Terren si voltò verso Kail e Galeth. Li squadrò entrambi e per un istante parve sul punto di parlare davvero, come se tutto ciò che teneva represso stesse finalmente per affiorare e prendere forma. Ma si fermò. Il silenzio non era più quello della sala, era il suo: il respiro lento di chi ha già compiuto una scelta. Scosse appena il capo. “No.” Mormorò deciso. Quella singola parola bastò a far sprofondare l’ambiente in un’incertezza totale. Kail non credeva alle proprie orecchie; Galeth si voltò a guardarlo meglio, come se quel rifiuto fosse un suono alieno, inconcepibile. “Mi è stato chiesto di rivelarvi ciò che di più intimo porto nel cuore …” Riprese Terren. La voce era calma, controllata, ma più bassa. “… mi è stato chiesto di condividere ciò che riguarda solo me. Capisco perché sia stato fatto …” Un silenzio cupo si insinuò tra i pensieri confusi dei compagni, prima che l’elfo pronunciasse la frase che meno si aspettavano. “… ma non lo farò.” 

Nessuna sfida, nessuna rabbia. Era una decisione che non sembrava pesare sulle spalle dell’elfo, ma che schiacciava i presenti. Kail aggrottò la fronte, mentre Galeth restò immobile, cercando di metabolizzare le conseguenze di quel diniego. Terren continuò e la sua voce, priva di emozione, rese l’atmosfera ancor più surreale. “Non perché non abbia valore, o perché non vi riguardi in modo implicito … esiste un legame che non riesco a spiegarmi, ma che evidentemente è reale, altrimenti E’Li non l’avrebbe chiesto. Semplicemente, non è questo il momento. Non sono pronto.” Si prese una pausa per lasciare ai compagni il tempo di recepire il peso delle sue parole. “E voi non siete ancora …” Si fermò, cercando i termini esatti. “… in grado di coglierne la profondità. Non ci conosciamo abbastanza …” Le parole caddero nette, definitive. “… e quello che porto dentro, non è qualcosa che posso consegnare a chi non è legato alla mia storia personale.”

Espirò con fatica, come se avesse appena emesso una sentenza difficile non tanto da elaborare, quanto da pronunciare. “Forse un giorno …” Aggiunse senza enfasi né promesse, ma anche senza menzogna. “… ma non oggi. Non qui.” Il silenzio che seguì non era vuoto; aveva l’aspetto della quiete prima della tempesta, come il mare quando si ritira dalla riva poco prima dell’arrivo dell’onda. Galeth fu il primo a reagire. Non avanzò, né lo incalzò. “Se è una tua scelta …” Disse con apparente distacco. “… resta tua …” La sua voce nascondeva implicazioni pesanti. Sembrava accettare la decisione, ma Kail sapeva che per il guerriero la questione non era affatto chiusa. Troppe cose erano in gioco per mollare la presa sull’elfo senza lottare. Il mezzelfo lo fissò a lungo, cercando di leggergli dentro. Quando gli parlò, lo fece con una punta di amarezza, senza però abbandonarsi all’ira.

“E poi ti sorprendi …” Mormorò, abbassando gli occhi sul marmo del pavimento. “… quando ti dico che esistono elfi che hanno servito l’oscurità.” Terren lo fissò, il volto ridotto ad una maschera di sale. “Che mia madre è stata esattamente ciò che tutti mi hanno raccontato.” Kail fece un passo verso di lui, un movimento non aggressivo ma eloquente nella sua critica a quella “certezza elfica” che il compagno tanto millantava. “Qui, nel Tempio di Paladine.” Disse piano. “Ti viene chiesto di condividere la verità con chi cammina al tuo fianco. E tu scegli di non farlo.” Non c’era accusa nella voce, ma nemmeno indulgenza. “E’ una scelta legittima, la tua …” Poi sferrò il colpo, sottile come una lama. “… ma non parlarmi più di purezza … o di ciò che un elfo può o non può essere.” Quelle parole rimasero sospese nell’aria. Terren non replicò, non perché gli mancassero gli argomenti, ma perché sapeva che qualunque risposta avesse dato d’istinto lo avrebbe costretto a tradire la propria decisione.

La sala rimase immobile. I Guardiani non avevano ancora emesso il loro verdetto, il che significava una cosa sola: la conversazione non era terminata perché I loro animi non si erano ancora acquietati. Sia che Kail che Galeth continuavano a guardarlo con un misto di incredulità e sdegno, ma nessuno dei due con rinuncia. Fu ancora Galeth a rompere lo stallo, con voce stanca più che dura. “Rispetto la tua scelta, l’ho detto. E rispetto il fatto che porti con te un segreto che non riesci a spartire con noi. Fidati, lo so cosa significa.” Trasse un respiro profondo. “Alla fine, siamo solo due sconosciuti che ti hanno ingaggiato per un lavoro …” Terren non rispose. “Due che ti hanno tenuto nascosto il motivo per cui sei stato liberato dalle prigioni di Crossing e che, ne sono certo, se avessi saputo, ti avrebbe spinto a non seguirci.” Galeth fece un gesto secco con la mano, a sottolineare che il discorso non ammetteva repliche. “Ma qui non parliamo solo di noi.” Il suo sguardo si abbassò. “Se questi Guardiani possono davvero concedere risposte … allora potrebbero salvare delle vite. Potrebbero aiutarmi a trovare mia figlia.” 

Le parole uscirono più nude del previsto. “Potrebbero dirmi chi è questo dannato Fasciascura. Dove cercarlo. Da dove iniziare davvero. Potrebbero darmi una speranza concreta …” Kail abbassò gli occhi. “… e potrebbero aiutare lui.” Aggiunse, indicando il mezzelfo con il pollice. “Aiutarlo a liberarsi di quell’oggetto prima che faccia altro male al popolo della palude, alla gente dell’Abanasinia. Forse persino agli elfi di Qualinesti, la tua famiglia.” Seguì un silenzio gravido. “Dici che non ci consoci ancora abbastanza per condividere ciò che nascondi nel cuore … e forse hai ragione …” Galeth annuì lentamente, lo sguardo fisso su Terren. “Ma lui ti ha comunque tirato fuori da quella fogna …” Spostò gli occhi su Kail. “… ha preso su di sé qualcosa che tu avevi rifiutato e oggi, davanti, a Paladine stesso, ha trovato il coraggio di dirtelo.” Il guerriero strinse i denti e serrò i pugni fino a sbiancare le nocche. 

“Quindi perdonami se faccio fatica a capire come un segreto possa pesare più della vita di tutte le persone coinvolte. Cosa cu può essere di più importante della sopravvivenza del tuo popolo, Terren?” Sbuffò, indietreggiando di qualche passo per dominare la frustrazione. Kail parlò poco dopo, con un tono più piano e diretto. Non era uno sfogo, era logica essenziale, brutale. “Avrei potuto chiedere qualsiasi cosa ai Guardiani. Sapere di mio padre, Anteus … che fine abbia fatto …” Inspirò profondamente. “… e invece, sai cosa avrei chiesto? Custodire questa maledetta gemma.” Fece un cenno verso lo zaino. “Perché quella cosa non riguarda solo me. Riguarda anche te. Dici che il tuo segreto appartiene solo a te e che forse un giorno ne parleremo, quando saremo diventati amici. Ma come potremmo mai diventarlo, se ci volti le spalle in questo modo?” Terren deviò lo sguardo verso un punto indefinito, ponderando a fondo le parole del mezzelfo. “Oggi ti viene chiesto solo di fidarti. Nient’altro.” La frase rimase lì, senza veli tra loro. “Possibile che tu non riesca a fare nemmeno questo?” 

L’elfo rimase immobile, come una statua di marmo antico. Quando finalmente rispose la sua voce era quieta, ma definitiva. “Non è questione di fiducia. O di condivisione, di amicizia, o di tutti questi sottili accordi che voi umani stringete per legarvi tra voi.” Un battito di ciglia. “Io ho fatto un giuramento.” Quel vocabolo calò nella sala come una ghigliottina. “E un giuramento, per gli elfi, non appartiene soltanto a chi lo pronuncia. Appartiene a ciò che siamo. Alla nostra stessa natura.” Girò gli occhi obliqui verso Galeth. “Anche se il mio popolo venisse sterminato a seguito dell’aggressione degli uomini alati … essi capirebbero le mie ragioni.” A quelle parole, il guerriero parve perdere il lume della ragione; Kail dovette mettersi in mezzo per evitare che la situazione degenerasse fisicamente. “Tu non capisci …” Continuò Terren, alzando appena il tono. “… ti arrabbi, ma non sai. Io non posso condividere con voi qualcosa che non ho il diritto di estendere al di fuori del mio lignaggio.” Espirò lentamente. “Per farlo … dovrei considerarvi miei fratelli … e purtroppo non lo siete.” 

La frase cadde senza rabbia, senza disprezzo. Proprio per questo furono più dure. Kail abbassò lentamente lo sguardo, poi accennò un sorriso stanco che Terren non mancò di cogliere. “Tu sei elfo solo per metà, vero?” Lo incalzò piano l’elfo, senza l’intenzione di ferire. Ma la ferita arrivò comunque, inevitabile. “Ci sono cose che non puoi capire. Che entrambi non potete comprendere.” Quella fu l’ultima frase che i tre si scambiarono prima del giudizio finale dei Guardiani. Da una parte Galeth soffriva per l’occasione perduta. Egli seguiva una causa meno nobile, forse, ma non per questo meno significativa ai propri occhi o a quelli di Kail, che gli era sinceramente amico. Il mezzelfo, dal canto suo, si sentiva appeso ad un filo: aveva preso su di sé il fardello della gemma e, proprio quando pensava di aver trovato una soluzione per arginarne il potere, vedeva quella possibilità sfumare definitivamente. 

Infine, Terren. L’elfo non aveva il cuore in tumulto come i suoi compagni: era convinto che la sua fosse la scelta giusta, anzi: l’unica scelta possibile in quel momento. Non credeva che quel gesto avrebbe creato una distanza tra lui ed E’Li: il Drago di Platino conosceva bene la natura degli elfi, poiché era stato lui a modellarla. Se il ranger nutriva un piccolo cruccio, era solo per il dispiacere di ciò che Kail e Galeth avrebbero pensato di lui, non per le conseguenze che la sua decisione avrebbe scatenato. Fu allora che i Guardiani parlarono. Una sola voce mentale, potente e silenziosa, composta da tre sottili sfumature distinte. “Hai scelto. Non hai mentito, ma non hai condiviso.” La sala rimase immobile, in attesa. “Paladine non punisce ciò che è vero, ma non accoglie ciò che è incompleto: a due la soglia era stata concessa.”  Il peso di quelle parole mutò. Non divenne ostile, ma ancor più inaccessibile. “Ma siete entrati  in tre e come tre dovete essere giudicati.” 

Un altro intervento, definitivo come una sentenza. “Non vi sarà negata l’uscita, ma lo sguardo del Drago di Platino non vi sarà concesso.” Un attimo di silenzio, poi la chiusura, diretta solo a Terren: “Finché la verità che trattieni resterà solo tua, questa porta resterà per sempre chiusa per te.” Nient’altro:  il giudizio era terminato. Tuttavia, nessuno dei tre sembrava disposto a parlarne. Dal momento in cui i Guardiani avevano decretato la fine, il silenzio nella sala non era più sacro: era contratto, pesante. Galeth e Kail si scambiarono solo poche parole amare o di pura necessità, mentre Terren rimase qualche passo indietro, presente solo quanto bastava per proseguire il cammino. Eppure qualcosa era cambiato nello schema del Tempio. Per la prima volta da quando erano entrati, Kail e Terren sentirono la stessa cosa che Galeth aveva percepito fin dall’inizio: la soglia non li respingeva più. Non perché avessero ottenuto il permesso di superarla, ma perché essa sembrava essere semplicemente svanita. 

Pareva non esserci più alcun confine da valicare, così come svanite erano l’intensa comunione spirituale degli elfi e la sensazione di solidità che emanava l’architettura nanica. Tutto si era ritirato. Tutto era finito, ma almeno Terren e Kail potevano muoversi oltre senza alcuna resistenza. Al di là degli imponenti Guardiani, che ormai apparivano soltanto come tre mastodontiche statue immobili, si apriva la parte finale del Tempio, immersa in una luce chiara e cristallizzata. Addossato alla parete nord si ergeva un enorme altare di marmo bianco. Kail notò subito che non vi erano altre vie che conducessero oltre quella grande ara sacra. Dietro di essa si innalzavano tre seggi di marmo, austeri e antichi, rivolti verso la sala come se attendessero sacerdoti ormai svaniti da secoli. Sopra i seggi, scolpiti nella roccia, spiccavano i tre simboli. Quello degli uomini: la soglia. Quello degli elfi: il ponte. Quello dei nani: Le fondamenta. 

Il tema ricorrente, quello delle mezze sfere, era ancora un enigma per i tre compagni, per quanto immaginassero fosse legato alla spiritualità delle diverse stirpi.  Non vi erano tesori, né artefatti leggendari e nemmeno reliquie d’oro. Solo arazzi consumati dal tempo pendevano lungo le pareti, decorati con fili pallidi che ancora raffiguravano draghi argentati, lance sacre e città perdute. Il luogo era spoglio, e proprio per questa sua nudità appariva solenne. Nessuno parlò subito. Persino Galeth, che aveva affrontato rovine, guerre e tombe dimenticate, rimase immobile per qualche istante davanti all’altare. Non era paura, era riverenza: la sensazione che quel posto non appartenesse più al mondo degli uomini. Poi Kail si mosse e Galeth, per abitudine o istinto, lo seguì. Il mezzelfo si avvicinò con cautela alla lucida ara bianca, sfiorando gli scranni con le dita affusolate, passando da un seggio ad un altro come a volerne verificare la consistenza. 

Galeth lo osservò aggirarsi tra le alte sedie come se cercasse qualcosa; poi, quando lo vide fermarsi accanto a quella dedicati agli uomini, domandò piano: “Quindi? Che cosa intendi fare?” Kail abbassò lentamente lo sguardo verso lo zaino che si era tolto dalle spalle. La risposta arrivò quasi subito. “Quello che chiunque farebbe arrivato fin qui, trovandosi nella nostra situazione …” La sua voce era stanca, più nello spirito che nel corpo. “Lasciarla …” Aggiunse. “… affidarla a loro.” Posò lentamente lo zaino sull’altare. “Se davvero esiste un posto capace di nascondere una cosa simile … è questo.” Le dita del mezzelfo si chiusero attorno al panno che avvolgeva la gemma verde. “Qui nessuno dovrebbe riuscire a sentirla.” Trasse un lungo respiro. “Né a trovarla.” Quando estrasse il cristallo, la sala cambiò. Non nel suono, ma nella presenza. Kail lo percepì istantaneamente. Sotto la tunica, il medaglione riprese a scaldarsi e a vibrare: una pulsazione lenta, un battito ritmico che cercava risonanza. Poi un’altra. E un’altra ancora. La gemma reagì quasi nello stesso istante. 

Le venature di magia bluastre, che scorrevano al suo interno e che solo gli occhi del mezzelfo potevano distinguere, si accesero come lampi immersi nella notte; ma questa volta qualcosa di alieno si intrecciò a quel riverbero: tentacoli verdastri. La luce sacra del Tempio e quel bagliore osceno iniziarono a respingersi,  lottando nel palmo della sua mano. Kail ne sentì il peso aumentare, come se il cristallo si stesse agitando, consapevole di trovarsi al cospetto di un nemico potentissimo. Anche gli altri la videro. La luce azzurra pulsava contro quella verde in un conflitto silenzioso e sordo. Il ciondolo del mezzelfo scottava sempre di più, provocandogli un bruciore acuto, privo della solita benevolenza. Poi arrivò la sensazione di pericolo che Kail conosceva fin troppo bene: quel brivido sinistro che lo avvertiva quando qualcosa nel suo pendaglio magico si stava ridestando, alimentato dalla vicinanza della gemma. Nutrendosi di essa. Richiamandolo a sé.

Kail serrò  la mascella. “Dobbiamo andarcene.” Questa volta la voce era netta, carica d’urgenza. Posò il cristallo sull’altare con violenza trattenuta, come se liberarsene richiedesse un immane sforzo fisico. Arretrò di un passo, poi di un altro. “Subito!” Ordinò. Poco distante, Terren non fece domande. Si voltò immediatamente, analizzando la sala con i suoi sensi affilati. Fu lui ad individuare l’uscita: una lastra di pietra quasi invisibile nella parete laterale, segnata dagli stessi tre simboli: le fondamenta, il ponte, la soglia. Si avvicinò con passi rapidi. Posò la mano sulla pietra e pronunciò le tre parole. Alla prima, un lieve tremore scosse il pavimento. Alla seconda, la luce risalì lungo le incisioni dei simboli. Alla terza, la porta si schiuse con un suono perentorio, secolare. Oltre il varco si apriva un corridoio di marmo chiaro, simile a quello che li aveva condotti nel cuore del Tempio, ma più stretto ed essenziale. Lungo le pareti, a intervalli regolari, erano sistemati grandi bracieri spenti e antichi incensieri sospesi a catene annerite dal tempo. 

L’aria lì era più fredda, carica di umidità. Kail ne intuiva il motivo: anche se di poco, quel passaggio continuava a scendere nelle viscere della terra. Il mezzelfo non era affatto sicuro che, dall’altra parte, avrebbero trovato un varco praticabile per uscire. “Speriamo che questo passaggio non si riveli un vicolo cieco.” Mormorò, con un fosco cipiglio a ombrargli il volto. “Un vicolo cieco, dici? E perché dovrebbe esserlo?” Domandò Galeth, scosso  finalmente dai suoi truci pensieri. “Perché stiamo scendendo ancora … di poco, ma lo stiamo facendo. Questo significa che potremmo ritrovarci davanti a un’uscita sepolta sotto tonnellate di fango … e altre cose a cui non voglio nemmeno pensare.” “Possiamo sempre tornare sui nostri passi e uscire da dove siamo entrati, se le cose dovessero andare come temi.” Suggerì Terren, poco più avanti. “Potremmo, ma non è detto che il Tempio ce lo conceda ...” Sussurrò Kail, lo sguardo fisso nel buio. “… uscire da dove siamo entrati potrebbe non essere un opzione, vista la natura di questo luogo. Inoltre, non intendo tornare laggiù. Non voglio rivivere l’esperienza con il medaglione nel campo degli uomini alati.” Galeth sbuffò frustrato, ma non aggiunse parola. I passi risuonavano nella pietra mentre procedevano lontano dalla sala, dall’altare e dalla gemma che si erano lasciati alle spalle. Il silenzio era tornato sovrano tra i tre compagni: una tregua apparente, una sospensione che non somigliava affatto ad una risoluzione. 

Alla fine raggiunsero un’altra porta di pietra. Anche questa era serrata, segnata da tre incisioni familiari. Terren pronunciò le parole senza esitazione, non prima però di aver intimato agli altri di arretrare: se l’uscita fosse stata davvero sommersa dalla melma, era meglio non trovarsi a ridosso della soglia. “FondamentaSogliaPonte.” La pietra si aprì magicamente, stridendo e alzando una densa coltre di polvere. Galeth e Kail si erano preparati al peggio, in quella giornata che entrambi giudicavano infausta. Si aspettavano una colata di fango e marciume pronta a travolgerli, ma non accadde nulla di tutto ciò. L’aria era rarefatta, ammorbata da un odore nauseabondo; la luce esterna non filtrava affatto. Il Tempio, pur sprofondando, aveva terminato la sua corsa in un punto che non era rimasto incastrato nella fanghiglia soggiacente alla palude. Si trovavano altrove. Terren attese qualche altro secondo, poi avanzò con cautela. Ciò che vide non gli piacque affatto. Il Tempio non era stato sepolto: era precipitato. 

Davanti all’elfo si spalancava un’enorme fenditura che tagliava le viscere della palude, una gola di roccia spezzata e vegetazione selvaggia che si perdeva molto più in alto, dove una lama sottile di luce filtrava tra rami e liane. La parte finale della struttura emergeva dalla parete del crepaccio come il relitto di una nave affondata nella terra. Ovunque vi erano radici enormi intrecciate alla pietra. Rampicanti, tronchi schiantati, colonne trascinate verso il basso insieme al terreno, quando Xak – Khalan era sprofondata secoli prima. L’acqua colava lungo le pareti rocciose in sottili rivoli neri. E sopra tutto questo: la giungla. Immensa. Soffocante. Viva. Kail affiancò l’elfo, poi guardò verso l’alto. La luce sembrava lontanissima. “Siamo ancora sottoterra …” Nessuno rispose. Era evidente. Almeno venti, forse trenta metri sotto il livello della palude, ma almeno non erano rimasti intrappolati nel fango. 

Terren osservò rapidamente le pareti del crepaccio, seguendo con lo sguardo le radici più spesse e i punti dove la vegetazione appariva meno fitta. Poi parlò senza voltarsi. “Possiamo salire …” Un breve silenzio gravò sul gruppo. “… ma sarà lento.” “Che alternative abbiamo?” Bofonchiò Galeth alle sue spalle. Terren si limitò a scrollare le spalle. “Cercate di mettere mani e piedi dove li metto io.” Si mise a fare da apri pista, ma la risalita si rivelò peggiore di quanto l’elfo avesse previsto. Quelle radici, che dal basso sembravano solide, spesso marcivano sotto il peso dei corpi, spezzandosi all’improvviso e costringendoli a cercare nuovi appigli in quel groviglio soffocante. Più di una volta frammenti di pietra del Tempio cedettero sotto i loro stivali, precipitando nel crepaccio con rimbombi soffocati. Ogni volta, istintivamente, i tre si fermavano col fiato sospeso ad ascoltare quanto tempo impiegassero a toccare il fondo. 

La giungla sembrava volerli trattenere. Le liane si intrecciavano attorno alle braccia e alle gambe come corde vive. Radici uncinate emergevano dal terreno fangoso, costringendoli a procedere piegati, lentamente, aprendosi il passaggio con le lame e la forza bruta. In alcuni punti la volta vegetale sopra di loro era talmente fitta da spegnere quasi completamente la luce: lì dentro sembrava notte fonda. Solo lo scroscio dell’acqua e i loro respiri affannosi rompevano l’oscurità. A metà della risalita, il disastro: Galeth appoggiò il piede su un tronco sospeso che cedette di schianto. Il guerriero scivolò in avanti, riuscendo ad aggrapparsi per miracolo a una radice soltanto all’ultimo istante. Restò sospeso nel vuoto, sopra una distesa di rocce sommerse e colonne spezzate. Kail si gettò verso di lui, afferrandogli l’avambraccio con una stretta ferrea. Per un attimo rischiarono di precipitare entrambi, ma Terren riuscì a bloccarli, piantando i piedi contro una sporgenza di roccia e tirandoli indietro con uno sforzo violento. 

Nessuno disse una parola. Dopo aver scosso la tensione dalle spalle, Galeth riprese semplicemente a salire e i suoi compagni gli andarono dietro. Più in alto, furono i vapori della giungla a rallentarli. Quando Kail tagliò una grossa radice che sbarrava il cammino, dal terreno si liberò una nube verdastra dal tanfo acre. L’aria divenne immediatamente pesante, quasi irrespirabile. Il mezzelfo sentì il medaglione vibrare sotto la tunica, mentre la testa iniziava a girargli. Per un istante ebbe l’orrida sensazione che le pareti del crepaccio si stessero muovendo. Come se le radici intorno a loro stessero  respirando. Terren lo trascinò via quasi con forza prima che il gas diventasse troppo denso, costringendoli a deviare lungo un tratto di parete molto più instabile.

Man mano che salivano, i resti del Tempio emergevano sotto di loro: statue spezzate di Paladine semisommerse nella vegetazione, frammenti di mosaici del Drago di Platino divorati dal muschio e intere sezioni di colonne stritolate dalle radici. Pareva che la palude si fosse nutrita per secoli di ciò che era sprofondato nelle sue viscere. Infine, la luce cambiò. Non più una lama sottile, ma il cielo. Terren raggiunse per primo l’orlo del crepaccio: afferrò una radice affiorante e si issò fuori dalla fenditura con un ultimo sforzo. Tese il braccio verso Kail, che però ignorò l’aiuto, risalendo senza troppa fatica. Il ranger fece lo stesso con Galeth, ma anche il guerriero rifiutò la sua mano, affidandosi solo alla forza delle proprie braccia per issarsi su. L’elfo sospirò. Quando finalmente furono al sicuro sulla terraferma, si concessero un momento di riposo. Mentre Kail cercava di riprendere fiato e Galeth giaceva a terra stremato, Terren sembrava aver già recuperato le forze; o forse, da buon elfo, nascondeva semplicemente meglio la stanchezza. Alle loro spalle, il groviglio della giungla e le rocce divelte, rendevano la fenditura simile a un’ennesima ferita aperta nel cuore della palude. Nulla lasciava presagire che laggiù, tra radici e fango, giacesse ancora un Tempio dedicato alla più sacra delle divinità benevole. 

Il vento umido sfiorò i loro volti e, per la prima volta dopo ore, ritrovarono il cielo sopra la testa. La luce della giungla li colpì come uno schiaffo umido. Dopo il silenzio sepolcrale del Tempio e la dura risalita verso il livello del terreno, il mondo pareva tornato vivo in modo quasi aggressivo: insetti famelici, fronde marcite, acqua stagnante e il lento respiro della palude. Eppure, nessuno parlava. Camminarono a lungo senza scambiarsi una parola, mantenendo tra loro una distanza che non era soltanto fisica. Qualcosa era rimasto giù, tra le rovine. Fermandosi in una zona di terra solida, l’elfo ruppe il silenzio. “Accampiamoci qui. Siamo stanchi e dobbiamo riordinare le idee. Io cercherò la direzione per uscire da qui entro domani. Voi … riposate.” Kail e Galeth annuirono in silenzio. Il guerriero accese un piccolo fuoco, mentre Kail si occupò del cibo. Mentre mangiavano, entrambi osservarono Terren avvicinarsi ad un albero poco distante.

L’elfo posò una mano sulla corteccia. Chiuse gli occhi e abbassò di poco il mento, come se cercasse una comunione spirituale con la pianta. Kail lo guardò solo per pochi istanti, prima di distogliere lo sguardo. Galeth invece continuò a fissarlo qualche secondo in più, ma non c’era ammirazione nel suo sguardo. Il mezzelfo vi leggeva solo risentimento. Per qualche minuto non accadde nulla, poi il respiro di Terren cambiò appena. La palude rispose. Non con parole, ma con sensazioni: immagini confuse, lente e profonde come vasti e immobili acquitrini. Il contatto empatico attraversò il legno, le radici e la terra umida, svelando il reticolo invisibile di vita che si estendeva lungo tutta Xak – Khalan. Terren vide direzioni, correnti e barlumi luce. Infine comprese. Quando riaprì gli occhi, il suo volto era più teso del solito. “Siamo nella parte nord – occidentale della palude.” Esordì con voce piatta, quasi professionale. “Per uscire, il terreno più stabile si trova in quella direzione, puntando a nord.” L’elfo indicò un punto indefinito davanti a sé, poi tacque. Si sedette poco distante, appoggiò la testa ad un tronco e chiuse gli occhi senza toccare cibo. All’alba, fu il primo a destarsi. Non appena i compagni furono pronti, ripresero la marcia. 

Procedettero per ore, lentamente, con circospezione. La palude sembrava incattivirsi a ogni passo: l’acqua si faceva più torbida, sciami d’insetti costrinsero Galeth a spalmarsi di nuovo l’unguento e una nebbia bassa e persistente rendeva quasi impossibile orientarsi. Il suolo mutava consistenza ad ogni falcata; gli unici suoni erano le imprecazioni soffocate del guerriero, che faticava enormemente a restare in piedi. Nessuno parlava più del necessario, e forse era meglio così. All’improvviso, il terreno cedette sotto il peso di Galeth. Il fango si aprì con un gorgoglio viscido e il guerriero sprofondò fino alla coscia prima ancora di rendersene conto. Terren scattò all’istante: afferrò il guerriero per un braccio e lo tirò a sé con forza, cercando di strapparlo alla morsa della melma. Kail si unì subito a lui e insieme riuscirono a trarlo in salvo prima che il terreno collassasse del tutto. Galeth tornò sulla terraferma con un’imprecazione strozzata. Rimase piegato per un istante, il fiato corto, poi strattonò via il braccio dalla presa dell’elfo, che ancora tentava di sorreggerlo.

“Non toccarmi.” La voce arrivò secca, tagliente. Terren non rispose, ma Galeth si voltò a fronteggiarlo. Negli occhi non c’era una rabbia improvvisa, ma qualcosa che covava da ore. “Non mettermi mai più le mani addosso.” Kail alzò appena lo sguardo: aveva capito subito dove stava andando quella conversazione. “Io ho rispettato la tua scelta.” Aggiunse Galeth. La voce che tremava appena sotto il velo del controllo. “Perché era tua. Ma non ti perdonerò mai per quello che hai fatto là sotto.” La palude tacque d’improvviso. “Hai anteposto i tuoi giuramenti … le tue convinzioni … la tua maledetta natura elfica … qualunque cosa essa sia …” Galeth trasse un respiro faticoso. “… alla possibilità che io potessi ritrovare mia figlia.” Le parole uscirono finalmente spoglie di ogni difesa. “Se c’era una possibilità di avere risposte … di sapere dove trovare Paula … tu me l’hai negata.” Scosse il capo lentamente, lo sguardo perso nel vuoto. “E io potrei non rivederla mai più per colpa tua.” Terren sostenne il suo sguardo senza battere ciglio. Poi espirò lentamente. Non sembrava irritato, solo stanco, quasi sfinito da quei discorsi tipicamente umani, così legati al tempo e al sangue. 

“Capisco il tuo risentimento ...” Rispose dopo una pausa intensa. “… ma potrei dire lo stesso di te. Mi accusi di egoismo, quando la tua sarebbe stata una scelta altrettanto egoistica. Kail ha scelto la gemma anziché suo padre, ma tu? Tu avresti sacrificato tutto per un’informazione. Non vedo differenze con la mia decisione di tacere.” Spostò lo sguardo algido su Kail. “E capisco la distanza che si è scavata anche tra noi.” La sua voce rimaneva calma. Troppo calma, come il ghiaccio sottile su un lago profondo. “Io andrò comunque a Pax – Tharkas. Se non volete più la mia guida ditelo ora.” Kail fece un passo avanti, interponendosi tra i due. Puntò un dito contro Galeth. “Smettetela. Calmatevi, tutti e due!” Ringhiò il mezzelfo, bruciando il guerriero con lo sguardo. Poi tornò a fissare Terren. “Abbiamo una missione e lo sapete entrambi.” Ma la tensione, invece di scemare, parve condensarsi nell’aria umida. “Io sono calmo …” Rispose Galeth senza mai distogliere gli occhi dall’elfo. “… ma non puoi chiedermi di accettare nel gruppo uno come lui.” 

Kail rimase in silenzio. Le parole dell’amico erano pietre, pesanti ma dolorosamente comprensibili. Chiuse gli occhi, cercando febbrilmente una soluzione che fosse la migliore per tutti. “In questa maledetta palude che non sembra finire mai, è lui la nostra guida ...” Disse infine con voce ferma. “… siamo entrati in tre e in tre ne usciremo. Una volta fuori, lasciandoci alle spalle insetti, acqua stagnante e tronchi marci … allora stabiliremo cosa fare. Va bene?” Galeth serrò la mascella, cocciuto. “Non abbiamo bisogno di lui per uscire di qui, ormai siamo vicini. E appena fuori, beh … troveremo qualcun altro.” Ribatté secco, indicando con un gesto vago verso nord. “Nella prossima città … o da qualche altra parte. Hanno fatto così anche Rashmin e Anteus.” Kail si passò lentamente una mano sul volto. Era esausto, più nell’anima che nel corpo. “Tu hai ragione.” Concesse infine a Galeth. “Capisco quello che provi. E credimi … avrei anch’io dei motivi più che validi per prendermela con lui.” Scambiò un’occhiata rapida con l’elfo. “Ma adesso ci sono priorità più grandi. Dobbiamo uscire vivi da qui. E credimi, non sarà affatto facile senza di lui.” La voce si abbassò di un tono, carica di urgenza. “Dammi retta. Facciamoci aiutare e poi, semmai, ognuno per la sua strada.”

 Fu allora che Terren prese la decisione per tutti. Kail se ne accorse subito: bastò il modo in cui l’elfo abbassò lo sguardo, un millimetro appena, e come i suoi lineamenti si fecero improvvisamente distanti. Definitivi. “No.” La parola li gelò entrambi. Terren guardò prima Galeth, poi Kail. “Ormai non c’è più spazio per la fiducia tra noi.” La frase arrivò senza rabbia, come un fatto già accettato. “E se manca quella … allora non posso più guidarvi.” La palude parve muoversi lentamente attorno a loro, quasi a volerli circondare. “Andate a nord …” Indicò Terren verso l’oscurità tra gli alberi. “… uscirete dalla palude. Se E’Li lo vorrà, ci incontreremo ancora.” Senza attendere risposta, l’elfo si voltò. Pochi passi e la nebbia lo inghiottì, lasciando Kail e Galeth soli nel cuore della putredine. Per qualche secondo rimasero immobili a fissare il vuoto dove Terren era sparito, poi il mezzelfo espirò bruscamente. “E sia …” Si girò verso Galeth, notando come il volto del guerriero fosse ora più disteso, quasi sollevato. “Non ci serve, amico mio. Uno così … non ci serve affatto.” “Forse … ma ora siamo senza guida. E questo, qui dentro, potrebbe ammazzarci.” Galeth non rispose. Non cercò scuse, né replicò. Semplicemente, riprese a camminare verso nord. Kail rimase indietro ancora un istante, poi lo seguì con l’ansia che gli premeva sul petto. 

Senza Terren, la palude sembrava diversa. Più ostile. Più confusa. I sentieri che prima l’elfo individuava quasi per istinto ora apparivano tutti uguali: acqua malsana, tronchi sommersi e marci, nebbia bassa e ovunque distese infinite di melma scura. Procedettero con estrema cautela, ma mantenere la direzione nord divenne un compito estenuante. Ogni ombra, ora, pareva una minaccia. Fu Kail ad avvertire per primo che qualcosa non andava. Il medaglione vibrò debolmente sotto la tunica. Non era la vibrazione forte sentita nel Tempio; era diversa. Una sensazione sporca, istintiva. Il mezzelfo rallentò il passo. “Aspetta …” Bisbigliò. Galeth si fermò all’istante. “Che c’è?” Kail non rispose subito. Osservò l’acqua davanti a loro: era troppo ferma. La superficie dell’acquitrino pareva vetro nero. Spariti gli insetti, sparito ogni rumore. Poi, il centro dello stagno ebbe un sussulto e iniziò a ribollire lentamente.

Il mezzelfo osservò la superficie per qualche secondo. Notò dei fiotti di melma e bolle d’aria che salivano in superficie per poi sparire di nuovo. “Lo vedi anche tu?” Mormorò. Galeth annuì lentamente. Nessuno dei due fece in tempo ad aggiungere altro: il peduncolo emerse senza preavviso. Una massa di radici nere e viticci incrostati di muschio schizzò fuori dal fango, avvolgendosi attorno alla gamba di Kail e trascinandolo violentemente in avanti. Il mezzelfo rovinò in acqua con un’imprecazione strozzata. Il terreno sotto di lui cedette all’istante: melma, vortici profondi, radici vive. I tronchi che avevano creduto immobili presero vita: enormi viticci coperti di muschio e carne marcia si levarono flessuosi. “Kail!” Galeth si lanciò in avanti cercando di afferrarlo, ma un secondo peduncolo scaturì dalla superficie gommosa e gli serrò il braccio. La presa era gelida, viscida, mostruosamente forte. Fu allora che la videro. La bocca. Spalancata, colossale e semisommersa. Per un istante il mezzelfo intravide il corpo della creatura agitarsi sotto il pelo dell’acqua: una massa circolare, raccapricciante, un intreccio di tronchi marci e carne pallida immersa nel fango. 

L’intero acquitrino sembrava pulsare all’unisono con quella cosa; ogni movimento dell’acqua conduceva a quel centro abnorme, circondato da file irregolari di escrescenze ossee e membrane vibranti. Galeth tentò di liberarsi con lo spadone, tranciando uno dei viticci, ma altri due emersero immediatamente trascinandolo verso il cuore della palude. Kail venne strattonato di lato, finendo in ginocchio nell’acqua torbida. In un riflesso disperato provò ad imbracciare l’arco e a mirare alla bocca del mostro, ma l’equilibrio precario gli impediva ogni precisione. Cambiò strategia dopo il primo tiro, abbandonando l’arma a distanza per impugnare la spada corta. In quel momento, il medaglione vibrò violentemente contro il suo petto. La creatura sembrò percepirlo, o forse ne era attratta, perché l’abisso di quella bocca si spalancò ulteriormente. E sputò. Un getto di liquido nerastro esplose verso di loro come pioggia corrosiva. L’acido investì il tronco vicino a Kail, facendolo fumare all’istante. Una parte del liquame vischioso finì sul suo mantello, divorandone il tessuto. Il mezzelfo urlò quando la pelle scoperta del braccio iniziò a bruciare. Un secondo fiotto investì Galeth alla spalla sinistra, corrodendo la maglia di ferro. Il guerriero strinse i denti, sconvolto nel vedere il metallo fondersi e sfrigolare, ma non mollò la presa sull’arma. 

I peduncoli continuavano la loro danza orrenda e inesorabile, trascinandoli verso le fauci del mostro. Per ogni viticcio reciso,  un altro ne prendeva il posto. I due amici si scambiarono uno sguardo eloquente: sapevano che, stavolta, le possibilità per uscirne vivi erano quasi nulle. All’improvviso, una freccia infuocata squarciò  la nebbia. Il dardo colpì uno dei viticci che serravano Galeth, incendiandolo all’istante. La creatura emise un suono umido e profondo. Un’altra freccia arrivò subito dopo, poi un’altra ancora. Le fiamme illuminavano la palude. Sulla riva opposta, Terren aveva piantato una torcia nel fango e stava già tendendo un dardo sopra la fiamma. “Alla vostra destra!” Gridò. “Venite fuori di lì! Ora!” Le sue frecce fendevano l’aria con precisione millimetrica. Ogni impatto incendiava i viticci, costringendo la creatura a ritirarsi per qualche istante in un groviglio di fumo e sfrigolii. Kail approfittò dell’apertura: con un grido affondò la spada corta nella massa vegetale che lo stringeva, recidendola quanto bastava per liberare una gamba. 

Galeth, con un ruggito, roteò lo spadone descrivendo un arco d’acciaio che mozzò il grosso peduncolo che lo teneva ancorato al fondo; tuttavia, l’impatto fu fatale per la lama, già irrimediabilmente incrinata dopo l’uccisione dell’uomo alato: Il metallo andò in frantumi. Il guerriero imprecò contro la sorte avversa mentre lottava per non scivolare nel fango, proprio mentre fiotti di liquido nero deflagravano ovunque. La bocca reagì spalancandosi di colpo, pronta a eruttare un nuovo getto corrosivo. Ma la freccia successiva di Terren penetrò direttamente in quella gola pulsante. L’elfo impiegò alcuni intensi secondi a calcolare la parabola, ma alla fine il dardo incendiario esplose proprio nelle fauci del mostro. Le fiamme illuminarono l’interno viscerale della creatura per qualche secondo; stavolta, l’essere emise un verso lancinante, un gorgoglio terribile che fece tremare l’intero acquitrino. L’acqua ribollì violentemente e i viticci si ritirarono come serpenti feriti. “Muovetevi!” Urlò Terren. Kail e Galeth si lanciarono verso la riva, protetti dal tiro incessante dell’elfo. 

Dietro di loro, la fanghiglia esplodeva in schizzi di melma e acido. La creatura sollevava i peduncoli rimasti alla ricerca cieca delle prede, ma l’elfo li guidò con voce ferma lungo una lingua di terra più solida, tra radici affioranti e rocce sommerse. “Non correte verso l’acqua scura!” Ammonì, senza staccare gli occhi obliqui dal fango. “Quella cosa scava tane sotto il fondale. Seguitemi.” Solo quando raggiunsero una zona più asciutta l’elfo abbassò finalmente l’arco. Dietro di loro, l’acquitrino tornò immobile, plumbeo, come se nulla fosse mai emerso dalle sue profondità. I tre compagni si riunirono in un silenzio rotto solo dai loro respiri spezzati. Kail era fradicio e lordo di fango; Galeth stringeva lo spadone spezzato con le nocche bianche, fissando la mezza lama sporca di melma nera. Erano stremati. Terren ripose lentamente una freccia nella faretra, guardò in basso e disse: “Sono tornato indietro perché avevo dato la mia parola. E perché credo che siamo più forti insieme che divisi.” “Non sono … nella posizione … di darti torto …” Ansimò Galeth, piegandosi sulle gambe. Kail lo fissò senza dire nulla, ancora scosso dall’adrenalina.

 “So che alcune cose tra noi si sono perse. Ma questo non significa che non potremo ritrovarle.” L’elfo trasse un respiro profondo. “Io sono disposto a provarci. A trovare un punto d’incontro tra le nostre differenti mentalità. E voi? Lo siete?” Kail rimase in silenzio, un’ombra cupa a contrargli i lineamenti del volto. Galeth, invece, sbuffò e scalciò via un sasso con frustrazione. “Allora guidaci fuori da questa maledetta palude. Non ne posso più!” Nella voce del guerriero non c’era vera rabbia, solo una genuina, sfinita esasperazione. Terren colse l’occasione celata in quel crollo: forse era il modo di Galeth per concedere al gruppo un’altra possibilità. Chi li capiva gli umani? L’elfo ricambiò il cenno e, per la prima volta da quando avevano lasciato il Tempio, ripresero a camminare nella stessa direzione. Terren li guidò ancora per ore. Dopo lo scontro nell’acquitrino, il ritmo del gruppo era cambiato di nuovo; la tensione non era sparita, ma aveva smesso di essere un muro. Era diventata una crepa che nessuno, però, voleva allargare ulteriormente. 

Attorno a loro la plaude sfumava lentamente mentre avanzavano verso nord: l’acqua stagnante cedeva il passo a terreni più solidi e gli alberi marciti si facevano meno fitti. Persino l’aria sembrava farsi più leggera, meno satura di miasmi. Quando il cielo iniziò a tingersi di un arancio spento, Terren rallentò il passo osservando le ombre allungarsi tra i tronchi. Poi parlò senza voltarsi. “Sta calando il buio. E’ meglio fermarsi qui.” Nessuno protestò; erano troppo stanchi per fare altro. Galeth si occupò del fuoco, mentre Kail improvvisava un riparo con una coperta e rami secchi. Il mezzelfo ne approfittò per prestare la sua spada lunga al guerriero, rimasto disarmato nello scontro con il mostro della palude. Nel frattempo, l’elfo controllò il perimetro dell’accampamento in silenzio, tornando soltanto quando ormai il crepuscolo aveva quasi inghiottito la brughiera. Quella notte il fuoco rimase basso, un piccolo occhio luminoso nel buio: nessuno voleva attirare l’attenzione di ciò che ancora strisciava là fuori. 

Kail, seduto su un tronco dopo aver consumato un pasto frugale a base di gallette e pane raffermo, notò l’elfo armeggiare con pergamena e carboncino. Pensava che stesse ultimando i rilievi sul Tempio di Paladine, ma quando si avvicinò, chiedendogli se potesse sedersi accanto a lui, si accorse che l’elfo stava ritraendo la creatura dell’acquitrino. Dunque Terren non si era limitato a mappare la zona sacra; stava documentando ogni orrore e curiosità incontrati lungo il cammino: dal popolo della palude all’Idra, fino al mostro dei viticci dal mortale sputo acido. Kail lanciò un’occhiata a Galeth: il guerriero dormiva già da mezz’ora e forse era un bene. “Questi fogli rappresentano un vero e proprio patrimonio.” Esordì Terren a bassa voce. “Non solo per gli elfi, ma per tutti i popoli di Krynn. Per questo ne ho preparato tre copie. Una per ciascuno di voi.” Il mezzelfo strinse gli occhi, confuso. “Se io dovessi cadere lungo il tragitto e questi appunti andassero persi, sarebbe una tragedia ...” Spiegò l’elfo. “Se invece tutti e tre ne avessimo una copia, la storia di questo posto avrebbe più possibilità di sopravvivere.” Kail non rispose; lo logica della scelta era inattaccabile. 

“Ed ecco perché voglio affidare queste a te …” Terren passò a Kail la chiave degli uomini, quella incisa con il simbolo della soglia. “… e questa a Galeth ...” Gli mise sul palmo anche quella dei nani, che recava il simbolo delle fondamenta. Il mezzelfo le accettò entrambe, sentendone il peso freddo sulla pelle.“Perché lo fai? In fondo, questo luogo vale molto più per te che per noi.” Terren sospirò, e Kail vide chiaramente quanto quella decisione gli costasse. “Lo faccio per lo stesso motivo delle mappe: per dividere ciò che in mano mia diventerebbe troppo fragile. Se mai la nostra strada dovesse condurci a Qualinesti, affideremo le chiavi del Tempio ai maestri sacerdoti di E’li. Le custodiranno finché il mondo non avrà bisogno ancora dei Guardiani … o finché non saremo in grado di distruggere quella gemma oscura.” Kail ebbe un brivido al ricordo del cristallo alieno, poi annuì. 

“Prima che te ne vai …” Il mezzelfo alzò lentamente  una mano per trattenere l’elfo, che lo squadrò con il consueto sguardo algido. “… devi sapere cosa ho deciso in merito alla tua permanenza nel nostro gruppo.” Kail respirò a fondo, lasciando che il peso delle sue parole si stabilizzasse nell’aria. “Domani ci separeremo. Ci sono differenze troppo grandi tra le nostre culture. Divergenze che potrebbero mettere a rischio la mia missione … che non è solo quella di trovare mio padre, ma di sfruttare ogni occasione per contrastare le forze nascenti della Regina delle Tenebre.” Si concesse una pausa intensa, sostenendo il suo sguardo. “E oggi tu ne hai sprecata una troppo importante. So che sei uno dei “buoni”, ma né Galeth e nemmeno io francamente … potremo mai tornare a considerarti uno di noi.”

Terren lo guardava come se non riuscisse a comprendere il nesso tra il segreto che aveva scelto di non condividere e la decisione del mezzelfo, che agli occhi di quest’ultimo lo rendeva del tutto inaffidabile. Si limitò ad annuire dicendo in un sussurro: “E sia. Sono tornato indietro per la promessa che ti ho fatto. Ma se questa è la tua decisione, la mia promessa è da considerarsi sciolta. Sei d’accordo?” Kail fece un cenno col capo, senza mai distogliere lo sguardo dagli occhi vitrei dell’elfo. “Allora sarò costretto a chiederti indietro le chiavi di pietra. Prima di recarmi a Pax – Tharkas, farò una deviazione per la foresta di Qualinesti e lascerò ogni cosa ai maestri sacerdoti.” Ancora una volta Kail si limitò ad assentire. “E’ la scelta più saggia.” Terren si voltò senza aggiungere altro, ma il mezzelfo si concesse un’ultima, amara frase. “Terren … mi dispiace.” L’elfo continuò a camminare come se non avesse sentito. Raggiunse il suo tronco, si poggiò le mani sul petto e chiuse gli occhi. Kail scosse la testa  e tornò a sdraiarsi accanto al debole riverbero del fuoco. Non aveva più le forze per interrogarsi sul senso della loro conversazione. Non appena appoggiò la testa sul legno, il sonno lo colse, pesante e privo di sogni.