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Un'anima straziata.
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: La Guerra Delle Lance
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Alchem, Dar – Kal, Nes – Kal e la compagnia, rimasero alcuni minuti fuori dal capanno degli anziani per fare il punto della situazione.
Prima che potessero iniziare una discussione seria su come procedere, giunti a questo punto, il figlio di Ichlem riferì subito che aveva già in mente dove poter attirare in un’imboscata i dannati mercenari di “Shiriki e Kuruk”. Si trattava di un luogo non troppo distante da lì, vicino un’ansa del fiume Thon – Tsalarian. In Kagonesti, “Thon – Tsalarian” significava “fiume dei morti” e non a caso. Infatti, quando un elfo selvaggio moriva, la famiglia o la comunità stessa, aveva l’usanza di portare la salma in quel punto, per poi abbandonarla al freddo abbraccio del fiume, che l’avrebbe trasportata in mare aperto. Metaforicamente, era come se l’anima dovesse subire prima un percorso di purificazione dal corpo per poter giungere ad E’li, che solo in quel momento l’avrebbe presa e tenuta stretta con sé, nel suo calore e nella sua luce, per l’eternità. “Il santuario dei defunti” era chiamato questo luogo e i “fratelli traditori” lo conoscevano fin troppo bene.
Mentre Alchem parlava, era chiaro che stesse pensando a qualcosa che gli aveva fatto venire in mente quell’idea, ma Kail per adesso accantonò quel dettaglio, poiché prima doveva stabilire cosa fare con Fairmat.
Infatti la “pietra telepatica” rappresentava l’unica via per poter raggiungere Daltigoth senza spargimenti di sangue estremi e quindi in un quasi totale anonimato. La segretezza infatti era la loro arma migliore. Se Stormogre avesse saputo di Estellen, avrebbe scatenato contro di loro fino all’ultima creatura maligna della città caduta e per loro sarebbe stato quasi impossibile raggiungere Pontigoth. Su questo tutti parevano d’accordo: il povero Fairmat avrebbe dovuto ancora svolgere un ultimo compito per loro, prima di abbandonarsi definitivamente alla follia e alla vergogna che si era ampiamente guadagnato.
Tuttavia, parlarne in mezzo alla strada, anche se era sera, non sarebbe stata una cosa molto furba, visto che avevano da poco scoperto che Fairmat non era l’unica spia che lavorava per “Shiriki” e quel pazzo assassino di suo fratello. Quindi Alchem suggerì ai nostri eroi di seguirlo poco distante: avrebbero trovato un altro capanno disponibile per poter parlare liberamente e limare a dovere il piano.
Mentre passavano nelle vie buie e strette dell villaggio, illuminate fiocamente solo da piccole lampare luccicanti, la compagnia e i loro amici, sfiorarono il capanno ove era stato portato Fairmat. Davanti ad esso sostavano due vigili sentinelle. Alchem trovò poco dopo un altro di quei casotti non utilizzato e condusse lì il suo seguito.
Kail vedeva solo due soluzioni per centrare l’obiettivo: costringere con la forza Fairmat a collaborare, oppure utilizzare la magia di Aric per imporglielo. In entrambi i casi, se si voleva sperare di far cadere in una trappola i “fratelli traditori”, c’era bisogno del suo aiuto. Solo se essi avessero riconosciuto una “voce amica” infatti, avrebbero potuto credere che si trattava di una richiesta autentica.
Lo stregone annuì compiacente e commentò subito che la cosa sarebbe stata possibile, se avessero avuto intenzione di sfruttare la sua arte: conosceva infatti un incantesimo che avrebbe potuto utilizzare per l’occasione, a patto che Moloch l’avesse sostenuto. Tuttavia aggiunse anche che non c’era modo che egli potesse riuscire a simulare i pensieri di Fairmat. Poteva controllarne la mente, fagli dire e pensare ciò che voleva, ma la sua personalità, il suo modo di ragionare, restava impossibile da replicare. Dal canto suo, il demone taceva, pertanto il mago sperava vivamente che egli continuasse ad agognare di andarsene di lì il prima possibile e che quindi sostenesse la loro strategia di fuga.
Estellen preferiva ovviamente non dilaniare ancora di più la mente di quel poveretto con un'altra terribile tagliola e quindi chiese ed ottenne, da parte dei suoi compagni, di fare prima un tentativo per capire se poteva aiutarlo a riacquistare la lucidità necessaria per svolgere da solo tale compito.
Poco convinto dall’encomiabile, ma estremamente difficile incombenza che voleva accollarsi la portavoce di Paladine, Stuard domandò, bisbigliando ad Alchem, di parlargli un po’ di Fairmat. Se sapeva che tipo era o perlomeno chi poteva conoscerlo abbastanza bene da poter dire quale fosse la sua indole, i suoi appetiti e, più in generale, il suo modo di pensare. Alchem scrollò le spalle. Nei villaggi Kagonesti, tutti conoscevano tutti. Gli elfi selvaggi vivevano abbastanza a lungo da aver avuto il tempo di parlare l’uno con l’altro più di una volta. Secondo Alchem, Fairmat non era certo un eroe o il tipo di guerriero che si sarebbe immolato per i compagni, ma era uno di loro e si era guadagnato il rispetto della comunità, nei tanti anni di convivenza passati insieme. Almeno fino a quel giorno. Adesso sembrava infatti che non ci si potesse fidare più di nessuno, non solo della gente alta! Nes – Kal e Dar – Kal, in un angolo del capanno, annuivano severamente.
Kail sospirò udendo quelle parole amare. Forse il “vero male” non aveva il volto di Takhisis. Forse il “vero male” era proprio quello: risiedeva nella pochezza di spirito di chi veniva corrotto e nell’animo abbrutito di chi corrompeva. Non importava quante vite venivano spezzate: la ricchezza, il potere, l’agio sfrenato e lussurioso, erano gli strumenti, le sue armi preferite. L’avidità, la dissolutezza e l’egoismo senza limiti, le sue uniche ragioni di vita.
Il mezzelfo restava convinto che portare Fairmat ad agire autonomamente sarebbe stato molto meglio, ma ringraziò comunque il cavaliere per aver perlomeno racimolato alcune informazioni utili per un eventuale piano “b” di ripiego.
Alchem seguì ogni conversazione tra i nostri eroi con attenzione, poi commentò che avrebbe fatto in modo che le due sentinelle che li avrebbero seguiti e avrebbero combattuto insieme a loro "nell’imboscata", sarebbero state le prossime a controllare il capanno di Fairmat. In questo modo avrebbero avuto l’accesso al luogo ove la spia era stata segregata e un po’ di tempo per mettere in pratica il piano che avevano in mente. Qualunque fosse stato quello che alla fine avrebbero scelto.
Il figlio di Ichlem sparì dunque nell’oscurità della notte e i nostri eroi rimasero ancora una mezzora a vagliare tutte le possibili conseguenze che avrebbe portato un loro fallimento diretto con Fairmat.
Stabilirono ciò che avrebbero dovuto dire ai “fratelli traditori”, sfruttando delle esche molto appetibili: due dei figli del capo di entrambi i villaggi e l’ultimo rimasto in vita di uno dei quattro venerabili anziani di “Rain”.
Il luogo dell’incontro era chiaro: “il santuario dei defunti” e anche la loro motivazione a spingersi fin lì sarebbe stata molto forte. Infatti Alchem spiegò che, entro pochi giorni, sarebbe giunta la ricorrenza annuale della scomparsa dei parenti di entrambe le loro famiglie. Cher – Kal aveva perso sua moglie, mentre Ichlem aveva dovuto rinunciare ai suoi due figli più grandi. Tutti rapiti durante un raid degli orchi circa cinque anni prima. Nessuno della compagnia era riuscito a fare questo collegamento prima, tanto che rimasero tutti ammutoliti e spiacenti per questa dolorosa notizia.
Tuttavia era vero che non tutti i mali venivano per nuocere. Infatti Alchem sosteneva che “Shiriki e Kuruk” non avrebbero ricordato di certo la data precisa della loro razzia, ma avrebbero rammentato perlomeno il periodo, che era di poco più in la verso la primavera. Pertanto era un argomento forte che poteva reggere. Sarebbe bastato un piccolo contingente di mercenari, preferibilmente umani (gli orchi puzzavano troppo) e avrebbero messo le mani non solo su giovani elfi utili alla causa, ma anche piuttosto autorevoli.
Tutti furono d’accordo su questo punto.
Quando il figlio di Ichlem tornò nel capanno e riferì che le sentinelle erano state avvertite ed erano pronte a sostituire quelle smontanti, la compagnia entrò nell’ottica che era il momento di agire. C’era solo da attendere il tempo necessario al passaggio di consegna.
Quando Nes – Kal diede il comando di seguirlo nelle tenebre, i nostri eroi si mossero più velocemente e silenziosamente che poterono. Arrivarono al capanno di Fairmat e Alchem si scambiò un cenno d’intesa con una delle due sentinelle complici. L’altra era nel casotto a legare ed imbavagliare la spia. Tutto avrebbero voluto fuorché Fairmat si fosse messo a gridare come un ossesso, una volta che avesse visto Aric!
Bastò una singola occhiata a quel cencio tatuato che stramazzava riverso sul terreno, per far capire allo stregone che quell’elfo, quasi catatonico, non avrebbe mai riacquistato la luce della ragione. Con o senza l’aiuto della sacerdotessa. Era perdutamente, irrimediabilmente scivolato nel baratro della follia.
Estellen provò una grande pena per lui. Sentimento a dire il vero non condiviso da nessuno dei suoi compagni. Nemmeno da Stuard, che gli gettò uno sguardo sdegnato e, in silenzio, si mise accanto all’entrata, vicino ai figli di Cher – Kal e alle due sentinelle. Alchem rimaneva invece al centro del capanno, lo sguardo duro fisso sulla spia.
Il mezzelfo fu il primo a tentare di far riprendere Fairmat, scuotendolo per le spalle, ma comprese molto presto che il suo sguardo era troppo vacuo e freddo per riaccendersi. L’elfo selvaggio si era perso.
Lasciò dunque il posto ad Estellen, mentre Aric, previdente, stava già iniziando a scandagliare nel suo grimorio un incantesimo che potesse risultare utile per dominare la mente del povero Kagonesti. Non ci mise troppo a trovarlo, ma avrebbe preferito francamente non dover usare quella dannata pietra da solo. Sarebbe stato davvero troppo pericoloso. Il rischio di venire scoperto era davvero altissimo. Bastava una stupida disattenzione, un dettaglio poco ponderato e le loro vite sarebbero finite tutte in pericolo.
Estellen nel frattempo cercò di aiutare il Kagonesti con la sua luce divina. In effetti Fairmat sembrò tornare in sé per brevi momenti, fintanto che la giovane lo teneva vicino a sé, ma la frattura che si era creata dentro di lui era davvero troppo scomposta. La sacerdotessa di Paladine lo guardò negli occhi: voleva scrutare nel profondo della sua anima e capire se poteva aggiustare le cose, ma quando laggiù, nel profondo, vide gli occhi malevoli e crudeli di un astuto demone, uno di quelli che aveva già incontrato nell’Abisso e che si era preso il suo braccio mortale, capì che c’era poco che potesse fare per lui in pochi minuti.
Il “male” non si era diffuso nella sua mente: era la sua anima, il suo spirito ad aver subito i danni peggiori. Per poterlo ricostruire, avrebbe avuto bisogno di giorni, settimane forse. Tempo che non aveva. Arrivò addirittura a suggerire di portare Fairmat con loro, ma Kail negò fermamente questa possibilità. Come avrebbero fatto infatti a passare inosservati a Daltigoth o a portare a compimento la loro missione, se avessero dovuto trascinarsi dietro un elfo selvaggio fuori di testa in giro per il mondo? Era da escludere.
Scuotendo tristemente il capo allora, Estellen sentenziò che non ci si poteva aspettare niente da lui, visto lo stato in cui si trovava. Quel demone maledetto lo aveva distrutto e adesso stava banchettando con la sua anima!
Quest’ultima frase, esclamata con estrema amarezza e disappunto, portò Fairmat ad avere una reazione tanto inconsulta quanto imprevista. Il giovane elfo selvaggio infatti, levò su la testa e conficcò inaspettatamente i suoi occhi azzurri di nuovo in quelli turchesi di Estellen e i due rimasero così per diversi secondi, occhi negli occhi.
Immobili. Impassibili.
E tutti nel capanno capirono che qualcosa di terribile stava per accadere lì dentro.
Il Cristallo delle Tenebre.
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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Il passaggio dalla palude viva a quella demolita non fu graduale, ma un trauma improvviso, quasi violento. Fino a pochi istanti prima l’ambiente, per quanto ostile, conservava una sua macabra coerenza: alberi contorti, acqua stagnante, e una vita brulicante, celata tra le radici e il fango. Poi, senza preavviso, tutto cambiò. La vegetazione si diradò fino a scomparire, sostituita da tronchi schiantati e radici divelte, come se una forza titanica avesse artigliato il terreno stesso per poi abbandonarlo alla putrefazione. L’acqua ristagnava in conche irregolari, più profonde e scure, mentre l’aria si faceva densa, satura del ricordo di un’onda distruttiva ancora recente.
Galeth fu il primo a rallentare. Si chinò accanto a un gigantesco solco nel terreno, seguendone la traiettoria con lo sguardo. Non era un’impronta nel senso comune del termine: era una ferita aperta nella terra, un tracciato scavato dal peso di qualcosa che si era mosso con possanza mastodontica e spietata continuità. Non una creatura che camminava, ma una che trascinava il proprio volume, schiacciando ogni cosa lungo il percorso. “E’ tornata a casa.” Mormorò il guerriero, più a sé stesso che ai compagni. Terren annuì in silenzio. Non servivano altre spiegazioni: la creatura che dominava quella zona non si era limitata a respingere un’invasione; era stata richiamata, o forse istigata, dal popolo della palude.
Ormai appariva chiaro il legame che univa gli uomini rettile alla dea dalle molte teste: un patto di mutua necessità. I sudditi si occupavano di nutrirla e difendere i confini dai trasgressori; in cambio, la creatura annientava le minacce superiori alle loro forze. Compito il massacro, era semplicemente scivolata di nuovo nella sua tana. Almeno, questo era ciò che sperava Kail. Il mezzelfo non sapeva cosa temere di più: se il mostro in sé o la prospettiva che qualcuno fosse riuscito a piegarlo al proprio volere.
Avanzarono seguendo quella scia di distruzione. Più si addentravano, più i segni del passaggio si facevano nitidi e brutali. Galeth si fermò di colpo accanto ad un corpo mezzo sommerso. Un goblin, o ciò che ne restava. L’armatura era corrosa dall’umidità, ma ancora riconoscibile. Il cadavere, invece, era stato compresso con una tale violenza da risultare deforme, quasi fuso con la melma circostante. Il guerriero si abbassò, studiando i resti. “Questo non è recente.” Sentenziò.
Terren ai avvicinò, osservando i dettagli della decomposizione. “No.” Confermò. “Risale a qualche mese fa.” Kail si accovacciò dal lato opposto, cercando altri indizi. “Quanti?” Terren rimase in silenzio per qualche istante, poi rispose: “Otto. Forse di più.” La stima non era casuale: la crescita del muschio e il modo in cui il fango aveva inghiottito la carne indicavano un evento lontano, eppure ancora vivido nella memoria della terra.
Proseguirono nel silenzio più assoluto, rintracciando altre rovine e altri resti. Pochi, in realtà. Ed era proprio questo il dettaglio più inquietante. “Non sono morti tutti.” Osservò Kail. Galeth annuì. “Alcuni sono fuggiti.” “E hanno visto quale fosse la vera minaccia di questa palude.” Aggiunse Terren tra sé. Non serviva spiegare cosa. Se qualcuno era sopravvissuto a una simile furia, aveva guardato negli occhi l’orrore puro e aveva avuto la fortuna di fare rapporto per trovare delle contromisure.
Poco dopo, le rovine di Xak – Khalan iniziarono a diradarsi. Le strutture antiche cedevano il passo ad un terreno leggermente rialzato, una collina che emergeva dai miasmi della palude come un’isola di pietra e fango. Kail si arrestò di colpo. La sua mano andò istintivamente al medaglione sotto l’armatura: il metallo divenne subito incandescente, non con una fitta improvvisa, ma con una pressione costante, pulsante, quasi fosse un richiamo. “Fermi.” Disse, con una tensione nella voce che non cercò nemmeno di nascondere. “C’è qualcosa laggiù.” Terren si voltò verso di lui. “Lì dentro?” Kail annuì, gli occhi fissi sull’altura.
L’elfo si mosse con cautela lungo il perimetro, scrutando il suolo. Le gigantesche orme della creatura qui erano più evidenti e puntavano decise a nord est, dove uno spaventoso antro oscuro si apriva nel fianco della collina. Nascosto dietro un folto cespuglio di rovi, Terren sussurrò: “Eccola … la sua tana.” I tre compagni rimasero immobili per lunghi istanti, valutando il da farsi. Il mezzelfo, tuttavia, vedeva ciò che agli altri era precluso: l’artefatto di sua madre gli mostrava una barriera bluastra, un velo di energia soffocante che ostruiva l’ingresso della caverna. Non solo: quella magia proiettava una scia di un verde malato che indicava una direzione precisa: Nord – Est!
“Abbiamo trovato il suo nido. Ora che intenzioni avete?” Domandò Galeth, con un velo di inquietudine che gli increspava la voce. Kail rispose scegliendo con cura le parole. Non volendo rivelare ciò che il medaglione gli stava facendo vedere, poiché l’avrebbe costretto ad ammetterne l’esistenza, decise di approcciare al problema con il solo ausilio della logica. “Non temere, non ho nessuna intenzione di scoprire cosa si nasconda lì dentro. Tuttavia, c’è qualcosa che non quadra.” Gli sguardi interessati dei suoi compagni si incollarono subito su di lui. “Da quel che abbiamo visto, l’ultima volta che la creatura è uscita dalla sua tana, richiamata dal popolo delle paludi, è stata circa otto mesi fa. Da quel giorno è rimasta sigillata lì dentro. Secondo i suoi servi, non uscendo nemmeno per nutrirsi dei doni che continuano a portarle. Questo mi fa riflettere.”
Terren si grattò il mento, pensieroso. “Temi che le forze di Takhisis siano tornate con qualche sistema per soggiogarla?” Kail inarcò un sopracciglio. “Soggiogarla forse no, ma contenerla … probabilmente si.” Il mezzelfo percepiva chiaramente quella presenza: un velo sottile che attraversava lo spazio attorno alla collina e si allontanava verso est, un’energia bluastra satura di oscurità e nefaste aspettative. Kail inspirò lentamente. “Terren, tu sei un elfo. Riesci a percepire questa magia di fondo?”
L’elfo non rispose subito. Chiuse gli occhi, abbandonandosi al flusso dell’ambiente, finché non intercettò la scia magica che Kail vedeva fin troppo bene. “Si.” Mormorò infine. “Adesso la sento.” Galeth li osservò entrambi, poi fece un cenno secco con la testa. “Non so cosa vediate o percepiate, ma se c’è di mezzo la magia … allora seguiamola.”
Non dovettero fare molta strada per notare la prima anomalia. Un singolo goblin trotterellava tra le canne palustri, muovendosi con la sicurezza di chi conosce il terreno troppo bene per temere agguati. Portava sulle spalle un fascio disordinato di rami secchi e stringeva al fianco una sacca gonfia di radici e di piccoli animali raccolti nelle acque basse. Non si guardava attorno con sospetto, né avanzava con la cautela tipica di uno scout: stava semplicemente tornando a casa.
Fu Terren a notarlo per primo. Con un gesto secco e rapido fece cenno agli altri di abbassarsi, scivolando dietro il tronco marcio di un albero abbattuto. Kail e Galeth lo raggiunsero senza fare rumore, osservando la creatura mentre si allontanava lungo un sentiero invisibile ai loro occhi, ma evidentemente abituale per lei. “Non è in ricognizione.” Sussurrò l’elfo, senza distogliere lo sguardo. “Sta rientrando alla base.”Kail annuì appena, notando come il movimento del goblin coincidesse perfettamente con la scia bluastra che puntava verso nord – est.
Lo seguirono, mantenendo una distanza prudente, sfruttando ogni piega del terreno e ogni cortina di vegetazione rimasta intatta. Il goblin non si voltò mai, né diede segno di sospettare qualcosa, percorrendo con naturalezza quella strada come se l’avesse fatto innumerevoli volte.
Fu solo quando superarono una lieve altura, una collina che emergeva dalla palude come un’isola nel fango, che la situazione mutò drasticamente. Terren si arrestò di colpo, accovacciandosi dietro un tronco spezzato. Kail e Galeth lo raggiunsero un istante dopo, e quando sollevarono appena lo sguardo oltre il riparo, compresero il motivo di quella brusca cautela. Non si trovavano di fronte a un accampamento di fortuna, ma a una struttura viva, organizzata e costruita per durare. Palafitte rinforzate emergevano dalle acque stagnanti, collegate da passerelle di legno scuro; torri improvvisate svettavano sopra il livello della palude, offrendo punti di osservazione e difesa.
Ovunque si muovevano figure armate: goblin e hobgoblin pattugliavano l’area, scambiandosi segnali codificati e mantenendo una presenza costante lungo il perimetro. Galeth valutò la scena con occhio esperto, considerando numeri, distanze e linee di difesa. “Sono troppi …” Sussurrò a bassa voce. “… ed organizzati.” Terren non rispose. Il suo sguardo era già andato oltre le strutture esterne, attirato da qualcosa al centro dell’insediamento. Kail, invece, non ebbe bisogno di cercare. Lo vedeva. Il medaglione sotto la veste continuava a bruciare, all’inizio come un’eco lontana, poi con un’intensità crescente, fino a diventare quasi doloroso. Non era una semplice reazione alla magia: era qualcosa di più diretto, più invasivo, come se una forza esterna stesse rispondendo alla sua stessa esistenza.
Al centro, su un altare di pietra grezza, troneggiava un cristallo di un verde innaturale. Anche senza comprenderne la natura, era evidente che non si trattasse di un oggetto ornamentale: emanava una presenza tangibile, quasi fisica, che sembrava distorcere l’aria circostante. Da esso si dipanavano sottili filamenti di energia, come vene di luce malata, che si estendevano oltre l’altare e si insinuavano nella palude. Seguendoli con lo sguardo benedetto dal potere del medaglione, Kail si accorse che quei filamenti non si disperdevano nel nulla, ma convergevano verso la collina alle loro spalle, avvolgendola come una rete invisibile.
Inspirò bruscamente.“Lo vedo.”Sussurrò, senza rendersi conto di aver parlato ad alta voce. Terren si voltò appena verso di lui. “Cosa vedi?” Il mezzelfo non rispose subito, stretto nel laccio di un imbarazzo improvviso per essersi tradito. Per sua fortuna un nuovo dettaglio catturò la sua attenzione, offrendogli una via di fuga: accanto al cristallo c’era una figura, che prontamente indicò ai suoi compagni. Avvolta in un mantello nero, immobile come una statua, la creatura mostrava una schiena incurvata da una gobba prominente, che ne deformava irrimediabilmente l’aspetto. Il volto era nascosto nell’ombra, ma la mano destra era chiaramente visibile: grande, squamosa e artigliata, era posata sulla superficie del cristallo. Non era un contatto passivo; quell’essere inquietante stava guidando ed indirizzando l’energia dell’oggetto. Kail sentì il medaglione ardere con ancora maggiore intensità. “Non è solo un artefatto magico ...” Disse a bassa voce. “… è molto di più. E lo stanno usando con uno scopo preciso.”
Spostò lo sguardo e si accorse che quella mostruosità non era sola. Almeno altre due, identiche nella postura e nell’aspetto, erano disposte attorno all’altare, a distanza regolare, come parte di un rituale silenzioso e perpetuo. Galeth espirò lentamente, senza distogliere gli occhi dall’Avamposto. “Conto almeno una ventina tra goblin e hobgoblin. Così, a un’occhiata veloce.” Kail annuì distrattamente, ancora concentrato sulla rete di energia. Ora tutto gli era chiaro. Quella trama mistica non era una semplice emanazione: era un vincolo. Un sigillo magico per tenere la dea dalle molte teste confinata nella sua tana, impedendole di intromettersi nei loro piani di conquista e dando loro il tempo di organizzarsi, strutturando ancor meglio forze e risorse.
Senza la loro protettrice, il popolo della palude non avrebbe mai potuto resistere agli invasori. Sarebbero morti o fuggiti in massa per salvarsi la vita. In pochi mesi, Xak - Khalan si sarebbe trasformata in un prezioso Avamposto strategico per le forze oscure; una testa di ponte capace di schiacciare l’intera Abanasinia settentrionale. Il mezzelfo dovette ammetterlo a denti stretti: era un piano ambizioso e geniale, che poteva davvero funzionare.
Galeth si abbassò dietro un intreccio di radici emerse, studiando la disposizione delle difese. Non parlò subito. Lasciò che lo sguardo scorresse lento; sulle torri, sulle palizzate, sui fuochi del campo, sui movimenti irregolari dei goblin. Sugli uomini alati, immobili attorno al cristallo. Poi, con tono basso ma fermo, disse: “Non ci muoviamo finché non sappiamo esattamente cosa abbiamo davanti. Non mi interessa cosa sembra questo posto … voglio sapere come funziona.”
Indicò con due dita, tracciando linee invisibili nell’aria. “Dobbiamo prima capire dove sono forti e dove sono vulnerabili. Quanti sono precisamente, come si sono organizzati, cosa difendono davvero.”
Fece una breve pausa e poi concluse: “Dividiamoci i compiti. Io cercherò di scoprire con esattezza quanti goblin e hobgoblin difendono questo Avamposto. Tu, Terren, cerca anomalie o debolezze da sfruttare. Kail, occupati degli uomini alati: scopri cosa fanno e quanti sono. Restiamo a corto raggio e non corriamo rischi inutili. Torniamo qui prima che faccia buio.” Terren annuì appena, già concentrato su un percorso che solo lui sembrava vedere. Kail esitò un istante prima di muoversi nella direzione opposta, mentre Galeth restò dov’era, immobile, a osservare e a contare.
Il tempo nella palude non scorreva: si depositava. Le ore passarono lente, segnate solo dal mutare dei suoni e dal calore progressivo della luce. Quando si ritrovarono, il giorno stava cedendo il passo alla sera. “Non è solo un Avamposto …” Esordì Terren a bassa voce. “Hanno dei prigionieri.” Galeth sollevò appena lo sguardo. “Quanti?” Domandò asciutto. “Quattro, forse cinque uomini della palude. Legati ma vivi. Le guardie sono poche … e distratte.” Un dettaglio che non sfuggì a nessuno.
Kail parlò subito dopo, ma con tono diverso, più incerto, come se stesse ancora elaborando ciò che aveva visto. “Gli uomini alati non si comportano come sentinelle. Non pattugliano, non reagiscono a quello che succede intorno a loro …” Fece un segno verso il centro dell’Avamposto. “Restano lì. Sempre. Per ore. Ne ho visto solo uno venire sostituito, una volta soltanto, da quando siamo arrivati.” Terren si voltò verso di lui. “Sostituito in che modo?”
Kail fece un gesto lento con la mano. “Uno prende il posto dell’altro senza interruzione. E’ come ... come se non potessero permettersi nemmeno un istante di vuoto.” Galeth annuì, assimilando l’informazione. “Quindi non stanno difendendo la gemma.”Il mezzelfo scosse la testa. “No. La stanno usando. O meglio … sembrano tenerla attiva. Credo che se perdessero la concentrazione … il legame si spezzerebbe.” Seguì un breve silenzio, rotto solo dai suoni lontani dell’Avamposto. Poi Galeth estrasse un coltello dalla cintura e tracciò con la punta una linea nel fango. “Allora, mettiamola così. Ho contato ventidue goblin e sedici hobgoblin. Disorganizzati, ma numerosi. Sei uomini alati, nella peggiore delle ipotesi. E un punto centrale che non può rimanere incustodito un solo secondo.” Alzò lo sguardo su entrambi. “Ora parliamo di cosa fare.”
Terren fu il primo a proporre una soluzione. “Potremmo tornare indietro e avvisare il popolo della palude. Se sapessero cosa sta succedendo qui …” Galeth lo interruppe subito. Non con saccenza, ma con la calma consapevole di chi aveva combattuto molte guerre. “Loro già sospettano l’esistenza di questo posto; il fatto che ci siano dei prigionieri lo dimostra. Se avessero voluto venire in massa per verificare il silenzio della loro dea, l’avrebbero già fatto.” Il suo tono non era duro, ma definitivo. “Hai visto cos’è successo al terzo Avamposto. Senza quella creatura, sarebbero stati annientati. La maggior parte di loro ha paura … e hanno ragione ad averne.” Kail annuì lentamente. “Se li coinvolgiamo, li costringiamo solo ad esporsi a un massacro. E stavolta … nessuno verrà in loro soccorso.” Lo sguardo gli cadde, per un attimo, sulla direzione della grotta. “Se la loro dea si risveglierà, sarà lei stessa a richiamarli, se riterrà necessario farlo. Non prima.” Terren non insistette.
Galeth proseguì. “Seconda opzione: attacco diretto.” Il mezzelfo scosse subito la testa. “Anche se avessimo la meglio sui goblin e gli hobgoblin, se quegli uomini alati sono potenti e astuti come Galen Dracos, non avremmo speranza in uno scontro frontale. Se cadiamo noi, la gemma resterà lì e chi tra loro ci seguirà nella morte, verrà sostituito da altri.” Galeth annuì. Era già arrivato alla stessa conclusione. “Resta una sola strada.” Concluse il guerriero. “Entrare di soppiatto.” Terren lo fissò con scetticismo. “Non avevi detto che era una follia?”
“Certamente lo è …” Ammise Galeth, puntando il dito verso la gabbia di legno dove l’elfo aveva scorto i prigionieri. “Se entrassimo per combattere, moriremmo. Ma tu hai trovato una falla.” Tornò a guardare Terren, poi fece un cenno col mento verso Kail. “E tu invece, hai capito cosa tiene in piedi questo Avamposto.” Aggiunse con sguardo astuto. “I prigionieri possono darci il tempo che ci serve. Li liberiamo senza fare rumore e li usiamo per creare pressione … non per vincere, ma per distrarre.” Il guerriero si concesse una pausa intensa.
“Non ci serve batterli. Dobbiamo solo aprire un varco abbastanza ampio da raggiungere il cristallo e sottrarlo agli uomini alati. E’ l’unico modo per non sprecare le loro vite, né le nostre. Liberare la creatura e sperare che la sua ira si abbatta sull’Avamposto, rimane la nostra migliore strategia.” Il piano era fragile, disseminato di insidie e potenziale falle. Mille cose potevano andare storte, ma era l’unico che avesse una possibilità concreta di riuscire.
I tre compagni si scambiarono un cenno d’intesa. Anche se molti dettagli restavano nebulosi, Terren tagliò corto: “Allontanare la gemma dagli uomini alati sembra un’ottima soluzione, ma iniziamo dai prigionieri. D’accordo?” Kail e Galeth si alzarono senza rispondere, preparando le armi e studiando una linea d’azione.
Decisero di agire con il favore delle ombre. La notte scese lentamente, avvolgendo la palude in un’oscurità densa, quasi liquida. Le torce dell’Avamposto sembravano galleggiare nel nulla, piccole ferite di luce nel buio pesto. L’elfo si mosse per primo, guidando gli altri lungo un percorso silenzioso tra i miasmi della terra umida. Kail lo seguiva a breve distanza, mentre Galeth chiudeva la fila, i sensi tesi a controllare che nulla strisciasse alle loro spalle. Si fermarono quando la sagoma della gabbia emerse dalla foschia.
Due goblin montavano la guardia: uno seduto, con la testa ciondolante nel sonno; l’altro in piedi ma distratto, impegnato più a restare sveglio che a sorvegliare davvero. Terren tese l’arco senza un suono. La freccia colpì il bersaglio alla gola prima che la creatura potesse rendersi conto del pericolo. Kail emulò il compagno, scoccando una freccia che si infilò tra le costole della seconda guardia, proprio mentre accennava a voltarsi. Un colpo rapido, preciso. Il corpo si accasciò nel fango senza un rumore. Il silenzio tornò a farsi assoluto non appena Galeth raggiunse i compagni. Restarono immobili, in ascolto, finché non ebbero la certezza che nessuno avesse notato la loro incursione. Solo allora si avvicinarono alla prigione.
Dentro la gabbia, diverse paia di occhi giallastri si accesero nel buio. Scaglie umide, corpi tesi e pronti allo scatto. Dalle ombre filtrava un’ostilità palpabile, un vento di diffidenza che nasceva direttamente dai loro sguardi fissi. Kail si fece avanti lentamente, tenendo le mani bene in vista. Evitò ogni movimento brusco e, quando parlò, lo fece sottovoce, scegliendo parole semplici. “Noi non siamo nemici. Vogliamo aiutarvi.” Gli occhi da rettile degli uomini della palude sbatterono più volte, filtrando la luce in quel modo alieno che li contraddistingueva. Sibilarono tra loro in una lingua gutturale, valutando se prestare fede alle parole del mezzelfo.
Infine, uno di loro si fece avanti; le catene che lo tenevano inchiodato al terreno emisero un flebile tintinnio metallico. Fissò Kail a lungo, poi spostò lo sguardo su Terren. “Voi venire … per capire perché dea dalle molte … teste dormire?” Kail esitò un istante, poi annuì. “Si. La vostra della dea … dorme ora. Quella cosa verde che luccica …” Indicò verso il centro dell’Avamposto. “… la tiene prigioniera nel sonno, nella sua tana sotto la collina.” A quel punto, un secondo prigioniero si accostò alle sbarre; sembrava più anziano del suo compagno. “Lei … non sentire più nostre chiamate. Molte lune ormai.” Sospirò, ma l’effetto fu un sibilo continuo e rauco. “Altri anziani dire … di non venire. Zona proibita questa … casa della dea dalle molte teste.”
Galeth intervenne, mantenendo il tono basso ma fermo. “Eppure siete venuti lo stesso.” La creatura si ritrasse con un ringhio sordo, mentre l’altro piantava i suoi grandi occhi membranosi sul guerriero. “Loro giovani … volere sapere perché dea è silenziosa … e io guidati …” La creatura grugnì come se stesse imprecando contro sé stessa per aver commesso un errore imperdonabile per la sua età. “… ma quando uomo alato visto noi … troppo tardi … noi molti mostriciattoli uccisi … ma anche tre di noi caduti. Noi arresi … io … loro … morti altrimenti.” L’uomo rettile emise un fischio basso e umido, il suono di chi ha dovuto scegliere il male minore per tenere in vita i propri fratelli più giovani.
Terren si mosse in avanti e iniziò a lavorare sulla serratura con gesti rapidi e precisi. Nel frattempo, Kail riprese a parlare: “Non abbiamo molto tempo. Siamo qui per liberarvi, ma abbiamo bisogno del vostro aiuto.” Fece una breve pausa, scrutando la reazione dell’anziano uomo della palude. Il suo sguardo era feroce, determinato, ma il mezzelfo leggeva anche la cupa preoccupazione per i ragazzi che aveva alle spalle. “Non vi chiediamo di rischiare le vostre vite più di quanto faremo noi con le nostre. Dovrete aiutarci a combattere contro i mostriciattoli e abbatterne quanti più potete. Dovrete tenerli impegnati, mentre noi ci occuperemo del resto.” Indicò di nuovo il centro. “Non dobbiamo vincere. Solo guadagnare tempo per portare via la gemma verde che sta facendo dormire la vostra dea.”
Calò un silenzio teso attorno alla gabbia. Poi, dopo aver gettato un lungo sguardo ai suoi simili, l’anziano annuì. “Se dea si sveglia … io posso chiamare.” Kail sorrise appena. “Si. E’ quello che ci auguriamo anche noi. Gli uomini alati sono tanti e troppo potenti in questo campo, non possiamo sperare di sconfiggerli tutti. Solo la vostra dea può farlo.” La serratura scattò con un suono secco, subito smorzato dalla mano di Terren. L’elfo si mosse tra di loro senza paura, raggiungendo il blocco centrale dove i ceppi erano ancorati. Armeggiò per qualche secondo e li liberò. Le catene cedettero e le creature uscirono alla luce delle lune uno alla volta, muovendosi con cautela, ma con una tensione pronta ad esplodere da un momento all’altro.
Galeth li osservò, valutandoli rapidamente. Non erano soldati addestrati, ma non erano nemmeno prede. Conoscevano la palude come le loro tasche e avrebbero svolto i loro compiti con grande efficienza; ne era convinto. Quando Terren emerse dalla gabbia però, aveva un’espressione cupa che Kail non poté fare a meno di notare. “Cosa c’è?” Chiese il mezzelfo a bassa voce.
“Abbiamo un problema lì dentro.” Rispose l’elfo, rimanendo sulla soglia. Kail si fece avanti e il compagno gli cedette il passo di appena un soffio. Non appena mise piede nella gabbia, il mezzelfo comprese subito l’inquietudine di Terren.
Poco più avanti, quasi inghiottito dall’oscurità della cella, giaceva un uomo della palude con il corpo ripiegato su sé stesso. Il suo respiro era un rantolo faticoso, umido e irregolare. Avvicinandosi per esaminarlo, Kail notò che le sue ferite erano profonde: un groviglio di vecchi squarci e lacerazioni recenti. Non erano solo tagli di lame o segni di artigli; c’era qualcosa di più sinistro, come bruciature e segni di strangolamento. La voce dell’anziano uomo rettile sibilò alle spalle del mezzelfo: “Lui … forte. Combattere con uomo alato e mostriciattoli insieme. Poi cadere.”
Kail abbassò lo sguardo. Nonostante il cuore gli dolesse per il coraggio dimostrato dalla creatura, la logica restava ferale: portarlo con loro sarebbe stato un suicidio. Non solo avrebbe intralciato il piano, ma lo sforzo del trasporto lo avrebbe ucciso prima del tempo. Galeth osservava la scena in silenzio oppresso dal rimorso: “Se solo avessimo ancora la spilla di Mishakal …” Mormorò con voce bassa, quasi incrinata. “… forse adesso potremmo fare qualcosa di più che guardarlo morire.” Il guerriero serrò i pugni fino a sbiancare le nocche. Kail percepì tutto il peso della colpa che l’amico si stava addossando: il dolore di un uomo impotente, che aveva preso, all’insaputa del compagno, una decisione troppo grande per le sue solo forze.
In un angolo, Terren guardava curioso la scena. Kail sospirò, poi fissò il guerriero con occhi comprensivi ma d’acciaio. “E’ inutile che ti tormenti, amico mio. Hai fatto una scelta a Crossing e credo sia stata quella giusta. Chi di noi, d’altronde, avrebbe saputo usare quella spilla per curare questa creatura? Io no, e nemmeno Terren, temo.” Posò una mano sulla spalla del compagno, stringendola con fermezza. “Quella spilla è nelle mani giuste, ne sono certo. Ora torna in te, o non ne usciremo vivi.” A quelle parole, Galeth parve scuotersi. Si rilassò appena, poi uscì dalla gabbia per raggiungere gli uomini della palude che erano di vedetta. Terren lo guardò passare. Una spilla consacrata a Mishakal? I suoi due nuovi compagni diventavano ogni giorno più enigmatici.
Nel frattempo l’anziano, che si presentò come Uluth, si avvicinò al mezzelfo ancora chino sul ferito. Non c’era panico nei suoi gesti, solo una tensione trattenuta. Uluth sbatté le palpebre due volte e sibilò: “Vedo dolore in te … ma … portare lui … non possibile.” Kail annuì mestamente. “Lo so. Se lo portiamo con noi, moriamo tutti. Ma se lo lasciamo qui …” Fece un respiro lento, carico di amarezza. “… e se restiamo vivi … possiamo tornare a prenderlo.” La creatura emise un sibilo sommesso, come a suggellare quella verità. “Qui … quando tutto crolla … quando dea arriva … sarà posto sicuro.” “Se riusciremo a chiamarla in tempo …” Commentò Kail con una nota di angoscia. “Dea … verrà …” Rispose Uluth, con una certezza che non ammetteva repliche. Kail non ribatté. L’anziano si chinò sul ferito, posando una mano nodosa sulla fronte che ardeva di febbre. Sibilò una preghiera o forse un commiato, poi si rialzò: non era un addio, ma una promessa muta. I due uscirono all’aria umida della sera, seguiti dal silenzio vigile di Terren.
Nel frattempo, Galeth aveva trascinato lì vicino i cadaveri dei goblin per poi scaraventarli con rabbia dentro la gabbia, richiudendo la grata con un colpo secco. Si riunirono al piccolo gruppo del popolo della palude, appostandosi a breve distanza dal centro dell’Avamposto, protetti dalla vegetazione fitta. Da lì la videro. Una luce, di un verde malato, si irradiava ovunque, filtrando tra le strutture di legno come artigli innaturali. Pareva un maligno predatore in attesa, pronto a ghermire chiunque osasse avvicinarsi. Attorno ad essa, tre possenti figure ammantate restavano immobili: sagome d’inchiostro scolpite nella notte. Per un istante, nessuno ebbe il coraggio di parlare. Poi il guerriero ruppe il silenzio. Non guardava i compagni, né gli alleati. Il suo sguardo era fisso sulla gemma.
“Prima di decidere come muoverci … dobbiamo chiarire una cosa.” Disse con voce bassa ma tagliente. “Chi prende il cristallo?” Il silenzio tornò a farsi pesante. Gli uomini della palude si scambiarono sguardi rapidi, con i loro strani occhi a doppia palpebra. Nessuno di loro si fece avanti. Era evidente che quell’oggetto li terrorizzasse quanto la minaccia che incombeva sulla loro divinità. Non era codardia, ma un istinto primordiale che urlava di non toccare ciò che la loro mente non poteva concepire. Terren distolse lo sguardo, con un’espressione di disgusto che valeva più di mille spiegazioni.
Sotto la tunica di Kail, il medaglione prese a pulsare a scottare come un tizzone ardente. Il battito si fece più forte, martellante. Il mezzelfo sembrava soffocare sotto un peso invisibile, ma la verità era più atroce: stava lottando contro il richiamo oscuro del cristallo, una frequenza distorta che risuonava in sintonia con il suo medaglione. Galeth, notando la sofferenza dell’amico, attese ancora un istante. Poi dichiarò: “Se ne nessuno se ne occupa … lo farò io.” Non era una sfida, ma una fredda constatazione.
Kail sollevò lo sguardo di scatto, come se si fosse svegliato da un incubo. Per un attimo, il bagliore verde della gemma si riflesse nei suoi occhi e il dolore causato dal suo magico pendaglio si fece lancinante. “No, non è una buona idea. Non per Galeth. Non per nessuno di noi.” Pensò tra sé, mentre le dita si serravano convulsamente sull’elsa della spada, cercando un ancoraggio con la realtà. “Me ne occupo io.” Disse infine. La voce gli uscì secca, precedendo la sua stessa volontà. Tutti si voltarono verso di lui. Kail sostenne lo sguardo del guerriero senza vacillare. Non spiegò perché. Non aggiunse nulla.
Galeth lo studiò per lunghi secondi. Non gli importava il come Kail intendesse farlo, ma il se pensava realmente di poterlo fare. “Te la senti davvero?” Chiese infine. Il mezzelfo annuì. Poi, con un sospiro appena udibile, aggiunse: “Fidati di me. Fidatevi tutti. Penso di essere l’unico qui che ha una possibilità di farlo.” Terren rimase in disparte, in un silenzio d’attesa. Galeth annuì una sola volta: la parola di Kail bastava ed avanzava per dargli ampia fiducia. Si accovacciò nel fango accanto a tutti loro e tracciò una mappa approssimativa. “Non possiamo permettere che questo posto si svegli tutto insieme …” Disse, tornando al suo solito tono operativo. “… se succede … le riserve degli uomini alati entreranno in gioco, e saremo spacciati. L’obiettivo è uno solo: arrivare lì, spezzare l’equilibrio che sembra legare quei tre alla gemma, e portarla via prima che capiscano cosa sta succedendo.”
Si voltò verso Terren. “Non voglio caos. Non ancora. Voglio che crei scompiglio, incertezza. Devi farli muovere, dubitare perfino di se stessi, ma senza farli reagire tutti insieme. Sono goblin, per fortuna … l’intelligenza non è il loro forte.” L’elfo accennò un lento sorriso d’intesa. Poi Galeth si rivolse agli uomini della palude, scegliendo parole semplici. Le più semplici che gli vennero in mente. “Voi … muovetevi in silenzio. Andate dove Terren attirerà i mostriciattoli. Prendete loro alle spalle.” Mimò un gesto rapido alla gola. “Uccideteli e sparite … la palude è casa vostra: finché resterete entro i suoi confini, sarete invisibili.” Uluth rispose con un sussurro gutturale: “No rumore. No errore.” Il guerriero annuì, ghignando astutamente.
Infine tornò a fissare Kail. “Noi due puntiamo al centro. Tu procedi davanti e io ti coprirò le spalle.” Le parole di Galeth rimbombarono nelle orecchie del mezzelfo come un’eco indistinta, ovattata da un ronzio persistente. Il ciondolo non pulsava più solo contro il petto: ora batteva fin dentro la testa, offuscandogli i sensi e rendendo l’aria pesante. Mai l’aveva sentito così forte, così vivo, così affamato.
Ogni volta che sfiorava la gemma verde con lo sguardo, percepiva un richiamo insistente, una pazienza millenaria che lo chiamava per nome. Non aggiunse nulla alle parole del guerriero.
Galeth continuò, la voce ridotta ad un soffio: “E’ molto probabile che gli uomini alati non si muoveranno. Non per primi. Ma se li costringiamo a reagire … se anche solo uno perde il controllo per un attimo …” Lasciò volutamente la frase sospesa. “… è li che entreremo.” Concluse, senza bisogno di altre parole. Indicò ancora il centro. “Ci avviciniamo mentre loro li tengono impegnati …” Fece un cenno a Terren e agli uomini della palude. “… quando saremo abbastanza vicini, io e Kail colpiremo. Veloce. Pulito. Uno cade, lui prende la gemma e la porta più lontano possibile dal campo.” Poi guardò l’uomo rettile più anziano con gravità.
“A quel punto, possiamo solo sperare che riusciate a chiamare la vostra dea e che lei sia in grado di rispondere in tempo. Altrimenti … siamo tutti morti.” “Se tu liberi … lei viene …” Sibilò Uluth, con le squame che parevano vibrare. “Se noi chiamiamo … lei viene sempre. No paura di questo.” Concluse la creatura con inquietante sicurezza. Terren annuì e svanì un istante dopo, fondendosi con le ombre circostanti. Gli uomini della palude si dispersero come nebbia sull’acqua. Galeth rimase immobile ancora un secondo, poi sfiorò il braccio di Kail. “Appena questa storia finisce, mi devi delle spiegazioni. Lo sai, vero?” Il mezzelfo sostenne il suo sguardo. Negli occhi del compagno non lesse la semplice curiosità di chi era stanco di ascoltare storie improbabili sulle sue innate virtù mistiche; vi scorse la necessità pragmatica di un soldato che doveva conoscere il peso e l’affilatezza delle armi dei propri commilitoni. Senza alcun filtro. Ne andava della sopravvivenza di tutti. Kail accennò uno stanco sorriso e annuì in silenzio.
All’inizio non fu caos, fu sottrazione. Un suono che mancava dove avrebbe dovuto esserci, un passo che non seguiva l’altro, una voce che non riceveva risposta. Kail avanzava lentamente; troppo lentamente. Davanti a lui, la luce smeraldina filtrava tra le impalcature dell’Avamposto, pulsando a intervalli irregolari, come se respirasse. I tre uomini alati erano ancora lì, immobili, le mani enormi ed artigliate posate su quella superficie innaturale. Dietro di lui, Galeth era una presenza costante, silenziosa, il cui sguardo tagliente pesava sul mezzelfo come una lama.“Muoviti”. Non lo diceva, ma Kail lo percepiva come un ordine muto. Il vero ostacolo, però, non erano le tre creature ammantate, ma quel dannato cristallo che sembrava soffocarlo ad ogni passo.
Alla loro sinistra un’ombra scivolò tra due palafitte. Un goblin si voltò, ma un istante troppo tardi. Una mano squamata gli afferrò il collo. Un rapido gesto, un suono innaturale, ed esso si spezzò come una ramo secco. Poi, di nuovo il silenzio. Gli uomini della palude erano invisibili, letali. Poco più in là, Kail percepì il passaggio di Terren: non lo vide, ma colse i segnali che solo un occhio esperto poteva notare. Uno scricchiolio portato dal vento, un sussurro appena udibile, un riflesso dove non avrebbe dovuto esserci luce. Movimenti minimi, anomalie lievi, ma seminate con precisione chirurgica. “Hai sentito?” Gracchiò un goblin verso il compagno. Nessuna risposta. Fece un passo. Poi un altro, e scomparve oltre una struttura, inghiottito dall’oscurità. Senza un suono, senza una traccia. Non tornò più. Nel frattempo il mezzelfo lottava per restare lucido. Avanzò ancora. Un piccolo passo, poi un altro. Il medaglione gli toglieva il respiro, costringendolo a portarsi la mano alla gola in cerca d’aria. Si fermò, il cuore che martellava contro le costole. “No, non un’altra volta.” Pensò, terrorizzato.
“Stai già perdendo tempo.” La voce arrivò netta, senza preavviso. Kail chiuse gli occhi per un istante, costringendosi a muoversi. “Non puoi farcela.” Il tono era piatto, una verità oggettiva che non ammetteva repliche. Nonostante provasse ad isolare i pensieri, a concentrarsi solo su quello che doveva fare, i ricordi lo travolsero come un esercito invasore. L’accampamento degli orchi. L’odore del sangue, le urla strazianti, le sue mani armate che falciavano senza pietà, incapaci di distinguere i guerrieri da donne e bambini.
“Io sì.” Sentenziò la voce, carica di una brama oscura. Kail serrò i denti e si impose di proseguire. Davanti a loro, un gruppo di goblin si muoveva più rapidamente ora. Le voci erano cambiate: non più schiamazzi, ma richiami tesi, carichi di conflitto. “Dov’è finito?” Chiamò un hobgoblin da un lato. Un suono soffocato, un tonfo sordo, e il silenzio tornò a regnare, più denso di prima. Poi di nuovo: “Chi va là?!” Un’altra colluttazione fulminea, altre ossa che si spezzavano. Il primo errore.
Il mezzelfo si irrigidì. Dietro di lui, Galeth si abbassò appena, pronto a tutto. “Sta iniziando.” Riprese la voce, come uno spillo conficcato nel cervello. Kail scosse la testa. “No.” Si disse, rifiutandosi di cedere di nuovo alla mostruosità che sussurrava dentro di lui. “Lascia che lo finisca io.” Un altro ricordo lo investì come un fiume in piena: la fortezza del Cavaliere fantasma. Il controllo che svaniva, il mondo ridotto a bersagli da eliminare, gli spettri che cadevano uno dopo l’altro. Rammentava con orrore l’attimo in cui era stato sul punto di distruggere anche Lord Ravenshadow, un’anima innocente. Solo il sacrificio della sua dama glielo aveva impedito, evitando anche che la sua anima non cedesse per sempre all’oscurità.
Kail inspirò a fondo, le labbra secche. “No.” Ribadì a sé stesso: un sussurro che era una preghiera e una sfida. “Morirete.” Il mezzelfo non rispose. Continuò ad avanzare. Ora erano vicini. Così vicini da vedere la superficie della gemma: non era liscia, ma sembrava incresparsi, mutare, come se qualcosa all’interno cercasse di emergere o risucchiare dentro. Il pendaglio di sua madre reagì di nuovo con una violenza incontrollata, un calore che minacciava di bruciargli la carne. Kail vacillò. Il passo successivo fu così incerto che, se Galeth non l’avesse afferrato per il braccio, sarebbe crollato nel fango. La presa del guerriero fu breve ma ferrea; gli rivolse uno sguardo che era una domanda muta, carica di una preoccupazione che non poteva permettersi di esprimere. Il mezzelfo annuì, mentendo a se stesso prima che all’amico.
Un rumore improvviso, metallo contro legno, squarciò il velo del silenzio alle loro spalle. Poi un urlo soffocato, e un altro ancora. La sottrazione era finita: il campo si stava risvegliando. Un goblin sfrecciò tra le palafitte, un altro gridò ordini confusi nella penombra. Una torcia cadde, incendiando le ombre. Al centro dell’Avamposto, uno degli uomini alati si irrigidì. Non si voltò, ma le sue spalle si contrassero con una lentezza inesorabile, come se una crepa invisibile avesse appena intaccato la sua concentrazione. Kail si fermò di nuovo, il fiato corto. Il medaglione lo stava ustionando. “Adesso.” Ordinò la voce. Ma il mezzelfo restò immobile. L’uomo alato inclinò appena il capo; i suoi occhi, ancora nascosti, non erano più assenti. Qualcosa lo stava richiamando alla realtà, e loro erano a pochi passi dalla gemma.
Il momento in cui tutto si spezzò fu preciso come un colpo di mannaia. L’uomo alato davanti a loro ebbe un’esitazione appena percettibile, un tremore che dalle spalle risalì lungo il collo: il legame che lo ancorava al cristallo verde si era incrinato. Kail lo notò, ma era ancora intrappolato nella sua lotta interna. Il pendaglio pulsava con talmente tanta ferocia che ad ogni battito del cuore gli risaliva in bocca il sapore acido della bile. La voce nella sua testa non si limitava più a suggerire: ora pretendeva! Gli palesava visioni di gloria e distruzione, gli offriva esiti vincenti, mostrandogli se stesso trasformato in qualcosa di più forte, più veloce, inarrestabile. “Lasciati andare. Lascia che lo faccia io. Non devi morire qui.” Il mezzelfo serrò i denti fino a farsi male, il respiro ridotto a un rantolo. Le gambe non rispondevano più. Sapeva che la voce diceva il vero, ed era proprio per questo che non poteva permetterselo.
Galeth non aspettò oltre. Si mosse come un colpo già sferrato, estraendo lo spadone con una rapidità brutale e colmando la distanza in pochi passi. La lama penetrò nella schiena dell’uomo alato non senza incontrare resistenza, tanto che il guerriero dovette usare entrambe le mani per trapassarlo fino all’elsa. Per un istante sembrò che tutto fosse finito lì: il corpo della creatura che si inarcava, si contraeva, pronto ad afflosciarsi. Invece qualcosa andò storto. La figura massiccia della creatura, con quella gobba innaturale sotto il mantello, si irrigidì di colpo. Fu come se la carne mutasse in pietra! La trasformazione risalì lungo la lama dello spadone, serrandola, inglobandola. Galeth lasciò l’impugnatura d’istinto e balzò indietro, imprecando sottovoce mentre la sua arma restava prigioniera di quella massa immobile.
Nel buio, gli altri due uomini alati reagirono. Kail e Galeth temettero per le loro vite, ma il loro attacco non arrivò. Non potevano. Il legame simbiotico con la gemma si era spezzato con la morte (o la pietrificazione) del loro compagno. Iniziarono a barcollare, simili a ubriachi intossicati da fumi velenosi. Fu in quel preciso istante che Kail afferrò la gemma. Fu un errore e una necessità allo stesso tempo. Appena le sue mani si chiusero sulla superficie ruvida del cristallo, una scarica di energia gli attraversò il corpo, violenta e lacerante. Per un battito di ciglia, la distinzione tra lui e ciò che stringeva svanì.
Vide. Non con gli occhi, ma con la mente. Vide un luogo che non apparteneva a questo mondo: un’oscurità vasta, stratificata, percorsa da presenza antiche e malevole. Furono solo frammenti di immagini, ma bastarono a portarlo sull’orlo della follia. “Un passaggio …” Commentò la voce. “Un frammento di ciò che apre la via. Questo è quel cristallo.” Kail urlò senza emettere suono. Strinse la gemma e corse via. Non sapeva dove stesse andando, sapeva solo che doveva allontanarsi, aggrappandosi all’ordine ricevuto come una nave alla sua ancora.
Dietro di lui, gli uomini alati crollarono al suolo, svuotati, privati della forza che li sosteneva. Galeth indietreggiò ancora, senza voltarsi, riguadagnando terreno mentre il campo intorno a loro esplodeva definitivamente: un’apocalisse di urla, corpi che cadevano e caos che deflagrava ad ogni angolo. Ma Kail non vedeva nulla. Correva tra le palafitte, poi nel fango viscido della palude, tra radici affioranti e acqua stagnante, senza una meta reale. Il medaglione era un sole nero nel petto e la voce cresceva ad ogni momento d’intensità. “Che cosa ne farai adesso?” Il mezzelfo strinse i denti, il silenzio come unica difesa. “Tu non sai con quali forze stai giocando. Non puoi lasciarla qui.” Sentenziò la voce. Un’immagine prese vita nella sua mente: la palude devastata, le rovine, gli uomini rettile sterminati e il cielo oscurato da ali nere e immense.
“Questa è una scheggia dell’antica Pietra della Fondazione, un legame diretto con l’Abisso, la dimora della Signora Oscura. E’ un oggetto troppo prezioso per loro, più di qualunque altra cosa al mondo. Se lo abbandoni, torneranno. E non manderanno goblin o “uomini alati”, come tu li chiami. Manderanno qualcosa che questo mondo non può fermare. Qualcosa che forse nemmeno io posso fermare. Sai a cosa mi riferisco, vero?”
Terrorizzato da parole che comprendeva solo in parte, ma si cui intuiva la portata catastrofica, Kail inciampò di nuovo. Si rialzò a fatica, riprendendo la sua corsa cieca. Era sfinito; ogni muscolo del suo corpo era un grido di dolore, ma la voce non gli concedeva trregua. “Non esiste luogo su Krynn dove tu possa nasconderla. Non c’è posto che possa proteggerla da ciò che la reclama.” Il respiro del mezzelfo si ridusse a un rantolo irregolare. La mente cominciava a cedere sotto il peso di quelle parole. “Dovrai portarla con te.” Seguì una pausa, poi un sussurro più profondo, quasi nostalgico: “E io tornerò a casa, finalmente.” Kail scosse la testa con violenza, quasi a voler espellere quel parassita mentale. “No!” Gridò, ma la parola si perse nell’umidità della palude. “Apri il passaggio.” La pressione aumentò fino a diventare insopportabile. Ormai non era più una voce quella che sentiva, ma una volontà aliena che schiacciava la sua. Kail sentì qualcosa cedere dentro di sé.
Tuttavia, fu proprio in quel preciso istante che il terreno tremò! All’inizio parve l’ennesimo inganno del medaglione, ma poi giunse il suono: un rombo antico, profondo, come qualcosa che si muoveva sotto la terra stessa. Kail si fermò, le gambe incapaci di sostenerlo ancora. Poi la palude esplose. Un boato titanico scosse la terra, sollevando colonne d’acqua, fango e radici. Un fragore così potente da spezzare ogni altro rumore. Il mezzelfo non ebbe la forza di voltarsi; la vista gli si offuscò e le energie lo abbandonarono definitivamente. Cadde nel fango con un suono sordo, mentre un’oscurità densa e fredda lo avvolgeva.
Quando la terra si aprì, nulla poté opporsi. La gigantesca Idra emerse dalla palude con la violenza di una catastrofe naturale: quattro teste da rettile si levarono furiose, simili a torri viventi che squarciavano il fumo e i detriti. Una bianca, una rossa, una blu e una nera: ciascuna emanava una forza primordiale e devastante. Alta dieci metri e lunga quasi venti, la creatura possedeva la maestosità di un drago e la ferocia di un predatore supremo. Dalle fauci bianche esplose un soffio di ghiaccio che congelò sul posto due goblin in fuga, trasformandoli in statue di cristallo. La testa azzurra scatenò fulmini che incendiarono l’aria, mentre acido e fuoco completavano la devastazione. L’Avamposto cessò di esistere in pochi istanti. Perfino gli uomini della palude restarono impietriti: raramente la dea dalle molte teste aveva manifestato il suo potere con tale, spietata risolutezza.
I goblin e gli hobgoblin vennero travolti, arsi vivi o dissolti nell’acido in una rotta disperata. Gli uomini alati, tentarono un ultimo, inutile contrattacco, unendo le loro forze oscure, ma bastarono pochi scambi perché comprendessero l’inutilità dello scontro. Uno di loro evocò un’oscurità densa come la pece, avvolgente come le ombre stesse, per coprire la loro ritirata. Prima di svanire, distrussero il corpo pietrificato del loro compagno, riducendolo in frammenti informi. Quando la nebbia nera si dissolse, della creatura non restava che lo spadone di Galeth, corroso e annerito, tra brandelli di mantello scuro. Nonostante fosse ormai quasi inutilizzabile, il guerriero lo recuperò lo stesso.
L’idra mosse le sue teste sinuose, puntando gli sguardi verso ogni direzione come se volesse divorare l’orizzonte stesso. Poi vide Galeth. Il guerriero non fuggì. Il terrore l’aveva inchiodato al suolo. Non aveva mai visto un’idra, e l’idea che averlo saputo sarebbe stata l’ultima consapevolezza della sua vita lo attraversò come un brivido freddo. Il corpo del guerriero era rigido, il respiro trattenuto, lo sguardo fisso su quelle teste che incombevano su di lui. Una di esse, quella blu, si abbassò lentamente. L’aria si fece elettrica. La creatura l’annusò e il tempo per Galeth si fermò. Poi, con un soffio d’ozono che gli spettinò i capelli, si ritrasse. L’idra passò oltre, ignorandolo.
Mentre il terreno tremava sotto il suo passo, dalle ombre della palude emersero due uomini rettile. Si avvicinarono alla creatura senza esitazione, prostrandosi in un atto di pura devozione. L’idra indugiò ancora un istante, poi, come se nulla fosse più degno della sua attenzione, si voltò e tornò alla sua tana, lasciando dietro di sé solo distruzione. Quando la quiete tornò a regnare, Terren trovò Kail poco distante. Era a terra, immobile, la gemma abbandonata nel fango a pochi centimetri dalla sua mano. “Kail …” Sussurrò l’elfo, sollevandogli il capo e controllando il respiro. Il mezzelfo riaprì gli occhi lentamente, lo sguardo perso in ricordi annebbiati. “Che .. cosa è … ” La voce gli morì in gola. Rammentava la corsa, la voce nella sua testa, ma il resto erano solo frammenti, spezzoni di immagini caotiche di un incubo senza logica. Poi vide la gemma e un brivido gli corse lungo la schiena. Non aveva ricordi limpidi su di essa, ma il solo guardarla lo terrorizzava.
Poco distante, i sopravvissuti tra gli uomini della palude si erano riuniti attorno a tre corpi distesi. Tra loro c’era Uluth. Nessuno parlava; le loro mani si posarono sui caduti con gesti delicati, mentre un canto basso, solenne e vibrante, si levava tra le nebbie. Un ultimo commiato. Kail osservò la scena in silenzio, comprendendo il peso di quel sacrificio. Uno dei due uomini rettile sopravvissuti si voltò verso di loro. “Voi fatto … grande cosa … per nostro popolo.” Indicò le rovine fumanti dell’Avamposto. “Noi … non dimenticare.” Terren fece un passo avanti, il suo volto di nuovo una maschera di freddo pragmatismo, non lasciava trasparire l’orrore appena vissuto. “Vi ringraziamo. Ma prima di andare … potete dirmi dove si trovano le antiche rovine di Xak – Khalan?” Chiese, indicando un punto imprecisato sulla mappa, e picchiettando sulla pergamena con le dita sottili. L’uomo rettile annuì, alzando un braccio verso una direzione precisa nella palude, dove la nebbia della palude pareva farsi più fitta..
“Uno di noi … guida … se voi volere andare …” Rispose la creatura. “… l’altro porta via ferito in gabbia.” Il vento tornò a muoversi tra gli alberi; la palude sembrava aver ripreso a respirare di nuovo, liberata da un male che sembrava incurabile. L’elfo annuì, riponendo le sue pergamene con gesto metodico.
Dietro di loro, la gemma giaceva ancora a terra. Intatta. Stranamente silenziosa, quasi godesse dell’ombra che proiettava sui loro cuori. Davanti a loro si spalancava un bivio che avrebbe segnato il loro destino: procedere verso i templi della città sepolta o tornare indietro e riprendere il cammino segnato da Anteus e Rashmin? Cosa avrebbero fatto i tre compagni, ora che lo sguardo del male su di loro si era fatto infinitamente più grande e terribile di quanto avessero mai osato immaginare?
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