli occhi di Terren. “E per chi allora?” Galeth esitò un istante. Poi aggiunse con voce tirata e rauca: “Per uno stregone …” Si concesse una pausa, come se il nome che stava per aggiungere potesse evocare delle conseguenze catastrofiche. “Galen Dracos.”
Il silenzio che seguì non fu vuoto. L’elfo abbassò leggermente lo sguardo, come se stesse cercando qualcosa nella memoria. Non tanto una conferma, piuttosto un collegamento. “Uno stregone …” Ripeté piano. “L’avete mai visto in volto?” Kail stava per rispondere, ma Galeth lo anticipò. “No. Ma è alto … troppo, per passare inosservato. Massiccio. Sempre avvolto in un mantello scuro e pesante, che sembra fatto apposta per non rivelare mai i suoi contorni.”
Terren annuì appena, ma non sembrava troppo sorpreso. Pareva quasi se stesse sovrapponendo quella descrizione a un’immagine che già possedeva. “E ha … ha qualcosa sulle spalle.” Aggiunse Galeth, quasi controvoglia. Kail confermò con un cenno: “Sì, come un rigonfiamento sotto il mantello. Come se avesse …” Scosse la testa confuso. “… non saprei. Non sembrava un’armatura, né uno zaino … e nemmeno uno scudo.”
Il mutamento in Terren fu sottile, ma percettibile: la sua postura si irrigidì. Quando parlò, la sua voce si era fatta più bassa. “Non sei il primo a descrivere una creatura in questo modo.” Kail sentì un brivido salirgli lungo la schiena. “Cosa intendi?”
L’elfo si prese un momento, osservando l’orizzonte verso sud, dove la terra iniziava a farsi aspra. “Negli ultimi anni, alcuni esploratori elfici hanno riportato avvistamenti simili ai margini della foresta di Qualinesti. Non io direttamente … ma le testimonianze dei miei fratelli sono troppe per essere ignorate.”
Galeth aggrottò la fronte, cupo. “Avvistamenti di cosa?” Terren socchiuse gli occhi. “Creature aliene. Non uomini, o almeno non del tutto. Non permettono a nessuno di avvicinarsi, e quando vengono braccate …” Scosse appena il capo. “… spariscono. Semplicemente. Come se potessero diventare invisibili o se sapessero volare.”
Kail sentì lo stomaco contrarsi. Quelle parole lo riportarono violentemente alla fortezza di Ravenshadow, a quando Galen Dracos era apparso nel cortile come se fosse piovuto dal cielo. Decise comunque di non riesumare l’argomento. “Gli elfi non sono mai riusciti a catturarne una?” Domandò invece. “Mai.”
Un soffio di vento gelido attraversò il sentiero, sollevando un velo di polvere tra i viandanti. “Ma hanno lasciato tracce.” Continuò Terren, inchiodando Kail con lo sguardo. “Impronte. Artigliate, come quelle di un rapace … ma grandi quanto un piede umano.”
Il silenzio che seguì fu diverso dal precedente: più pesante, più allarmante, come la quiete che preannuncia una tempesta in arrivo. Qualcosa dentro Kail si ridestò. Un altro inquietante ricordo, risalente a qualche giorno prima che iniziassero le sue recenti avventure.
Rivide il legno consumato di un carretto ambulante, sentì di nuovo il frastuono della gente che sciamava tra i banchi del mercato, l’odore delle pelli conciate e del ferro vecchio. E poi quella teca. Piccola, chiusa, troppo curata per ciò che conteneva. Deglutì a fatica. “Io …” Iniziò, per poi mozzarsi il fiato in gola. Galeth a quel punto lo affiancò, notando il cambiamento dell’espressione sul suo viso.
Kail riprese, stavolta più lentamente. “Ne ho visto uno.” Terren aggrottò impercettibilmente le sopracciglia. “Uno di quei segni?” Il mezzelfo scosse il capo. “No. Di quegli … artigli.” L’attenzione dei compagni divenne assoluta. “Ne ho visto uno da vicino …” Disse infine. “… perfettamente conservato dentro una teca, come un trofeo macabro.”
Galeth si irrigidì. Il mezzelfo non guardava nessuno dei due. I suoi occhi erano persi nel vuoto, fissi su un punto che la strada non poteva offrire. “Era grande. Più di un piede umano. Ricurvo, spesso. Non era qualcosa che potesse appartenere ad una bestia comune.” Terren non lo interruppe, lasciando che il racconto fluisse.
“L’ambulante che me l’ha venduto diceva che veniva dalle foreste a sud, proprio dalle parti di Qualinesti. Disse che era stato trovato in una trappola pressoché invisibile. Ad un esame attento, ho notato che l’osso era stato reciso di netto da un’arma da taglio.” A quelle parole l’elfo abbassò lo sguardo. Quei pochi dettagli gli bastavano per ricostruire la scena. “Una trappola elfica ...” Mormorò Terren. “… da cui la vittima è riuscita a sfuggire amputandosi volontariamente l’arto con una spada o una mannaia.” Kail annuì lentamente.
Il mezzelfo li guardò entrambi. “All’epoca pensavo fosse solo … una curiosità. Una storia da vendere.” Fece un respiro profondo, sentendo il peso della verità. “Ora non più.” Galeth strinse la mascella. “Stai dicendo che …” “Sto dicendo …” Lo interruppe Kail. “… che quello che abbiamo visto … quello che abbiamo incontrato …”Si fermò. Le parole giuste non erano facili da pronunciare. “Galen Dracos … potrebbe non essere unico, ma solo uno dei tanti.” Il vento si alzò di nuovo, piegando l’erba lungo il sentiero. Terren sollevò lentamente lo sguardo. Non c’era paura nei suoi occhi, ma una consapevolezza antica e, per questo, ancor più terrificante.
“Se ciò che dici è vero ...” Disse piano. “… allora non siamo di fronte a una minaccia isolata. Ma di qualcosa che striscia nell’ombra in più luoghi. Con uno scopo preciso.” Galeth espirò lentamente. “Non mi piace.” “Non deve piacerti.” Ribatté l’elfo. “Deve metterti in guardia. Renderti attento.”
Kail abbassò lo sguardo. Per un istante, il medaglione di sua madre scivolò fuori dal corpetto di cuoio. Era freddo, innocuo al tatto, eppure carico di promesse silenziose. Lo rimboccò con cura sotto l’armatura, pregando che bastasse a proteggerlo da minacce come Dracos. Era una speranza vana, quasi amara, pensando al mostro in cui l’aveva trasformato lo scontro con gli spettri soggiogati dal cristallo maledetto. Sospirò, affranto, poi rialzò gli occhi. La strada verso Staughton era ancora lì, immobile,identica a sé stessa. Ma per lui non era più solo una strada.
“Se questi segni sono qui da tempo ….” Bisbigliò. “… allora di sicuro non sono stati lasciati per noi.” Nessuno rispose. Per quanto ovvia, quella riflessione non portava conforto. Per la prima volta da quando erano arrivati a Crossing, Kail e Galeth affrontavano il viaggio verso la loro seconda tappa nell’Abanasinia, con la stessa angoscia che mai li aveva abbandonati fino al momento in cui si erano imbarcati sulla Peregrina. L’elfo li guidava senza commentare quell’angoscia, consapevole che erano molte le cose che non sapeva sui suoi compagni di viaggio. Tuttavia, sapeva anche molto bene quanto poteva pesare non rimanere lucidi nelle questioni che riguardavano la vita e la morte. E questo un po’ lo preoccupava.
Ad un certo punto del loro cammino, Terren deviò. Senza dire nulla, lasciò il sentiero battuto e guidò il cavallo lungo una lieve salita, verso una collina bassa che dominava la valle. Kail e Galeth si scambiarono uno sguardo confuso, poi lo seguirono. Dall’alto, Crossing appariva diversa. Più piccola, quasi fragile. Sembrava già appartenere a un passato lontano. Poi l’elfo si fermò e rimase ad osservare la città in silenzio. Non c’era tensione nel suo corpo, né allerta. Solo quiete e una malinconia sottile.
Galeth gli si affiancò. “Va tutto bene?” Terren non distolse subito lo sguardo. “Si …” Rispose infine, con un’esitazione quasi impercettibile. “… è solo che … provo sempre una certa nostalgia quando lascio Crossing.” Kail lo osservò in silenzio, riflettendo su quelle parole. Non erano parole casuali: c’era un peso reale dietro di esse.
“Allora dev’esserci qualcosa d’importante lì.” Commentò Galeth. Terren annuì, ma non aggiunse altro. D’altro canto, nemmeno i suoi compagni pretesero spiegazioni: sarebbe stato il tempo, come era successo tra loro due, a decidere se accorciare le distanze o meno.
Lo sguardo dell’elfo si fece di nuovo limpido mentre si voltava verso di loro. “Allora?” Domandò. “Avete deciso quale sarà la nostra prossima tappa?” Kail scambiò un rapido sguardo con Galeth, poi rispose con fermezza: “Come ti ho accennato, dobbiamo seguire le tracce di Anteus, mio padre.” Terren ascoltava con totale attenzione. “Abbiamo i suoi appunti …” Continuò il mezzelfo. “… anche se non sono completi: sono stati ricostruiti, il che li rende a tratti oscuri, ma restano abbastanza precisi da tracciare un percorso.”
“E questo … percorso … vi porta a Staughton.” Osservò l’elfo. “Si, ma solo per rifornimenti.” Terren aggrottò la fronte. “Strano.” Bisbigliò. “Lo è.” Rispose Galeth. “Da Crossing ci si arriva in poche ore, secondo la mappa. Non c’era bisogno di deviare per comprare provviste o altro.” Il guerriero estrasse dalla sacca un foglio di pergamena avvolto con cura. “Dopo Staughton … “ Disse, porgendolo a Terren. “… si dirige qui.”
L’elfo srotolò il foglio. I suoi occhi obliqui corsero rapidi tra disegni abbozzati, linee spezzate e rozzi simboli. Si soffermò sullo schema per qualche istante, poi mormorò con una sfumatura di inquietudine: “Xak - Khalan.” Il suo sguardo si fece più cupo. “Non mi sono mai spinto nel cuore di quelle rovine. Sono troppo nascoste, troppo … vive … in un certo senso.” Scosse il capo. “Paludi. Strutture fatiscenti. Insetti. E … presenze.” “Presenze?” “Esseri striscianti e sibilanti, che abitano quei luoghi. Così almeno si dice.” Galeth alzò gli occhi al cielo, quasi a cercare il favore degli dei, poi incrociò le braccia.
“Ma la mappa?” Terren la osservò ancora per qualche istante. Poi annuì. “E’ buona.” Si prese una pausa per riflettere. “Tratto elfico. Preciso.” Kail fece un cenno di assenso. “Due elfi l’hanno venduta ad un cartografo, mesi fa.” Terren non sembrò sorpreso. “Si vede.” Kail esitò un istante, poi aggiunse: “Il mercante ci ha dato anche questo.” Estrasse il bizzarro oggetto di pietra a forma di tappo con quella strana incisione sulla sommità: due semicerchi che si fronteggiavano e che si incastravano alla perfezione. L’elfo lo osservò senza toccarlo.
“L’avete preso da Orsin Feld?” Kail confermò. “Allora ogni cosa che vi ha raccontato a riguardo è attendibile. Sembra antico, non è certo un oggetto comune.” Commentò, squadrandone ogni dettaglio. “Nemmeno per noi …” Ribatté il mezzelfo. “… il mercante ha riferito che gli elfi gliel’hanno lasciato insieme ad una sorta di … di profezia. O di auspicio.” Si fermò, cercando di richiamare alla mente le parole esatte. “Diceva qualcosa come: se gli antichi dei del bene avessero voluto, qualcuno avrebbe osato andarci.”
“Ben pochi sapienti conoscono il passato di Xak - Khalan e di sua sorella maggiore, Xak Tsaroth …” Esordì Terren. “… si narra fossero due fari di civiltà nell’Era della Luce, prima che il Cataclisma le inghiottisse. E’ probabile che nascondano segreti millenari e tesori inimmaginabili. Tuttavia, chi è in grado, in questo tempo malandato, di distinguere la leggenda dalla verità?”
Il vento soffiava leggero sulla collina. La luce del mattino cominciava ad illuminare ogni cosa intorno a loro, iniziando a spazientire i loro cavalli. L’elfo sollevò lo sguardo dall’oggetto di pietra, che ancora contemplava rapito, perdendosi nei suoi pensieri. Per la prima volta da mesi, anni forse, i suoi occhi non erano più solo quelli di una guida, ma di qualcuno che stava iniziando a comprendere davvero la reale portata dell’abisso in cui si stava addentrando. Poi girò il cavallo, seguito dai suoi compagni che si affrettarono a mettere al sicuro mappe e manufatti di pietra. Tuttavia, Terren avanzava lentamente, come se stesse valutando qualcos’altro ora.
“Che altro c’è?” Domandò Galeth. “Ripensavo a Staughton. E poi mi è venuto in mente Rashminthalas, che, come mi ha detto il tuo compagno, aveva scelto di essere la guida di Anteus.” Kail annuì, spiegando velocemente al guerriero che Rashminthalas era il nome in cui gli elfi chiamavano Rashmin.
Galeth tornò a guardare Terren. Incrociò le braccia, quasi spazientito: “Ebbene?” “So chi era. E so che non era il tipo da sprecare tempo quando il viaggio da compiere è importante.” Kail gli si affiancò. “Questa non era per lui una deviazione.” Insistette Terren. “E allora cos’era?” L’elfo non rispose subito a quella domanda: stava ancora mettendo insieme i pezzi. “Una scelta obbligata.” Sentenziò infine. Una folata gelida fece rabbrividire Galeth per un istante.
“Rashminthalas ha parlato ad Anteus di presenze oscure a Xak – Khalan …” Mormorò Kail, quasi tra sé. L’elfo annuì e aggiunse: “Se la sua ricerca iniziava a Crossing, Rashminthalas aveva già tutto l’equipaggiamento necessario. Perché dunque fermarsi a Staughton?” Kail lo fissava attento. “Quindi?”“Quindi a Staughton c’era qualcosa che gli serviva prima di proseguire.” Rispose Terren dopo una pausa. “O qualcuno.” Il silenzio si fece totale.
“E’ una città di passaggio.” Proseguì l’elfo. “Chi arriva dalle paludi transita da lì. Mercanti, erboristi … e anche chi ha visto cose che preferirebbe non raccontare.” Galeth socchiuse gli occhi. “Goblin?” Domandò cauto. Terren non lo negò. “Movimenti.” Commentò semplicemente. “Presenze. Voci che arrivano a poche persone a Crossing. Orsin Feld è certamente una di queste, ma resta una perla rara.”
Poi aggiunse, con tono più pratico: “Inoltre … non sono solo le informazioni a mancare.” Indicò la mappa che Galeth teneva alla cintura. “Le paludi non perdonano gli impreparati. Insetti, miasmi, minacce invisibili ad ogni angolo. A Staughton potrebbero trovarsi unguenti, oli e miscele, che tengono lontano ciò che striscia … e ciò che punge.” Kail annuì lentamente. Ora aveva senso. Che già sapesse che le presenze oscure a Xak - Khalan fossero goblin, che l’avesse appreso a Staughton o direttamente sul posto, Rashmin aveva imposto quel passaggio tappa per equipaggiarsi con cose necessarie per sopravvivere a quella tappa.
Terren fece scorrere lo sguardo tra loro due. “Se Rashminthalas ha portato Anteus lì …” Disse. “… è perché sapeva che quello era l’ultimo posto sicuro per ordinare le idee … e per prepararsi.” Si concesse una pausa e poi proseguì più piano: “E se aveva un contatto … allora potremmo trovarlo ancora.” Il vento si alzò leggermente insieme alla polvere. Staughton, ora, non era più solo una direzione da prendere, ma un luogo in cui cercare risposte.
Il trio riprese il cammino sotto un cielo terso, approfittando di una breve radura per consumare una pasto veloce. Seduti tra le radici di una vecchia quercia, scambiarono poche parole prima che Terren, con un’andatura ferma e consapevole, si rimettesse alla testa del gruppo, puntando decisamente a sud.
Dopo alcune ore di marcia, il profilo di Staughton emerse all’orizzonte: non era il caos vorticoso di Crossing, ma ugualmente un nodo commerciale denso e statico, dove le merci più pregiate provenienti dal sud cambiavano mano prima di raggiungere la costa.
Le strade erano un mosaico di nani intenti a contrattare, mercanti umani dal portamento frettoloso e mezzelfi che gestivano magazzini e mercanzie da viaggio, ma l’aria cambiò non appena varcarono le porte cittadine. Gli sguardi si fecero gelidi, soffermandosi su Terren con un misto di sospetto ed aperta ostilità tipica di chi, in quelle terre di frontiera, nutriva un’antica diffidenza verso il popolo elfico.
Ignorando il brusio, lo scout condusse i compagni attraverso le vie affollate fino alla Taverna del Boccale Ammaccato. All’interno, il locale era un calderone di odori forti e voci sovrapposte, un crocevia dove la stanchezza dei mercanti e dei viaggiatori annegava in boccali di birra scura. Galeth, notando l’oste che puliva freneticamente un bancone unto, sollevò un dito e lo richiamò al tavolo con un cenno imperioso. “Lasciate fare a me.” Sussurrò tra i denti ai compagni.
Quando l’uomo, un tizio tarchiato con un grembiule macchiato, arrivò sbuffando, il guerriero andò dritto al punto: “Buongiorno. Vorremmo mangiare e bere qualcosa e sapere se … pagando un piccolo extra … possiamo ottenere qualche informazione.” “Che genere di informazioni?” Rispose l’oste, mettendosi lo straccio sulla spalla con fare nervoso. Il suo sguardo si velò leggermente di stizza quando si posò su Terren. “Stiamo cercando un elfo di nome Rashmin … o Rashminthalas, alla maniera della sua gente. E’ passato di qui circa tre anni fa, lui è un suo parente alla larga …” Disse, indicando l’elfo con il pollice. “Sapete per caso se frequenta ancora questo posto?”
L’oste si bloccò, afferrando di nuovo lo straccio e asciugandosi le mani. Squadrò poi Terren con una smorfia di disappunto, prima di rispondere a bassa voce. “Rashmin … certo che lo ricordo. Un tipo a posto, per essere … beh per essere un elfo …” Si schiarì la voce, capendo troppo tardi la gaffe che aveva fatto. “… è tanto che non si vede da queste parti, ed è un bel po’ che non mette piede al Boccale. Chissà che fine ha fatto.” Galeth guardò Terren che rimaneva con la bocca sigillata, poi Kail, che per fortuna venne prontamente in suo aiuto.
“Sappiamo che Rashmin è una guida famosa da queste parti. Non vi viene in mente nessuno che lui può conoscere qui a Staughton, che possa somigliare ad un suo amico o magari a un socio in affari?” L’oste si sporse in avanti, abbassando il tono fino a un bisbiglio confidenziale: “Uhm … se davvero vi interessa sapere che fine abbia fatto quell’elfo, c’è solo una persona in città che potrebbe saperlo: il vecchio Durgan. E’ un nano, un tipo solitario, ma l’unico ad essere stato in stretta confidenza con lui.” L’oste si prese una pausa eloquente; il suo sguardo non lasciava spazio a dubbi.
Kail sospirò e mise alcune monete sul tavolo. L’oste sogghignò alla vista dell’argento: lo fece sparire in una tasca e concluse: “Non lo troverete qui … vive in una catapecchia isolata alla periferia sud della città, vicino al vecchio deposito di carri. Se decidete di andare, vi consiglio di muovervi con cautela. Durgan non è mai stato un tipo che apprezza le visite, soprattutto da chi fa domande scomode.” L’oste accennò un sorriso ambiguo che a Galeth non sfuggì.
“La cosa vi fa sorridere?” Domandò il guerriero, in maniera quasi brusca. “Che? No, no … mi è solo venuto in mente che le poche volte che ho visto Durgan sorridere, è stato proprio quando era con quell’elfo. Gli portava spesso del tabacco delle valli di Haven e spesso i due venivano qui a fumare e a bere insieme. Sembravano davvero affiatati … per quanto la cosa sembri strana.” Galeth annuì, poi con un gesto della mano e un’occhiataccia congedò l’oste, che tornò velocemente al suo bancone.
Poi il guerriero domandò: “Perché dovrebbe essere strano che un elfo e un nano possano essere affiatati?” “Perché hanno molti motivi per non esserlo. Motivi storici, odio atavico, frutto di infinite battaglie nei tempi andati …” Sussurrò Terren, stringendosi nelle spalle. “Se Rashminthalas aveva scelto proprio un nano come suo amico, vuol dire che per lui era una persona davvero affidabile.”
“Qualcosa mi dice che non sarà affatto facile trattare con lui …” Commentò Galeth. “Probabilmente no, ma non abbiamo scelta. Se Rashmin ha parlato con questo Durgan prima di avventurarsi con Anteus a Xak - Khalan, dobbiamo scoprire se ha condiviso con lui qualche informazione utile su come aveva intenzione di impostare la ricognizione.” Aggiunse Kail. Terren annuì. “E credo che mi sia rimasto nella borsa giusto un po’ di tabacco delle valli di Haven, per spingerlo a collaborare.” Il mezzelfo ed il guerriero si scambiarono un sorriso compiaciuto.
Nonostante l’oste non fosse un gran padrone di casa, i tre compagni dovettero ammettere di aver messo un buon pasto sotto i denti. Pagato il conto, uscirono quando ormai era primo pomeriggio. Le indicazioni dell’oste li condussero dritti alla periferia sud di Staughton. L’aria qui era più rarefatta, ma non per questo meno impregnata di odori forti: un mix di cuoio conciato, metallo arrugginito e legna umida.
La “catapecchia” di Durgan non smentiva la descrizione: un edificio basso e sgangherato, costruito con assi di legno annerite e rattoppate nel tempo con pezzi diversi, come se ogni riparazione fosse stata fatta solo per rimandare quella successiva. Un insegna, ormai sbiadita fino all’illeggibilità, si reggeva per miracolo su una spiovente tettoia che cadeva a pezzi. Kail aguzzò la vista. “Fucina di … Borin?” Domandò agli altri, come se avesse letto male. “Questa, un tempo, doveva essere una forgia.” Mugugnò Galeth. “Lo è stata. Molti anni fa.” Concluse Terren, lapidario.
Attorno all’edificio, alcuni barili consunti giacevano accatastati contro una parete, le doghe gonfie e crepate. Un tempo, forse contenevano acqua per temprare il metallo; ora erano solo involucri vuoti, dimenticati. Non c’era segno di attività recente. L’unica cosa davvero solida dell’intera struttura era la porta: due ante spesse, rinforzate con bande di metallo scuro, ancora integre e ben fissate. Un contrasto netto con il resto del degrado, come se qualcuno si fosse assicurato che, qualunque cosa accadesse all’edificio, quell’ingresso dovesse restare sbarrato.
Galeth si avvicinò di mezzo passo. Il legno della porta sembrava assorbire la luce, scuro e opaco, segnato da graffi e colpi che non erano solo opera del tempo. Inspirò profondamente e bussò. Il suono fu sordo, pesante. Nessuna risposta. Bussò una seconda volta, con più decisione. “C’è qualcuno?” Silenzio. Appoggiò l’orecchio alla porta, percependo dall’altra parte un lieve rumore ritmico. Qualcuno stava lavorando il legno. Con una pialla probabilmente.
Galeth si voltò verso i compagni scuotendo il capo: chi era dentro non aveva sentito, o fingeva di non sentire. Kail si affiancò all’amico e alzò la voce: “Durgan! Siamo venuti per parlarti.” Ancora nulla. Terren osservava in silenzio, immobile. Il mezzelfo poggiò una mano sulla porta e tentò un’ultima carta: “Siamo amici di Rashmin.” Passarono secondi interminabili, durante i quali Galeth riprovò a sentire se qualcosa all’interno era cambiato, e quando staccò l’orecchio dalla superficie bisbigliò: “Il rumore si è interrotto. Forse il nano sta lavorando e quando lo fa, non ama essere interrotto da nessuno.”
Tuttavia, il silenzio che seguì cambiò la sua natura. Non si ruppe, ma si fece più denso, più attento. Kail lo percepì, così come Terren dietro di lui. Aspettò un istante, poi aggiunse, più piano: “Dobbiamo assolutamente parlarti. Sappiamo che anche tu conoscevi Rashmin.” Passarono altri secondi, poi si udì un rumore di passi pesanti e lenti. Kail scambiò uno sguardo con Galeth. Una voce arrivò ovattata, roca, filtrata dal legno: “Non conosco nessun Rashmim. Andate via.”
Il guerriero serrò appena la mascella, mentre Kail rimase fermo. “Capisco …” Iniziò il mezzelfo. “… se non vuoi parlare con noi.” Esitò appena un attimo, poi affondò il colpo. “… ma Rashmin è morto.” Il silenzio che seguì fu diverso da tutti quelli precedenti. Era vuoto. Assoluto. Poi i passi si fecero più veloci, più rapidi. Infine il rumore di un chiavistello e la porta che si apriva con un cigolio secco.
Un odore di ferro li investì subito. Vecchio, stantio, mescolato a polvere e legno. Dentro, la luce filtrava a fatica, disegnando ombre lunghe su ciò che restava di una fucina. L’incudine era spenta da decenni.
Attrezzi arrugginiti calavano da ganci appesi alle pareti. Insieme a catene, anelli di ferro, martelli che non colpivano più nulla da tanto tempo ormai. Quella fucina sembrava come congelata nel tempo, un relitto di un’epoca passata.
Sulla soglia, il nano li fissava torvo. Basso, massiccio, con una barba grigia e disordinata e occhi scuri, duri come la pietra. Il suo volto era segnato non tanto dall’età, quanto da qualcosa che si era rotto dentro di lui molto tempo prima. Il suo sguardo arcigno scivolò sui tre visitatori: indugiò su Kail, passò oltre Galeth e infine si fermò su Terren. Quando i suoi occhi incontrarono quelli dell’elfo, qualcosa cambiò appena. Gli si ammorbidirono, come se avessero riconosciuto qualcosa che non si aspettavano più di vedere.
“Entrate.” Disse asciutto, prima di voltarsi. All’interno, lo spazio si apriva in modo caotico. La fucina occupava ancora il centro della stanza, ma era chiaro che non era più il cuore di questo posto. Il ferro aveva ceduto il posto al legno. Tavoli improvvisati erano carichi di trucioli, e strumenti da intaglio erano disposti con una cura che mancava a tutto il resto. Alcuni oggetti finiti, ciotole, manici, piccoli lavori decorativi, erano avvolti in un panno o impilati ordinatamente. Altri pezzi, più complessi, mostravano una precisione quasi maniacale.
Durgan si mosse all’interno senza guardare se i suoi ospiti lo seguissero. Fu allora che Kail lo notò: il suo braccio destro. Lo teneva rigido, vicino al corpo, muovendolo con goffaggine innaturale. Eppure, sui tavoli, gli strumenti da intaglio raccontavano un’altra storia: una storia di forza, controllo, ed una meticolosità assoluta.
“Chi vi manda?” Chiese il nano senza voltarsi. “Nessuno.” Rispose Galeth. Durgan sbuffò appena. “Tutti vengono mandati da qualcuno.” Si fermò accanto a un tavolo. Lì sopra, tra trucioli e segni ancora freschi, c’era un figura intagliata, impressa nel legno: un elfo. Non era ancora finita, ma sembrava già viva. Le linee del volto erano delicate, lo sguardo appena accennato, come se l’intagliatore non avesse ancora deciso quale segreto fargli rivelare. Terren si avvicinò di un passo.
“E’ lui?” Chiese piano. Durgan non rispose subito. Poi, con tono brusco tagliò corto: “E’ solo legno. Mi tiene occupato e mi permette di mangiare.” Kail osservò meglio la statuina. Non era “solo legno”, affatto. Tuttavia, scelse di non commentare. Il nano si voltò lentamente, lo sguardo di nuovo duro. “Avete detto che Rashmin è morto ... come?” Il silenzio avvolse la stanza.
Kail fece un passo avanti, senza esitare. “Aveva accettato un incarico da un cavaliere …” Deglutì, cercando le parole. “… mio padre.” Gli occhi del nano si strinsero leggermente e Kail sostenne il suo sguardo. Poi Durgan parve annuire leggermente, ma il mezzelfo aveva ripreso a parlare e non se ne rese conto. Terren invece si, ma non disse nulla. “Si chiamava Anteus, ed era un Cavaliere di Solamnia. Rashmin scelse di accompagnarlo, di fargli da guida in un’impresa eroica.”
Galeth, accanto a loro. Osservava l’ambiente circostante. Cercava di capire perché quel vecchio nano malandato vivesse dentro una fucina abbandonata, tra una piccola cucina ricavata dalla pietra e un letto di fortuna. Schioccò le labbra, tornando a concentrarsi sul dialogo. “Finché non gli è capitata una disgrazia.” Concluse Kail. Il volto di Durgan si fece più cupo. “Dove?” “Le miniere di Pax Tharkas.” Rispose il mezzelfo. Poche parole, ma pesanti come macigni.
Il nano abbassò lo sguardo. Per un lungo istante, nessun osò spezzare quel silenzio. Poi Durgan inspirò a fondo e rialzò gli occhi. Non c’era più sorpresa, solo una fredda amarezza. “Capisco …” Disse, la voce più piatta del solito. “… mi dispiace.” Non era una formalità. Si voltò appena, come per prendere distanza da quella notizia. “Rashmin…” Iniziò, poi si fermò scuotendo il capo. “Era mio amico.” Un’ombra di ironia amara gli attraversò il volto rugoso. “Strano detto da un nano, vero?” Nessuno rispose.
Lo sguardo di Durgan cadde sul suo braccio destro. Lo fissò per un istante, le dita si mossero appena come se cercassero qualcosa che non c’era più. “Ha fatto per me …” Disse piano. “… cose che nessun altro avrebbe fatto.” Poi gli occhi tornarono duri. Pratici. “Bene. Cosa volete da me?”
Kail riprese il filo.“Sappiamo che Rashmin è passato da Staughton. Stiamo cercando di ricostruire il suo percorso … e, a quanto pare, tu gli eri molto vicino. Sembri l’unico in città in grado di poterci aiutare davvero.” Durgan strinse i pugni come se stesse lottando contro un impulso interno, che stava cercando di impedirgli di fare la cosa giusta. Poi si rilassò e annuì di nuovo. Questa volta non solo Terren se ne rese conto, ma anche Kail e Galeth. “Tutto ciò che dite è vero.” Gli occhi di tutti e tre si posarono sul vecchio nano.
“E’ esattamente quello che mi disse prima di partire … aveva una serie di tappe in mente. Una di queste era Pax Tharkas.” Il silenzio si fece più attento. “E’ venuto qui … con un uomo. Il tuo cavaliere, suppongo.” Sollevò lo sguardo verso Kail. “Disse di chiamarsi Anteus… mi dispiace se era tuo padre.” Poi lo studiò meglio, stringendo appena gli occhi. “Anche se …” Borbottò. “Non mi sembrava così vecchio.” Un’ombra di dubbio gli attraversò il volto.
Kail accennò un sorriso stanco. “Non lo era … o almeno non come lo immagini tu. Anteus era … è … mio padre adottivo.” Durgan non commentò. Kail continuò, senza entrare nei dettagli: “E’ lui che mi ha cresciuto.” Il nano annuì lentamente. Non fece altre domande. Non servivano. Fece qualche passo nella stanza, come se avesse bisogno di spazio per pensare.
“Mi parlò di preparativi.” Disse infine, con un gesto vago della mano sinistra. “Preparativi prima di partire.” Galeth si fece più attento. “Che genere di preparativi?” Domandò asciutto. “Paludi. Insetti. Miasmi. Cose che ti mangiano vivo prima ancora che tu capisca dove hai messo i piedi.” Kail annuì lentamente, incrociando lo sguardo consapevole di Terren. “Unguenti. Oli. Miscele. Qui a Staughton si trovano, se sai a chi chiedere, ma non a Crossing.” Si concesse una pausa piuttosto lunga.“Ma non era solo quello.”
Il silenzio tornò a farsi pesante. Durgan esitò di nuovo, non perché non sapesse cosa dire, ma perché stava decidendo se dovesse davvero farlo. Chiuse gli occhi e si abbandonò ai ricordi. “E’ venuto qui per parlarmi.” Kail lo fissò. “Di cosa?” Il nano incrociò le braccia, ma il movimento si fermò a metà per colpa del braccio offeso. “Della missione. Di dove stavano andando e … perché lo stavano facendo.” Il nano si concesse un respiro profondo, poi pronunciò un nome che risuonò nella stanza come un anatema antico. “Xak - Khalan…” Una parola pericolosa. Quasi nefasta.
Terren non si mosse, ma la sua attenzione si fece vibrante. “Disse che non era una voce isolata …” Continuò Durgan. “… che qualcuno, a Crossing, gli aveva parlato di movimenti sospetti. Di presenze oscure.” Galeth si irrigidì appena. “Che tipo di … presenze oscure?” Il nano lo guardò torvo. “Goblin …” Sussurrò. “Nei pressi delle rovine delle città gemelle.” Silenzio. Durgan proseguì più piano, voltandosi verso la figura intagliata sul tavolo. “Rashmin non si fidava delle voci. Ma nemmeno le ignorava. Per questo è venuto qui … per capire se secondo me quelle voci avevano un fondo di verità e … per lasciarmi qualcosa.”
I tre compagni si lanciarono occhiate confuse, ma restarono in attesa. Il nano rimase in silenzio per qualche istante, poi si voltò verso un angolo buio della stanza. Si avvicinò a un vecchio baule, basso, rinforzato in ferro e si chinò con lentezza, usando la mano buona per aprirlo. Il legno scricchiolò. Frugò tra gli scomparti per qualche secondo, poi ne trasse un involucro avvolto in un panno scuro. Tornò verso il tavolo e lo posò con cautela, ma non lo scoprì subito. “Mi disse che se non fosse tornato … di sicuro gli dei del Bene avrebbero mandato qualcuno a cercare … a cercare questo.”
Kail trattenne il respiro. Durgan sollevò lo sguardo. “Non pensavo fosse vero, ma non l’ho mai aperto.” Terren increspò appena le sopracciglia. “Perché?” Il nano scrollò le spalle con una semplicità disarmante. “Non era mio.” Il silenzio che seguì diede peso a quella lealtà silenziosa. Poi, lentamente, il nano sciolse il nodo ed aprì l’involto. Dentro c’erano due cose: un piccolo disco di pietra e dei fogli ripiegati.
Il primo sembrava un medaglione o forse un sigillo di pietra scura, grande quanto il palmo di una mano. Linee curve solcavano la superficie, antiche e familiari, ma diverse da quelle della chiave affusolata di Kail. Qui i semicerchi erano verticali e speculari, come due metà destinate a non toccarsi mai. Il mezzelfo sentì una morsa allo stomaco: la sensazione di un incastro mancante.
Il secondo era un manipolo di fogli di pergamena consumati e ripiegati più volte. Terren si avvicinò e li prese con delicatezza millimetrica. Erano schizzi, ma tracciati da una mano esperta: rovine sommerse da una vegetazione soffocante e un altare inghiottito da radici, fango e acque malsane. Accanto a disegni, simboli e fitte annotazioni in elfico. Terren iniziò a scorrere il testo, poi si fermò su un passaggio più accurato, scritto con particolare intenzione. La sua voce risuonò bassa mentre traduceva:
“Ho trovato questo strano oggetto tra le rovine di un altare minore. Non ho alcuna idea a cosa possa servire, ma sono certo che non è qualcosa che possa essere ignorato. Era incastrato dentro l’altare, ma non è stato difficile svellerlo dal suo alloggiamento.
Sono convinto che ci siano altri altari come questi, sepolti nella vegetazione. Luoghi di culto ormai segreti, che nascondono altri oggetti come questa pietra scura. Sono sicuro che tali oggetti siano in grado di risvegliare qualcosa.
Xak Khalan non è morta. Non del tutto almeno e andrebbe preservata, visto quanto è antica. Ultimamente, ogni volta che mi ci avvicino, sento qualcosa. Non è solo la palude. Non sono solo le rovine. E’ come se qualcosa osservasse. Custodi invisibili e striscianti che si muovono nella vegetazione, guardinghi e inquietanti.
Xak Tsaroth poi è anche peggio. Lì non vi è solo minaccia, ma un’oscurità forte. Antica. Vicina. Mi vergogno a scriverlo, ma … in questi anni solo la vista delle sue rovine hanno iniziato a spaventarmi.
Se questo oggetto è ciò che credo, allora esiste un luogo che non ho ancora trovato. E se esiste … esso non è stato costruito per essere aperto da chiunque. Forse, il disagio che ho provato muovendomi per quelle terre, la sensazione di essere studiato ed osservato, è proprio l’eco di questo mio timore: è giusto aprire al mondo presente meraviglie che appartengono al passato?”
Quando l’elfo finì di leggere, nessuno parlò per qualche istante. Kail estrasse lentamente dalla sacca la chiave di pietra che gli aveva dato Orsin Feld. Anche gli elfi che gliel’avevano venduta avevano lasciato una specie di profezia simile a quella di Rashmin. Forse era vero: gli elfi, creature mistiche per eccellenza, erano guidati da premonizioni che sfuggivano alla comprensione delle altre razze.
Il mezzelfo fece ruotare la pietra affusolata tra le dita e la posò sul tavolo, accanto al disco. Le due forme non combaciavano, ma sembravano cercarsi. Le girò e rigirò, tentando di intuire un incastro, un significato, una volta messe vicine. Nulla, non ci riuscì e questo lo spinse a credere che forse mancava ancora un pezzo dello schema.
Durgan osservò la scena curioso. “Rashmin aggiunse un’ultima cosa.” Disse, incrociando lo sguardo di Kail. “Disse che se qualcuno fosse arrivato qui … con qualcosa che veniva dalle rovine …” I suoi occhi si fecero più duri. “… allora non sarebbe stato un caso. E che a quel punto, sarebbe spettato a me decidere se aiutarlo o meno.” Guardò Terren, poi Kail e infine Galeth. Lentamente annuì. “Direi che ho deciso.” Per un istante, mentre il silenzio tornava a espandersi come una macchia d’olio, Terren abbassò lo sguardo sugli schizzi e sugli appunti. Qualcosa dentro di lui si mosse: un’eco, un’inquietudine che non gli apparteneva del tutto, ma che riconosceva per istinto.
Il silenzio nella fucina durò ancora qualche istante. Kail teneva lo sguardo sul medaglione di pietra e sulla chiave affusolata. Terren sugli appunti. Galeth, invece, osservava Durgan. Notò quanto il suo braccio offeso fosse rigido, trattenuto, sempre leggermente indietro rispetto al resto del corpo. Alla fine non riuscì ad evitare la domanda. “Che ti è successo?” Chiese, come sempre diretto. “Al braccio intendo …” Terren sollevò appena lo sguardo dai fogli. Kail rimase in silenzio, fingendo di essere assorto e concentrato su qualcos’altro. Il nano non rispose subito. Sembrò infastidito, poi sospirò. Non con rabbia, ma con una stanchezza che proveniva da molto lontano nel tempo.
“Questa …” Disse, indicando la stanza con un gesto lento. “… un tempo era una fucina vera.” Terren scelse quel momento per offrire al nano un po’ del suo tabacco di Haven. Durgan sgranò gli occhi ed annuì entusiasta. Afferrò una pipa di legno finemente intagliata, relegata in un angolo del tavolo e iniziò a schiacciarci dentro più tabacco che poteva. Si avvicinò ad un pentolone ribollente per accenderla e aspirò a pieni polmoni, chiudendo gli occhi in un’espressione di pura estasi.
Quando li riaprì, la sua voce era diversa: “Mio padre … Borin, nano di collina come me, era un fabbro come se ne vedono pochi ormai.” Il suo sguardo scivolò sull’incudine fredda. “L’ho ereditata da lui. Cinquant’anni fa … forse qualcosa di più.” Si concesse una seconda tirata. “Un giorno … sono uscito per raccogliere legna.” Si fermò, lo sguardo perso, come se rivedesse la scena tra i fumi della pipa. “Non sono tornato subito.” Un sorriso amaro gli piegò le labbra.
“Un branco di lupi.” Kail si voltò appena. Durgan sollevò il braccio destro, tenendo la pipa con la sinistra. Lo mosse di qualche centimetro, un movimento legnoso e limitato. “Mi hanno preso qui.” Indicò la spalla. “E qui.” Un segno sul fianco. “E qui.” Silenzio. “Ero già morto … solo che non lo sapevo ancora.” Approfittò della pausa per godersi un’altra profonda tirata. “Rashmin mi trovò.” Il tono cambiò: non era più duro, non era più ruvido. Era lento, quasi riverente.
“Li ha fatti scappare. Non so come. Non ricordo molto. Solo che mi ha trascinato fin qui.” Indicò il pavimento sotto i suoi piedi. “Ha chiamato un cerusico. E’ rimasto … giorni accanto a me.” Il nano espirò il fumo nervosamente. “Io … io non mi fidavo. Degli elfi, intendo. Così mi avevano insegnato.” Abbassò lo sguardo, quasi vergognandosi di quel vecchio pregiudizio. “Ma lui è rimasto lo stesso. Ha aspettato. Finché ho capito …” Tirò dalla pipa con un suono raschiante. “… ho capito che la diffidenza … e la paura, non servono a nulla.”
Sollevò gli occhi e li posò su Terren. “Ti rendono solo più piccolo.” Nessuno osò spezzare il momento. “Il braccio non è mai guarito. Non abbastanza almeno.” Concluse, indicando l’incudine. “Non potevo più lavorare il ferro.” Volse gli occhi ai trucioli e al legno intagliato. “E’ stato lui a dirmi di provare altro. Ma io ero testardo e non volevo. Preferivo crogiolarmi nel mio dolore, nella mia angoscia di non poter seguire le orme di mio padre.” Sorrise appena, gli occhi per un istante si inumidirono. “Poi un giorno si presentò con un coltello e un pezzo di legno. Mi convinse a iniziare ad intagliare.”
Fece un gesto verso gli oggetti sparsi per la stanza “E adesso … è che così che sfogo la mia arte. Ed è così che sopravvivo.” Le sue parole si spensero lentamente, insieme al fumo della pipa. Prima che il silenzio diventasse imbarazzante, Kail si schiarì la voce e decise di cambiare argomento. “Ahem … hai parlato di unguenti, prima. Di oli per la palude.” “Si.” Il nano si voltò verso di lui. “Se dovete andare a Xak Khalan … vi serviranno.” Galeth incrociò le braccia. “Dove li troviamo?”
Il nano fece un cenno con il pollice, come a indicare la città. “Piazza del mercato. Bancarella fissa, lato sud.” Si concesse una pausa teatrale. “Cercate Harlven.” Poi aggiunse con tono più aspro: “E’ un nano alchimista. Ce ne sono davvero pochi in giro e lui non è uno che perde tempo con chi non conosce. Ditegli che vi mando io.” Fece un mezzo sorriso, appena accennato. “Altrimenti vi venderò acqua sporca al prezzo dell’oro.” I tre si mossero, preparandosi per uscire. Kail recuperò il medaglione di pietra, mentre Terren aveva già fatto sparire i fogli nella sua bisaccia.
Durgan si voltò lentamente verso di lui. Lo osservò più a lungo questa volta. Senza durezza. “Tu …” Mormorò. Terren sollevò lo sguardo. “Non pensavo di rivedere un elfo qui dentro. Voglio dire, quante possibilità c’erano di ospitarne un altro nella mia casa … dopo lui?” Il nano indicò la scultura incompiuta sul tavolo. “Mi ha fatto bene averti qui, anche se per pochi minuti.” Terren non rispose, ma ascoltava con la consueta attenzione. “So che Rashmin è morto. E questo fatto non può cambiare.” Riprese Durgan, respirando a fondo. “Ma vederti … mi ricorda che qualcosa di buono è rimasto in me.” Si lisciò la barba, poi aggiunse: “Ti chiedo una cosa. Quando questa storia sarà finita … se tornerai da queste parti …” Indicò di nuovo la statua. “… voglio finirla. E voglio che tu la porti alla sua gente, ai suoi cari, se ne ha ancora ….”
Gli occhi del nano si indurirono, ma non erano freddi. “Come ringraziamento.” Terren inclinò appena il capo. “Lo farò.”Durgan annuì. Poi fece un passo indietro. “Allora andate … e non morite come degli idioti.” Accennò un sorriso appena visibile.
Fuori l’aria sembrava cambiata: più aperta, più fredda. Mentre si allontanavano dalla catapecchia di Durgan, Terren rallentò per un istante. Lo sguardo perso verso sud, scrutando qualcosa di invisibile, ma che, in qualche modo, percepiva come una minaccia imminente.
Attraversarono di nuovo le strade di Staughton, puntando al cuore del mercato. Tra banchi affollati e voci sovrapposte, Terren li guidò fino a una bancarella defilata, stipata di ampolle, sacchetti e piccoli contenitori sigillati. Dietro il banco, un nano dalla barba striata di bianco, occhi scuri come l’ebano e il volto rugoso, li osservava senza entusiasmo. “Harlven?” Chiese Galeth. Il nano non rispose subito. Kail fece un passo avanti. “Veniamo per conto di Durgan.” Quella frase bastò. Harlven sollevò appena lo sguardo, studiandoli con maggiore attenzione.
“Dite.” “Dovremo inoltrarci probabilmente in una zona paludosa …” Disse Kail. “Ci servono oli repellenti, unguenti. Protezione per acque malsane.” Harlven fece una smorfia evidente. “Protezione …” Ripeté piano, scuotendo la testa. “Visto che siete amici di Durgan, posso tenervi lontani gli insetti, le sanguisughe e qualche altra seccatura simile.” Fece una pausa teatrale. “Ma non faccio miracoli.”
Prese tre piccole boccette e le riempì con un liquido denso, dall’odore acre, che tirò fuori da sotto il bancone. “Se avete intenzione di spingervi a sud, vero le paludi, sappiate che laggiù ci sono cose che non vedete finché non è troppo tardi. Alcune non si vedono affatto, ma credetemi: vi osservano lo stesso.” Le posò sul banco. “Sono cinque monete d’argento a pozione.” Kail pagò senza discutere. Harlven raccolse le monete, poi aggiunse quasi distrattamente: “Vi do un consiglio: i cavalli. Non lasciateli mai liberi. Teneteli sempre a briglia corta.” Poi lanciò un’occhiata d’intesa a Terren. “Ma questo, immagino, lo sappiate già.” Senza altro da aggiungere, si allontanarono.
Lasciarono Staughton poco dopo. Terren spiegò a Kail e Galeth che il segno della spirale spezzata si trovava nella parte sud occidentale della città. Tuttavia, non ritenendo fondamentale un’ispezione immediata, il mezzelfo decise di puntare dritto verso Xak – Khalan: era giunto il momento dell’azione!
Il viaggio verso le rovine durò poco più di sei ore. Il sentiero si faceva sempre più stretto, meno battuto, fino a ridursi a una traccia appena visibile tra erba alta e terreno irregolare. Il sole calava lentamente alle loro spalle, tingendo di rosso le colline e allungando ombre inquiete davanti a loro. Parlarono poco. Più si avvicinavano, più l’aria cambiava, diventando più umida e pesante.
Poi, in lontananza, apparvero i primi segni. Ruderi. Pietre spezzate che emergevano dal fango come ossa antiche. Resti di mura divorate dalla vegetazione e colonne inclinate, avvolte da radici che sembravano stingerle come artigli adunchi. La palude non era ancora iniziata del tutto, ma era ormai vicinissima. Terren rallentò, poi si fermò del tutto. Kail e Galeth gli si affiancarono, mentre l’elfo osservava l’orizzonte, immobile. “Ci fermiamo qui.” Dichiarò asciutto.
Galeth aggrottò la fronte. “Ma siamo a poche centinaia di metri.” “Lo so.” Rispose l’elfo in modo lapidario. Kail lo studiò con attenzione. “Che c’è?” Terren non rispose subito; continuava a fissare le rovine lontane. “Accamparsi ora è la scelta migliore.” Disse infine. “Entreremo all’alba. Con la luce.” Galeth incrociò le braccia. “Non mi sembra il tipo di posto che migliora con la luce.” Terren scosse appena il capo. “Non è per quello. E’ per me.” Kail si fece più attento. “Che vuoi dire?”
Terren inspirò lentamente, lasciando che l’aria umida gli riempisse i polmoni. “Sono anni che non passo da queste parti, ma ogni esploratore elfico … almeno una volta nella sua lunga vita … si avvicina a questi luoghi. E’ come un richiamo per noi. Un richiamo della Luce che un tempo queste città custodivano.” Il suo sguardo tornò a posarsi sui resti di pietra.“Xak – Tsaroth … Xak – Khalan.” Sussurrò, come se pronunciasse i nomi di vecchi amici caduti.
“L’ultima volta che sono stato qui intorno però, ho provato inquietudine. E’ normale per noi elfi. Sappiamo che con i secoli in queste rovine è arrivato altro. Qualcosa di selvaggio. Non necessariamente malvagio, ma certamente pericoloso.” Poi il suo volto si fece più teso e il mezzelfo sentì il tono del compagno cambiare drasticamente. “Ma non così.” “Che cosa senti?” Chiese Kail, abbassando istintivamente la mano verso l’arma. Terren esitò, pesando con cura le parole.
“E’ … più forte. Più vicina.” Fece una pausa misurata. “Come se qualcosa si fosse risvegliato.” Il vento passò tra le erbe alte, piegandole in un sussurro lamentoso che pareva rispondere alle sue parole. “La mia natura elfica … “ Continuò piano. “… mi fa percepire alcune cose. E questa … questa non c’era tanto tempo fa. O se c’era rimaneva sopita, fusa con l’ambiente.” Né Kail e né Galeth commentarono quelle fosche parole; il peso di quell’avvertimento sembrava aver reso l’aria più densa. Terren abbassò lo sguardo, poi fece un passo indietro. “Riposiamo. Domani entreremo.” Poi quasi tra sé, concluse: “E capiremo cosa si muove tra queste rovine.”
Quella notte, il sonno arrivò lentamente e non fu affatto leggero. Perché, da qualche parte oltre la linea scura della palude, tutti e tre sentivano che qualcosa di nascosto ed ostile li stava già aspettando.
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- Scritto da Mike Steinberg
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La porta della Torre di Guardia si richiuse alle loro spalle. Il frastuono che ne scuoteva l’interno svanì d’un tratto, inghiottito dal brusio più ampio della città. Il vento portava con sé l’odore acre della polvere e quello pungente delle spezie del mercato vicino.
Galeth camminava con passo misurato accanto alla bambina. Lei procedeva dritta, lo sguardo fisso davanti a sé, avvolta in quella compostezza quasi solenne che lui aveva già notato nella torre. Per un po’ rimasero in silenzio, poi il guerriero lo ruppe con tono gentile. “Vedrai che troveremo presto la tua gente.” La bambina non si fermò, limitandosi a inclinare appena il capo. “Lo so.”
Il guerriero annuì, osservandola con attenzione. Aveva pronunciato quelle parole con la consapevolezza di chi sapeva bene che i barbari delle pianure non avrebbero lasciato mai indietro nessuno di loro. Camminarono ancora per qualche passo tra la folla che gremiva il mercato.
Ad un tratto la piccola lo urtò e Galeth avvertì di nuovo quel calore, intenso e rinfrancante, contro il fianco. Era la spilla. La sentiva pulsare attraverso il tessuto della cappa: viva, rassicurante. Senza dire nulla, il guerriero sfiorò il metallo con la mano, cercando un varco tra la gente mentre un pensiero lo tormentava: doveva capire se esistesse una connessione tra la piccola e il monile che Dominique gli aveva lasciato in eredità. Ma come fare? Lanciò uno sguardo penetrante alla bimba. Lei non se ne accorse. O forse fece finta di non accorgersene.
“Non mi hai detto il tuo nome.” Domandò dopo un momento. La bambina non rispose subito. Continuò a camminare con lo stesso passo calmo e posato, ma il suo sguardo parve farsi leggermente infastidito, come se volesse evitare di ribadire quanto già spiegato al suo amico mezzelfo poco prima. “Tra la mia gente …” Rispose infine con voce asciutta. “… i nomi non si donano facilmente.” Galeth accennò un sorriso. “Capisco.” Fece una pausa, tentando un’altra strada. “Sei figlia di qualcuno di importante nella tua tribù?”
Questa volta la piccola lo guardò davvero. Non con diffidenza, ma con una sorta di silenziosa valutazione. Poi parlò: “Mia madre si chiama Tearsong …” Pronunciò il nome con una nota di profondo rispetto. “ … è la guida spirituale del nostro popolo.” Il guerriero sollevò un sopracciglio. “Una sacerdotessa …” La bambina annuì. “Conosce le erbe. Le medicine. Sa come lenire il dolore e guarire le ferite. La gente va da lei quando soffre.”
Nel dirlo, il suo sguardo mutò. Non era orgoglio infantile, ma ammirazione pura. Quasi venerazione. Al suono delle sue parole, Galeth percepì di nuovo il calore della spilla, stavolta più intenso. Notando che la via era sgombra in quel punto, si fermò. “Posso mostrarti una cosa?” Il guerriero tirò fuori la spilla di Dominique. Il metallo era inciso da un simbolo antico, levigato dal tempo: il segno dell’infinito di Mishakal, la dea della guarigione!
“Questa spilla apparteneva ad un uomo che conoscevo.” Disse Galeth con un velo di amarezza. “Un vecchio nostromo dal cuore nobile e dal coraggio infinito. Si chiamava Dominique.” La bimba osservava il monile in silenzio. Il guerriero le avvicinò lentamente la spilla e il metallo reagì all’istante.
Un bagliore tenue si accese tra le incisioni e il calore aumentò contro la sua mano callosa. “Riconosci questo simbolo?” Sussurrò il veterano. La bambina scosse la testa. “No.” La spilla pulsò ancora. “La vedi?” Chiese lui. “Cosa?” “La luce.” La piccola osservò meglio l’oggetto. Lui lo avvicinò di più; il bagliore si fece più vivo, non abbagliante, ma, almeno per gli occhi di lui, inconfondibile.
Il guerriero la fissò con intensità.“Prova a prenderla.” La bimba esitò solo un istante, poi allungò la mano. Non appena le sue dita sfiorarono il metallo, la spilla smise di brillare. Il calore svanì e il monile si fece freddo e silenzioso. Galeth rimase immobile, col cuore che batteva più forte. La bambina restò a fissarlo con attenzione per qualche secondo intenso, poi glielo restituì come nulla fosse.
Senza aggiungere un solo commento a quell’esperienza, ripresero a camminare. Poco dopo, la locanda comparve davanti a loro. All’interno, uno dei barbari delle pianure sedeva vicino all’ingresso. Non appena vide la bambina, l’uomo scattò in piedi. Le andò incontro parlando rapidamente nella sua lingua, con tono severo. La piccola rispose subito con voce ferma, per nulla intimidita.
Continuarono a parlare per qualche istante, in quell’idioma duro e musicale che Galeth non comprendeva. Poi il barbaro si voltò verso di lui. Era alto, con le spalle larghe e i capelli intrecciati secondo l’uso delle pianure. Lo studiò per un momento, poi disse nella lingua comune: “Ti ringrazio.” Fece un breve cenno con il capo. “Io seguo Arrowthorn, capo dei Qué – Shu.” Il barbaro indicò la bambina con rispetto, svelando finalmente l’importanza del suo lignaggio. “Il capo vorrà ringraziarti di persona.” Il guerriero sentì che, in quel momento, non era nelle condizioni di poter rifiutare.
Lasciata la locanda, l’uomo delle pianure, che si era presentato con il nome di Stonecold, fece segno a Galeth di seguirlo. La bambina camminava tra loro, silenziosa come un’ombra. Si diressero verso la piazza del mercato: il punto esatto in cui la tribù si era separata prima che lei si perdesse tra la folla. Stonecold non parlava, la piccola restava chiusa nel suo mutismo e Galeth non aveva nulla da dire: un trittico perfetto per un generare silenzio assoluto.
Avanzavano tra bancarelle ormai mezze svuotate e venditori impegnati a rimpinguare le merci sui carretti, mentre il sole di mezzogiorno brillava in un cielo terso. Per qualche istante, Galeth lasciò vagare i pensieri. La spilla di Dominique riposava sotto la tunica; l’aveva controllata più volte lungo il tragitto, ma ora era fredda, muta: un semplice pezzo di metallo inerte.
Eppure il guerriero non nutriva dubbi. Ciò che era accaduto tra l’oggetto e la bambina non poteva essere un caso. Aveva visto la luce, aveva percepito quel calore: un senso di forza e quiete primordiale, impossibile da spiegare a parole. E tutto era scaturito dalla sola presenza della piccola.
Dominique era stato chiaro riguardo a quell’antico monile: era un lascito dei Veri Chierici. Un’eredità che la sua famiglia si tramandava da generazioni e che solo in rarissimi casi manifestava barlumi del suo antico potere. Il nostromo era stato tra quei pochi fortunati, ma Galeth non credeva che persino lui potesse scatenare una reazione simile a quella prodotta dalla bambina senza nome.
Il capitano Melas gliel’aveva affidata perché convinto che il suo amico Dominique avrebbe voluto che andasse a qualcuno di degno. Un prescelto. Galeth abbassò lo sguardo sulla piccola che gli camminava a fianco. Forse era lei. Doveva essere lei! Se se ne fosse privato inutilmente, trascurando l’importanza che quel gesto avrebbe potuto avere nei mesi a venire, avrebbe potuto alterare l’intero equilibrio della loro missione.
Malgrado le certezze del guerriero, sembrava però che la bimba non avesse nemmeno percepito l’evento. Non aveva visto la luce, né sentito il calore. Al contrario: sembrava averli assorbiti, spenti. Ma la percezione di Galeth restava forte, profonda, qualcosa di ancestrale che lo spingeva a credere che lei fosse davvero destinata a quella spilla. Tuttavia, un dubbio lo pungeva: forse avrebbe dovuto confrontarsi con il suo compagno prima di fargliene dono.
La piazza si aprì davanti a loro e, con essa, apparve la figura che li attendeva. Un uomo imponente, dai capelli scuri che ricadevano sulle spalle coperte da un mantello di pelle. Non c’erano dubbi su chi fosse: Arrowthorn, il capo dei Què – Shu. Non appena scorse la bambina, l’uomo mosse alcuni passi verso di loro. Non disse una parola; Il suo sguardo corse rapido dalla figlia a Stonecold.
I due uomini si scambiarono poche parole nella lingua delle pianure, un dialogo essenziale e serrato. La piccola rimase immobile finché Arrowthorn non la osservò di nuovo. Le rivolse una domanda con tono fermo e autorevole, privo però di durezza. Lei si limitò ad annuire, accostandosi al padre. Il capo le appoggiò per un istante la mano sulla sua spalla, poi finalmente si voltò verso Galeth.
Lo studiò con calma solenne. C’era qualcosa di magnetico nello sguardo di quell’uomo: non diffidenza, ma un’attenzione assoluta. “Stonecold mi ha detto che sei stato tu a riportarmi mia figlia.” Disse infine in lingua comune. La voce era profonda, ben calibrata. “Non esistono parole con cui io possa sdebitarmi.” Fece un gesto lento verso la piazza circostante. “Questo luogo è per noi un labirinto di voci e di pietra. Ci sarebbero volute ore per ritrovarci.”
Fissò Galeth negli occhi. “Il tuo gesto non è passato inosservato. E’ l’atto di un uomo giusto.” Dopo una breve pausa, Arrowthorn infilò le mani sotto il mantello e ne trasse un piccolo medaglione di cuoio. Dal laccio pendeva un dente lungo e affilato, probabilmente appartenuto ad un predatore delle pianure. Lo porse a Galeth, che era rimasto in ascolto e con la mente in fermento per tutto quel tempo.
“Noi dobbiamo ripartire. Siamo già in ritardo.” Galeth si avvicinò di due passi e accettò il ciondolo. Il cuoio era caldo, segnato dall’uso. “Se un giorno dovessi trovarti nelle terre di Qué – Shu…” Continuò Arrowthorn, indicando il dente con un accenno di sorriso che ammorbidì il volto severo, “… mostra questo. Sarai sempre considerato un amico.”Il guerriero riuscì solo a chinare leggermente il capo in segno di rispetto. “Ti ringrazio per il dono … ma anch’io, col tuo permesso, vorrei farne uno a tua figlia.”
Il capo dei Què – Shu guardò la piccola, mentre Galeth si inginocchiava ed afferrava la spilla dalla tasca della cappa. “Prendila. E’ tua ora …” La bimba alzò gli occhi verso suo padre cercando un tacito consenso, poi si avvicinò al guerriero. Allungò una mano e prese il monile. Per la prima volta da quando l’aveva incontrata, Galeth notò un sorriso di gioia genuina allargarsi sul suo volto acerbo. Non perché capisse il potere sacro di quella spilla, ma perché aveva compreso l’importanza del gesto che le era stato rivolto. Un’importanza che nemmeno lo stesso Galeth era riuscito a cogliere lì per lì, ma che capì in seguito osservando i suoi occhi ridenti: non aveva solo fatto qualcosa di giusto, aveva compiuto un gesto d’amore.
“Grazie.” Riuscì solo a dire la piccola, stringendo l’oggetto con tutte le forze, portandolo al petto. Galeth cercò di inumidire la bocca impastata, poi aggiunse: “Non sono molto bravo con queste cose … ma sono certo, che quando crescerai, saprai scoprire da sola come utilizzare quella spilla. Ne sono certo.”
Arrowthorn annuì un’ultima volta, poi si voltò. La piccola lanciò a Galeth un ultimo sguardo silenzioso, prima di seguire il padre e Stonecold tra le strade della città. Per qualche istante il guerriero rimase immobile nella piazza. La sua mano scivolò istintivamente nella tasca della cappa, ormai vuota.
I dubbi lo assalirono di nuovo, ma sapeva che qualcosa di soprannaturale, quel giorno, era accaduto. Qualcosa di mistico, di divino. Qualcosa che Dominique avrebbe compreso, ma che lui poteva solo intuire: quella bimba sarebbe un giorno diventata adulta e quel giorno gli Dei del Bene l’avrebbero chiamata. Era sicuro di questo e avrebbe fatto il possibile per spiegarlo a Kail.
Si voltò e riprese la strada verso la Torre di Guardia, dove probabilmente il suo amico lo stava già aspettando.
Quando Galeth aveva lasciato la torre con la bambina, il baccano della sala d’attesa era parso richiudersi su Kail come una porta invisibile. Il caos non era affatto diminuito: mercanti che gesticolavano, guardie che cercavano di mantenere un minimo di ordine, gente in fila che borbottava e sbuffava mentre il tempo passava.
Il mezzelfo si sistemò meglio il mantello sulle spalle e rimase al suo posto. Non aveva fretta. O almeno, cercava di non mostrarne. Davanti a lui la fila avanzava lentamente. Ogni tanto qualcuno si metteva a discutere con la guardia dietro il banco delle denunce, e allora tutto si fermava per qualche minuto. Una donna protestava per un carico sparito dal magazzino del porto. Un uomo accusava il vicino di avergli sottratto due galline. Un altro ancora sosteneva di esser stato truffato da un venditore ambulante.
Kail ascoltava ogni cosa distrattamente, perché il suo pensiero tornava sempre allo stesso nome: Terren. Finalmente la fila avanzò di qualche passo e la guardia dietro il banco batté una mano sul legno. “Avanti il prossimo!” Il mezzelfo si fece avanti. La guardia lo osservò con un’espressione stanca, il volto segnato da una giornata troppo lunga. “Allora?” Kail si fermò davanti al banco. “Salve. Ho saputo che tenete in custodia uno scout. Un certo Terren.” La guardia lo fissò per qualche secondo, senza rispondere, poi strinse appena gli occhi. “Perché lo volete sapere?”
Kail incrociò le braccia. “Potrei essere interessato ai suoi servizi.” Spiegò senza cambiare tono della voce. “Mi è stato detto che è una guida molto abile.” La guardia sbuffò. “Molto abile, eh?” Si voltò, si alzò dalla sedia e fece qualche passo verso uno scaffale dietro di lui, dove erano ammucchiati registri di cuoio e fogli sparsi. “Una guida abile … ah!” Mormorò caustico, mentre sfogliava alcune pagine.
Poi tirò fuori un registro più grande e lo aprì con un colpo secco. “Vediamo.” Scorse alcune righe con il dito. “Terren … Terren …” Kail aspettò. “Quando sarebbe stato arrestato?” Chiese l’uomo senza alzare gli occhi. “Ieri sera.” Rispose Kail. “Accusato da un mercante di spezie.” La guardia annuì distrattamente mentre continuava a scorrere i nomi. Poi si fermò. “Eccolo.” Picchiettò il dito sulla pagina.
“Terren. Preso in custodia ieri sera. In attesa di giudizio …” Alzò lo sguardo verso il mezzelfo. “Sarà pure uno scout molto abile …” Chiuse lentamente il registro. “ … ma da quello che vedo qui è anche un ladro molto scaltro.” Kail inclinò leggermente il capo. “E’ già stato giudicato?” La guardia scosse la testa. “No.” Fece scivolare il registro di lato. “Ma se è finito qui dentro, un motivo ci sarà.” Kail fece spallucce. “Il denaro può comprare molte cose.” Disse con calma. “Anche accuse piuttosto convincenti.”
La guardia lo fissò per un istante. Non sembrava risentito, quanto curioso. Kail continuò. “Comunque non sono qui per stabilire se sia colpevole o innocente. Mi basta parlarci.” Il soldato appoggiò i gomiti al banco. “Senza il permesso del suo accusatore non è possibile.” Indicò il registro con un cenno della testa. “A meno che non siate uno dei suoi giudici legali. O qualcuno incaricato di difenderlo a processo.”
Kail rimase in silenzio per un momento. Poi si sporse appena verso il banco. “Capisco.” Abbassò leggermente la voce. “Ma mi basterebbero pochi minuti.” La guardia non rispose, limitandosi a squadrarlo con attenzione. Il mezzelfo continuò con tono misurato. “E so essere … molto generoso con chi mi aiuta.” Per un attimo tra i due cadde il silenzio.
Il soldato si guardò attorno. La sala era ancora una bolgia: gente che urlava, guardie che cercavano di sedare di continuo risse improvvise, cittadini che imprecavano persino in fila. Nessuno stava guardando loro. Il soldato sospirò, poi si voltò verso un collega poso distante. “Ehi, Ragtak!” La guardia sollevò la testa dalle scartoffie. “Che c’è?” L’uomo con cui Kail stava parlando gli fece un cenno eloquente. “Prendi il mio posto un attimo.” Ragtak sbuffò. “Ancora?” “Si, ancora. Devo allontanarmi un secondo.” Il collega si alzò controvoglia e si avvicinò al banco.
“Muoviti.” La guardia fece segno a Kail di passare oltre la sbarra di legno che separava il pubblico dall’area riservata. “Vieni.” Lo guidò lungo un corridoio stretto che si apriva dietro il banco delle denunce. Il clamore della sala rimase rapidamente alle loro spalle, sostituito da un silenzio più pesante, interrotto solo da passi lontani e dal tintinnio occasionale di armi o chiavi. Davanti a loro si apriva il cuore della torre.
Una scala di pietra saliva a chiocciola verso i piani superiori, i gradini consumati al centro da anni di passaggi. La guardia cominciò a salire senza nemmeno voltarsi. Kail lo seguì. Dopo qualche scalino l’uomo parlò, senza rallentare. “Se hai tanta premura di incontrare questo tizio ...” Disse a mezza voce. “… ti conviene fare in fretta.”
Continuarono a salire. “Non posso darti molto tempo.” Aggiunse la guardia. Kail annuì, anche se il soldato non poteva vederlo. “E’ severamente vietato parlare con i detenuti in custodia. A meno che non si tratti di personale legale o autorizzato dai suoi accusatori.” Fece una pausa, “E tu non sembri nessuno delle due cose.” Kail trattenne un sorriso appena accennato.
Mentre procedevano, non poté fare a meno di riflettere su quanto quella situazione fosse distante dalle sue abitudini. Nella sua terra d’origine, la Solamnia, un episodio del genere sarebbe stato quasi impensabile. Lì, le Torri di Guardia erano governate da disciplina ferrea, regolamenti militari e una catena di comando che non lasciava spazio a interpretazioni personali.
Corrompere una guardia? Non impossibile, forse, ma certamente una sfida estrema. Qui invece, a Crossing, uno dei centri nevralgici dell’Abanasinia, le cose sembravano funzionare in un modo quasi opposto. Più elastico. Più umano, forse. Ogni situazione poteva diventare un’opportunità, anche per chi indossava un’armatura e aveva il compito di far rispettare le leggi. Non che Kail avesse qualcosa da ridire in quel momento. Anzi.
La scala terminò davanti ad una pesante porta di legno rinforzata con bande di ferro. La guardia la aprì spingendola con la spalla. Dall’altra parte si estendeva un corridoio lungo e spoglio. Sulla destra si aprivano alcune finestre strette, da cui entrava la luce grigia del pomeriggio. Sulla sinistra invece si susseguivano file di celle chiuse da sbarre di ferro. L’odore di pietra umida e paglia vecchia riempiva l’aria.
Il soldato fece qualche passo lungo il corridoio. “Numero sei …” Mormorò tra sé nervosamente. Kail lo seguì in silenzio, contando le celle. Alla sesta si fermò. Batté una mano sulle sbarre. “Ehi tu.” La figura all’interno non si mosse. “Tirati su. Hai visite.” Dalla paglia arrivò un leggero movimento.
La guardia si voltò verso Kail. “Sbrigati.” Disse. “Fai quello che devi fare.” Indicò con il pollice il corridoio alle loro spalle. “Ti aspetterò fuori dalla porta.” Fece un passo indietro. “Non posso stare qui.” Poi si allontanò. I suoi passi risuonarono sulla pietra, sempre più lontani, finché non si udì il cigolio della porta pesante e il rumore sordo della chiusura. Il mezzelfo rimase solo, immobile davanti alle sbarre.
Da dentro la cella la figura si mosse lentamente. Prima si sollevò sui gomiti. Poi si mise seduta. La luce delle finestre entrava di sbieco nel corridoio, ma all’interno della cella restavano solo ombre. Kail riusciva appena a distinguere la sagoma.
Ad un certo punto la figura si alzò. Fece qualche passo avanti. Quando arrivò abbastanza vicino alle sbarre, la luce proveniente dall’esterno dell’edificio colpì il suo volto. Kail rimase per un attimo sorpreso. I tratti erano inconfondibili: il viso affilato, elegante, quasi scolpito. Le orecchie si allungavano appena oltre i capelli scuri e due occhi grigi, penetranti, sembravano voler scrutare ogni cosa. Il corpo era esile, ma sotto la tunica si intuivano muscoli asciutti, abituati al movimento e alla fatica.
Terren era un elfo!
Un elfo dei sentieri di Qualinesti. Uno di quelli che vivevano per trovare strade dove gli altri vedevano solo foreste, vie scoscese o passaggi impervi. Kail lo squadrò in silenzio per qualche istante. Non ricordava di aver mai incontrato un elfo prima d’ora, e di certo non si aspettava di trovarne uno in una cella.
Gli elfi erano noti per il loro legame con la natura, per una spiritualità antica e per un senso dell’armonia che difficilmente si conciliava con il furto. Erano i prediletti di Paladine, il sommo dio del bene. I suoi primi figli. Kail dubitava fortemente che una creatura simile si abbassasse a rubare, men che meno spezie preziose. Poi però un pensiero gli attraversò la mente: da quello che sapeva su sua madre, rubare spezie era forse il peccato minore.
Quella riflessione gli lasciò addosso una strana sensazione. Per questo era lì. Per sentire la verità direttamente dalla sua voce. Non glielo avrebbe detto subito, ma il modo in cui lo stava osservando lasciava trasparire chiaramente che non era venuto solo per curiosità, ma per uno scopo preciso. Uno scopo che non era detto entrambi avrebbero accettato di condividere, a prescindere della storia del furto. Tuttavia Kail avvertì un’innata familiarità con quella creatura. In fondo, per metà era un elfo anche lui.
Inoltre, lo scout che Anteus aveva scelto come guida pei suoi viaggi nell’Abanasinia era stato proprio un elfo. Trovarsi davanti quei tratti inattesi gli portò alla mente pensieri contrastanti che non si aspettava di risvegliare. Davanti a lui, l’elfo lo osservava in silenzio, aspettando che fosse l’estraneo a rompere l’indugio.
“Tu sei Terren?” Domandò. L’elfo lo studiò con calma. Gli occhi erano chiari, attenti, per nulla intimiditi dalle sbarre. “Dipende da chi lo chiede.” La voce era tranquilla, quasi distaccata. Kail incrociò il suo sguardo. “Il mio nome è Kail. Mi hanno detto che sei uno scout e che sei stato arrestato ieri sera.” Terren inclinò appena il capo. “Entrambe le cose sono vere.” “Per furto.” Aggiunse a margine il mezzelfo. Un’ombra appena percettibile attraversò il volto dell’elfo.” Così sostiene il mercante.” Kail si avvicinò di mezzo passo alla cella.
“Olaf Riltar.” Disse Terren, guardando il mezzelfo con rinnovata attenzione. “Conosci il suo nome. So che vende spezie.” L’elfo sospirò piano. “Vendere spezie è probabilmente l’attività più onesta che svolge.” Rimase qualche istante in silenzio, poi continuò. “Mi ha ingaggiato come guida. Doveva viaggiare da New Ports fino a Crossing. Non conosceva la strada e non si fidava dei sentieri di foresta.” Kail annuì leggermente. “E tu lo hai accompagnato.” “Si …” Terren fece un passo indietro, per un secondo fondendosi per un istante con le ombre della cella. “… ma non mi sono piaciute per niente le persone con cui l’ho visto trattare laggiù.”
“Che genere di persone?” Domandò Kail, corrucciando la fronte. “Gente losca. Individui sinistri a cui non interessavano le spezie … ma le armi. E le informazioni. Tuttavia era tardi per fare un passo indietro: avevo dato la mia parola.” Terren si appoggiò alle sbarre con una mano. “Comunque il viaggio è andato bene. nessun problema, nessuna imboscata, nessun animale pericoloso. Una volta arrivati qui, ho preso la mia paga e gli ho detto chiaramente che le nostre strade si sarebbero separate per sempre.” Gli occhi dell’elfo si fecero più duri. “Ma lui aveva altre intenzioni.”
Kail rimase in silenzio, lasciandolo proseguire. “Mi ha chiesto di fare una consegna per lui.” “Una … consegna?” “Si. Avrei dovuto portare un pacco a New Ports. Dopodiché giurò che non mi avrebbe mai più chiesto nulla.” “E tu hai rifiutato.” Terren lo guardò intensamente. “Non faccio commissioni in generale … e non ne faccio per quel tipo di persone.” Il tono dell’elfo era semplice, come se la cosa fosse ovvia.
“Gliel’ho detto chiaramente.” Terren abbassò lo sguardo per un momento. “Ha insistito per due giorni. Partendo dal denaro e finendo alle minacce.” Sollevò di nuovo gli occhi grigi verso Kail. “Ma la mia risposta non è cambiata.” “E allora ti ha accusato di furto.” “Esatto. Aveva paura che me ne andassi … senza sapere che non potevo … per cui mi ha confinato qui, sperando che queste quattro mura umide mi facciano cambiare idea. Ha detto esplicitamente di non avere fretta.” L’elfo fece un piccolo gesto verso la cella. “Finché non accetterò di fare quella consegna per lui, l’accusa resterà. Quello che lui non capisce è che io vivrò ancora molti secoli dopo la sua morte.” Kail accennò un sorriso, ben sapendo che gli elfi erano quasi immortali agli occhi degli uomini.
Terren lo studiò ancora. “E tu?” Chiese infine. “Sei venuto qui solo per capire se sono colpevole?” Kail scosse lentamente la testa. “Sono venuto per capire se posso fidarmi di te.” Per un attimo i due rimasero immobili. Poi Kail fece la domanda che cambiò ogni cosa. “Conosci un elfo di nome Rashmin?”
Questa volta la reazione fu quasi impercettibile, ma Kail la colse ugualmente. Il volto dell’elfo rimase una maschera impassibile, ma nei suoi occhi passò un lampo. Un ricordo forse. “Rashminthalas …” Mormorò Terren, assaporando il nome. “Si … lo conoscevo.”
Fece un piccolo cenno con la testa. Kail sentì il cuore accelerare. “Sono però diversi anni che non lo vedo.” Continuò l’elfo. “Sapevo che aveva accettato di scortare un umano. Una spedizione esplorativa, credo.” I suoi occhi si strinsero. “Non rivelò mai a nessuno, almeno qui a Crossing, di cosa si trattasse.” Fece una pausa, poi aggiunse: “Ma Rashminthalas non era il tipo da lasciare i suoi sentieri per qualcosa di banale.” Kail abbassò lo sguardo, la voce ora più bassa. “Quell’umano era mio padre. Si chiamava Anteus.” Poi, senza cercare giri di parole, concluse: “Rashmin … o Rashminthalas, alla maniera degli elfi … è morto.”
La notizia rimase sospesa nell’aria pesante della cella. Terren non reagì subito. Arretrò, sparendo nell’oscurità. “Era un ranger straordinario …” Disse piano dalle ombre. “E’ morto tentando di aiutare Anteus.” Confermò Kail. L’elfo tornò verso la luce, lo sguardo affilato. “Dove?” “A Pax Tharkas.” Rispose Kail, espirando lentamente. “Quando mio padre ha trovato il suo corpo … dopo giorni di ricerca … sembrava fosse caduto vittima di una frana. Ma non lo era … aveva le gambe spezzate in punti differenti e sul collo spiccavano strane ferite.”
Terren si fece cupo. “Se conosci la natura di quel viaggio … dimmela.” Kail esitò un istante, poi parlò. “Una guerra si sta preparando, Terren. Che tu ci creda o no, le legioni della Regina Oscura si stanno radunando di nuovo dopo secoli di silenzio. Ho raccolto prove sufficienti per dimostrarlo. Sai a chi mi sto riferendo, vero?” “Takhisis …” Il nome sembrò gelare l’aria. Terren rimase immobile, lo sguardo indurito come pietra. Non appariva sconvolto; sembrava, al contrario, che una parte di lui l’avesse sempre saputo. D’altronde era un elfo: percepiva per natura se un’aura oscura si stava levando intorno alle sue terre.
“Ho scoperto dei piccoli avamposti nella Solamnia.” Continuò Kail, la voce ferma. “E’ la mia terra e so che si stanno preparando da tempo.” “Dunque non è una male che sorge ora, ma un’ombra che si è allungata nel silenzio..” Commentò Terren. Il mezzelfo scosse lentamente il capo. “No. I cavalieri indagano da anni. E grazie ad Anteus … e Rashmin … ora sappiamo che anche qui, nell’Abanasinia, non si tratta solo di superstizioni o voci di corridoio. Il pericolo è reale.”
L’elfo rimase pensieroso per alcuni battiti di cuore. “Se ciò che dici è vero … “ Disse infine. “… allora il destino del mondo sta per mutare.” Kail annuì. “Per questo ho bisogno di uno scout esperto. Per cercare di impedirlo.” Gli occhi di Terren scivolarono su di lui, poi sulle sbarre di ferro, infine sulla pesante porta della cella. “Ed io non posso fare nulla da qui.” Un piccolo sorriso amaro si dipinse sulle sue labbra. “A meno che tu non voglia farmi evadere.”
Kail incrociò le braccia, il volto serio. “Sono appena arrivato in città e preferirei evitare di diventare subito un ricercato.” “Allora resta una sola strada: convincere Olaf Riltar a ritirare l’accusa.” “Dove posso trovarlo?” “Ha una casa nel quartiere dei mercanti. Non ti sarà difficile individuarla: l’odore dell’oro è forte quanto quello delle sue spezie.” Kail fece un passo indietro, accennando un saluto. “Abbi fiducia.” Terren lo osservò senza rispondere.
“Ho disperatamente bisogno del tuo aiuto.” Aggiunse il mezzelfo prima di congedarsi. “Non ti lascerò marcire qui dentro. Anche se sono sicuro che vivresti comunque molto più del mercante di spezie.” L’elfo annuì una sola volta, poi tornò lentamente verso il suo giaciglio di paglia. Kail si voltò e percorse il corridoio fino alla porta di legno. Bussò con decisione. Dall’altra parte si sentirono dei passi. Il chiavistello scattò e la guardia lo osservò con un’aria tra il divertito e l’annoiato.
“Allora?” Gracchiò il soldato. “Hai capito se si tratta di un criminale o di un povero diavolo?” Kail scrollò le spalle con studiata indifferenza. “A parer mio, non ha fatto niente. Ma vedremo.” La guardia fece un sorriso obliquo e sollevò il palmo aperto, in un gesto che non ammetteva repliche. Il mezzelfo sospirò e attinse alla sua scarsella, lasciando cadere alcune monete.
Quando il soldato si ritenne soddisfatto del pagamento, iniziò a ridiscendere la scala a chiocciola. Davanti alla porta che dava sulla sala principale, sbirciò oltre l’uscio. Il caos era ancora quello di prima. Gli fece un cenno sbrigativo. “Vai, sbrigati.” Il mezzelfo uscì, superò la sbarra di legno e si mescolò alla folla. Dietro di lui, la guardia tornò al banco, riprendendo il suo posto accanto a Ragtak e scambiando con lui qualche parola distratta.
Kail attraverso la stanza ed uscì dalla torre, inspirando a fondo. Si guardò intorno stordito. Fortunatamente fuori l’aria era più fresca e gli bastò poco per riprendersi. Poco distante dall’ingresso, seduto su uno scalino, c’era Galeth. Sembrava assorto nei propri pensieri, ma sollevò lo sguardo non appena l’amico gli si avvicinò.
Non servirono troppe parole. I due si aggiornarono rapidamente, con la naturalezza di chi è abituato a condividere pericoli e scelte difficili. Kail riferì dell’incontro con Terren: l’appartenenza alla razza elfica, la sua versione dei fatti e soprattutto il ricatto che lo teneva prigioniero. Un’accusa costruita ad arte da un mercante di spezie, Olaf Riltar, per costringerlo ad accettare un incarico che aveva rifiutato più volte. Non entrò dei dettagli. Non ce n’era bisogno. Galeth colse subito l’essenziale: per reclutare l’elfo serviva convincere il mercante a ritirare l’accusa.
Dal canto suo il mezzelfo aggiunse le proprie impressioni: Terren non gli era sembrato un bugiardo. C’era in lui quella fermezza tipica degli elfi, quella disciplina interiore che difficilmente si piegava a compromessi meschini. Se diceva di essere innocente, lui era incline a credergli. E soprattutto l’elfo conosceva Rashmin. Non di persona forse, ma abbastanza da riconoscerne il valore. E questo a lui bastava.
Galeth ascoltò in silenzio, assimilando ogni dettaglio. Poi fu il suo turno. Raccontò del cammino con la bambina e di ciò che non gli aveva rivelato prima: la reazione della spilla di Mishakal alla sua vicinanza. Un calore che aumentava ogni volta che lei gli era finita addosso nel caos delle strade. Segnali troppo evidenti per essere ignorati. Gli confidò la sua decisione, presa tra mille dubbi e infinite esitazioni.
Aveva donato la spilla alla bambina con un atto di fede. Tutto, dentro di lui, gli aveva urlato di farlo, a dispetto dell’utilità pratica e del suo stesso buonsenso. Ammise con una punta di vergogna di non averlo consultato prima di agire e che, se lui adesso avesse deciso di arrabbiarsi, ne avrebbe avuto ogni ragione. All’inizio Kail sentì un impeto di stizza: nonostante gli effetti negativi che aveva su di lui, quell’oggetto incantato dalla luce di Mishakal, avrebbe potuto essere un’arma preziosa nelle mani di qualcuno di degno che avrebbe potuto unirsi a loro lungo il viaggio.
Poi però la rabbia lasciò il passo all’accettazione, poiché Kail spiegò che aveva imparato a fidarsi ciecamente dell’istinto dell’amico e siccome né lui né il compagno erano i destinatari designati della spilla, fare speculazioni su chi avrebbe potuto utilizzarla, per aiutarli nella loro missione, era solo un mero esercizio retorico. Alla fine gli mise una mano sulla spalla, confortandolo: aveva fatto la cosa giusta. Anche lui, grazie ad Erstellen, aveva imparato a non sottovalutare la chiamata degli dei, soprattutto se aveva l’aspetto di una bambina così singolare.
Galeth sembrò rinfrancato. Mostrò a Kail il ciondolo che il padre della bambina gli aveva affidato: un monile rozzo, ma carico di significato. Rappresentava una promessa o forse un richiamo futuro. Attraverso quel monile sarebbero stati accolti con gioia presso il popolo di Qué – Shu. Kail ascoltò in silenzio. Non commentò subito: c’erano troppe cose che si stavano intrecciando e loro, purtroppo, non sapevano leggere nel futuro.
Alla fine però, entrambi arrivarono alla stessa conclusione: prima di tutto, Terren! Se volevano il suo aiuto, dovevano tirarlo fuori da quella cella. E questo significava una cosa sola: affrontare Olaf Riltar! Kail si voltò verso il quartiere dei mercanti e Galeth gli si affiancò senza dire nulla.
Dopo ore trascorse a muoversi tra le vie di Crossing, i due amici avevano imparato a riconoscere i punti chiave della città: le strade più battute, gli odori che annunciavano le botteghe, il brusio costante del commercio. Non avevano bisogno di chiedere dove andare. Solo chi cercare. Fu una bottega di spezie a dare loro la risposta. L’aria all’interno era densa, quasi solida: pepe, cannella, curcuma, si sovrapponevano in un aroma stordente. Dietro il banco, un uomo stava pesando con precisione millimetrica delle polveri scure. “Cerchiamo Olaf Riltar.” Esordì Kail.
L’uomo sollevò lo sguardo, studiandoli per un istante prima di gesticolare verso l’esterno. “. E’ il proprietario di questa bottega, ma non lo troverete qui. Il mio nome è Nelkoh e qui ci lavoro solamente.” Indicò con il mento lungo la via. “Casa sua è poco più avanti. Portone scuro, finestre ad arco.” Kail annuì. “Grazie.”
Poco dopo si trovarono davanti all’abitazione. Non c’erano insegne, non servivano. Il legno lucido del portone, le rifiniture metalliche, le finestre alte e curate: tutto parlava di ricchezza. Di una ricchezza che non aveva bisogno di essere spiegata.
Kail bussò. Dopo qualche istante, la porta si aprì quel tanto che bastava per lasciar intravedere un uomo anziano, vestito con abiti semplici ma impeccabili. “Si?” “Siamo qui per Olaf Riltar. Dobbiamo parlargli di un affare importante.” Il vecchio maggiordomo li squadrò con occhio attento, soffermandosi soprattutto sui loro abiti da viaggio logori. Poi aprì del tutto la porta. “Entrate.” Disse appena.
L’interno era ordinato, elegante, controllato in ogni dettaglio. Tappeti spessi, mobili robusti, superfici lucide. Nulla era fuori posto. Il governante li guidò lungo un corridoio silenzioso e li fece accomodare in una sala d’attesa. Non passarono che pochi minuti. “Il signor Riltar acconsente a ricevervi, prego seguitemi.”
Lo studio era molto diverso dal resto della casa: non solo esprimeva ricchezza, era carico di valore antico. Teche di vetro custodivano armi di antichi cavalieri di un passato perduto, alcune annerite dal tempo. Alle pareti, quadri raffiguravano battaglie epiche: uomini in sella a draghi che serravano i ranghi contro creature altrettanto imponenti tra fiamme e ali spiegate. Una scena dominava su tutte: un cavaliere solitario, piccolo, ma ammantato di un’aura quasi invincibile, che fronteggiava impavido un drago a cinque teste. Huma e Takhisis!
Su un ripiano, una statua scolpita rappresentava una creatura alata dalle fauci spalancate gli artigli protesi: un altro drago. Accanto, scaffali colmi di documenti incorniciati mostravano pagine ingiallite e antichi rotoli vergati ben prima del Cataclisma. Testi consumati dal tempo, che parlavano di storia antica, di religione e soprattutto di draghi cromatici. Kail non colse ogni dettaglio, ma comprese abbastanza per inquadrare il personaggio che stavano per incontrare.
Il medaglione sotto la tunica si scaldò appena. Una vibrazione sottile accompagnò il calore. Qualcosa, lì dentro, non era del tutto naturale. E non era del tutto innocuo. “Affascinante, vero?” La voce arrivò dalla scrivania. Olaf Riltar li stava osservando.
Sulla cinquantina, avvolto in abiti costosi, cuciti con tessuti pregiati che mal celavano un corpo appesantito da una vita agiata, possedeva però occhi tutt’altro che pigri.“A cosa devo la visita? Geremiah mi ha detto che volete propormi un affare.” Disse, sistemandosi meglio sulla comoda sedia di pelle che soggiaceva alla scrivania. Kail fece un passo avanti. “Siamo qui per l’elfo.” “Elfo? Quale elfo?” Galeth si intromise subito. “Terren.” Olaf si appoggiò allo schienale. “Oh, capisco … il ladro.”
“Non è un ladro.” Ribatté il guerriero. “Le accuse dicono il contrario.” Sorrise freddamente il mercante. “Credo siate abituato a ottenere ciò che volete … anche quando qualcuno non vuole darvelo.” Olaf lo guardò incuriosito, intrecciando le dita sul tavolo. “Un’asserzione interessante, ma pericolosa … messer?” Galeth inclinò appena la testa, gli occhi stretti in due fessure minacciose.
“Il suo nome è Galeth. Io mi chiamo Kail …” Intervenne il mezzelfo per smorzare la tensione. “… e non siamo qui per cercare guai. Siamo venuti per capire se possiamo trovare un accordo tra le parti. Immagino che per voi ogni cosa abbia un prezzo.” Olaf rimase in silenzio per qualche secondo, pensieroso. Poi concesse: “Parlate. Vi ascolto.”
“E’semplice. Ci serve l’aiuto dell’elfo per i nostri viaggi a sud … e ci chiedevamo se poteva esistere una cifra che potesse farvi ritirare le accuse di furto, permettendogli di uscire di prigione. A tal fine, siamo disposti a coprire noi le spese delle spezie rubate.” Riltar schioccò le labbra, contrariato. “Sono abbastanza ricco da non aver bisogno di fare … affari … di questo genere.” Sottolineò la parola affari in maniera pesante, canzonatoria. “Non ho bisogno dei vostri soldi. Quell’elfo marcirà in prigione per tutto il tempo che riterrò necessario … o finché deciderà di rinsavire dalla sua maledetta cocciutaggine. E ora se, non vi spiace, avrei da fare.”
Olaf abbassò gli occhi sulle sue carte, ignorandoli. Ma né Kail e né Galeth avevano la minima intenzione di mollare l’osso. “Suvvia … se non desiderate il denaro, ci dovrà pur essere qualcosa che potremmo fare per voi. Magari una … commissione … di qualche tipo …” Suggerì Galeth, avanzando di un passo. Olaf stava per rispondergli in malo modo, poi la sua espressione mutò. Un’idea sembrò prendere forma dietro i suoi occhi vispi e scuri.
“Uhm … forse …” Mormorò. “… forse un modo ci sarebbe.” Kail non esitò, afferrando quell’apertura al volo. “Dite pure. Lo faremo noi.” Riltar lo guardò, questa volta per davvero. “Cosa intendete?” Kail sospirò, maledicendo i modi evasivi dei mercanti. “Qualunque incarico aveste dato a lui … lo svolgeremo noi.” Si concesse una pausa intensa. “Dobbiamo andare a sud e sicuramente passeremo per New Ports …” Olaf tamburellò lentamente le dita sul tavolo: era chiaro che quei due fossero a conoscenza del compito che aveva proposto all’elfo. “E in cambio cosa chiedete?” “Ritirate l’accusa contro Terren. E’ tutto ciò che vogliamo.”
Riltar fece scivolare il suo sguardo, per un attimo appena, verso il mobile alle spalle del mezzelfo. Un gesto minimo, ma Kail lo colse. Poi il mercante tornò a fissarli. “Dovete passare per New Ports, avete detto.” Galeth non rispose a parole. Estrasse una mappa acquistata da Orsin Feld e la srotolò sul tavolo. “Tracciati chiari, percorsi evidenti. Controllate voi stesso se non mi credete. Non è una deviazione, è la nostra strada.”
Il mercante abbassò lo sguardo ed osservò la mappa. Impiegò troppo poco tempo per verificare quanto gli era stato detto, ma abbastanza per prendere una decisione. Quando li rialzò, qualcosa era cambiato. Si alzò lentamente, raggiunse la credenza dietro le spalle del mezzelfo e ne estrasse un piccolo pacco, sigillato con cura maniacale. Lo posò sul tavolo con eccessiva attenzione. “Questo deve arrivare a New Ports.”
Kail si avvicinò, sperando di percepire qualcosa di soprannaturale, ma il medaglione rimandava solo quel lieve calore sordo e la vibrazione di fondo di quando erano entrati nella stanza. “Cosa contiene?” Chiese Galeth a bruciapelo. Olaf accennò un sorriso tirato. “Nulla che vi riguardi. E nulla che dobbiate aprire per scoprirlo da soli. Se il sigillo verrà infranto, l’accordo salterà.” “Non trasportiamo cose pericolose …” Puntualizzò il guerriero. “Niente di pericoloso. Né per voi, né per altri. Deve solo arrivare a destinazione integro.” Kail e Galeth si scambiarono un’occhiata d’intesa.
“Abbiamo un accordo allora?” Olaf si raddrizzò. “Si. Accettiamo.” Rispose Kail. La reazione che il mercante ebbe a quel punto fu strana: mentre prendeva un foglio e scriveva il destinatario, il mezzelfo notò che egli appariva quasi sollevato, come se si fosse tolto un macigno dalle spalle. “Il destinatario è Philip Lamb, New Ports. Ecco a voi.” Appose anche un ultimo timbro di ceralacca e consegnò il pacco al guerriero, prima di tornare alla scrivania.
Compilò rapidamente un secondo documento, intridendolo di inchiostro fresco. “Con questo le guardie rilasceranno l’elfo. Ma badate bene … non sarà veramente libero. Potrà lasciare Crossing, ma non potrà tornare finché non avrò conferma della consegna.” Galeth incrociò le braccia. “E se qualcosa va storto?” “Non deve. Per il suo bene, soprattutto.” Olaf lo fissò con freddezza. “Se il pacco non arriva … se io non avrò una prova dell’avvenuta consegna a quel destinatario … l’accusa resterà pendente su di lui a tempo indeterminato.” Kail annuì lentamente e afferrò il documento. “Accordo fatto.” “Un accordo tra uomini d’onore.” Concluse Olaf. Nessuno dei tre sorrise.
Kail prese di forza il pacco dalle mani dell’amico, un gesto istintivo che non poté evitare. Era leggero, ma il peso di ciò che rappresentava si faceva sentire. Si voltò sulla soglia. “Grazie per il vostro tempo.” “Grazie a voi.” Rispose Riltar. Il tono non era riconoscente, era rinfrancato. Come quello di chi avesse appena passato una maledizione a qualcun altro.
I due compagni uscirono dallo studio, attraversarono il corridoio e lasciarono la casa. Fuori l’aria sembrò più leggera. Kail guardò il pacco, poi fissò Galeth. “Non gli importava nulla di noi.” Galeth scosse la testa. “No. Affatto. Gli importava solo di toglierselo di torno il prima possibile.” Kail annuì, stringendo appena la presa sul pacco.
“Questo non è un semplice incarico.” Galeth gli si affiancò, lo sguardo fisso sulla strada. “No. E anche Terren lo sapeva.” Ci fu un attimo di silenzio, poi si incamminarono verso la torre. Verso l’elfo. E verso qualcosa che, ormai era chiaro, non aveva nulla a che fare con una semplice consegna.
Il mezzelfo teneva il documento in una mano e il pacco nell’altra. Per qualche passo non disse più nulla, come se cercasse di riordinare le sensazioni lasciate da quell’incontro. Fu Galeth a rompere il silenzio. “Secondo te che può essere?” Kail fece spallucce. “Non lo so, ma di certo non sono spezie.” Annusò per un istante il pacco, poi contrasse la fronte. “Inoltre, non so se sia il caso di parlarne a Terren. Normalmente gli elfi sono discreti, ma potrebbe anche decidere di chiederci che genere di accordo abbiamo stretto con Olaf per liberarlo.” Galeth lo studiò di sottecchi.
“Non vorrei arrivare a mentire di proposito, pertanto cerchiamo di evitare il discorso fintanto che non sia lui a prenderlo. D’accordo?” Il guerriero annuì, poi schioccò le labbra in un gesto pensieroso. “Hai notato che non ha imposto un limite di tempo?” “Si.” Rispose il mezzelfo, affrettando il passo. “E come hai interpretato questa stranezza?”“Che non ha fretta. Vuole solo la ricevuta. Qualunque affare stia sbrigando con questo Philip Lamb, sembra parecchio diluito nel tempo. Meglio per noi.”
Galeth incrociò le braccia mentre camminavano. “Uhm … e quel documento?” “Cosa?” Rispose Kail, mostrandoglielo senza fermarsi. “E’ un permesso provvisorio. Può uscire da Crossing, ma non può rientrare senza la prova della commissione svolta. Segno che prima o poi saremo costretti a dirglielo.” Commentò Galeth. Kail annuì, riflettendo sulle parole dell’amico. “E’ come se Olaf sapesse che Terren tornerà per forza a Crossing.” “E se decidesse di non tornare?” Azzardò Galeth. Kail accennò un mezzo sorriso amaro. “Sarebbe libero …”
“… ecco perché il mercante ha vincolato la sua libertà al ritorno a Crossing con la ricevuta, perché sa che l’elfo non ha scelta.” Galeth sospirò. Terren aveva certamente un motivo per tornare e quel motivo non era Olaf. Sospirando il guerriero disse: “Ognuno ha i propri segreti, giusto? Magari un giorno ci rivelerà i suoi come abbiamo fatto noi.” “Magari lo farà …” Sussurrò Kail al vento.
Quando raggiunsero la Torre di Guardia, il caos mattutino si era stemperato. Questa volta fu più semplice catturare l’attenzione. Kail alzò la mano, cercando un volto familiare. Il soldato di prima lo riconobbe quasi subito e con un mezzo sospiro gli si avvicinò. “Sei tornato.” Kail non perse tempo e gli porse il documento. “Questo dovrebbe bastare.” Il soldato lo prese, lo aprì con calma, scorrendo le righe. Sollevò un sopracciglio. Poi l’altro. “Sei testardo …” Disse, senza nascondere un accenno di approvazione. “… sei andato davvero a trattare con quel mercante.” Kail non rispose. La guardia annuì tra sé. “Mi piacciono quelli che non mollano. Un attimo.”
Si allontanò verso il bancone, scambiò qualche parola con un collega e mostrò il documento. Ci fu un breve controllo, qualche domanda, uno sguardo verso di loro in più rispetto al necessario. Poi tornò. “E’ tutto in ordine.” Restituì il foglio a Kail. “Domani all’alba il tuo amico verrà rilasciato.” Galeth fece un passo avanti, impaziente. “Domani all’alba?” “Si.” Il soldato fece spallucce. “Tempo di recuperare le sue cose, registrare l’uscita e le condizioni del rilascio. Non è possibile fare prima.”
Il guerriero serrò la mascella, ma non aggiunse altro. Il soldato fece un passo indietro, tornando verso la sua postazione. “Non siete i peggiori che ho visto entrare qui dentro per qualcuno. Non fate tardi domattina …” Kail e Galeth si scambiarono un ultimo sguardo, poi uscirono dalla torre. La luce del pomeriggio stava iniziando ad incrinarsi, allungando le ombre sul selciato. “Penso che questa giornata sia finalmente finita.” Esordì Galeth. “Direi di si.” Rispose Kail, prendendo la direzione della locanda.
Se tutto fosse andato secondo i piani, il giorno dopo avrebbero avuto un nuovo compagno di viaggio. E con lui, una strada che cominciava a delinearsi davvero. Verso sud. Verso le rovine di Xak Khalan. E verso qualcosa che, ormai, nessuno dei due considerava più una semplice coincidenza.
Raggiunsero la locanda del Timone Spezzato quando il sole era ormai prossimo a calare. Mara li accolse con uno sguardo curioso. “Avete trovato Terren?” Kail annuì. “Si. E abbiamo convinto il mercante a ritirare l’accusa.” La donna sospirò, sollevata. “Lo immaginavo. Non aveva la faccia di un ladro.” “Restate anche domani?” Chiese poi. Galeth scosse la testa. “Partiamo all’alba.”
Regolarono il conto senza discutere: una moneta d’argento per il saldo della stanza, un’altra per i pasti. Mara si disse soddisfatta e li congedò con un cenno della mano. Mangiarono in silenzio, bevvero un paio di birre, poi salirono nelle loro stanze. Il sonno arrivò rapido, pesante. Poco prima dell’alba erano già in piedi. Una colazione veloce, poche parole, poi di nuovo fuori, verso la Torre di Guardia. Le porte erano ancora chiuse quando arrivarono, ma già qualche persona sul piede di guerra si aggirava per il pianerottolo e per le scale. Non restava che attendere.
Il cielo stava appena schiarendo quando, con un lento cigolio, il portone si aprì. Ne emerse l’elfo. Il battente si richiuse subito alle sue spalle con un tonfo sordo, quasi a voler sigillare quel capitolo spiacevole. Terren scese gli ultimi gradini con passo leggero, quasi silenzioso. Indossava una giacca di pelle consumata, pantaloni di cuoio e stivali segnati da infiniti viaggi. L’arco era già assicurato dietro la schiena; in mano teneva un corpetto di cuoio, mentre la spada pendeva ancora, malferma, al fianco.
Quando alzò lo sguardo, individuò subito Kail. Senza indugiare, il mezzelfo gli andò incontro. “Terren. Te l’avevo detto.” Fece un breve cenno di intesa. “Abbiamo trovato un accordo.” L’elfo annuì, ma senza entusiasmo. Il suo sguardo rimaneva vigile, come se non si fidasse ancora del tutto della libertà appena ritrovata.
Notando che Terren non chiedeva i dettagli della sua liberazione, Kail cambiò subito discorso. “Lui è il mio amico e compagno d’armi, Galeth.” I due si scambiarono uno sguardo misurato. “Terren ci accompagnerà in questo lungo viaggio.” Aggiunse Kail. L’elfo scosse appena la testa. “Vi guiderò almeno fino a Pax Tharkas.” Fece un pausa, lo sguardo perso verso l’orizzonte. “Voglio capire cosa è successo davvero a Rashminthalas, se Paladine me ne darà la possibilità …” Kail non disse nulla, sostenendo il suo sguardo. “Avrai le tue risposte. E noi le nostre. E questo per ora deve bastare ad entrambi. Ti sta bene?” Terren annuì.
Galeth intervenne con calma, accennando alle mappe acquistate e ai territori incerti che li attendevano. Terren ascoltò ogni parola, diede un’occhiata rapida alle carte e sentenziò: “Ci saranno sentieri che non conosco, ma vi farò evitare quelli che portano alla morte. Avete la mia parola.” Kail annuì, ma notò un’ombra di tensione sul volto dell’elfo. “Qualcosa non va?” Domandò preoccupato.
Terren strinse la mascella. “I soldati non mi hanno restituito tutto.” Sollevò la mano vuota. “La faretra è sparita. Insieme al mio zaino e all’intero pagamento del mercante.” Galeth alzò gli occhi al cielo, imprecando tra i denti. “E’ rimasto solo questo …” Kail osservò l’arco: la fattura era impeccabile, un’arma pregiata, non certo un pezzo comune. “… e la mia spada.” Il guerriero fece un mezzo sospiro. “Difficile riavere ciò che è stato rubato quando si è in una cella.” Ci fu più di un’ombra d’amarezza nelle sue parole. “Sembra che certi metodi non appartengano solo alla Solamnia.” Terren annuì, scuro in volto, senza commentare.
Kail intervenne prontamente per spezzare il malumore.“Per ora abbiamo abbastanza oro per tutti. Non facciamoci abbattere. Ci equipaggeremo e andremo avanti. Senza problemi.” Terren abbozzò un lieve sorriso e disse: “Non desidero essere pagato per un viaggio che avrei fatto comunque. Vi accompagnerò, l’ho promesso. Mi serviranno solo una faretra con almeno venti frecce, uno zaino e un equipaggiamento minimo da campo. Caccerò per mangiare.” Kail incrociò lo sguardo soddisfatto di Galeth. “Anche noi ne abbiamo bisogno. Non temere, prenderemo tutto il necessario per il viaggio.”
Galeth aggiunse d’un fiato: “Ti servirà anche un cavallo.” “Ne ho uno … “ Rispose Terren. “… alle scuderie di Darnel.” Il mezzelfo ricordò subito il destriero visto il giorno prima: un animale fiero, dal portamento austero, proprio come il suo padrone.
Si mossero insieme, compatti e silenziosi, camminando in una città che si stava lentamente svegliando tra i primi richiami dei mercanti. Giunti alle scuderie, Darnel accolse l’elfo con una familiarità che tradiva una conoscenza di lunga data. Chiese una moneta d’argento per lo stallaggio del corsiero e Kail pagò senza battere ciglio. Darnel consegnò i loro destrieri, già sellati e strigliati a dovere. Galeth ricevette il suo da Berenice, scambiando con la ragazza poche parole gentili, quasi familiari. Terren montò per ultimo. Senza sella. Solo una stuoia tra lui e il dorso dell’animale. Il suo cavallo sembrò placarsi all’istante quando riconobbe il padrone, che gli sussurrava arcane parole elfiche alle sue orecchie.
I tre viaggiatori salutarono Darnel e sua figlia, poi si trattennero in città ancora un po’ per rifornirsi: razioni per una settimana, qualche oggetto utile, lo zaino e la faretra per l’elfo. Nulla di più. Poi, finalmente, partirono. Attraversarono Crossing senza fermarsi, lasciandosi alle spalle il frastuono e la pietra. Fuori dalle mura, la strada si apriva libera. Terren prese la testa, aspettando le istruzioni dal mezzelfo. Kail e Galeth lo seguirono a breve distanza. Per un lungo tratto nessuno parlò.
All’improvviso Kail rallentò. Qualcosa, sul bordo della strada aveva attirato il suo sguardo. Qualcosa che gli gelò il sangue, facendolo sudare freddo nonostante il mattino fresco. Un segno inciso nella roccia. Una spirale. Una spirale spezzata!
Rialzò gli occhi, mise in guardia Galeth e spronò il cavallo verso Terren. Aveva una domanda angosciante da porgli, una domanda che non poteva attendere.
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- Scritto da Mike Steinberg
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Il cielo stava appena schiarendo quando la scialuppa cominciò ad avvicinarsi al porto. Dietro di loro, a largo, la sagoma della Peregrina era ormai poco più di un’ombra nella foschia del mattino.
Galeth remava con movimenti regolari, mentre Kail osservava la linea della costa che cresceva lentamente davanti a loro. Pontili anneriti, alberi di navi come scheletri contro la luce dell’alba e le grandi gru di legno che svettavano sui moli. Crossing li aspettava.
Per qualche minuto l’unico suono fu lo sciacquio ritmico dei remi. Poi Galeth ruppe il silenzio senza smettere di remare. “Dunque?” Kail si voltò a guardarlo, distogliendo lo sguardo dall’orizzonte. “Dunque cosa?” “Siamo quasi a terra. Da dove iniziamo?”
Kail rifletté un istante, massaggiandosi il mento. “Una locanda … per prima cosa.” Galeth annuì secco. “E poi?” “Poi cerchiamo l’equipaggiamento. Due cavalli. Mappe...” “… e una guida.” Aggiunse il guerriero, quasi avesse avuto un’illuminazione. L’ombra di una preoccupazione velò lo sguardo di Kail. “Uno scout, vorrai dire.”
Il silenzio tornò a farsi pesante. A Kail tornarono in mente, come lampi accecanti, le immagini vissute il giorno prima: il sangue viscido sul ponte, la testa mozzata, il dolore profondo che avevano involontariamente causato a Melas, sua figlia e all’intero equipaggio. “Senza qualcuno che conosca queste terre …” Mormorò infine. “… potremmo vagare per settimane senza meta.”
Galeth sbuffò, un suono aspro. “Sempre che qualcuno accetti di seguirci …” Kail fece un mezzo sorriso. “I soldi non ci mancano … per ora.” Galeth scosse lentamente la testa, gli occhi fissi sull’acqua scura. “Non credo sarà così semplice, Kail.” Gli indicò la costa con un cenno del mento. “Non ci serve un mercenario che si faccia pagare a giornata per portarci da un punto “A” a un punto “B” e poi tornarsene a casa. Ci serve qualcuno che sia disposto a rimanere con noi fino alla fine. Qualcuno che abbia una buona ragione per farlo.” Kail rimase in silenzio, riflettendo attentamente su quelle parole.
Mentre si avvicinavano, sfiorarono un piccolo peschereccio. Un uomo robusto, con la pelle arsa dal sale, stava tirando su una rete dall’acqua. Quando vide la scialuppa rallentò il lavoro e li squadrò con sospetto, lo sguardo che rimbalzava tra loro e il mare aperto. Sputò in acqua prima che Galeth potesse accennare un saluto.
“Vi ho visti.” Gracchiò il pescatore. Il guerriero rallentò la remata. “Venite dal largo …” Il suo mento indicò la foschia dietro di loro. “Calati da una nave. Non è un modo normale di arrivare a Crossing, questo.” I due rimasero in silenzio, lasciando che la barca scivolasse via. Il pescatore scrollò le spalle, tornando alle sue reti. “Spero per voi che non portiate guai. Qui la gente fa molte domande e spesso le accompagna coi coltelli.”
La scialuppa si allontanò, lasciandosi dietro il cigolio del peschereccio. Davanti a loro il porto si apriva ormai in tutta la sua caotica ampiezza. Navi mercantili provenienti dal sud dell’Abanasinia erano attraccate una accanto all’altra, mentre gli argani sollevavano casse e barili sopra i moli tra grida ed imprecazioni. L’aria era densa, un assalto di odori forti: spezie, pesce essiccato, catrame e vino acido.
Galeth manovrò verso uno spazio libero tra due pontili. La barca urtò il legno del molo con un tonfo sordo. Kail saltò giù con agilità, assicurando la cima ad un anello di ferro arrugginito. Non avevano ancora finito di sistemare la scialuppa, che un uomo con una tavoletta di legno sotto il braccio si parò davanti a loro.
“Da dove saltate fuori voi due?” Galeth indicò pigramente il mare. “Dal largo.” L’uomo batté lo stivale contro il fianco della barca. “E questa?” “E’ una scialuppa.” Affermò Kail, con un calma che rasentava l’insolenza. L’uomo fece una smorfia, poi lo squadrò meglio. “Sei simpatico, mezzelfo.” Scarabocchiò qualcosa sulla tavoletta e indicò un edificio poco distante. “Capitaneria di porto. Da quella parte.” Poi si allontanò schioccando le labbra, senza aspettare risposta.
Galeth guardò Kail. “Direi allora che cominciamo da lì.” Disse sorridendo appena. L’idea di abbandonare la scialuppa al molo sfiorò la mente del mezzelfo, ma il pensiero che quell’uomo li avesse visti in volto lo convinse a non creare problemi prima ancora di aver messo piede in città. Annuì in silenzio.
L’ufficio della capitaneria portuale era una costruzione bassa in pietra, sormontata da una bandiera sbiadita che pendeva mollemente sopra l’ingresso. All’interno, l’odore di pergamena umida e cera consumata era quasi soffocante. Dietro una scrivania ingombra di registri, sedeva un uomo anziano, con gli occhiali appoggiati sulla punta del naso. Non alzò nemmeno lo sguardo mentre finiva di scrivere.
Galeth si schiarì la gola. “Ci è stato detto di venire qui.” L’anziano sollevò gli occhi lentamente. “Si?” “Abbiamo una scialuppa da dichiarare.” Sospirò il guerriero. L’uomo chiuse il registro con un tonfo secco. “Il costo dell’ormeggio è di una moneta di rame al giorno.” Si sporse appena in avanti, abbassando la voce. “Se invece volete venderla …” Fece un rapido calcolo mentale, lo sguardo perso per qualche istante. “Possiamo offrirvi una moneta d’argento.” Galeth lo guardò incredulo. “Sembra un furto!” L’anziano sollevò un sopracciglio. “Benvenuti a Crossing.”
Sistemata la faccenda con poche altre parole e un pezzo d’argento in più nelle tasche, uscirono di nuovo alla luce del sole. Il porto era ormai completamente sveglio: mercanti che urlavano prezzi, carri pesanti che sferragliavano sui ciottoli e marinai che già ridevano davanti a botti di vino appena aperte.
Galeth si stirò le spalle, sentendo il peso delle ore passate ai remi. “E adesso?” Kail osservò il groviglio di strade che si inerpicava oltre i moli. “Adesso troviamo questa dannata locanda.”
Trovare un posto dove fermarsi fu più facile del previsto. Bastò fermare un marinaio scaricava casse di agrumi vicino al molo, il volto lucido di sudore e l’aria di chi conosceva ogni angolo del porto. “Se volete bere e mangiare senza farvi spennare …” Disse l’uomo asciugandosi la fronte con una manica sporca. “… provate il Timone Spezzato. Due strade da qui, non potete sbagliare.”
Seguendo le sue indicazioni, arrivarono davanti ad un edificio basso in pietra scura. Un’insegna di legno scricchiolava sopra la porta, dondolante pigramente: raffigurava un timone spaccato in due da un colpo netto. Dall’interno filtravano il brusio delle voci, il tintinnio di stoviglie e il crepitio rassicurante di un focolare.
Per la prima volta da quando avevano lasciato la Peregrina, Kail sentì la tensione allentarsi. Il fragore del porto, il chiacchiericcio indifferente della gente e lo scorrere pigro della vita quotidiana, non sembravano nascondere insidie; nessuno pareva spiarli dal cuore delle ombre, né sussurrare trame per catturarli o ucciderli. A Crossing erano solo due forestieri tra i tanti: quell’invisibilità era, paradossalmente, lo scudo più solido che potessero desiderare.
Lì, nessuno sembrava sapere nulla dei Corvi Rossi, né della loro ultima, tremenda giornata trascorsa sulla Peregrina. Questo non significava che il pericolo fosse davvero lontano. Galen Dracos e i suoi uomini potevano comparire da un momento all’altro. Eppure, dopo quasi tre settimane passate a fuggire, tra rapimenti ed imboscate, quel momento di pace aveva il sapore dolce e stordente di un lusso insperato.
Kail spinse la porta. L’aria all’interno era calda e profumava di pane appena tostato, birra scura e pesce fritto. Qualche marinaio sedeva ai tavoli vicino alla finestra parlando a bassa voce sopra grandi boccali di birra. La locanda era più affollata di quanto il mezzelfo si aspettasse a quell’ora del mattino.
Tra mercanti e facce stanche, l’attenzione di Galeth fu catturata da una figura insolita vicino al camino: un uomo basso e tarchiato, dalla barba scura intrecciata con cura in due piccole code, che discuteva animatamente con un commerciante umano. Il guerriero si chinò verso Kail, senza distogliere lo sguardo.
“Quello …” Il mezzelfo seguì il suo sguardo. “E’ un nano.” Disse piano. Galeth continuò a guardarlo con una curiosità quasi infantile. “Non ne avevo mai visto uno.” Kail sollevò appena le spalle. “A dire il vero … neanche io.”
Il nano sbatté un pugno pesante sul tavolo mentre continuava la sua discussione. “Sembrano … determinati.”Commentò il guerriero cercando il termine adatto. Il mezzelfo fece un mezzo sorriso. “Direi che è una definizione piuttosto diplomatica. Sono cocciuti come le pietre sotto cui vivono e inarrestabili come le valanghe che travolgono le valli.” Galeth inarcò un sopracciglio. “Praticamente sono … me.” I due si scambiarono una risata genuina.
Si avvicinarono al bancone, dove una donna dai capelli scuri raccolti sulla nuca stava asciugando delle tazze. Il suo sguardo, attento e pratico, li inquadrò all’istante. “Benvenuti al Timone Spezzato.” Esordì senza cerimonie. “Cosa vi porto?”
“Due birre.” Rispose Kail. La donna annuì e tornò poco dopo con due boccali pieni. “Altro?” Galeth scambiò un’occhiata d’intesa con l’amico, poi tornò a rivolgersi alla donna. “In realtà, si.” La locandiera sollevò appena un sopracciglio. “Siamo appena arrivati in città.” Continuò. “E cerchiamo alcune informazioni.”
“Dipende da quali.” Il guerriero afferrò il boccale. “Ci servono mappe della regione.” La donna indicò con il pollice verso la porta. “La bottega di Orsin Feld, due strade a nord.” Poi aggiunse: “E’ caro come il fuoco. Ma le sue mappe non vi faranno finire in un fosso.”
Galeth bevve un sorso. “E cavalli.” “Le scuderie di Darnel. Appena fuori città verso sud – est. Non troverete purosangue, ma nemmeno ronzini pronti per il macello.” I due amici si guardarono soddisfatti: i primi due punti della loro cerca sembravano risolti. La donna incrociò le braccia sul bancone, studiandoli meglio.
“Immagino che non siate qui per fare turismo.”
Kail non sorrise. “Ci serve anche uno scout. Esiste una comunità elfica da queste parti?” In quel momento un garzone si rivolse a lei chiamandola per nome, chiedendo indicazioni su una comanda. “Mara”, così si chiamava, non alzò la voce, spiegandogli con calma come avrebbe dovuto sbrigare quell’ordine. Poi tornò ai due stranieri che aveva davanti.
“Nessuna comunità elfica. Gli elfi non sono molto ben visti qui. Se cercate una guida …” Fece una pausa per riprendere fiato. “Al porto c’è una piccola gilda che organizza spedizioni. Pescatori in pensione, aspiranti esploratori, gente che conosce i confini meglio delle proprie tasche.” Galeth annuì. “Potrebbe fare al caso nostro.”
Kail scosse appena la testa. “Dipende.”“Dipende da cosa?” Chiese Mara inclinando la testa. Il mezzelfo fissò il fondo del suo boccale. “Il nostro viaggio potrebbe portarci molto lontano. In territori … poco battuti.” “E forse per parecchio tempo.” Aggiunse Galeth.
“Mia signora …”Bisbigliò poi Kail. “Basta Mara.” “Mara...” Si sforzò di chiamarla lui, vincendo un’atavica ritrosia. “Avete mai sentito parlare di un uomo arrivato da queste parte circa tre anni fa? Il suo nome è Anteus.” Mara si grattò per qualche secondo il mento, poi fece spallucce e disse: “No, mi spiace. Sono qui da dodici anni e non ho mai sentito nessuno che rispondesse a quel nome.” Kail annuì, ma non mollò la presa. “E di un elfo di nome Rashmintalan?”
Mara s’irrigidì. Una luce improvvisa le passò per gli occhi, come se un ingranaggio si fosse appena incastrato nel posto giusto; come se avesse collegato quel nome ad una vecchia storia o a un dettaglio che Kail aveva appena sfiorato. Lo guardò un attimo di sfuggita, poi sospirò. Ovviamente il mezzelfo se ne accorse, ma scelse di non forzare la mano. Galeth invece reagì con meno pazienza. Si sporse in avanti, abbassando la voce fin quasi ad un sussurro.“Che c’è? Vi è venuto in mente qualcuno?”
La locandiera abbassò gli occhi.“Forse … forse ci sarebbe qualcuno che fa al caso vostro. O meglio, qualcuno che avrebbe fatto al caso vostro … fino a ieri.” “Chi? Vi prego, parlate.” Insistette Galeth, la voce contratta in una specie di rantolo nervoso. “Un tipo strano.” Rispose lei con una smorfia che era a metà tra il fastidio e il rispetto. “Ma una guida eccellente. Conosce i sentieri che persino i lupi evitano. Si chiama Terren.”
“E dove lo troviamo?” Chiese Kail. “Pessimo tempismo purtroppo.” Mara appoggiò lo strofinaccio sul bancone. “Ha avuto dei problemi con un mercante. Pare gli abbia rubato delle spezie preziose.” Galeth non batté ciglio. “E lui che dice?” “Dice che non è vero.” Rispose la donna con una scrollata di spalle, che suggeriva quanto poco importasse, soprattutto in questo caso specifico, la verità legale. “Ma la sua parola conta poco contro l’oro di un mercante. Ora si trova nella Torre di Guardia. Lo hanno sbattuto dentro ieri sera.”
Galeth guardò Kail. Per qualche secondo il rumore della locanda parve svanire in un ronzio lontano. Poi il mezzelfo finì la sua birra e posò il boccale sul legno con un colpo secco. “Andremo a parlargli subito dopo colazione.” Galeth annuì, sistemandosi meglio la cintura. “Già … se è finito nei guai, forse abbiamo trovato il nostro uomo.”
Kail si rivolse di nuovo a Mara, lasciando cadere sul bancone alcune monete di rame. “Grazie per le informazioni. Non sappiamo quanto rimarremo, ma avremo bisogno di una stanza.” La donna raccolse le monete con un gesto rapido, poi chiamò il garzone di prima, gli aprì la mano e gliele mise dentro. Il ragazzo la guardò con occhi lucidi per la gratitudine. Il mezzelfo registrò con favore quel gesto, che accrebbe non poco la stima nei confronti della donna.
“Le stanze non mancano.” Rispose Mara, ammorbidendo appena il tono. Prese una chiave da un gancio dietro il bancone e la fece scivolare verso di loro. “Se lasciate una caparra, la stanza è vostra. Una moneta d’argento basterà per entrambi.” Galeth pagò e prese la chiave. “Perfetto. Mangiamo qualcosa in fretta e torneremo più tardi.” La locandiera fece un cenno col capo. “Vi aspetto.” Disse, prima di sparire nelle cucine per preparare personalmente pane caldo, latte fresco e formaggio fragrante.
La luce del mattino era ormai piena quando Kail e Galeth lasciarono il tepore del Timone Spezzato. L’aria del porto era fresca e carica dell’odore del mare, del catrame e delle reti da pesca stese ad asciugare sui moli. Per un momento rimasero fermi sulla soglia, osservando la strada. Crossing era viva.
Mercanti imprecavano trascinando casse e barili verso i magazzini del porto. Carretti carichi di merci passavano lentamente tra la folla. Marinai urlavano ordini mentre scaricavano le ultime merci dalle navi attraccate.
Kail alzò lo sguardo sopra i tetti bassi della città. Le costruzioni erano quasi tutte simili: edifici di pietra chiara, raramente più alti di due piani. Grazie a questa uniformità, non fu difficile individuare la Torre di Guardia.
Svettava poco lontano dal quartiere del porto, una struttura di pietra più scura del solito, che emergeva come un dente scheggiato sopra il resto della città. “Direi che l’abbiamo trovata.” Disse Kail. Galeth si limitò ad un cenno secco del capo.
Si incamminarono lungo la strada principale. Più si addentravano, più Kail si rendeva conto di quanto Crossing fosse cosmopolita, ben oltre l’impressione raccolta in locanda. Gli umani erano ovunque, naturalmente, ma non erano soli. Un altro nano passò accanto a loro trascinando un piccolo carretto pieno di attrezzi da lavoro. Poco più avanti, due mezzelfi discutevano animatamente davanti alla porta di una bottega.
Poi Kail notò anche un gruppo di uomini e donne con abiti e armi che non assomigliavano a nulla che avesse visto prima. Erano alti, con capelli scuri o color rame lasciati cadere lunghi sulle spalle. Indossavano pelli decorate con perline e piume colorate. Portavano archi lunghi e lance leggere, e i loro mantelli erano ornati da piccoli simboli tribali cuciti nella stoffa. Erano in cinque. Uno di loro, probabilmente il capo, aveva il volto segnato da linee di pittura blu che attraversavano gli zigomi come cicatrici cerimoniali.
“Barbari delle Pianure …” Mormorò Galeth. Kail li osservò mentre passavano accanto a loro senza degnarli di uno sguardo, la schiena dritta e il passo leggero. “Non ne hai mai incontrati?” Galeth scosse la testa. “No. Ma ho sentito molti racconti su di loro. Dicono che attraversano le pianure veloci come il vento.”Kail sorrise appena. “Speriamo allora che il vento non soffi nella nostra stessa direzione.”
Rimasero qualche istante a osservare l’andirivieni davanti alla torre. Mercanti, Contadini, soldati. Un paio di uomini discutevano animatamente con una guardia all’ingresso. Galeth si fermò bruscamente. Kail fece ancora due passi prima di accorgersi che il compagno non lo stava seguendo. Si voltò. “Che c’è?”
Galeth stava osservando la Torre con un’espressione corrucciata, le braccia incrociate sul petto. “Non lo so …” Disse infine. Kail lo guardò perplesso. “Non sai cosa?” “Ho una strana sensazione.” Kail sollevò un sopracciglio. “Proprio lì dentro?” “Già. Magari è solo un presentimento, ma se devo essere sincero … preferirei sistemare un paio di cose prima di entrare in quel posto.” “Tipo?” Galeth fece schioccare le labbra. “Mappe. Cavalli. Tutto l’essenziale.” Indicò con il mento la Torre. “Non sappiamo cosa troveremo là dentro, né se Terren si dimostri collaborativo. Se le cose dovessero mettersi male, vorrei avere una via di fuga pronta e i mezzi per sparire subito, senza dover improvvisare.”
Kail capì perfettamente. Galeth non era paranoico, era un guerriero che pensava alla ritirata prima ancora dell’attacco. “Vorresti avere tutto già pronto per il viaggio, così da caricare lo scout e partire all’istante se necessario?” Galeth annuì. “Due cavalli serrati e pronti ... e mappe per orientarmi. Forse sto solo invecchiando e vedo ombre ovunque.”
Kail sospirò, ma il suo sguardo si addolcì. “Dopo quello che è successo sulla nave, un po’ di sana prudenza è puro istinto di sopravvivenza. Va bene allora. Prima le mappe, poi i cavalli …” Galeth approvò, rilassandosi un poco. “La bottega di Orsin Feld dovrebbe essere due strade più a nord.” Kail si voltò nella direzione opposta alla Torre. “Allora muoviamoci.”
Lasciarono la Torre di Guardia alle loro spalle e si inoltrarono di nuovo tra le strade di Crossing. Trovarono la bottega di Orsin Feld esattamente dove Mara aveva indicato: risalendo di poco la via principale verso nord.
Un’insegna dipinta a mano, che oscillava indolentemente sopra una porta stretta di legno scuro, raffigurava una pergamena arrotolata e una bussola incrociata. Kail spinse il battente e una piccola campanella tintinnò sopra l’ingresso, annunciando il loro arrivo in un mondo fatto di polvere e inchiostro.
L’interno della bottega era più grande di quanto sembrasse da fuori. Le pareti erano interamente coperte da scaffali colmi di rotoli di pergamena, mentre mappe di ogni foggia, appese con piccoli chiodi di ottone, occupavano ogni centimetro di spazio libero. Strumenti di misurazione dalle forme bizzarre: compassi, sestanti e vecchi astrolabi di bronzo, erano sparsi sui ripiani come reliquie di un’epoca dimenticata. Al centro della stanza, un massiccio tavolo di quercia fungeva da altare per diverse mappe distese, tenute ferme agli angoli da piccoli pesi di metallo.
Dietro il tavolo, un uomo stava lavorando con una lente di ingrandimento. Aveva capelli grigi raccolti in una coda ordinata e una barba corta e ben curata. Non alzò lo sguardo subito. “Se cercate la taverna.” Disse con voce distratta. “Avete sbagliato porta.”
Kail si fermò davanti al tavolo. “Cerchiamo mappe. E le cerchiamo buone.”Esordì con voce ferma. A quelle parole, l’uomo sollevò finalmente gli occhi: erano piccoli,vivaci e carichi di una curiosità verace. “Allora siete nel posto giusto. Sono Orsin Feld.”
Il mezzelfo fece un breve cenno col capo. “Kail. E Lui è Galeth.” Orsin Feld osservò entrambi con attenzione, come se stesse cercando di capire qualcosa da loro. Poi fece un gesto verso il tavolo. “Che tipo di mappe vi servono?”
Kail guardò le pergamene distese davanti a lui. “La regione a sud di Crossing.” Il cartografo annuì. “Una rotta molto richiesta, ma raramente compresa.” Aprì uno dei cassetti del tavolo e ne trasse un rotolo legato con uno spago di cuoio. Lo srotolò con cura quasi rituale. La mappa mostrava la costa, alcune strade principali e diversi villaggi segnati con piccoli simboli geometrici. “Questa è la versione standard. Affidabile per i mercanti, inutile per chi ha fretta.”
Galeth si chinò sulla pergamena, seguendo una linea col dito calloso. “E questa zona?” Orsin Feld seguì il suo dito che puntava ad una macchia di verde scuro e paludi. Per un istante non disse nulla, poi sollevò appena un sopracciglio. “Le rovine di Xak – Khalan … e della sua gemella, Xak – Tsaroth.” Il guerriero non rispose, ma la sua mascella si contrasse.
Il cartografo piegò leggermente la testa, lo sguardo che si faceva più acuto. “Curioso.” Kai llo guardò. “Perché?” Orsin Feld si strinse nelle spalle. “Non è una meta molto popolare tra chi ci tiene alla pelle.” Arrotolò lentamente la mappa. “Troppe paludi, troppi insetti … e troppe storie.”
Il mezzelfo rimase immobile. “Che genere di storie?” Il cartografo sorrise appena. “Rovine antiche che non amano essere disturbate. E ultimamente …” Fece una pausa drammatica. “Goblin.” “Goblin?” Ripeté Galeth, scambiandosi un’occhiata complice con Kail.
“Avvistamenti.” Confermò il cartografo, avvicinandosi di qualche passo. “Non molti. Ma più di quanto se ne siano visti negli ultimi decenni.” Galeth incrociò le braccia. “Due anni fa qualcuno ne ha trovato tracce vicino alle rovine.” “Lo so.” Rispose Orsin. Kail lo fissò. “Come lo sai?” Il cartografo ebbe un piccolo sussulto di orgoglio. “Le informazioni viaggiano veloci in una città portuale, se sai come ascoltarle.” Si chinò sotto il tavolo e tirò fuori un altro rotolo di pergamena, più piccolo e ingiallito. Non lo aprì, lo fece semplicemente scivolare sul tavolo davanti a sé come una sfida silenziosa.
“Negli ultimi sei mesi un paio di esploratori elfici sono passati da queste parti.” Batté leggermente le dita sul rotolo. “Uno di loro mi ha venduto una copia della sua mappa personale.” Schioccò le labbra per rimarcare l’importanza di quanto aveva appena rivelato. “Segna percorsi che non troverete in nessun’altra carta. Tracce. Sentieri dimenticati. E luoghi che è meglio evitare se volete vedere l’alba successiva.”
Galeth indicò il rotolo con un cenno del mento. “Quanto?” Orsin alzò un dito. “La mappa standard … una moneta d’oro.” Poi posò la mano sul secondo rotolo. “Questa…” Fece una pausa teatrale. “… otto.” Kail sollevò un sopracciglio. “Otto monete d’oro per un pezzo di pergamena scarabocchiato?” Il cartografo annuì serenamente. “Non vi sto obbligando a comprarla.”
Fece scivolare la mappa standard verso di loro. “Molti viaggiatori si accontentano di questa.” Poi puntò l’indice sulla pergamena più piccola. “Ma se avete intenzione di andare davvero a Xak – Khalan o Xak – Tsaroth …” Il suo sorriso si allargò appena. “Io non partirei senza di questa.” Kail e Galeth si scambiarono uno sguardo intenso.
“Sette.” Intervenne Galeth con calma glaciale, appoggiando una mano sul tavolo. “Sette per entrambe.” Il cartografo lo guardò negli occhi per qualche secondo, pesando la determinazione del guerriero. Poi sorrise, un gesto che gli increspò tutto il volto. “Avete occhio per gli affari. Affare fatto.”
Kail estrasse le monete e le fece tintinnare sul tavolo. Orsin Feld prese i rotoli e li schiuse con attenzione. La seconda mappa era in effetti più dettagliata. Sentieri secondari, zone di palude, rovine minori. Il mezzelfo stava osservando attentamente i segni quando qualcosa attirò la sua attenzione.
Un simbolo. Un piccolo segno inciso accanto a una zona rocciosa non lontana dalle rovine principali. Aggrottò la fronte, poi sollevò lo sguardo verso una mensola alle spalle del cartografo. Lì c’era un piccolo oggetto di pietra, una sorta di tappo affusolato verso l’alto, con un’incisione sopra pressoché identica. La superficie era istoriata con altri strani segni che sembravano vibrare sotto la luce delle candele.
Kail indicò la mensola. “Quell’oggetto.” Orsin Feld si voltò. “Questo?” Kail annuì. “E’ in vendita?” Il cartografo lo prese tra le mani, osservandolo con una punta di malinconia. “L’avevo detto che avete occhio per gli affari.” Fece scorrere il pollice sulle incisioni, mentre Galeth si avvicinava curioso. “Me l’ha venduto lo stesso elfo che mi ha portato la mappa.” “Che cos’è?” Chiese il guerriero sporgendosi curioso.
Il cartografo scosse la testa. “Non lo so. Mi ha detto solo che l’ha trovato vicino a quel punto sulla mappa, quello segnato con il simbolo.” “E non ti ha detto altro?” Insistette Galeth. Orsin sorrise appena. “Solo una cosa. Mi ha detto che se gli antichi dei del bene avessero voluto …” Fece una pausa intensa. “… qualcuno avrebbe osato andarci.” La bottega rimase silenziosa per un lungo istante, carica del peso di quelle parole.
Kail fissò l’oggetto. “Quanto vuoi per quello?” Orsin Feld lo osservò, poi fece una cosa inaspettata. Lo posò sul tavolo davanti a loro con un rumore sordo. “Nulla. Prendilo pure.” Il mezzelfo sollevò lo sguardo, sorpreso.”Nulla?” Il cartografo fece un gesto vago con la mano. Poi aggiunse con calma: “A una condizione però ...” Galeth lo guardò, trepidante. “Quale?” “Se davvero andrete laggiù …” Fece scorrere un dito sulla pergamena. “… e se mai tornerete vivi a Crossing …” La sua voce si abbassò leggermente di tono. “… mi porterete una mappa migliore di quella. Una mappa fatta con i vostri occhi.”
Kail e Galeth si scambiarono uno sguardo d’intesa. Poi Galeth annuì lentamente. “Hai la mia parola.” Orsin Feld sorrise soddisfatto. “Allora direi che abbiamo fatto tutti un buon affare.” Kail arrotolò le mappe e prese l’oggetto di pietra. Salutarono cordialmente il cartografo e tornarono di nuovo nel caos solare delle strade di Crossing.
I due amici attraversarono lesti la piazza del mercato, dirigendosi verso l’uscita meridionale della città. Anche questa volta non fu difficile per loro trovare ciò che cercavano.
Kail fermò un mercante che stava legando un carico sul suo carro. “Scusate. Le scuderie di Darnel?” L’uomo indicò la strada che usciva dalla città. “Seguite la via maestra verso sud. Appena fuori dalla città, le vedrete sulla destra. Sono le più grandi, non potete sbagliare.” Il mezzelfo annuì in segno di ringraziamento.
Poco dopo, l’ultima fila di case di pietra lasciò il posto alla campagna aperta, La strada si faceva larga e battuta, segnata dal passaggio costante dei carri. Non lontano dal ciglio della via, protetto da una lunga staccionata di legno scuro, si estendeva il vasto recinto delle scuderie.
Diversi cavalli pascolavano lentamente nello spiazzo erboso. Galeth spinse il cancello; Il legno scricchiolò, un lamento che parve troppo forte nel silenzio della campagna. Non avevano ancora attraversato il cortile quando una voce li fermò. “Cercate qualcuno?”
Una ragazza uscì dalla porta laterale della stalla. Capelli rossi tagliati corti, mani sporche di terra e fieno, una spazzola da cavalli ancora stretta tra le dita. Non poteva avere più di quattordici o quindici anni.
“Mio padre è dentro.” Disse con una sicurezza che non apparteneva alla sua età. “Ma potete dire a me.” Kail accennò un sorriso cordiale. “Cerchiamo due cavalli da viaggio.” La giovane annuì. “Se volete acquistare, allora è meglio che parliate con lui.” Indicò con il pollice la stalla alle sue spalle. “Vado a chiamarlo.” Prima di rientrare aggiunse: “Io sono Berenice.”
“Io mi chiamo Kail.” Il mezzelfo indicò il compagno. “Lui è Galeth.” Il guerriero fece un leggero cenno col capo. “Piacere di conoscerti Berenice.” La sua voce era insolitamente dolce, priva della solita ruvidità. Kail lo notò all’istante: era lo stesso tono protettivo e malinconico che aveva sentito sulla Peregrina, quando Galeth parlava con Maquesta, la figlia del capitano Melas. Uno sguardo diverso, carico di un dolore muto.
Berenice sparì dentro la stalla e tornò poco dopo seguita da un uomo robusto dalla barba grigia e le spalle larghe.“Cavalli da viaggio?” Esordì Darnel, andando dritto al punto. “Due.” Confermò Kail. Il proprietario fece segno di seguirlo all’interno.
La stalla era ampia e ordinata. L’odore di fieno riempiva l’aria. Darnel indicò due puledri snelli. “Questi sono veloci. Sangue caldo.” Poi proseguì verso il fondo, dove altri due animali, più grandi e robusti, riposavano nei loro box. “Questi invece hanno più strada nelle zampe.” Passò una mano sul collo di uno dei due cavalli. “Meno veloci, ma più resistenti. Che tipo di viaggio intendete affrontare?” Domandò con occhio clinico, cercando di sondare i suoi clienti per orientare la trattativa.
Ma non ce ne fu bisogno. Galeth si era già avvicinato. Osservò gli animali con la perizia di chi ha passato la metà della vita in sella. Controllò la dentatura di uno dei due, gli passò la mano sul collo muscoloso e fece qualche passo accanto all’animale per valutarne l’appoggio. Infine annuì. “Questi.” Disse, sfiorando con lo sguardo Berenice che uscì qualche secondo dopo. Darnel incrociò le braccia. “Dieci monete d’oro per entrambi.” Sentenziò asciutto. Galeth fece un cenno a Kail, indicandogli di pagare senza discutere.
“Ci servono anche due selle.” Aggiunse il guerriero. “Le preparo subito.”“Verremo a prendere i cavalli domani, se non è un problema.” Intervenne Kail. “Saranno pronti. Selle, biada e il primo pernottamento sono offerti dalla casa.” Rispose Darnel, soddisfatto dell’affare rapido.
Mentre uscivano, videro Berenice intenta a riempire una mangiatoia. Un destriero pezzato, possente e dallo sguardo indomito, le si avvicinò con passo deciso. Kail intuì che si trattava di una bestia diversa dalle altre, più selvaggia, quasi nobile nel suo portamento. Quando passarono, la ragazza alzò lo sguardo e Galeth le rivolse un breve cenno di saluto. Lei ricambiò con un sorriso rapido, poi i due amici si ritrovarono sulla strada verso la città.
Il silenzio durò qualche minuto, interrotto solo dal fruscio del vento tra le erbe alte. Alla fine il mezzelfo ruppe gli indugi. “Galeth.” Il guerriero si voltò appena. “Si?” “Posso farti una domanda?” “Dipende dalla domanda.” Kail lo osservò fisso. “Quando parli con le ragazze giovani … cambi. Il tuo tono, il tuo sguardo. Tutti i tuoi atteggiamenti. Perché?”
Galeth inspirò profondamente. Poi espirò lentamente, un sospiro che sembrava venire da molto lontano. “Stai attento alle domande che fai, mezzelfo.” La sua voce non era minacciosa. Era stanca. “Non perché siano pericolose …” Fece qualche passo. “… ma perché alcune risposte cambiano le cose.”
Kail non replicò, lasciando spazio all’amico. “Tu mi hai raccontato molto di te. Della tua infanzia. Di come sei stato adottato. Di Astarte. Di Anteus. Dei suoi diari e di quel cognome che esponi con tanta fierezza quando ti presenti.” Lanciò un breve sguardo al compagno. “E sono convinto che ci siano cose che ancora tieni per te.” Fece una pausa, annuendo a sé stesso. “Ma è giusto così. Io, d’altra parte, non ti ho raccontato nulla di me.”
Si fermò e lo guardo dritto negli occhi, con una gravità che gelò l’aria.“Se deciderai di non conoscere il mio segreto … e un giorno nostre strade dovessero separarsi, non ti porterò rancore. Anzi. Se avrai di nuovo bisogno del mio aiuto, io verrò. Perché ti considero una brava persona.” Poi distolse lo sguardo e lo fissò sulla città che li attendeva entrambi a braccia aperte. “Ma se deciderai di ascoltarlo …” Si concesse una pausa che era speranza e preoccupazione insieme. “Allora diventeremo amici.”
Kail lo guardò senza capire. “E per me l’amicizia è una cosa sacra.” La voce di Galeth diventò talmente bassa da sembrare solenne. “Se un giorno mi voltassi le spalle … allora non potrei mai perdonarti. La scelta è tua.” Il silenzio tornò a farsi pesante. Kail lo sostenne per un lungo istante, poi disse semplicemente: “Parla.”
Galeth riprese a camminare, lo sguardo basso. Per qualche passo non disse nulla. Poi iniziò: “Sono nato a Palanthas. Non in una casa importante. Mio padre era una guardia cittadina. Mia madre una sarta. Il mio vecchio era un uomo onesto. Uno di quelli che credono davvero nel lavoro che fanno.” Un sorriso amaro gli increspò il volto. “Un giorno intervenne per sedare una rissa nel quartiere dei mercanti. Un ubriaco tirò fuori un coltello.” Fece un gesto vago con la mano. “Non voleva uccidere nessuno, ma la lama entrò lo stesso.”
Galeth si fermò di nuovo, la voce che si faceva più rauca. ”La ferita non lo uccise subito, ma non guarì mai davvero. Anzi, col tempo peggiorò. Quando morì io ero ancora giovane. Prima che succedesse … avevo altri progetti.” Kail lo guardò con curiosità.
“Mi piacevano i libri. Sapevo leggere e scrivere. I miei ci tenevano. Volevo studiare. Volevo entrare nella biblioteca di Palanthas.” Kail sollevò le sopracciglia. “La Grande Biblioteca?” Galeth annuì con un mezzo sorriso malinconico che svanì quasi subito. “Pensavo di avere una possibilità. Ma quando mio padre morì … mia madre non poteva mantenerci entrambi. Così entrai nella guardia cittadina. Joram, il soldato che abbiamo incontrato a Wildtree, lo conobbi allora.”
Kail annuì lentamente.“Hai seguito le orme di tuo padre.” Disse in un fiato. “Esatto.” Per qualche passo camminarono senza parlare. Poi Galeth continuò. “Non era la vita che volevo. Ma non era una brutta vita. Avevo una buona paga. Una casa e mia madre.”
Fece un respiro profondo.“Poi conobbi Valeria.” Kail gli lanciò uno sguardo intenso. La voce del guerriero cambiò appena. “Era la figlia di un mercante. Rideva spesso.”Gli occhi di Galeth sembrarono illuminarsi di una luce antica. “Ci sposammo. E dopo qualche anno nacque Paula.” Il nome rimase sospeso tra loro, vibrante. “Aveva tre anni quando accadde.” Il mezzelfo aggrottò le sopracciglia, confuso, ma non disse nulla.
“Una sera, Valeria stava tornando a casa dal mercato. Paula era con lei. Passò per una strada laterale per fare prima.” Fece una pausa amara. “Proprio in quel momento, in quel dannato vicolo, un sicario stava uccidendo un aristocratico scomodo per conto di alcuni politici locali. Almeno è quello che scoprii dopo.”
Kail indurì lo sguardo. “Hai identificato il sicario?” Galeth scosse la testa. “No. Capii solo che lavorava per la Gilda dei Ladri di Palnthas.” Il silenzio tornò sovrano tra loro. Se i Corvi Rossi erano una setta pericolosa e ramificata, la Gilda dei Ladri di Palanthas aveva le mani in pasta ovunque, in tutto il continente. I suoi sicari compivano impunemente commissioni del genere perfino nelle Terre Selvagge!
“Valeria lo vide.” Riprese Galeth, la voce piatta. “E lui vide lei.” Kail chiuse gli occhi, intuendo facilmente cosa successe dopo. “Quando arrivai … lei era già morta e Paula … Paula non c’era più.” Kail lo fissò. “Non l’hanno … più trovata?” Galeth scosse lentamente il capo, senza riuscire a rispondere.
“Sai …” Mormorò infine, quasi distrattamente. “Paula portava sempre al collo un piccolo medaglione di bronzo.” Disegnò un rapido cerchio nell’aria con la mano. “Non valeva molto. Un disco semplice di bronzo, con inciso un uccello. Quando nacque, il fabbro di Palanthas ne fece due. Uno per lei … e uno per me.” Per un attimo la sua mano sfiorò il petto, sotto la tunica. Kail capì chiaramente che il guerriero non se n’era mai separato. “Non voleva mai toglierlo.” Terminò Galeth, il tono basso e amaro.
Sospirò, poi riprese: “Conosci la ninnananna della lavandaia?” Kail sbuffò piano. “Chi non la conosce? La nutrice che mi ha cresciuto me l’ha cantata per anni.” Galeth annuì lentamente, come se quel ricordo fosse appena passato davanti ai suoi occhi. Poi, quasi sottovoce, intonò un solo verso della filastrocca: “Dormi piccola stella, dormi, la notte ti culla…”
Il vento soffiò lungo la strada, riempiendo il vuoto lasciato dalla musica. Galeth cercava di prendere fiato. Un mezzo sorriso stanco gli attraversò il volto. “Strano cosa ti rimane nella testa, vero? Una melodia sciocca … e due pezzi di bronzo.” Poi scosse piano il capo. “Comunque non servirebbe a nulla. No, Nessuno l’ha mai trovata.” Abbassò lo sguardo sulla strada.
“E io … io sono quasi impazzito. Ho cominciato a fare domande. Troppe. Ho cercato quel sicario per mesi. Ma quando cerchi troppo a Palanthas … qualcuno prima o poi se ne accorge.” Kail annuì. “La Gilda …” “Si. Mi hanno fatto capire che stavo andando troppo vicino.” Fece una pausa, il peso dei ricordi visibile sulle sue spalle. “Ho cominciato a bere. Ho perso il lavoro nella guardia cittadina. E un giorno qualcuno mi ha fatto avere un messaggio.”
Kail si tese, ogni senso focalizzato sull’amico. “Un messaggio?” “Non per me.” Galeth abbassò gli occhi.”Per mia madre … così ho lasciato Palanthas. Se fossi rimasto …. l’avrebbero usata contro di me.” Trasse un respiro profondo, pesante come piombo. “Sono passati dieci anni. Dieci anni a fare il mercenario, a cercare di dimenticare. Di fuggire da me stesso. Ma certe cose non si possono scordare … e da sé stessi non si può fuggire. Mai.”
Poi Galeth indicò la strada alle loro spalle. “Ecco perché. La ragazza della scuderia, Maquesta…” La sua voce tremò appena. “Ognuna di loro … potrebbe essere mia figlia.” Il vento sollevò il terriccio della strada, velando i loro sguardi. “Io non lo so … non l’ho mai vista crescere.” Calciò via un sasso, un gesto nervoso che tradiva il dolore. “Quindi cerco di essere … migliore. Almeno per un momento. Cerco di essere il padre che non ho potuto essere per lei.” Concluse Galeth, tornando a guardare la polvere ai suoi piedi come se cercasse lì una risposta.
Quando il guerriero sollevò lo sguardo erano arrivati alla Torre di Guardia, ma né lui né l’amico non avrebbero saputo dire nulla di ciò che avevano incrociato lungo il tragitto. Kail rimase in silenzio per qualche secondo, poi posò una mano ferma sulla spalla del compagno. “Amico mio … il tuo segreto è al sicuro con me.” Lo guardò negli occhi. “Perché per me tu sei già un amico.” Fece un cenno verso la torre. “E gli amici non si voltano le spalle.
L’aria salmastra attraversò la piazza. Davanti a loro si ergeva la Torre di Guardia. “Entriamo?” Domandò Kail abbozzando un sorriso per allentare la tensione. “Entriamo.” Rispose Galeth, sfregandosi il viso con la manica, fingendo che qualcosa gli fosse finito in un occhio.
I due amici varcarono l’arcaica porta della Torre di Guardia di Crossing e furono subito investiti da un fragore di voci, proteste e lamenti. Il grande salone, solitamente austero e disciplinato, era diventato un groviglio di persone irritate. Mercanti, carovanieri e viaggiatori si accalcavano davanti al banco delle denunce, qualcuno agitava documenti stropicciati, altri gesticolavano con furia, mentre le guardie cercavano di mantenere un ordine che ormai somigliava più a un’illusione che a una realtà.
“Ti giuro, Gerick, è stato lui” Gridò un uomo dal volto paonazzo, sbattendo il pugno sul banco. “Mi ha rubato due sacchi pieni di preziose stoffe e fino all’ultimo ha negato tutto!” “Calmati, Domer …” Cercò di placarlo una donna al suo fianco, tirandolo per la manica. “… potrebbe essere stato solo un errore. Forse li ha presi per sbaglio.” “Errore?” Domer sputò la parola come fosse veleno. “Nostro figlio doveva venderle domani per pagare il conto del fabbro! Come faremo adesso?”
Dal centro della sala una guardia alta, con la cotta di maglia slacciata sul collo per il caldo, urlò sopra il frastuono: “Uno alla volta! Per gli dei, uno alla volta! Qui nessuno tirerà fuori una spada, chiaro?”
Poco più in la un’altra disputa stava degenerando. “Te l’ho detto mille volte, Malric!” Strillò una donna indicando un uomo con un dito tremante. “Quel cavallo era mio! Ti ho pagato per custodirlo durante il viaggio!” “E io ti ho ripetuto fino a sfiancarmi che ormai è mio! Non puoi certo pretendere che lo tenessi con me in eterno! ” Ribatté lui, avanzando di un passo con fare minaccioso. Per un attimo sembrò che si sarebbero presi a pugni, ma una guardia sbuffò e si infilò tra loro con decisione, separandoli a forza.
Nel mezzo di quel caos di voci, insulti e accuse, qualcosa attirò l’attenzione di Kail. Sulla sinistra, rasente la parete di pietra, una figura minuta sedeva immobile su una panca di legno grezzo. Una bambina.
Non gridava, non protestava, non sembrava nemmeno sfiorata dal tumulto che riempiva la stanza. Rimaneva composta, le mani in grembo, la schiena dritta e lo sguardo fisso davanti a sé. I suoi capelli erano di un color molto strano e insolito: una fusione di oro ed argento che catturava e rifrangeva la luce delle torce. I suoi occhi azzurro cielo fissavano un punto invisibile nel vuoto con una fermezza inaspettatamente adulta.
Kail rimase ad osservarla, rapito. Il taglio ricercato degli abiti, le cuciture in pelle decorate con piccole perline, la pelle leggermente ambrata. Tutto di lei gli ricordava qualcuno. Poi la memoria si accese. I cinque barbari delle pianure!
Li avevano incrociati proprio fuori dalla Torre di Guardia, poco dopo esser usciti dalla taverna del Timone Spezzato. Uomini alti, avvolti in pelli, con quel portamento fiero e silenzioso tipico delle tribù delle steppe. Il mezzelfo si voltò verso Galeth. “Fai tu la fila un momento.” Il guerriero gli lanciò uno sguardo sospettoso, quasi allarmato. “Perché?” Kail fece un piccolo cenno con il capo verso la panca.
“Quella bambina.” Galeth la osservò distrattamente per un momento. “E allora?” “E’ li da un po’. Non parla con nessuno e nessuno sembra curarsi di lei.” Il guerriero incrociò le braccia e sospirò pesantemente. “Kail …” “Vado solo a capire se si è persa.” L’omone scosse la testa con un mezzo sorriso stanco. “Proprio non riesci a farti gli affari tuoi, eh?” “Torno subito.”
Il mezzelfo si fece strada tra due mercanti che stavano discutendo animatamente e raggiunse la panca lungo la parete. Quando le fu vicino, si fermò un attimo per non spaventarla, poi si chinò su un ginocchio per portarsi alla sua altezza. “Ehi …” La bambina spostò lo sguardo su lui. Quegli occhi azzurri erano incredibilmente limpidi, quasi specchi d’acqua.
“Ti sei persa?” Chiese Kail con tono gentile. La bambina si limitò ad osservarlo senza rispondere. “Ho visto alcuni della tua gente uscire da qui poco fa …”Continuò Kail indicando con il pollice la porta d’ingresso. “… barbari delle pianure …” Un lieve movimento delle sopracciglia rivelò che aveva indovinato. Dopo qualche secondo, la bambina parlò.
“Sono venuta qui con mio padre … e con altri della mai gente.” Kail annuì piano. “Per vendere le pelli?” “Si. E per comprare cose utili per noi.” La piccola abbassò gli occhi per un momento. “Quando siamo arrivati nella piazza c’era molta gente. Bancarelle … e … giochi …” Kail capì subito. “E nella folla vi siete divisi”. Lei annuì. “Mio padre mi aveva detto che se fosse successo dovevo venire qui. Alla Torre di Guardia.” “E’ una buona idea.” “Ma quando sono arrivata, loro non c’erano.”
Kail rifletté un istante. “Sicuramente sono arrivati prima di te.” Concluse infine. “Li ho visti uscire solo poco fa. Probabilmente sono andati a cercarti proprio ora.” La bambina rimase in silenzio, assorta.
“Come ti chiami?” Chiese Kail. Lei scosse piano la testa. “Non ho ancora un nome. Mi verrà dato quando avrò dimostrato di esserne degna.” Kail corrucciò la fronte limitandosi ad annuire. Intuiva che fosse un’usanza sacra della sua gente, un rito di passaggio fondamentale per garantire la loro identità.
Si raddrizzò e le sorrise. “Se vuoi posso accompagnarti a cercarli.” La bambina lo studiò questa volta a lungo, come se stesse valutando se quella soluzione fosse valida quanto il comando di suo padre. Poi fece un piccolo cenno d’assenso. Kail le porse la mano. “Andiamo.” Lei scese con calma dalla panca e lo seguì, ma senza toccarlo. Tornarono verso la fila dove Galeth stava ancora aspettando. Il guerriero li vide arrivare e sospirò profondamente. “Lo sapevo.”
Kail sorrise appena.”Non fare quella faccia. L’avresti fatto anche tu.” Fece un piccolo gesto verso la bambina. “Si è persa. Fa parte della stessa gente che abbiamo visto uscire dalla torre poco fa.” Galeth abbassò lo sguardo sulla piccola. Kail aggiunse con tono leggero. “Questo è Galeth. Non lasciarti intimidire dal suo vecchio cipiglio … in realtà è una brava persona.” Poi si chinò leggermente verso di lei. “Io sono Kail, e sono un amico.”
La bambina annuì appena. Kail si tirò su e si rivolse al compagno: “Stavo pensando di accompagnarla a cercare la sua gente. Sono convinto che quei barbari non siano andati lontano. Probabilmente nella piazza, alla locanda o verso i moli.”
Galeth non rispose subito. In quel preciso istante qualcosa nella tasca interna della sua cappa cominciò a scaldarsi. All’inizio fu appena una sensazione. Poi il calore aumentò rapidamente. Il guerriero infilò lentamente la mano nella tasca e strinse l’oggetto: era la spilla che aveva staccato dalla giacca di Dominique sulla Peregrina. Il piccolo disco di metallo con inciso il simbolo della dea Mishakal!
Il metallo era caldo. Non bruciante, ma vivo. Un calore profondo, quasi tonificante. Galeth continuò a osservare la bimba senza cambiare espressione, eppure era certo che la spilla si fosse attivata proprio a causa della sua vicinanza. Di fianco a lui, anche Kail avvertì qualcosa, ma non era affatto rinvigorente. Un brivido di inquietudine lo percorse: non era paura, né dolore, ma un disagio sottile che lo spinse a voltarsi istintivamente verso la sala alle loro spalle. Nulla di strano, apparentemente. Eppure la sensazione persisteva.
Vedendo l’amico turbato, Galeth prese una decisione improvvisa. Tolse la mano dalla tasca e guardò Kail. “Facciamo così … rimani tu qui a parlare con Terran …” Il mezzelfo lo fissò sorpreso. “E la bambina?” “La accompagno io.” “Sei sicuro?” “Si, quei barbari non saranno lontani. E comunque qualcuno deve restare qui a parlare con questo scout … e tu conosci meglio i dettagli.”
Kail rifletté un attimo, poi annuì. Si chinò di nuovo verso la piccola. “Il mio compagno ti accompagnerà a trovare la tua gente. Vedrai che farà in fretta, è molto più bravo di me a trattare con le persone.” La bambina alzò lo sguardo verso Galeth, studiando quel gigante in armatura. Kail prese il suo posto nella fila, mentre il guerriero rimase un istante immobile accanto alla piccola. Più le stava vicino, più la spilla premeva contro il suo fianco con un calore quasi senziente.
Pensò che non era il caso avvertire Kail di quel fenomeno, non ancora. Voleva approfondire, verificare se quella reazione fosse davvero legata alla natura della bimba o se fosse una coincidenza del destino.
Fece un piccolo cenno con il capo verso l’uscita. “Andiamo.” E mentre si avviavano verso la porta della Torre di Guardia, la spilla di Mishakal continuò a riscaldarsi, sempre più evidente, come se riconoscesse in quella piccola creatura senza nome qualcosa che lui non poteva ancora comprendere.
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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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Il sole stava definitivamente calando quando Kail uscì dalla cabina del capitano. Galeth lo attendeva poco distante, sul ponte ancora illuminato dagli ultimi riflessi aranciati del giorno. Kail si guardò subito intorno, come se cercasse qualcuno.
“I cavalli sono stati portati nella stiva e loro sono scesi tutti e tre…” Disse Galeth con calma, indicando il molo con il pollice. Attese che l’amico gli si affiancasse, poi chiese a bruciapelo: “Che ti ha detto Dominique?”
Kail appoggiò i gomiti sulla frisata e, a bassa voce, riferì quanto appreso: la spilla incantata e la sua incredibile storia, il passato condiviso con Astarte e la gravosa responsabilità che il nostromo aveva appena accettato di prendersi sulle spalle.
“Probabilmente non ha detto tutto …” Concluse Kail. “… ma non per diffidenza, per cautela.” Galeth rifletté un istante. “Ti fidi di lui?” “Si.” Confermò il mezzelfo, lo sguardo perso tra i moli del porto. Galeth annuì. “Mi basta.” Non servì aggiungere altro.
I due compagni rimasero sul ponte un’altra mezz’ora. In quel lasso tempo avevano sperato che qualcuno tra il capitano, Maquesta o Dominique salisse a bordo, ma immaginarono che tutti e tre avessero il loro bel da fare per pianificare i prossimi compiti e spostamenti. D’altro canto quella situazione, per quanto importante, non era certo stata preventivata.
Persino gli altri passeggeri erano spariti dalla circolazione.
Galeth aveva chiesto a Kail cosa ne pensasse dei due mercanti e della donna di bell’aspetto intravisti poco prima, e se fosse il caso parlarne col capitano. Ne stavano ancora discutendo quando Melas Kar – Thon tornò sulla nave, accompagnato dalla figlia e dal nostromo. Dominique portava con sé una sacca da viaggio, recuperata da qualche parte fuori dalla nave. Era molto probabile che il nostromo avesse una casa in città.
I due amici capirono immediatamente che non era il momento per fare domande. Quello era il momento del commiato.
Maquesta gli si avvicinò per prima; con un gesto rapido gli sistemò il bavero e lo strinse in un abbraccio breve ma sincero. Non era un saluto tra due ufficiali. Era qualcosa di più profondo, più intimo. Non tra padre e figlia, ma quasi. Come uno zio che partiva per un viaggio rischioso e una nipote che fingeva di non temere per lui. Dominique le dedicò una carezza che scaldò il cuore di entrambi.
Poi fu il turno del capitano Melas Kar – Thon, che gli strinse l’avambraccio con forza. Erano uomini che avevano condiviso tempeste e silenzi, decisioni difficili e notti senza stelle.
“Sii prudente.” Riuscì a biascicare Melas, tradendo un briciolo di imbarazzo. Dominique annuì con un sorriso, poi si voltò e si sistemò meglio la sacca sulla spalla, intenzionato a scendere lungo la passerella direttamente verso il molo.
A quel punto Kail e Galeth si avvicinarono per salutare il nostromo, augurandogli buona fortuna. Era una missione cruciale anche per loro: se Astarte non avesse ricevuto la lettera, una volta raggiunto Crossing sarebbe stato tutto più difficile far arrivare aggiornamenti e comunicazioni al suo castello nell’entroterra solamnico.
Dominique si sforzò di tenere il morale alto di tutti, compresi i marinai accorsi da ogni parte per dedicargli il giusto commiato; assicurò che ogni cosa sarebbe andata bene e che lui sarebbe tornato presto sulla Peregrina, ma sia il mezzelfo che il capitano sentivano che invece qualcosa sarebbe andato storto. Se lo confermarono con un’occhiata eloquente.
Melas seguì Dominique con lo sguardo mentre si dirigeva verso il porto e i cavalli che lo avrebbero condotto a nord, verso Lemish. Il nostromo intendeva raggiungere Firstward entro l’ora di cena: lì, un parente lo avrebbe ospitato, permettendogli di lasciare subito la zona del porto, decisamente troppo pericolosa in quel momento.
Mentre gli altri parlavano a bassa voce, Melas non si mosse. Seguì il nostromo con lo sguardo finché la sua figura non si confuse tra le sagome dei magazzini e delle gru del porto. Anche quando non fu più distinguibile, continuò a fissare quel punto, come se volesse imprimere quell’immagine nella memoria.
Kail comprese in quell’istante che, qualunque, cosa accadesse, Melas non aveva nulla a che vedere con ombre e tradimenti. Se c’era qualcosa nell’aria, era solo un presagio. E il capitano ne era solo la prima vittima.
Fu allora che Galeth si fece avanti.
“Capitano…” Disse con rispetto. “… prima che venga assorbito dai suoi doveri sulla nave, io e Kail vorremmo farvi qualche domanda sui passeggeri.”
Quella che poteva sembrare una richiesta fuori contesto, visto il forte momento emotivo, si rivelò invece per Melas un’opportunità per riancorarsi alla realtà. L’ergothiano si diresse verso il timone e fece segno a Kail e Galeth di seguirlo. “Che genere di domande? Non amo parlare dei miei passeggeri.” Esordì in tono distaccato.
Il guerriero sbirciò verso il ranger, poi aggiunse: “Niente di personale, ma avendo notato che non sono più sul ponte e probabilmente nemmeno sulla nave, ci chiedevamo se potessero essere… come dire… sicuri.” Gli occhi scuri del capitano si posarono su di lui. “Sicuri?”
“Si, ecco… spero possiate capire la nostra apprensione.” Melas sospirò, levando gli occhi al cielo. “I mercanti e la ragazza hanno prenotato una locanda nella parte alta della città. Ci raggiungeranno più tardi, dopo aver cenato.”
Galeth non disse nulla, ma continuò a fissarlo come se si aspettasse dell’altro . Il capitano sospirò affranto. “I mercanti commerciano in pelli. Devono attraversare l’Abanasinia fino alla costa opposta. Hanno pagato bene, ho verificato i nomi. Nessuna cattiva referenza.” Fece una pausa, sperando che Galeth mollasse la presa, ma capì che non sarebbe successo.
“La nobildonna invece, Katharina Di Caela, è stata raccomandata da un membro della Chiesa dei Cercatori. Un sant’uomo, almeno in apparenza. Mi ha chiesto la cortesia di accompagnarla a New Ports, verso sud. Viaggia leggera, non crea problemi.” Si strinse nelle spalle. “Non ho motivo di dubitare di lei.”
Il mezzelfo si sforzò di ricordare dove avesse già sentito quel nome, effettivamente importante, di una delle famiglie solamniche più in vista di tutte. Tuttavia il ricordo faticava a riemergere. Alla fine annuì insieme a Galeth, annuì. Notando che la loro curiosità era stata appagata, Melas aggiunse: “All’alba salperemo e il vento non ci sarà favorevole. Potremmo impiegare più del previsto. Per chi non è abituato al mare, anche poche ore possono pesare. Se accettate un consiglio: andate a riposare.”
Quasi a chiudere la conversazione, una voce femminile intervenne alle loro spalle. “E prima di riposare… dovete decidere dove cenare.” Maquesta, li osservava con attenzione vigile. Senza attendere replica, si rivolse al padre: “La nave è pronta a salpare, capitano. Al suo ordine.” Melas approvò con un cenno e si allontanò.
“Scendete al porto o resterete a bordo?” Chiese la ragazza. Galeth rispose senza esitare. “Meglio non farci vedere in giro. Rimaniamo qui, se possibile.” Maquesta fece loro un cenno d’approvazione. “Saggia decisione. Venite.”
La giovane li condusse sotto coperta, attraverso il corridoio centrale. Lì, in un angolo riparato tra le travi robuste, due amache erano state tese per loro. “Non è un cabina privata…” Disse con franchezza. “Ma nessuno vi disturberà. Farò portare qualcosa da mangiare.” Poi si allontanò con passo sicuro.
Poco dopo, un giovane mozzo comparve con una cesta: pane scuro, formaggio stagionato e una zuppa densa e tiepida in un recipiente di metallo. Rimasero soli. Mangiarono senza fretta, mentre i rumori del porto filtravano attutiti attraverso lo scafo. Quando ebbero finito, Kail aprì il proprio zaino: “Credo sia arrivato il momento di organizzare la prima fase del nostro viaggio…” Galeth si tirò su dall’amaca, incuriosito. “I diari di Anteus…”
Kail mostrò all’amico i resoconti che Astarte aveva organizzato con cura affinché lo guidassero nel suo pericoloso viaggio nell’Abanasinia. Anteus, suo padre adottivo e maestro d’armi, era stato inviato lì due anni prima per verificare voci inquietanti provenienti dall’estremo sud. Movimenti sospetti e presenze non riconducibili ad alcuna autorità locale. Voci che ora, dopo quanto avevano scoperto su Galen Dracos, assumevano un significato ben più oscuro.
Anteus era scomparso e Kail si era offerto per quella missione anche con la speranza di ritrovarlo. Galeth si alzò e gli si affiancò, mentre l’amico sfogliava le prime pagine degli appunti, indicando le note di un lavoro di ricostruzione che copriva due anni del viaggio sul territorio.
“Settembre 328: approdo a Crossing, contatto con Rashmintalan, la mia guida elfica di Qualinesti. Secondo l’elfo, due mesi prima ha visto la presenza di creature oscure a Xak Xhalan. Inizierò da qui, vale la pena indagare. Arrivo a Staughton, rifornimenti e partenza per Xak Xhalan.
Ottobre 328: Abbiamo esplorato il sito. L’elfo mi ha confermato la presenza di tracce fresche di goblin e hobgoblin ed umani, di non più di un mese fa. Sono rimasti poco, forse erano esploratori. L’elfo ha visto anche altre tracce strane, più grandi, forse orchi, il che farebbe pensare ad una insolita collaborazione.”
Kail leggeva gli appunti di Anteus riportando fedelmente ogni parola. “Dovremo ripercorrere tutto…” Mormorò Galeth. “Passo dopo passo.” Confermò Kail.
Tuttavia, proprio quando entrambi convennero che trovare Rashmintalan avrebbe fatto la differenza, scoprirono con amarezza che la guida elfica di Anteus era morta mesi dopo, durante l’ispezione di alcune miniere abbandonate.
“Giugno 329: Una terribile tragedia si è abbattuta su di noi. Mentre controllavamo i cunicoli più interni sotto Pax Tharkas, una frana ha tagliato la via a Rashmin! Lo abbiamo cercato per tre giorni, ma non perdo le speranze: riusciremo a trovarlo e a tirarlo fuori! Purtroppo Rashmin non ce l’ha fatta! L’abbiamo trovato morto dopo infinti tentativi. Senza di lui sarà molto più difficile orientarsi. C’era un forte odore di zolfo e il nostro povero amico aveva entrambe le gambe spezzate, ma in punti differenti. Aveva inoltre dei strani segni sul collo, per WindWalker si tratta di un’aggressione e io stesso resto moderatamente dubbioso.”
I due amici stabilirono comunque che iniziare il viaggio trovando una guida valida, magari cercandola proprio nella comunità elfica locale, sarebbe stato fondamentale per muoversi in quei territori ostili e sconosciuti. Parlarono a lungo del loro approccio a Crossing, di come muoversi con discrezione, chi contattare e quali piste seguire per prime. Finché le parole si fecero più lente, cullate dal rollio leggero della nave ormeggiata. Alla fine si addormentarono.
Quando Kail riaprì gli occhi, la luce era già piena: non il grigio dell’alba, ma mattina inoltrata! La nave si muoveva con decisione: avevano salpato. Un odore intenso e dolciastro saturava l’aria sottocoperta.
Quel profumo strano non gli era nuovo lo aveva già avvertito nel pacco che Maquesta aveva ritirato dall’oste alla Gramigna Verde. Quell’aroma speziato, misto a una lieve ma intensa sensazione di calore proveniente dal medaglione, lo avevano avvolto mentre dormiva. Ricordava vagamente, in quel limbo tra veglia e torpore avvenuto molto prima dell’alba, di aver provato ad alzarsi, a reagire, ma il suo corpo era rimasto inerte, prigioniero di una paralisi artificiale.
Kail si tirò su a fatica, la testa pesante come piombo. Poi ricordò: Belladonna!
Questa volta la riconobbe. Era la stessa sostanza – in forma meno brutale – usata dagli uomini di Galen Dracos per drogare Galeth durante il suo rapimento. Lì, in un angolo, una piccola ciotola metallica custodiva i resti anneriti delle erbe bruciate. Kail le toccò: erano fredde, spente da ore.
“Hanno smesso di bruciare prima dell’alba…” Disse piano. Erano stati costretti a dormire molto più del dovuto. Galeth si alzò, ancora intontito. “Allora dev’essere un vizio…” Scherzò il guerriero, rammentando bene il disagio provato quando aveva ingerito la droga al Tasso d’Argento. Tuttavia lo scherzo morì sul nascere.
Un urlo lacerante squarciò il silenzio della stiva, poco distante. Poi un altro. Concitazione. Panico. Qualcosa di terribile era accaduto mentre erano stati costretti con la forza a rimanere nel mondo dei sogni.
Kail si riscosse, come se stesse tornando in superficie dopo un’immersione troppo lunga. Le amache oscillavano ancora lentamente, mentre lo scafo gemeva sotto la spinta del mare. La testa gli martellava. Il gusto dolciastro della spezia gli restava incollato alla lingua. Accanto a lui, Galeth si muoveva a fatica, stringendo le palpebre contro la luce.
Poi arrivarono altre grida. Non erano urla di una rissa. Non erano ordini. Erano urla spezzate dall’orrore.“No… no…” “Capitano!”
Kail cercò di tenersi in piedi, di scuotersi, ma le ginocchia cedevano. Il medaglione gli scottò appena contro il petto giusto per un istante, e in quel calore improvviso e momentaneo, gli tornò vivido il ricordo della notte: la coscienza vigile, il corpo immobile e qualcosa di soprannaturale all’opera.
“Allora non me lo sono sognato…” Mormorò preoccupato.
Galeth lo afferrò per un braccio, lo sguardo duro. “Qualunque cosa stia capitando, non è finita…” Si sorressero a vicenda, mentre scendevano insieme ad altri uomini ancora storditi. Non erano stati dunque i soli ad aver sofferto degli effetti della Belladonna. L’aria si faceva più pesante ad ogni gradino, impregnata non solo di umidità salmastra, ma di un inconfondibile odore ferroso. Odore di sangue.
Quando raggiunsero il fondo, la scena si aprì davanti ai loro occhi con una lentezza irreale. I marinai formavano un semicerchio all’interno di una sezione della stiva. Uno si faceva il segno del “buon auspicio” invocando gli dei del mare; un altro fissava il pavimento come se sperasse di svanire, un altro ancora vomitava in un angolo.
Kail e Galeth raccolsero tutte queste informazioni in un’unica intensa occhiata. Poi si mossero di lato, per cercare una visuale migliore. Che diavolo stava succedendo lì dentro?
Al centro, sopra una cassa di pellame, spiccava una giacca azzurra imbrattata di rosso. Niente riuscì a nascondere l’orrore assoluto negli occhi del mezzelfo e del guerriero. Era la giacca di Dominique!
Kail cercò con lo sguardo il capitano e Maquesta. Li scorse lì vicino, assorti e disperati. La ragazza stava di fianco alla cassa, rigida, le mani intrecciate nei capelli e lo sguardo perso nel vuoto.
Melas era seduto su un barile, le braccia appoggiate sul grembo e la bocca semiaperta. Non parlava. Non si muoveva. Ma non era paralizzato: stava solo trovando la forza per tornare ad essere il capitano, ma davanti a quello scempio anche il comando sembrava un fardello insopportabile.
“L’abbiamo trovata dietro quelle casse.” Disse un terrorizzato marinaio, indicando un punto poco distante. “Era… era così.”
Melas si alzò in un silenzio assoluto. Si avvicinò alla giacca e ne sfiorò il tessuto lordo di sangue con la punta delle dita. Era ancora umido in alcuni punti. Tracce di sale brillavano sulle maniche e sul colletto. Sollevò delicatamente un lembo e un gemito di sofferenza e disgusto attraversò l’intera stiva.
La testa di Dominique apparve appena tra le pieghe. Il taglio era netto. Pulito. E proprio per questo più atroce. Maquesta ispirò bruscamente, ma non distolse lo sguardo. Melas richiuse lentamente il tessuto, si voltò e domandò con voce d’oltretomba: “Chi era di guardia?”
La maggior parte dei marinai non rispose, ancora sopraffatti dai fumi della droga che li aveva intontiti sottocoperta. Alcuni però balbettarono scuse indistinte.
“Andate a svegliare i passeggeri! Vi voglio tutti sul ponte, ora! Questo abominio non resterà impunito!” Detto questo, il capitano uscì a grandi passi dalla stiva, seguito dai marinai e da Maquesta. Passando accanto a Kail e Galeth, la ragazza sussurrò con un filo di voce: “Mio padre non riuscirebbe a farlo. Controllate voi se c’è qualche indizio. Vi prego.” Aveva le lacrime agli occhi, ma nei suoi tratti persisteva una lucidità ferrea, un controllo che a Melas mancava. Galeth annuì solennemente, serrando la mascella in un gesto che era insieme dolore e preoccupazione.
I due amici si avvicinarono al macabro lascito di chissà quale assassino invisibile. Fu Kail a scostare con cautela il bordo del tessuto. La testa di Dominique restava immobile, gli occhi socchiusi, il taglio netto alla base del collo. Non c’era rabbia sul suo volto. Solo un’espressione sospesa, interrotta. Non aveva avuto il tempo di aver paura: era stato decapitato da tergo.
Il mezzelfo frugò con angoscia dentro le tasche interne della giacca alla ricerca della lettera, ma per sua sfortuna, era sparita. Dominique era riuscito a nasconderla in tempo, consegnandola a qualcuno di fidato, o l’omicida gliel’aveva strappata via insieme alla vita?
Poi notò un flebile bagliore sotto il colletto: la spilla incantata era ancora lì. Un dettaglio stridente, quasi un errore logico, che lo portò ad una conclusione immediata: Galen Dracos non era presente fisicamente al momento dell’uccisione di Dominique! Uno stregone del suo calibro si sarebbe accorto facilmente di un oggetto magico simile.
“Probabilmente sono stati i Corvi Rossi…” Dedusse Kail.
Dominique era morto in quel modo brutale per mandare ad entrambi un messaggio preciso: sapevano della lettera, sapevano della rotta. “Non un messaggio… una provocazione.” Ribatté a mezza bocca Galeth. “Una minaccia.” Concluse Kail, invitando l’amico a staccare la spilla di Mishakal dalla giacca del nostromo. Galeth la fissò un attimo, poi la nascose tra le pieghe della cappa.
Kail si passò una mano sul viso, distrutto dal dolore e dalla preoccupazione. Galeth avvolse con cura i resti di Dominique nella sua stessa giacca e la sollevò per portarla sul ponte. Al di la della tragedia personale, perché il nostromo era davvero un uomo retto e giusto, un pensiero politico li tormentava: come avrebbero fatto adesso a fare rapporto ad Astarte? Come avrebbero informato il grande Cavaliere delle malefatte di Galen Dracos sul territorio solamnico dopo questo fallimento?
“Ehi Kail?! Stai bene?” Domandò il guerriero in un sussurro. “Si… si, sto bene. Andiamo.” Così i due compagni risalirono dalla stiva al ponte, trascinandosi dietro i macabri resti del povero nostromo e tutta l’amarezza di averlo, seppure indirettamente, condannato a morte.
Il ponte della Peregrina era immerso in un silenzio teso quando Kail e Galeth risalirono da sottocoperta. Il guerriero teneva la testa di Dominique avvolta nella giacca blu del nostromo. Non la esponeva, ma tutti compresero bene cosa stesse portando.
Melas aveva radunato tutti. I marinai erano disposti in fila irregolare lungo il lato di dritta, i volti segnati dalla stanchezza e dal sospetto. Poco più indietro, i due mercanti barcollavano ancora, pallidi, gli occhi velati da ombre scure. Si reggevano alla balaustra come uomini reduci da una febbre non ancora smaltita.
Mancava solo la donna.
Al centro del ponte, il capitano si accorse subito del loro arrivo. Osservò per un breve istante il macabro fagotto che Galeth ancora teneva sollevato e dischiuse leggermente le labbra nel tentativo di dire qualcosa. Vedendo il padre in difficoltà, Maquesta intervenne prontamente.
“L’avete esaminata?” Galeth annuì. “E avete scoperto qualcosa?” Incalzò la giovane, facendo un passo avanti. Kail rispose con voce piatta, quasi clinica. “La testa è stata mozzata di netto, da tergo. Una mano esperta, precisa. Dominique non deve essersi accorto di nulla.”
Il capitano deglutì, recuperando a fatica il controllo del proprio respiro. “C’è altro?”
“La sua spilla era ancora appuntata alla giacca…” Aggiunse Kail. “Ma la lettera è sparita.” Lo sguardo di Melas si indurì. “La lettera è sparita.” Ripeté tra sé, la voce persa nel labirinto dei propri pensieri.
“Se la portava ancora addosso…” Continuò il mezzelfo. “… qualcuno l’ha presa di sicuro. Resta solo da sperare che Dominique sia riuscito ad affidarla a qualcun altro prima di… prima di essere catturato.”
Il capitano serrò la mascella, poi fece un cenno verso poppa. “I miei uomini hanno trovato tracce di sangue.” Kail e Galeth si scambiarono un’occhiata perplessa. “Dove?” Chiese Galeth. “Alla murata di poppa.”
Melas fece strada, mentre Maquesta rimase con la ciurma qualche metro indietro. I due amici lo seguirono. Il sangue aveva colato lungo il legno, seguendo le venature fino a quasi metà ponte, dove si interrompeva bruscamente.
“Non c’era sangue prima dell’alba!” Esclamò spaventato uno dei marinai. “Altrimenti l’avrei visto!” Kail si chinò, analizzando l’angolazione degli schizzi e la distanza tra le macchie.
Galeth invece indicò il legno graffiato poco sopra. “Qui hanno agganciato qualcosa.” “Un rampino.” Sussurrò Melas, ricalcando con il dito il segno sottile sulla balaustra. “Qualcuno è salito da qui…” “Si…” Confermò Kail, scrutando lo scafo proprio sotto i graffi. “Una piccola imbarcazione. Due o tre uomini al massimo, silenziosi. Si sono accostati senza farsi notare.” Galeth annuì cupo. “Dominique era già morto quando è stato… issato a bordo.”
Un mormorio inquieto attraversò l’equipaggio. Tutti avevano teso l’orecchio per carpire ogni frammento di quella conversazione. “Come potete dirlo?” Chiese uno dei due mercanti, la voce incerta. Kail sui voltò a guardarlo. “Il taglio è troppo netto, troppo pulito. E qui sul ponte non c’è abbastanza sangue. L’esecuzione è avvenuta altrove.” Melas annuì lentamente. “La testa è stata portata a bordo… e chi l’ha fatto aveva un complice tra noi.”
Il capitano tornò dai suoi uomini. “Quello che è accaduto stanotte…” Disse con voce controllata e le mani intrecciate dietro la schiena. “… non è stato un incidente, ma un’azione deliberata contro questa nave.” Fece un passo avanti, scrutando i volti uno ad uno. “Voglio sapere chi era di turno tra la quarta e la quinta ora prima dell’alba.”
Due marinai si fecero avanti titubanti. “Noi, capitano.” “Avete visto scialuppe?” “No, capitano.” “Avete sentito corde sfregare? Rumori contro lo scafo?” I due esitarono qualche istante, scambiandosi occhiate confuse. Poi uno di loro disse: “Niente che non fosse il normale sciabordio del mare su di una nave ormeggiata.” Melas imprecò sottovoce.
“E voi?” Domandò, voltandosi verso i mercanti. Uno dei due deglutì a vuoto. “Capitano… noi abbiamo solo accettato un consiglio.” “Quale consiglio?” “La donna…. Ci ha offerto dell’incenso. Ha detto che il viaggio sarebbe stato agitato e che quell’aroma avrebbe aiutato a dormire.””E voi l’avete bruciato.” “Si.” “Quando?” “Prima di coricarci. Era ancora notte fonda.”
Kail sentì la tensione farsi quasi tangibile. La droga era stata distribuita con precisione chirurgica, prima che tutti andassero a dormire. Non era stato un caso.
“Il sonno era… strano.” Intervenne un altro marinaio. “Strano in che senso?” Chiese Melas. “Quando ho raggiunto la mia cuccetta sottocoperta per il cambio turno, ho sentito uno strano odore di spezie. Ero stanco e non gli ho dato peso, ma sono crollato subito. Il sonno era… pesante. Come se l’aria fosse diventata densa.” Un commilitone vicino a lui annuì. “C’era odore di erbe bruciate, capitano.”
Kail sollevò lo sguardo. Melas si irrigidì. “Erbe?” “La nobildonna ha acceso una scodella, prima che ci ritirassimo. Diceva che purificava l’aria.”
Il mezzelfo si voltò verso Maquesta. Nella sua mente aveva impressa l’immagine della ragazza che ritirava un pacco pieno di spezie dalla locanda del porto. Quasi avesse letto i suoi sospetti, Maquesta strinse le labbra e serrò i pugni fino a sbiancare le nocche. “Sono stata ingannata…” Mormorò in un bisbiglio amaro. Gli sguardi di tutti si inchiodarono su di lei.
Melas le si avvicinò. “Ingannata? Da chi e in che modo?” Maquesta imprecò rabbiosamente contro sé stessa. “Da quella maledetta, che sicuramente non si chiama Katharina Di Caela! Sono andata alla locanda della Gramigna Verde a ritirare un pacco per lei. Mi ha detto che si trattava di incenso. Una fragranza che amava per coprire gli odori intensi dei viaggi. Mi ha dato i soldi per pagare l’oste e io… io ci sono cascata come una stupida!” Lo sguardo del capitano si addolcì per un istante. “Non potevi saperlo, Maquesta. Svolgiamo spesso commissioni simili per i passeggeri.”
Il silenzio calò sul ponte della Peregrina, interrotto solo dallo scricchiolio del sartiame. Poi Galeth si rivolse ai marinai. “Avete esaminato la cabina della donna?” Due uomini fecero un passo avanti. “Abbiamo bussato più volte, senza risposta.” Disse uno dei due. “Visto che la porta non era chiusa a chiave, abbiamo sbirciato dentro. L’unico particolare degno di nota erano le sue vesti bianche, perfettamente ripiegate e sistemate sulla cuccetta.”
“Capitano… cosa sappiamo davvero di questa donna?” Chiese Galeth, spazientito da tanta astuzia. “Come faceva a sapere che ci saremmo imbarcati proprio qui?” Melas guardò Kail e Galeth con intensità. “E’ salita a bordo tre ore prima di voi. Aveva credenziali inattaccabili: un sigillo araldico autentico della casata dei Di Caela. (! Kail può ripetere il tiro su Araldica e ricordare che esiste una Katharina Di Caela ma aveva l’età di Astarte, Kail lo fa presente) Inoltre mi era stata raccomandata da un sant’uomo della chiesa dei Cercatori e …”
“Se era sulle vostre tracce, è stata la scelta più logica.” Lo interruppe Maquesta bruscamente. “La Peregrina è l’unica nave diretta verso l’Abanasinia che parte all’alba. Non è difficile scoprirlo: basta chiedere al porto.”
Galeth annuì lentamente. “Ha proceduto per esclusione. Sapeva che saremmo arrivati in città probabilmente per imbarcarci e questa era la rotta più probabile, perché più immediata.” “E se a dispetto delle probabilità, non vi foste presentati?” Domandò Melas.
In quel momento Kail rammentò dove, e soprattutto quando, aveva sentito pronunciare quel nome: al castello di Astarte, circa vent’anni prima! Katharina di Caela era sì una nobile di quella famosa stirpe, ma oggi avrebbe dovuto avere la stessa età del grande Cavaliere! La donna che si era fatta passare per lei le aveva rubato l’identità, oltre che l’anello del casato. “Vista le sua abilità, avrebbe semplicemente cambiato piano. Si sarebbe adattata.” Rispose Kail con amarezza.
“E forse il mio amico Dominique sarebbe ancora vivo.” Il mezzelfo abbassò lo sguardo, oppresso dal senso di colpa.
“Padre, è chiaro che abbiamo a che fare con dei professionisti.” Concluse Maquesta, la voce ora ferma come l’acciaio. “Per quanto anche a me faccia un male cane accettarlo, Dominique sapeva cosa rischiava. Dobbiamo rimanere lucidi o rischiamo di perdere ogni cosa. Non abbiamo scelta ormai!” Melas la guardò e accennò un sorriso amaro. “Anche il vestito, lasciato lì in quel modo… che sia un demone o una donna, il messaggio è chiaro. Si tratta di gente meticolosa, che applica metodi puliti, precisi. Non lasciano nulla al caso.” Terminò la ragazza grattandosi il mento.
Melas iniziò a camminare lentamente sul ponte, scrutando il mare. “Dunque…” Disse, schiarendosi la gola. “Le erbe bruciate spiegano il torpore. Il rampino e l’agguato quando eravamo ormeggiati spiegano come siano saliti a bordo. La donna li ha guidati nella stiva: era il loro gancio, ha stabilito i tempi per colpire e lasciare …la testa di Dominique, come messaggio intimidatorio. Poi sono tornati indietro e hanno lasciato la Peregrina.” Si fermò, voltandosi verso la ciurma.
“Ma nessuno, me compreso… li ha visti attraversare il ponte. Dico bene?” Silenzio. “Ed è questo che non capisco.” Riprese il capitano. “Come hanno fatto a passare inosservati per ben due volte senza che nessuno fosse riuscito a vederli?” Kail sentì risalire il ricordo del medaglione che si scaldava prima dell’alba. Non poteva parlarne apertamente, poiché aveva scelto di tenere segrete le sue abilità, ma era certo che gli autori dell’incursione, probabilmente i Corvi Rossi, avessero utilizzato talenti magici. Talenti che l’artefatto di sua madre era riuscito a percepire.
“Se nessuno li ha visti…” Esordì con cautela. “… forse non potevano esser visti.” Melas lo fissò. “Spiegati.” “Oggetti magici.” Continuò Kail. “Mantelli. Artefatti che velano la presenza. Se dietro la morte di Dominique c’è l’organizzazione che sospettiamo, allora dispongono di uno stregone potente.” “Questa non è affatto un’ipotesi irragionevole.” Commentò Galeth. Un mormorio inquieto si diffuse tra i marinai. Melas rimase immobile per un lungo istante, poi prese una decisione. “Gettate l’ancora!”
Maquesta lo guardò sbalordita. “Siamo in mare aperto!” “Non proseguiremo come se nulla fosse.” Rispose il padre; l’ancora venne calata, la catena stridette finché la nave si fermò tra le onde. Melas si voltò verso l’equipaggio. “Al tramonto celebreremo una cerimonia per Dominique. Poi discuteremo sul da farsi. Ho bisogno di pensare nelle prossime ore, per cui rivolgetevi al nostromo per ogni necessità. Potete andare.” Si ritirò cupo nella sua cabina.
Il sole iniziò a scendere verso l’orizzonte, mentre Galeth e Kail parlavano tra di loro, con Maquesta e con la ciurma. Il mare attorno alla Peregrina sembrava improvvisamente più vasto e più silenzioso.
Al tramonto, puntuale come la morte, Melas uscì dalla sua cabina e rimase per qualche secondo a fissare il ponte. L’equipaggio lasciò ogni cosa stesse facendo in quel momento e si schierò in silenzio. Il mare era rosso di riflessi, come se fosse stato tinto dal sangue.
Galeth sollevò il fagotto e lo porse al capitano. L’uomo lo prese con mani ferme, ma lo sguardo tradiva un dolore profondo. “Dominique era con me da quindici anni…”Disse. “Da prima che Maquesta nascesse. Era un uomo leale. Il mare lo aveva cresciuto e il mare ora lo riprenderà.” Scoprì un lembo di giacca per un’ultima volta, osservando quel volto deturpato. “Che le onde ti diano pace, amico mio. Che le correnti ti conducano dove la sofferenza e la solitudine non possano mai trovarti.”
Con un gesto lento, lasciò cadere il triste fardello nelle acque scure. Il tonfo fu lieve, poi solo il mare. Dopo qualche istante il capitano si voltò.
“Maquesta. Kail. Galeth. Nella mia cabina.”
Li condusse all’interno e chiuse la porta, isolandoli dal resto del mondo. La piccola stanza era illuminata da una luce obliqua. La carta nautica restava aperta sul tavolo, la rotta tracciata fino a Crossing. Melas non si sedette subito.
“Ho perso il mio nostromo.” Disse. “Un uomo che navigava con me da più anni di quanti ne abbia mia figlia.” Maquesta aveva le lacrime agli occhi, ma sostenne lo sguardo del padre. “E la cosa peggiore è che me lo sentivo! Me lo sentivo, dannazione!” Continuò lui, la voce che vibrava di una furia repressa. “Beh, non perderò la mia nave per orgoglio. Posso tornare a Port O’Call. Posso dire che è stato un incidente a terra.” “Non lo crederanno…” Rispose Galeth a bassa voce. “Non mi interessa cosa credono! Quella gente maledetta cerca voi, non mia figlia o la mia nave. Ho delle responsabilità verso di loro. Lo capite?”
Il discorso di Melas non faceva una piega. Attirare l’attenzione dei Corvi Rossi sulla Peregrina non era di certo una mossa saggia, ma bisognava valutare con cura quale decisione fosse la meno rischiosa. Maquesta fece un passo avanti. “Se torniamo indietro, padre, stiamo dicendo loro che basta una testa nella stiva per fermare la Peregrina.”
“Inoltre,” Aggiunse Kail. “se tornerete a Port O’Call, vi esporrete ad un pericolo maggiore. E’ lì che si è consumato l’omicidio di Dominique, ed è lì che i Corvi Rossi vi aspetteranno. Secondo me, è meglio per voi rimanere in mare…”
Il silenzio che seguì fu più pesante di qualsiasi urlo. Melas fissò entrambi a lungo. Così simili, eppure così diversi. Poi i suoi occhi si fermarono sulla figlia. Pensò che sarebbe stata un grande nostromo e un capitano eccezionale, ma scelse di tacere quei pensieri. Per ora.
“Tu non hai visto uomini affondare per scelte sbagliate.” Le disse. “E tu non hai mai ceduto ad una minaccia.” Le parole non erano urlate. Erano dette piano, ma colpivano con la precisione di una lama.
Kail intervenne con cautela. “Chiunque sia stato non voleva la nave, capitano. Voleva impedirci di arrivare a Crossing.” Galeth approvò con un cenno. “Se torniamo adesso, gli stiamo dando ragione. Ad ogni modo, la scelta spetta a voi. Ecco la spilla che abbiamo trovato sulla giacca di Dominique. Credo sia giusto che l’abbiate voi.” Il guerriero mise il prezioso monile del nostromo sul tavolo del capitano.
Melas restò immobile. Gli occhi scivolarono sull’artefatto graffiato dell’amico. Con mano tremante l’afferrò e lo rigirò tra le dita, quasi cercasse di percepirne ancora il calore o la presenza. Poi, con un sospiro pesante, lo restituì a Galeth. “Se l’hanno lasciato sulla sua giacca senza prenderlo, vuol dire che gli dei vogliono che arrivi dove è diretto. O almeno credo che Dominique avrebbe risposto così.” Melas distolse lo sguardo. “Io non sono l’uomo giusto per portarlo.”
Galeth esitò, cercando conferma in Kail, che rispose con uno sguardo d’intesa. Il guerriero afferrò delicatamente la spilla: il metallo era stranamente caldo al tatto.
Melas trasse un respiro profondo, riprendendo il comando su sé stesso. “Proseguiremo. Ma non attraccherò. Non porterò la Peregrina dentro la baia. A quattrocento metri dalla riva calerò una scialuppa. Voi scenderete lì. Io tornerò in mare aperto e vi rimarrò a lungo. Obiezioni?”
Kail corrucciò la fronte. “E i nostri cavalli?” Melas sostenne il suo sguardo senza battere ciglio. “Sono certo che ne troverete degli altri sul posto. Avete la mia parola che saranno trattati bene e che, prima o poi, vi verranno restituiti sani e in salute.” Notando lo scetticismo dei due viaggiatori, aggiunse: “Approderò a New Ports tra un mese esatto da oggi. Li lascerò nelle stalle del maniscalco della città e pagherò per la loro permanenza finché non andrete a ritirarli. Di più non posso fare.”
Maquesta annuì. Anche Galeth e Kail, seppur a malincuore, acconsentirono. La ragazza sapeva bene che la decisione di suo padre non avrebbe cancellato il dolore della loro perdita, ma almeno gli avrebbe dato un senso.
La notte scivolò via senza troppe parole.
Kail e Galeth erano scesi nella stiva per l’ultimo saluto ai loro compagni animali. Per loro non erano solo cavalli, ma alleati di mille battaglie. Separarsene fu un colpo duro, ma inevitabile. “Guardiamo il lato positivo….” Mormorò Galeth. “Visto come si sono messe le cose, è molto più probabile che siano loro a sopravvivere che noi…” Kail non poté far altro che confermare con un sorriso amaro.
Poco prima dell’alba, Crossing emerse dalla foschia come una promessa e una minaccia insieme. I due restavano sul ponte, appoggiati alla balaustra, mentre il mare restava innaturalmente calmo, quasi a voler ignorare l’orrore accaduto durante la navigazione. Sotto i loro piedi il legno della nave scricchiolava appena, mentre i marinai lavoravano in silenzio.
Maquesta li raggiunse, restando per qualche istante in silenzio a osservare la città che prendeva forma all’orizzonte. “E’ quella.” Disse piano. “Crossing.” Galeth annuì. Sembrava cercasse le parole giuste, poi si voltò. “Maquesta… a proposito di Dominique…”
Lei scosse il capo prima che lui potesse continuare. “Non è stata colpa vostra.” Galeth abbassò lo sguardo, tormentato. “Eppure, se non avessimo chiesto di qualcuno che potesse svolgere la consegna della lettera, lui sarebbe ancora vivo.” Maquesta inspirò lentamente l’aria salmastra. “Dominique sapeva sempre dove si stava cacciando. Non era uno che si tirava indietro.” Li fissò entrambi negli occhi. “E non siete stati voi ad ucciderlo. Qualcun altro l’ha fatto.”
Il mare restava immobile. Quando la città divenne distinguibile, torri, mura, il profilo dei moli, Melas diede l’ordine. “Calate la scialuppa.” La sua voce era ferma, ma segnata dalla stanchezza. Si avvicinò ai due uomini, mentre i marinai cominciavano a manovrare le funi. “E’ quanto avevo promesso.”
Kail lo guardò riconoscente. “Capitano...” Melas sollevò una mano per fermarlo. “Non serve. Avete già visto abbastanza su questa nave.” Galeth fece un passo avanti. “Dominique non meritava una fine così.” Il capitano lo guardò per qualche istante. Nei suoi occhi passò un lampo duro, subito spento dalla rassegnazione. “No. Non lo meritava.” Rispose asciutto. Il vento muoveva appena le vele. “Il mare si è preso ciò che restava di lui.” Continuò, cupo. “Adesso, prendete voi la vostra strada.” Kail annuì lentamente. “Vi siamo debitori, capitano.” Melas scosse il capo. “No.” Poi volse lo sguardo verso Crossing. “Vi ho portati dove avevate chiesto.”
La scialuppa venne calata con movimenti precisi. Nessun marinaio esitò. Galeth si fermò un istante prima di scendere. Guardò Maquesta. “Spero di rivedervi…” Lei accennò un sorriso stanco. “Mi auguro che quando questo accadrà, non lo farete solo per raccontarmi un’altra storia come questa.” Galeth annuì, abbozzando un lieve sorriso: l’affinità con Maquesta sembrava palese. La ragazza gli tese la mano e lui la strinse, un ultimo contatto solido prima dell’incertezza.
Poi lo sguardo della giovane passò su Kail. “State attenti laggiù.” Kail inclinò appena il capo. “Per quel che può servire, vi giuro che se ne avrò mai la possibilità, vendicherò la morte di Dominique.” Maquesta annuì.
Il mezzelfo scese per primo, seguito subito dopo da Galeth. Maquesta restò a guardare dal parapetto, ferma accanto a Melas, mentre la Peregrina manteneva la distanza pattuita dalla riva. Quando la scialuppa toccò l’acqua, Kail sentì ancora il medaglione pulsare contro il petto. Non era solo un’eco della notte. Era un avvertimento che non aveva ancora finito di sussurrare.
Galeth afferrò i remi e iniziò a vogare, fendendo la superficie scura. Mentre si allontanavano la nave si faceva piccola alle loro spalle, capirono che ciò che era stato lasciato nella stiva non era soltanto una testa mozza.
Era l’inizio di un’ordalia terribile.