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Il conclave degli anziani.
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: La Guerra Delle Lance
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Fairmat venne portato via dalle sentinelle per ordine di Ichlem, mentre Alchem scortò invece la compagnia in un altro capanno naturale, affinché potessero discutere con tranquillità su che cosa fare, giunti a questo punto.
Aric aveva visto chiaramente, attraverso il suo incantesimo rivelatore, cosa avesse fatto l’elfo selvaggio. I crimini di cui si era macchiato. Aveva visto i ripetuti tradimenti alla sua gente e il probabile asservimento diretto ai due terribili fratelli Kagonesti: “Shiriki e Kuruk”. Fairmat aveva negato tutto, probabilmente puntando sul forte senso di collaborazione e condivisione che avevano per natura gli elfi selvaggi, ma lo stregone sapeva molto bene che stava mentendo.
Quando entrarono nel capanno, Alchem disse loro di approfittare di quella pausa per fare mente locale su come dovessero procedere, mentre lui sarebbe andato da suo padre per capire come gli anziani avessero voluto procedere.
Quando furono da soli, tutti si voltarono verso Kail, sperando che lui mettesse insieme tutti i pezzi, così fragili e diversi, del puzzle e riuscisse a ricavare da essi uno schema, che insieme aiutasse i Kagonesti ad uscire da quel dramma da loro già vissuto alla “Morning Dew” e loro ad arrivare in sicurezza a Daltigoth per incontrare Valdore. A dire il vero il mezzelfo non si distanziò tanto dall’idea iniziale di tendere un’imboscata a dei mercenari umani, rubargli i vestiti, ed entrare direttamente dalla porta a sud della città. Solo che se avessero voluto estirpare definitivamente la minaccia di “Shiriki e Kuruk”, avrebbero dovuto attirarli nella foresta e farli cadere in una trappola. Per realizzare un’imboscata efficace serviva quindi la collaborazione dei Kagonesti, sotto forma di un cospicuo contingente di elfi selvaggi armati fini ai denti, che riuscissero a circondarli in un posto adatto, per poi ucciderli entrambi senza alcuna pietà. Era evidente che questo “format” avrebbe implicato l’utilizzo della “pietra telepatica”, possibilmente da parte dello stesso Fairmat, di cui “i fratelli” conoscevano la voce e i pensieri. Questo non avrebbe comunque posto fine alla minaccia del “Sanguinarium” nei confronti dei villaggi di “Sun” e “Rain”, di certo sarebbero venuti altri al loro posto, ma senza “Shiriki e Kuruk”, sarebbe stato molto più difficile per chi gestiva quel luogo orribile, tanto sconosciuto quanto terrificante, procacciarsi la “materia prima” di cui aveva bisogno.
Stuard sembrava un po’ scettico sulla fattibilità di un tale piano. Erano davvero troppe le variabili che potevano intervenire per vanificare ogni loro tentativo di cambiare lo “status quo” per i Kagonesti e per arrivare in città senza lasciarsi alle spalle una scia di sangue lunga come il Thon - Tsalarian.
Tuttavia Kail rimaneva piuttosto fiducioso almeno su un punto. Secondo il mezzelfo, non sarebbe stato poi così difficile convincere i Kagonesti di liberarsi una volta per tutte dei due fratelli traditori e quindi anche della colpevolezza di Fairmat, loro gregario. Purtroppo però, le facce scure dei figli di Cher – Kal sembravano volessero contraddirlo anche su questo argomento. Particolare di cui il mezzelfo si accorse quasi subito.
Nes – Kal infatti, pungolato dal ranger, ammise che il modo di pensare degli anziani era molto diverso da quello dei giovani (anche perché tra queste generazioni spesso passavano secoli e non anni come per gli umani) e che lui non era affatto sicuro che avrebbero optato per coinvolgere i due villaggi in una rappresaglia diretta contro i “Shiriki” e il suo odioso fratello.
Kail a quel punto scrollò le spalle. Avrebbe fatto il possibile per aiutare quella gente: in fondo erano suoi lontani cugini, ma la sua priorità era verso Estellen e la sua sacra missione. Se i Kagonesti avessero deciso di non liberarsi definitivamente di chi li privava delle loro donne e dei loro bambini, se ne sarebbero fatti una ragione: loro sarebbero comunque andati per la loro strada.
Stuard, per quanto morso dai dubbi, accettò quel punto di vista come valido e annuendo si allontanò, raggiungendo tosto Estellen seduta in disparte. La giovane sacerdotessa di Paladine sapeva che la sua voce era la più autorevole della compagnia e che sarebbe stata probabilmente chiamata in causa per esprimere il suo giudizio su questa vergognosa vicenda. Si chiedeva solo se fosse stata in grado di risultare abbastanza diplomatica per dire le cose come stavano riguardo Fairmat, senza però confondere gli anziani con le “inquietanti storie” della gente alta.
L’unico che si era adombrato e sembrava vivere un pesante conflitto interno, era proprio Aric. Lo stregone era inquieto, camminava avanti ed indietro con il volto teso e lo sguardo furibondo. Nessuno gli fece domande, ma era palese che qualcosa non andasse. Infatti il mago stava vivendo l’ennesimo dramma interiore, confrontandosi con il demone che si portava dietro nel suo bastone. Moloch era ansioso di andare via da quel posto, troppo ansioso, in maniera quasi sospetta. Riteneva quella gente e quella foresta insignificanti, oltre che pericolosi per il “suo ospite” e in qualche modo trasmetteva questa angoscia tremenda anche a lui. I suoi compagni non potevano scorgere quel conflitto, ma Aric stava disperatamente lottando contro quel diavolo ogni istante, per rimanere calmo e non mettere a ferro e fuoco l’intera foresta.
Quando Alchem tornò nel capanno fu una vera fortuna, perché riportò i pensieri di tutti alla situazione contingente, stemperando un po’ le tensioni. Il giovane spiegò con chiarezza come stavano le cose: nel villaggio di “Sun” c’erano quattro anziani che prendevano le decisioni. Normalmente ne bastava uno per stabilire cosa fare nelle situazioni dove le crisi non erano particolarmente problematiche. Purtroppo però quella di Fairmat non era tra quelle, pertanto l’intero “conclave” si era già riunito in un capanno vicino, proprio per discutere su cosa fare di loro e della “spia”, ammesso che si fosse dimostrato che Fairmat fosse davvero una spia. Si perché, alla fine, come testimonianza della sua malafede, c’era solo il giudizio di un “uomo dalle rosse vesti della gente alta”, che aveva, insieme ai suoi compagni, più di un motivo per ingraziarsi il favore degli anziani, magari con bieche calunnie, allo scopo di farsi aiutare per centrare i propri obiettivi.
Kail inarcò un sopracciglio abbastanza disgustato, ma non si sottrasse certamente a quella opportunità, ottenendo dai suoi amici l’avallo a procedere immediatamente. Alchem annuì e fece segno di seguirlo.
Stuard non poté non notare le decine di sguardi, che si affaccendavano fugaci, lungo il percorso che li avrebbe portati al capanno degli anziani. C’erano ancora occhiate rancorose e sospettose, ma adesso ce n’era anche qualcuna speranzosa e fiduciosa nei loro confronti, segno che la voce su ciò che era successo con Fairmat era giunta alle orecchie dei Kagonesti più giovani. O di quelli che avevano visto almeno uno dei loro familiari strappato dai loro abbracci e trascinato a Daltigoth in catene. Erano occhi di chi voleva giustizia e guardava a loro per ottenerla!
All’interno del capanno c’erano quattro anizain seduti su delle stuoie, che parlavano fittamente nella loro lingua. Alchem fece un passo avanti e con la mano fece segno alla compagnia di rimanere indietro, per adesso.
Il giovane elfo selvaggio li presentò uno ad uno, poi fece lo stesso con gli anziani alla compagnia. I quattro elfi selvaggi erano: Ichlem, suo padre, Lom – far, un venerabile membro anziano abbastanza moderato, Sei – lic, spesso silenzioso ma molto influente quando deciso a parlare, ed infine Dol – mac, il più chiuso e conservatore di tutti. Alchem, dopo un breve scambio di battute con alcuni di loro, arretrò vesro i nostri eroi per spiegare il punto con cui si sarebbe aperto quel “conclave”: discutere e capire se effettivamente Fairmat fosse innocente o colpevole. Ogni altra decisione da prendere era collegata a questo nodo centrale, quindi gli aniziani avrebbero iniziato da qui. Kail annuì, accettando quelle condizioni.
Alle loro spalle, due sentinelle assistevano silenti, ma, ad un certo punto, una di esse uscì di corsa dal capanno, prima che il mezzzelfo riuscisse a capire cosa stesse succedendo. Purtroppo le barriere linguistiche erano insormontabili senza l’aiuto di Alchem, ed il ragazzo stava adesso parlando con Aric e non aveva seguito cosa uno degli anziani aveva chiesto di fare.
Invece, quello che il ragazzo bofonchiò ai nostri eroi sembrò piuttosto eloquente a tutti.
“Gli anziani sono restii a credere alla gente alta… e soprattutto Dol – mac pensa che ogni forma di magia sia una manifestazione di colei che voi umani chiamate Takhisis. Questo è il motivo per cui siamo qui: non tutti tra loro ritengono che la testimonianza del saggio Aric sia da ritenere veritiera. Pensate solamente a questo: Dol – mac non può formalmente accusare le mie visioni e i miei sogni come frutto di oscurità e di perdizione solo perché sono figlio di mio padre..”
Aric assottigliò lo sguardo. Nel marasma che era capitato, si era dimenticato della cosa forse più importante che riguardava Alchem: come faceva quel ragazzo a sapere dei suoi compagni? Ad averli perfino “visti” a centinaia di chilometri di distanza? Lo stregone gli domandò candidamente se anche suo padre o sua madre fossero stati benedetti con questo “dono”. Alchem si guardò intorno un attimo prima di rispondere. Notando che tutti erano presi in conversazioni lunghe ed articolate, bisbigliò piano:
“Mio padre era lo sciamano del villaggio un tempo, ma perse i suoi poteri quando mio fratello e mia sorella vennero rapiti da “Shiriki e Kuruk” e i loro sgherri, alcuni cicli fa. Già la morte di mia madre lo sconvolse: ella morì per darmi alla luce, ma quando fu costretto a rinunciare anche ai suoi figli più grandi, abdicò il suo ruolo di guaritore del villaggio. A pensarci bene, è una vera fortuna che abbia perso solo quello.”
Terminò Alchem, con un groppo in gola.
Aric annuì. Comprese allora che il ragazzo aveva ereditato il “dono” dal padre. Egli era particolarmente portato per la magia e sarebbe potuto diventare un grande mago se avesse potuto studiare.
“Qui, in questa “ridicola” foresta, bigotta e retrograda, sarà già fortunato se non verrà lapidato per aver usato qualche infuso o qualche erba medicamentosa.”
Si trovò a commentare nella sua testa il mago. In un angolo della sua mente, il demone rideva compiaciuto. Ancora una volta l’arrivo della sentinella che accompagnava Fairmat, salvò lo stregone da un altro terribile momento di follia silenziosa e di furore assoluto nei confronti della sua staffa maledetta, che lo stava certamente “contaminando”.
La spia non aveva ceppi di alcun genere. Era stata spogliata dalle armi, ma poteva comunque muoversi in libertà: segno che nessuno lo aveva ancora giudicato formalmente.
Dol – mac, che era il più anziano, prese subito la parola, chetando gli animi dei più giovani e riportando il silenzio nel capanno. Egli domandò poi all’elfo selvaggio di raccontare al “conclave” come fossero andati i fatti e la storia di quella pietra all’apparenza “magica”. Ichlem, mostrò a tutti la gemma, prima di rimetterla in un sacchetto di pelle accanto a sé.
“Come ho già detto prima di essere aggredito da Nes – kal , ho trovato questa pietra sul corpo di Che – den, molte lune fa e, non sapendo cosa fosse, l’ho tenuta per me… se la pietra ha fatto qualcosa alla nostra gente, qualcosa di terribile… io non ne so nulla. Non posso esserne responsabile.”
Rispose con sorprendente lucidità Fairmat, dando quasi l’impressione ad Estellen di un discorso che si era preparato e studiato mille volte. Kail provò a replicare dicendo che i fatti però dicevano altro, poiché il saggio e sapiente Aric aveva utilizzato le sue arti arcane per smascherare le sue menzogne, vedendo chiaramente i segni del suo tradimento.
“Venerabili anziani. Voi credete di più ad un uomo del vostro villaggio, un vostro fratello o ad uno straniero appartenete alla gente alta, che da sempre odia e persegue con ogni mezzo gli elfi selvaggi?”
Continuò Fairmat, in parte spalleggiato dallo stesso Dol – mac.
Alchem non riuscì a tenere la bocca chiusa dopo quella esternazione così sfrontata e sfacciata e intervenne incollerito:
“Forse potrebbe essere vero per la maggior parte di loro, onorati membri anziani, ma non per questi uomini. Ho visto io stesso, nei miei sogni, che essi aiutavano Perchem. E’ per questo che oggi sono nostri ospiti, perché hanno accettato di raccontarci la loro storia…”
Ichlem abbassò tristemente la testa nel sentire le parole amare di Alchem. Da una parte suo padre lo apprezzava e lo stimava per i “suoi doni” ed il suo coraggio nel viverli liberamente, dall’altra però conosceva bene, perché ci era passato in prima persona, quanto difficile fosse per gli altri anziani accettare la diversità della sua famiglia. Rammentava bene quante volte suo figlio aveva avvisato la comunità di evitare certi luoghi in certi giorni, perché sosteneva che sarebbero stati battuti dagli orchi e come le sue profezie sempre si fossero avverate. Tuttavia nemmeno di fronte l’evidenza i loro giudizi erano cambiati. Sarebbero stati sempre considerati dei diversi e le loro predizioni: “fantasticherie romanzesche” o “mere coincidenze”.
“Come se ingenuo Alchem, figlio di Ichlem, i tuoi sogni ti confondono solamente. Le tue visioni rappresentano soltanto il segnale di una mente addolorata dalla perdita di tuo fratello e tua sorella. Non significano nulla…”
Alchem serrò i pugni fino a sbiancare le nocche.
“… i volti di queste persone avrebbero potuto essere anche diversi, ma tu li avresti visti comunque come autentici, perché vuoi credere che siano autentici. Le loro parole, pronunciate solo per ottenere i tuoi favori e quelli di tuo padre, le hai udite come verità, perché il tuo cuore vuole credere in esse…”
Sentenziò Dol – mac, il volto addolcito da un’espressione di calda condiscendenza.
Kail stava cercando di intuire cosa avesse detto quell’anziano al ragazzo, dall’espressione affranta del figlio di Ichlem. Capendo che la situazione stava lentamente degenerando, decise dunque di mettere sul campo di battaglia i pezzi forti.
La fucina di Durgan
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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“Ho bisogno di chiederti una cosa.” Disse Kail a bassa voce. Terren inclinò appena il capo, segno che stava ascoltando, ma non rallentò il cavallo. Il mezzelfo allungò una mano, indicando il margine della strada alle loro spalle. “Quel segno, lì sulla pietra …” Inspirò profondamente nel tentativo assai vano di cacciare via l’ansia che pensava di essersi lasciato alle spalle, tra le terre di Solamnia. “… lo hai mai visto?”
Terren non rispose subito. Il suo sguardo scivolò oltre Kail, tornando per un attimo verso il punto indicato. Non sembrava mosso da curiosità, quanto dal tentativo di recuperare un ricordo specifico. “Si.” Disse infine. Una sola parola, ma priva di esitazione che gelò il sangue del mezzelfo. Kail serrò appena la mascella.
“Ma raramente …” Continuò l’elfo.”… e mai lontano da luoghi abitati.” Si voltò verso di lui. “Ne ho visto uno a Staughton. E un altro nei pressi di New Ports.” Galeth, che procedeva poco più indietro, spronò il cavallo quel tanto che bastava per ascoltare senza risultare invadente. Il mezzelfo rimase in silenzio per un istante: quella risposta era l’ultima cosa che avrebbe voluto sentire.
“Non è un segno qualunque …” Disse infine. Terren lo fissò, aspettando qualche dettaglio in più. Comprese subito che quel simbolo non era un semplice graffito, ma il vessillo di qualcosa di pericoloso, ed insieme oscuro. Fu Galeth però a rompere gli indugi.
“E’ un marchio …” Esordì da dietro di loro, la voce piatta. “… il marchio di uomini che non lasciano tracce … a meno che non vogliono esser trovati.” L’elfo non parlò. Kail invece completò il discorso del guerriero. “Si fanno chiamare i Corvi Rossi. Spie, sicari, assassini … raramente lavorano per sé stessi …”
Un’ombra d’incertezza passò negli occhi di Terren. “E per chi allora?” Galeth esitò un istante. Poi aggiunse con voce tirata e rauca: “Per uno stregone …” Si concesse una pausa, come se il nome che stava per aggiungere potesse evocare delle conseguenze catastrofiche. “Galen Dracos.”
Il silenzio che seguì non fu vuoto. L’elfo abbassò leggermente lo sguardo, come se stesse cercando qualcosa nella memoria. Non tanto una conferma, piuttosto un collegamento. “Uno stregone …” Ripeté piano. “L’avete mai visto in volto?” Kail stava per rispondere, ma Galeth lo anticipò. “No. Ma è alto … troppo, per passare inosservato. Massiccio. Sempre avvolto in un mantello scuro e pesante, che sembra fatto apposta per non rivelare mai i suoi contorni.”
Terren annuì appena, ma non sembrava troppo sorpreso. Pareva quasi se stesse sovrapponendo quella descrizione a un’immagine che già possedeva. “E ha … ha qualcosa sulle spalle.” Aggiunse Galeth, quasi controvoglia. Kail confermò con un cenno: “Sì, come un rigonfiamento sotto il mantello. Come se avesse …” Scosse la testa confuso. “… non saprei. Non sembrava un’armatura, né uno zaino … e nemmeno uno scudo.”
Il mutamento in Terren fu sottile, ma percettibile: la sua postura si irrigidì. Quando parlò, la sua voce si era fatta più bassa. “Non sei il primo a descrivere una creatura in questo modo.” Kail sentì un brivido salirgli lungo la schiena. “Cosa intendi?”
L’elfo si prese un momento, osservando l’orizzonte verso sud, dove la terra iniziava a farsi aspra. “Negli ultimi anni, alcuni esploratori elfici hanno riportato avvistamenti simili ai margini della foresta di Qualinesti. Non io direttamente … ma le testimonianze dei miei fratelli sono troppe per essere ignorate.”
Galeth aggrottò la fronte, cupo. “Avvistamenti di cosa?” Terren socchiuse gli occhi. “Creature aliene. Non uomini, o almeno non del tutto. Non permettono a nessuno di avvicinarsi, e quando vengono braccate …” Scosse appena il capo. “… spariscono. Semplicemente. Come se potessero diventare invisibili o se sapessero volare.”
Kail sentì lo stomaco contrarsi. Quelle parole lo riportarono violentemente alla fortezza di Ravenshadow, a quando Galen Dracos era apparso nel cortile come se fosse piovuto dal cielo. Decise comunque di non riesumare l’argomento. “Gli elfi non sono mai riusciti a catturarne una?” Domandò invece. “Mai.”
Un soffio di vento gelido attraversò il sentiero, sollevando un velo di polvere tra i viandanti. “Ma hanno lasciato tracce.” Continuò Terren, inchiodando Kail con lo sguardo. “Impronte. Artigliate, come quelle di un rapace … ma grandi quanto un piede umano.”
Il silenzio che seguì fu diverso dal precedente: più pesante, più allarmante, come la quiete che preannuncia una tempesta in arrivo. Qualcosa dentro Kail si ridestò. Un altro inquietante ricordo, risalente a qualche giorno prima che iniziassero le sue recenti avventure.
Rivide il legno consumato di un carretto ambulante, sentì di nuovo il frastuono della gente che sciamava tra i banchi del mercato, l’odore delle pelli conciate e del ferro vecchio. E poi quella teca. Piccola, chiusa, troppo curata per ciò che conteneva. Deglutì a fatica. “Io …” Iniziò, per poi mozzarsi il fiato in gola. Galeth a quel punto lo affiancò, notando il cambiamento dell’espressione sul suo viso.
Kail riprese, stavolta più lentamente. “Ne ho visto uno.” Terren aggrottò impercettibilmente le sopracciglia. “Uno di quei segni?” Il mezzelfo scosse il capo. “No. Di quegli … artigli.” L’attenzione dei compagni divenne assoluta. “Ne ho visto uno da vicino …” Disse infine. “… perfettamente conservato dentro una teca, come un trofeo macabro.”
Galeth si irrigidì. Il mezzelfo non guardava nessuno dei due. I suoi occhi erano persi nel vuoto, fissi su un punto che la strada non poteva offrire. “Era grande. Più di un piede umano. Ricurvo, spesso. Non era qualcosa che potesse appartenere ad una bestia comune.” Terren non lo interruppe, lasciando che il racconto fluisse.
“L’ambulante che me l’ha venduto diceva che veniva dalle foreste a sud, proprio dalle parti di Qualinesti. Disse che era stato trovato in una trappola pressoché invisibile. Ad un esame attento, ho notato che l’osso era stato reciso di netto da un’arma da taglio.” A quelle parole l’elfo abbassò lo sguardo. Quei pochi dettagli gli bastavano per ricostruire la scena. “Una trappola elfica ...” Mormorò Terren. “… da cui la vittima è riuscita a sfuggire amputandosi volontariamente l’arto con una spada o una mannaia.” Kail annuì lentamente.
Il mezzelfo li guardò entrambi. “All’epoca pensavo fosse solo … una curiosità. Una storia da vendere.” Fece un respiro profondo, sentendo il peso della verità. “Ora non più.” Galeth strinse la mascella. “Stai dicendo che …” “Sto dicendo …” Lo interruppe Kail. “… che quello che abbiamo visto … quello che abbiamo incontrato …”Si fermò. Le parole giuste non erano facili da pronunciare. “Galen Dracos … potrebbe non essere unico, ma solo uno dei tanti.” Il vento si alzò di nuovo, piegando l’erba lungo il sentiero. Terren sollevò lentamente lo sguardo. Non c’era paura nei suoi occhi, ma una consapevolezza antica e, per questo, ancor più terrificante.
“Se ciò che dici è vero ...” Disse piano. “… allora non siamo di fronte a una minaccia isolata. Ma di qualcosa che striscia nell’ombra in più luoghi. Con uno scopo preciso.” Galeth espirò lentamente. “Non mi piace.” “Non deve piacerti.” Ribatté l’elfo. “Deve metterti in guardia. Renderti attento.”
Kail abbassò lo sguardo. Per un istante, il medaglione di sua madre scivolò fuori dal corpetto di cuoio. Era freddo, innocuo al tatto, eppure carico di promesse silenziose. Lo rimboccò con cura sotto l’armatura, pregando che bastasse a proteggerlo da minacce come Dracos. Era una speranza vana, quasi amara, pensando al mostro in cui l’aveva trasformato lo scontro con gli spettri soggiogati dal cristallo maledetto. Sospirò, affranto, poi rialzò gli occhi. La strada verso Staughton era ancora lì, immobile,identica a sé stessa. Ma per lui non era più solo una strada.
“Se questi segni sono qui da tempo ….” Bisbigliò. “… allora di sicuro non sono stati lasciati per noi.” Nessuno rispose. Per quanto ovvia, quella riflessione non portava conforto. Per la prima volta da quando erano arrivati a Crossing, Kail e Galeth affrontavano il viaggio verso la loro seconda tappa nell’Abanasinia, con la stessa angoscia che mai li aveva abbandonati fino al momento in cui si erano imbarcati sulla Peregrina. L’elfo li guidava senza commentare quell’angoscia, consapevole che erano molte le cose che non sapeva sui suoi compagni di viaggio. Tuttavia, sapeva anche molto bene quanto poteva pesare non rimanere lucidi nelle questioni che riguardavano la vita e la morte. E questo un po’ lo preoccupava.
Ad un certo punto del loro cammino, Terren deviò. Senza dire nulla, lasciò il sentiero battuto e guidò il cavallo lungo una lieve salita, verso una collina bassa che dominava la valle. Kail e Galeth si scambiarono uno sguardo confuso, poi lo seguirono. Dall’alto, Crossing appariva diversa. Più piccola, quasi fragile. Sembrava già appartenere a un passato lontano. Poi l’elfo si fermò e rimase ad osservare la città in silenzio. Non c’era tensione nel suo corpo, né allerta. Solo quiete e una malinconia sottile.
Galeth gli si affiancò. “Va tutto bene?” Terren non distolse subito lo sguardo. “Si …” Rispose infine, con un’esitazione quasi impercettibile. “… è solo che … provo sempre una certa nostalgia quando lascio Crossing.” Kail lo osservò in silenzio, riflettendo su quelle parole. Non erano parole casuali: c’era un peso reale dietro di esse.
“Allora dev’esserci qualcosa d’importante lì.” Commentò Galeth. Terren annuì, ma non aggiunse altro. D’altro canto, nemmeno i suoi compagni pretesero spiegazioni: sarebbe stato il tempo, come era successo tra loro due, a decidere se accorciare le distanze o meno.
Lo sguardo dell’elfo si fece di nuovo limpido mentre si voltava verso di loro. “Allora?” Domandò. “Avete deciso quale sarà la nostra prossima tappa?” Kail scambiò un rapido sguardo con Galeth, poi rispose con fermezza: “Come ti ho accennato, dobbiamo seguire le tracce di Anteus, mio padre.” Terren ascoltava con totale attenzione. “Abbiamo i suoi appunti …” Continuò il mezzelfo. “… anche se non sono completi: sono stati ricostruiti, il che li rende a tratti oscuri, ma restano abbastanza precisi da tracciare un percorso.”
“E questo … percorso … vi porta a Staughton.” Osservò l’elfo. “Si, ma solo per rifornimenti.” Terren aggrottò la fronte. “Strano.” Bisbigliò. “Lo è.” Rispose Galeth. “Da Crossing ci si arriva in poche ore, secondo la mappa. Non c’era bisogno di deviare per comprare provviste o altro.” Il guerriero estrasse dalla sacca un foglio di pergamena avvolto con cura. “Dopo Staughton … “ Disse, porgendolo a Terren. “… si dirige qui.”
L’elfo srotolò il foglio. I suoi occhi obliqui corsero rapidi tra disegni abbozzati, linee spezzate e rozzi simboli. Si soffermò sullo schema per qualche istante, poi mormorò con una sfumatura di inquietudine: “Xak - Khalan.” Il suo sguardo si fece più cupo. “Non mi sono mai spinto nel cuore di quelle rovine. Sono troppo nascoste, troppo … vive … in un certo senso.” Scosse il capo. “Paludi. Strutture fatiscenti. Insetti. E … presenze.” “Presenze?” “Esseri striscianti e sibilanti, che abitano quei luoghi. Così almeno si dice.” Galeth alzò gli occhi al cielo, quasi a cercare il favore degli dei, poi incrociò le braccia.
“Ma la mappa?” Terren la osservò ancora per qualche istante. Poi annuì. “E’ buona.” Si prese una pausa per riflettere. “Tratto elfico. Preciso.” Kail fece un cenno di assenso. “Due elfi l’hanno venduta ad un cartografo, mesi fa.” Terren non sembrò sorpreso. “Si vede.” Kail esitò un istante, poi aggiunse: “Il mercante ci ha dato anche questo.” Estrasse il bizzarro oggetto di pietra a forma di tappo con quella strana incisione sulla sommità: due semicerchi che si fronteggiavano e che si incastravano alla perfezione. L’elfo lo osservò senza toccarlo.
“L’avete preso da Orsin Feld?” Kail confermò. “Allora ogni cosa che vi ha raccontato a riguardo è attendibile. Sembra antico, non è certo un oggetto comune.” Commentò, squadrandone ogni dettaglio. “Nemmeno per noi …” Ribatté il mezzelfo. “… il mercante ha riferito che gli elfi gliel’hanno lasciato insieme ad una sorta di … di profezia. O di auspicio.” Si fermò, cercando di richiamare alla mente le parole esatte. “Diceva qualcosa come: se gli antichi dei del bene avessero voluto, qualcuno avrebbe osato andarci.”
“Ben pochi sapienti conoscono il passato di Xak - Khalan e di sua sorella maggiore, Xak Tsaroth …” Esordì Terren. “… si narra fossero due fari di civiltà nell’Era della Luce, prima che il Cataclisma le inghiottisse. E’ probabile che nascondano segreti millenari e tesori inimmaginabili. Tuttavia, chi è in grado, in questo tempo malandato, di distinguere la leggenda dalla verità?”
Il vento soffiava leggero sulla collina. La luce del mattino cominciava ad illuminare ogni cosa intorno a loro, iniziando a spazientire i loro cavalli. L’elfo sollevò lo sguardo dall’oggetto di pietra, che ancora contemplava rapito, perdendosi nei suoi pensieri. Per la prima volta da mesi, anni forse, i suoi occhi non erano più solo quelli di una guida, ma di qualcuno che stava iniziando a comprendere davvero la reale portata dell’abisso in cui si stava addentrando. Poi girò il cavallo, seguito dai suoi compagni che si affrettarono a mettere al sicuro mappe e manufatti di pietra. Tuttavia, Terren avanzava lentamente, come se stesse valutando qualcos’altro ora.
“Che altro c’è?” Domandò Galeth. “Ripensavo a Staughton. E poi mi è venuto in mente Rashminthalas, che, come mi ha detto il tuo compagno, aveva scelto di essere la guida di Anteus.” Kail annuì, spiegando velocemente al guerriero che Rashminthalas era il nome in cui gli elfi chiamavano Rashmin.
Galeth tornò a guardare Terren. Incrociò le braccia, quasi spazientito: “Ebbene?” “So chi era. E so che non era il tipo da sprecare tempo quando il viaggio da compiere è importante.” Kail gli si affiancò. “Questa non era per lui una deviazione.” Insistette Terren. “E allora cos’era?” L’elfo non rispose subito a quella domanda: stava ancora mettendo insieme i pezzi. “Una scelta obbligata.” Sentenziò infine. Una folata gelida fece rabbrividire Galeth per un istante.
“Rashminthalas ha parlato ad Anteus di presenze oscure a Xak – Khalan …” Mormorò Kail, quasi tra sé. L’elfo annuì e aggiunse: “Se la sua ricerca iniziava a Crossing, Rashminthalas aveva già tutto l’equipaggiamento necessario. Perché dunque fermarsi a Staughton?” Kail lo fissava attento. “Quindi?”“Quindi a Staughton c’era qualcosa che gli serviva prima di proseguire.” Rispose Terren dopo una pausa. “O qualcuno.” Il silenzio si fece totale.
“E’ una città di passaggio.” Proseguì l’elfo. “Chi arriva dalle paludi transita da lì. Mercanti, erboristi … e anche chi ha visto cose che preferirebbe non raccontare.” Galeth socchiuse gli occhi. “Goblin?” Domandò cauto. Terren non lo negò. “Movimenti.” Commentò semplicemente. “Presenze. Voci che arrivano a poche persone a Crossing. Orsin Feld è certamente una di queste, ma resta una perla rara.”
Poi aggiunse, con tono più pratico: “Inoltre … non sono solo le informazioni a mancare.” Indicò la mappa che Galeth teneva alla cintura. “Le paludi non perdonano gli impreparati. Insetti, miasmi, minacce invisibili ad ogni angolo. A Staughton potrebbero trovarsi unguenti, oli e miscele, che tengono lontano ciò che striscia … e ciò che punge.” Kail annuì lentamente. Ora aveva senso. Che già sapesse che le presenze oscure a Xak - Khalan fossero goblin, che l’avesse appreso a Staughton o direttamente sul posto, Rashmin aveva imposto quel passaggio tappa per equipaggiarsi con cose necessarie per sopravvivere a quella tappa.
Terren fece scorrere lo sguardo tra loro due. “Se Rashminthalas ha portato Anteus lì …” Disse. “… è perché sapeva che quello era l’ultimo posto sicuro per ordinare le idee … e per prepararsi.” Si concesse una pausa e poi proseguì più piano: “E se aveva un contatto … allora potremmo trovarlo ancora.” Il vento si alzò leggermente insieme alla polvere. Staughton, ora, non era più solo una direzione da prendere, ma un luogo in cui cercare risposte.
Il trio riprese il cammino sotto un cielo terso, approfittando di una breve radura per consumare una pasto veloce. Seduti tra le radici di una vecchia quercia, scambiarono poche parole prima che Terren, con un’andatura ferma e consapevole, si rimettesse alla testa del gruppo, puntando decisamente a sud.
Dopo alcune ore di marcia, il profilo di Staughton emerse all’orizzonte: non era il caos vorticoso di Crossing, ma ugualmente un nodo commerciale denso e statico, dove le merci più pregiate provenienti dal sud cambiavano mano prima di raggiungere la costa.
Le strade erano un mosaico di nani intenti a contrattare, mercanti umani dal portamento frettoloso e mezzelfi che gestivano magazzini e mercanzie da viaggio, ma l’aria cambiò non appena varcarono le porte cittadine. Gli sguardi si fecero gelidi, soffermandosi su Terren con un misto di sospetto ed aperta ostilità tipica di chi, in quelle terre di frontiera, nutriva un’antica diffidenza verso il popolo elfico.
Ignorando il brusio, lo scout condusse i compagni attraverso le vie affollate fino alla Taverna del Boccale Ammaccato. All’interno, il locale era un calderone di odori forti e voci sovrapposte, un crocevia dove la stanchezza dei mercanti e dei viaggiatori annegava in boccali di birra scura. Galeth, notando l’oste che puliva freneticamente un bancone unto, sollevò un dito e lo richiamò al tavolo con un cenno imperioso. “Lasciate fare a me.” Sussurrò tra i denti ai compagni.
Quando l’uomo, un tizio tarchiato con un grembiule macchiato, arrivò sbuffando, il guerriero andò dritto al punto: “Buongiorno. Vorremmo mangiare e bere qualcosa e sapere se … pagando un piccolo extra … possiamo ottenere qualche informazione.” “Che genere di informazioni?” Rispose l’oste, mettendosi lo straccio sulla spalla con fare nervoso. Il suo sguardo si velò leggermente di stizza quando si posò su Terren. “Stiamo cercando un elfo di nome Rashmin … o Rashminthalas, alla maniera della sua gente. E’ passato di qui circa tre anni fa, lui è un suo parente alla larga …” Disse, indicando l’elfo con il pollice. “Sapete per caso se frequenta ancora questo posto?”
L’oste si bloccò, afferrando di nuovo lo straccio e asciugandosi le mani. Squadrò poi Terren con una smorfia di disappunto, prima di rispondere a bassa voce. “Rashmin … certo che lo ricordo. Un tipo a posto, per essere … beh per essere un elfo …” Si schiarì la voce, capendo troppo tardi la gaffe che aveva fatto. “… è tanto che non si vede da queste parti, ed è un bel po’ che non mette piede al Boccale. Chissà che fine ha fatto.” Galeth guardò Terren che rimaneva con la bocca sigillata, poi Kail, che per fortuna venne prontamente in suo aiuto.
“Sappiamo che Rashmin è una guida famosa da queste parti. Non vi viene in mente nessuno che lui può conoscere qui a Staughton, che possa somigliare ad un suo amico o magari a un socio in affari?” L’oste si sporse in avanti, abbassando il tono fino a un bisbiglio confidenziale: “Uhm … se davvero vi interessa sapere che fine abbia fatto quell’elfo, c’è solo una persona in città che potrebbe saperlo: il vecchio Durgan. E’ un nano, un tipo solitario, ma l’unico ad essere stato in stretta confidenza con lui.” L’oste si prese una pausa eloquente; il suo sguardo non lasciava spazio a dubbi.
Kail sospirò e mise alcune monete sul tavolo. L’oste sogghignò alla vista dell’argento: lo fece sparire in una tasca e concluse: “Non lo troverete qui … vive in una catapecchia isolata alla periferia sud della città, vicino al vecchio deposito di carri. Se decidete di andare, vi consiglio di muovervi con cautela. Durgan non è mai stato un tipo che apprezza le visite, soprattutto da chi fa domande scomode.” L’oste accennò un sorriso ambiguo che a Galeth non sfuggì.
“La cosa vi fa sorridere?” Domandò il guerriero, in maniera quasi brusca. “Che? No, no … mi è solo venuto in mente che le poche volte che ho visto Durgan sorridere, è stato proprio quando era con quell’elfo. Gli portava spesso del tabacco delle valli di Haven e spesso i due venivano qui a fumare e a bere insieme. Sembravano davvero affiatati … per quanto la cosa sembri strana.” Galeth annuì, poi con un gesto della mano e un’occhiataccia congedò l’oste, che tornò velocemente al suo bancone.
Poi il guerriero domandò: “Perché dovrebbe essere strano che un elfo e un nano possano essere affiatati?” “Perché hanno molti motivi per non esserlo. Motivi storici, odio atavico, frutto di infinite battaglie nei tempi andati …” Sussurrò Terren, stringendosi nelle spalle. “Se Rashminthalas aveva scelto proprio un nano come suo amico, vuol dire che per lui era una persona davvero affidabile.”
“Qualcosa mi dice che non sarà affatto facile trattare con lui …” Commentò Galeth. “Probabilmente no, ma non abbiamo scelta. Se Rashmin ha parlato con questo Durgan prima di avventurarsi con Anteus a Xak - Khalan, dobbiamo scoprire se ha condiviso con lui qualche informazione utile su come aveva intenzione di impostare la ricognizione.” Aggiunse Kail. Terren annuì. “E credo che mi sia rimasto nella borsa giusto un po’ di tabacco delle valli di Haven, per spingerlo a collaborare.” Il mezzelfo ed il guerriero si scambiarono un sorriso compiaciuto.
Nonostante l’oste non fosse un gran padrone di casa, i tre compagni dovettero ammettere di aver messo un buon pasto sotto i denti. Pagato il conto, uscirono quando ormai era primo pomeriggio. Le indicazioni dell’oste li condussero dritti alla periferia sud di Staughton. L’aria qui era più rarefatta, ma non per questo meno impregnata di odori forti: un mix di cuoio conciato, metallo arrugginito e legna umida.
La “catapecchia” di Durgan non smentiva la descrizione: un edificio basso e sgangherato, costruito con assi di legno annerite e rattoppate nel tempo con pezzi diversi, come se ogni riparazione fosse stata fatta solo per rimandare quella successiva. Un insegna, ormai sbiadita fino all’illeggibilità, si reggeva per miracolo su una spiovente tettoia che cadeva a pezzi. Kail aguzzò la vista. “Fucina di … Borin?” Domandò agli altri, come se avesse letto male. “Questa, un tempo, doveva essere una forgia.” Mugugnò Galeth. “Lo è stata. Molti anni fa.” Concluse Terren, lapidario.
Attorno all’edificio, alcuni barili consunti giacevano accatastati contro una parete, le doghe gonfie e crepate. Un tempo, forse contenevano acqua per temprare il metallo; ora erano solo involucri vuoti, dimenticati. Non c’era segno di attività recente. L’unica cosa davvero solida dell’intera struttura era la porta: due ante spesse, rinforzate con bande di metallo scuro, ancora integre e ben fissate. Un contrasto netto con il resto del degrado, come se qualcuno si fosse assicurato che, qualunque cosa accadesse all’edificio, quell’ingresso dovesse restare sbarrato.
Galeth si avvicinò di mezzo passo. Il legno della porta sembrava assorbire la luce, scuro e opaco, segnato da graffi e colpi che non erano solo opera del tempo. Inspirò profondamente e bussò. Il suono fu sordo, pesante. Nessuna risposta. Bussò una seconda volta, con più decisione. “C’è qualcuno?” Silenzio. Appoggiò l’orecchio alla porta, percependo dall’altra parte un lieve rumore ritmico. Qualcuno stava lavorando il legno. Con una pialla probabilmente.
Galeth si voltò verso i compagni scuotendo il capo: chi era dentro non aveva sentito, o fingeva di non sentire. Kail si affiancò all’amico e alzò la voce: “Durgan! Siamo venuti per parlarti.” Ancora nulla. Terren osservava in silenzio, immobile. Il mezzelfo poggiò una mano sulla porta e tentò un’ultima carta: “Siamo amici di Rashmin.” Passarono secondi interminabili, durante i quali Galeth riprovò a sentire se qualcosa all’interno era cambiato, e quando staccò l’orecchio dalla superficie bisbigliò: “Il rumore si è interrotto. Forse il nano sta lavorando e quando lo fa, non ama essere interrotto da nessuno.”
Tuttavia, il silenzio che seguì cambiò la sua natura. Non si ruppe, ma si fece più denso, più attento. Kail lo percepì, così come Terren dietro di lui. Aspettò un istante, poi aggiunse, più piano: “Dobbiamo assolutamente parlarti. Sappiamo che anche tu conoscevi Rashmin.” Passarono altri secondi, poi si udì un rumore di passi pesanti e lenti. Kail scambiò uno sguardo con Galeth. Una voce arrivò ovattata, roca, filtrata dal legno: “Non conosco nessun Rashmim. Andate via.”
Il guerriero serrò appena la mascella, mentre Kail rimase fermo. “Capisco …” Iniziò il mezzelfo. “… se non vuoi parlare con noi.” Esitò appena un attimo, poi affondò il colpo. “… ma Rashmin è morto.” Il silenzio che seguì fu diverso da tutti quelli precedenti. Era vuoto. Assoluto. Poi i passi si fecero più veloci, più rapidi. Infine il rumore di un chiavistello e la porta che si apriva con un cigolio secco.
Un odore di ferro li investì subito. Vecchio, stantio, mescolato a polvere e legno. Dentro, la luce filtrava a fatica, disegnando ombre lunghe su ciò che restava di una fucina. L’incudine era spenta da decenni.
Attrezzi arrugginiti calavano da ganci appesi alle pareti. Insieme a catene, anelli di ferro, martelli che non colpivano più nulla da tanto tempo ormai. Quella fucina sembrava come congelata nel tempo, un relitto di un’epoca passata.
Sulla soglia, il nano li fissava torvo. Basso, massiccio, con una barba grigia e disordinata e occhi scuri, duri come la pietra. Il suo volto era segnato non tanto dall’età, quanto da qualcosa che si era rotto dentro di lui molto tempo prima. Il suo sguardo arcigno scivolò sui tre visitatori: indugiò su Kail, passò oltre Galeth e infine si fermò su Terren. Quando i suoi occhi incontrarono quelli dell’elfo, qualcosa cambiò appena. Gli si ammorbidirono, come se avessero riconosciuto qualcosa che non si aspettavano più di vedere.
“Entrate.” Disse asciutto, prima di voltarsi. All’interno, lo spazio si apriva in modo caotico. La fucina occupava ancora il centro della stanza, ma era chiaro che non era più il cuore di questo posto. Il ferro aveva ceduto il posto al legno. Tavoli improvvisati erano carichi di trucioli, e strumenti da intaglio erano disposti con una cura che mancava a tutto il resto. Alcuni oggetti finiti, ciotole, manici, piccoli lavori decorativi, erano avvolti in un panno o impilati ordinatamente. Altri pezzi, più complessi, mostravano una precisione quasi maniacale.
Durgan si mosse all’interno senza guardare se i suoi ospiti lo seguissero. Fu allora che Kail lo notò: il suo braccio destro. Lo teneva rigido, vicino al corpo, muovendolo con goffaggine innaturale. Eppure, sui tavoli, gli strumenti da intaglio raccontavano un’altra storia: una storia di forza, controllo, ed una meticolosità assoluta.
“Chi vi manda?” Chiese il nano senza voltarsi. “Nessuno.” Rispose Galeth. Durgan sbuffò appena. “Tutti vengono mandati da qualcuno.” Si fermò accanto a un tavolo. Lì sopra, tra trucioli e segni ancora freschi, c’era un figura intagliata, impressa nel legno: un elfo. Non era ancora finita, ma sembrava già viva. Le linee del volto erano delicate, lo sguardo appena accennato, come se l’intagliatore non avesse ancora deciso quale segreto fargli rivelare. Terren si avvicinò di un passo.
“E’ lui?” Chiese piano. Durgan non rispose subito. Poi, con tono brusco tagliò corto: “E’ solo legno. Mi tiene occupato e mi permette di mangiare.” Kail osservò meglio la statuina. Non era “solo legno”, affatto. Tuttavia, scelse di non commentare. Il nano si voltò lentamente, lo sguardo di nuovo duro. “Avete detto che Rashmin è morto ... come?” Il silenzio avvolse la stanza.
Kail fece un passo avanti, senza esitare. “Aveva accettato un incarico da un cavaliere …” Deglutì, cercando le parole. “… mio padre.” Gli occhi del nano si strinsero leggermente e Kail sostenne il suo sguardo. Poi Durgan parve annuire leggermente, ma il mezzelfo aveva ripreso a parlare e non se ne rese conto. Terren invece si, ma non disse nulla. “Si chiamava Anteus, ed era un Cavaliere di Solamnia. Rashmin scelse di accompagnarlo, di fargli da guida in un’impresa eroica.”
Galeth, accanto a loro. Osservava l’ambiente circostante. Cercava di capire perché quel vecchio nano malandato vivesse dentro una fucina abbandonata, tra una piccola cucina ricavata dalla pietra e un letto di fortuna. Schioccò le labbra, tornando a concentrarsi sul dialogo. “Finché non gli è capitata una disgrazia.” Concluse Kail. Il volto di Durgan si fece più cupo. “Dove?” “Le miniere di Pax Tharkas.” Rispose il mezzelfo. Poche parole, ma pesanti come macigni.
Il nano abbassò lo sguardo. Per un lungo istante, nessun osò spezzare quel silenzio. Poi Durgan inspirò a fondo e rialzò gli occhi. Non c’era più sorpresa, solo una fredda amarezza. “Capisco …” Disse, la voce più piatta del solito. “… mi dispiace.” Non era una formalità. Si voltò appena, come per prendere distanza da quella notizia. “Rashmin…” Iniziò, poi si fermò scuotendo il capo. “Era mio amico.” Un’ombra di ironia amara gli attraversò il volto rugoso. “Strano detto da un nano, vero?” Nessuno rispose.
Lo sguardo di Durgan cadde sul suo braccio destro. Lo fissò per un istante, le dita si mossero appena come se cercassero qualcosa che non c’era più. “Ha fatto per me …” Disse piano. “… cose che nessun altro avrebbe fatto.” Poi gli occhi tornarono duri. Pratici. “Bene. Cosa volete da me?”
Kail riprese il filo.“Sappiamo che Rashmin è passato da Staughton. Stiamo cercando di ricostruire il suo percorso … e, a quanto pare, tu gli eri molto vicino. Sembri l’unico in città in grado di poterci aiutare davvero.” Durgan strinse i pugni come se stesse lottando contro un impulso interno, che stava cercando di impedirgli di fare la cosa giusta. Poi si rilassò e annuì di nuovo. Questa volta non solo Terren se ne rese conto, ma anche Kail e Galeth. “Tutto ciò che dite è vero.” Gli occhi di tutti e tre si posarono sul vecchio nano.
“E’ esattamente quello che mi disse prima di partire … aveva una serie di tappe in mente. Una di queste era Pax Tharkas.” Il silenzio si fece più attento. “E’ venuto qui … con un uomo. Il tuo cavaliere, suppongo.” Sollevò lo sguardo verso Kail. “Disse di chiamarsi Anteus… mi dispiace se era tuo padre.” Poi lo studiò meglio, stringendo appena gli occhi. “Anche se …” Borbottò. “Non mi sembrava così vecchio.” Un’ombra di dubbio gli attraversò il volto.
Kail accennò un sorriso stanco. “Non lo era … o almeno non come lo immagini tu. Anteus era … è … mio padre adottivo.” Durgan non commentò. Kail continuò, senza entrare nei dettagli: “E’ lui che mi ha cresciuto.” Il nano annuì lentamente. Non fece altre domande. Non servivano. Fece qualche passo nella stanza, come se avesse bisogno di spazio per pensare.
“Mi parlò di preparativi.” Disse infine, con un gesto vago della mano sinistra. “Preparativi prima di partire.” Galeth si fece più attento. “Che genere di preparativi?” Domandò asciutto. “Paludi. Insetti. Miasmi. Cose che ti mangiano vivo prima ancora che tu capisca dove hai messo i piedi.” Kail annuì lentamente, incrociando lo sguardo consapevole di Terren. “Unguenti. Oli. Miscele. Qui a Staughton si trovano, se sai a chi chiedere, ma non a Crossing.” Si concesse una pausa piuttosto lunga.“Ma non era solo quello.”
Il silenzio tornò a farsi pesante. Durgan esitò di nuovo, non perché non sapesse cosa dire, ma perché stava decidendo se dovesse davvero farlo. Chiuse gli occhi e si abbandonò ai ricordi. “E’ venuto qui per parlarmi.” Kail lo fissò. “Di cosa?” Il nano incrociò le braccia, ma il movimento si fermò a metà per colpa del braccio offeso. “Della missione. Di dove stavano andando e … perché lo stavano facendo.” Il nano si concesse un respiro profondo, poi pronunciò un nome che risuonò nella stanza come un anatema antico. “Xak - Khalan…” Una parola pericolosa. Quasi nefasta.
Terren non si mosse, ma la sua attenzione si fece vibrante. “Disse che non era una voce isolata …” Continuò Durgan. “… che qualcuno, a Crossing, gli aveva parlato di movimenti sospetti. Di presenze oscure.” Galeth si irrigidì appena. “Che tipo di … presenze oscure?” Il nano lo guardò torvo. “Goblin …” Sussurrò. “Nei pressi delle rovine delle città gemelle.” Silenzio. Durgan proseguì più piano, voltandosi verso la figura intagliata sul tavolo. “Rashmin non si fidava delle voci. Ma nemmeno le ignorava. Per questo è venuto qui … per capire se secondo me quelle voci avevano un fondo di verità e … per lasciarmi qualcosa.”
I tre compagni si lanciarono occhiate confuse, ma restarono in attesa. Il nano rimase in silenzio per qualche istante, poi si voltò verso un angolo buio della stanza. Si avvicinò a un vecchio baule, basso, rinforzato in ferro e si chinò con lentezza, usando la mano buona per aprirlo. Il legno scricchiolò. Frugò tra gli scomparti per qualche secondo, poi ne trasse un involucro avvolto in un panno scuro. Tornò verso il tavolo e lo posò con cautela, ma non lo scoprì subito. “Mi disse che se non fosse tornato … di sicuro gli dei del Bene avrebbero mandato qualcuno a cercare … a cercare questo.”
Kail trattenne il respiro. Durgan sollevò lo sguardo. “Non pensavo fosse vero, ma non l’ho mai aperto.” Terren increspò appena le sopracciglia. “Perché?” Il nano scrollò le spalle con una semplicità disarmante. “Non era mio.” Il silenzio che seguì diede peso a quella lealtà silenziosa. Poi, lentamente, il nano sciolse il nodo ed aprì l’involto. Dentro c’erano due cose: un piccolo disco di pietra e dei fogli ripiegati.
Il primo sembrava un medaglione o forse un sigillo di pietra scura, grande quanto il palmo di una mano. Linee curve solcavano la superficie, antiche e familiari, ma diverse da quelle della chiave affusolata di Kail. Qui i semicerchi erano verticali e speculari, come due metà destinate a non toccarsi mai. Il mezzelfo sentì una morsa allo stomaco: la sensazione di un incastro mancante.
Il secondo era un manipolo di fogli di pergamena consumati e ripiegati più volte. Terren si avvicinò e li prese con delicatezza millimetrica. Erano schizzi, ma tracciati da una mano esperta: rovine sommerse da una vegetazione soffocante e un altare inghiottito da radici, fango e acque malsane. Accanto a disegni, simboli e fitte annotazioni in elfico. Terren iniziò a scorrere il testo, poi si fermò su un passaggio più accurato, scritto con particolare intenzione. La sua voce risuonò bassa mentre traduceva:
“Ho trovato questo strano oggetto tra le rovine di un altare minore. Non ho alcuna idea a cosa possa servire, ma sono certo che non è qualcosa che possa essere ignorato. Era incastrato dentro l’altare, ma non è stato difficile svellerlo dal suo alloggiamento.
Sono convinto che ci siano altri altari come questi, sepolti nella vegetazione. Luoghi di culto ormai segreti, che nascondono altri oggetti come questa pietra scura. Sono sicuro che tali oggetti siano in grado di risvegliare qualcosa.
Xak Khalan non è morta. Non del tutto almeno e andrebbe preservata, visto quanto è antica. Ultimamente, ogni volta che mi ci avvicino, sento qualcosa. Non è solo la palude. Non sono solo le rovine. E’ come se qualcosa osservasse. Custodi invisibili e striscianti che si muovono nella vegetazione, guardinghi e inquietanti.
Xak Tsaroth poi è anche peggio. Lì non vi è solo minaccia, ma un’oscurità forte. Antica. Vicina. Mi vergogno a scriverlo, ma … in questi anni solo la vista delle sue rovine hanno iniziato a spaventarmi.
Se questo oggetto è ciò che credo, allora esiste un luogo che non ho ancora trovato. E se esiste … esso non è stato costruito per essere aperto da chiunque. Forse, il disagio che ho provato muovendomi per quelle terre, la sensazione di essere studiato ed osservato, è proprio l’eco di questo mio timore: è giusto aprire al mondo presente meraviglie che appartengono al passato?”
Quando l’elfo finì di leggere, nessuno parlò per qualche istante. Kail estrasse lentamente dalla sacca la chiave di pietra che gli aveva dato Orsin Feld. Anche gli elfi che gliel’avevano venduta avevano lasciato una specie di profezia simile a quella di Rashmin. Forse era vero: gli elfi, creature mistiche per eccellenza, erano guidati da premonizioni che sfuggivano alla comprensione delle altre razze.
Il mezzelfo fece ruotare la pietra affusolata tra le dita e la posò sul tavolo, accanto al disco. Le due forme non combaciavano, ma sembravano cercarsi. Le girò e rigirò, tentando di intuire un incastro, un significato, una volta messe vicine. Nulla, non ci riuscì e questo lo spinse a credere che forse mancava ancora un pezzo dello schema.
Durgan osservò la scena curioso. “Rashmin aggiunse un’ultima cosa.” Disse, incrociando lo sguardo di Kail. “Disse che se qualcuno fosse arrivato qui … con qualcosa che veniva dalle rovine …” I suoi occhi si fecero più duri. “… allora non sarebbe stato un caso. E che a quel punto, sarebbe spettato a me decidere se aiutarlo o meno.” Guardò Terren, poi Kail e infine Galeth. Lentamente annuì. “Direi che ho deciso.” Per un istante, mentre il silenzio tornava a espandersi come una macchia d’olio, Terren abbassò lo sguardo sugli schizzi e sugli appunti. Qualcosa dentro di lui si mosse: un’eco, un’inquietudine che non gli apparteneva del tutto, ma che riconosceva per istinto.
Il silenzio nella fucina durò ancora qualche istante. Kail teneva lo sguardo sul medaglione di pietra e sulla chiave affusolata. Terren sugli appunti. Galeth, invece, osservava Durgan. Notò quanto il suo braccio offeso fosse rigido, trattenuto, sempre leggermente indietro rispetto al resto del corpo. Alla fine non riuscì ad evitare la domanda. “Che ti è successo?” Chiese, come sempre diretto. “Al braccio intendo …” Terren sollevò appena lo sguardo dai fogli. Kail rimase in silenzio, fingendo di essere assorto e concentrato su qualcos’altro. Il nano non rispose subito. Sembrò infastidito, poi sospirò. Non con rabbia, ma con una stanchezza che proveniva da molto lontano nel tempo.
“Questa …” Disse, indicando la stanza con un gesto lento. “… un tempo era una fucina vera.” Terren scelse quel momento per offrire al nano un po’ del suo tabacco di Haven. Durgan sgranò gli occhi ed annuì entusiasta. Afferrò una pipa di legno finemente intagliata, relegata in un angolo del tavolo e iniziò a schiacciarci dentro più tabacco che poteva. Si avvicinò ad un pentolone ribollente per accenderla e aspirò a pieni polmoni, chiudendo gli occhi in un’espressione di pura estasi.
Quando li riaprì, la sua voce era diversa: “Mio padre … Borin, nano di collina come me, era un fabbro come se ne vedono pochi ormai.” Il suo sguardo scivolò sull’incudine fredda. “L’ho ereditata da lui. Cinquant’anni fa … forse qualcosa di più.” Si concesse una seconda tirata. “Un giorno … sono uscito per raccogliere legna.” Si fermò, lo sguardo perso, come se rivedesse la scena tra i fumi della pipa. “Non sono tornato subito.” Un sorriso amaro gli piegò le labbra.
“Un branco di lupi.” Kail si voltò appena. Durgan sollevò il braccio destro, tenendo la pipa con la sinistra. Lo mosse di qualche centimetro, un movimento legnoso e limitato. “Mi hanno preso qui.” Indicò la spalla. “E qui.” Un segno sul fianco. “E qui.” Silenzio. “Ero già morto … solo che non lo sapevo ancora.” Approfittò della pausa per godersi un’altra profonda tirata. “Rashmin mi trovò.” Il tono cambiò: non era più duro, non era più ruvido. Era lento, quasi riverente.
“Li ha fatti scappare. Non so come. Non ricordo molto. Solo che mi ha trascinato fin qui.” Indicò il pavimento sotto i suoi piedi. “Ha chiamato un cerusico. E’ rimasto … giorni accanto a me.” Il nano espirò il fumo nervosamente. “Io … io non mi fidavo. Degli elfi, intendo. Così mi avevano insegnato.” Abbassò lo sguardo, quasi vergognandosi di quel vecchio pregiudizio. “Ma lui è rimasto lo stesso. Ha aspettato. Finché ho capito …” Tirò dalla pipa con un suono raschiante. “… ho capito che la diffidenza … e la paura, non servono a nulla.”
Sollevò gli occhi e li posò su Terren. “Ti rendono solo più piccolo.” Nessuno osò spezzare il momento. “Il braccio non è mai guarito. Non abbastanza almeno.” Concluse, indicando l’incudine. “Non potevo più lavorare il ferro.” Volse gli occhi ai trucioli e al legno intagliato. “E’ stato lui a dirmi di provare altro. Ma io ero testardo e non volevo. Preferivo crogiolarmi nel mio dolore, nella mia angoscia di non poter seguire le orme di mio padre.” Sorrise appena, gli occhi per un istante si inumidirono. “Poi un giorno si presentò con un coltello e un pezzo di legno. Mi convinse a iniziare ad intagliare.”
Fece un gesto verso gli oggetti sparsi per la stanza “E adesso … è che così che sfogo la mia arte. Ed è così che sopravvivo.” Le sue parole si spensero lentamente, insieme al fumo della pipa. Prima che il silenzio diventasse imbarazzante, Kail si schiarì la voce e decise di cambiare argomento. “Ahem … hai parlato di unguenti, prima. Di oli per la palude.” “Si.” Il nano si voltò verso di lui. “Se dovete andare a Xak Khalan … vi serviranno.” Galeth incrociò le braccia. “Dove li troviamo?”
Il nano fece un cenno con il pollice, come a indicare la città. “Piazza del mercato. Bancarella fissa, lato sud.” Si concesse una pausa teatrale. “Cercate Harlven.” Poi aggiunse con tono più aspro: “E’ un nano alchimista. Ce ne sono davvero pochi in giro e lui non è uno che perde tempo con chi non conosce. Ditegli che vi mando io.” Fece un mezzo sorriso, appena accennato. “Altrimenti vi venderò acqua sporca al prezzo dell’oro.” I tre si mossero, preparandosi per uscire. Kail recuperò il medaglione di pietra, mentre Terren aveva già fatto sparire i fogli nella sua bisaccia.
Durgan si voltò lentamente verso di lui. Lo osservò più a lungo questa volta. Senza durezza. “Tu …” Mormorò. Terren sollevò lo sguardo. “Non pensavo di rivedere un elfo qui dentro. Voglio dire, quante possibilità c’erano di ospitarne un altro nella mia casa … dopo lui?” Il nano indicò la scultura incompiuta sul tavolo. “Mi ha fatto bene averti qui, anche se per pochi minuti.” Terren non rispose, ma ascoltava con la consueta attenzione. “So che Rashmin è morto. E questo fatto non può cambiare.” Riprese Durgan, respirando a fondo. “Ma vederti … mi ricorda che qualcosa di buono è rimasto in me.” Si lisciò la barba, poi aggiunse: “Ti chiedo una cosa. Quando questa storia sarà finita … se tornerai da queste parti …” Indicò di nuovo la statua. “… voglio finirla. E voglio che tu la porti alla sua gente, ai suoi cari, se ne ha ancora ….”
Gli occhi del nano si indurirono, ma non erano freddi. “Come ringraziamento.” Terren inclinò appena il capo. “Lo farò.”Durgan annuì. Poi fece un passo indietro. “Allora andate … e non morite come degli idioti.” Accennò un sorriso appena visibile.
Fuori l’aria sembrava cambiata: più aperta, più fredda. Mentre si allontanavano dalla catapecchia di Durgan, Terren rallentò per un istante. Lo sguardo perso verso sud, scrutando qualcosa di invisibile, ma che, in qualche modo, percepiva come una minaccia imminente.
Attraversarono di nuovo le strade di Staughton, puntando al cuore del mercato. Tra banchi affollati e voci sovrapposte, Terren li guidò fino a una bancarella defilata, stipata di ampolle, sacchetti e piccoli contenitori sigillati. Dietro il banco, un nano dalla barba striata di bianco, occhi scuri come l’ebano e il volto rugoso, li osservava senza entusiasmo. “Harlven?” Chiese Galeth. Il nano non rispose subito. Kail fece un passo avanti. “Veniamo per conto di Durgan.” Quella frase bastò. Harlven sollevò appena lo sguardo, studiandoli con maggiore attenzione.
“Dite.” “Dovremo inoltrarci probabilmente in una zona paludosa …” Disse Kail. “Ci servono oli repellenti, unguenti. Protezione per acque malsane.” Harlven fece una smorfia evidente. “Protezione …” Ripeté piano, scuotendo la testa. “Visto che siete amici di Durgan, posso tenervi lontani gli insetti, le sanguisughe e qualche altra seccatura simile.” Fece una pausa teatrale. “Ma non faccio miracoli.”
Prese tre piccole boccette e le riempì con un liquido denso, dall’odore acre, che tirò fuori da sotto il bancone. “Se avete intenzione di spingervi a sud, vero le paludi, sappiate che laggiù ci sono cose che non vedete finché non è troppo tardi. Alcune non si vedono affatto, ma credetemi: vi osservano lo stesso.” Le posò sul banco. “Sono cinque monete d’argento a pozione.” Kail pagò senza discutere. Harlven raccolse le monete, poi aggiunse quasi distrattamente: “Vi do un consiglio: i cavalli. Non lasciateli mai liberi. Teneteli sempre a briglia corta.” Poi lanciò un’occhiata d’intesa a Terren. “Ma questo, immagino, lo sappiate già.” Senza altro da aggiungere, si allontanarono.
Lasciarono Staughton poco dopo. Terren spiegò a Kail e Galeth che il segno della spirale spezzata si trovava nella parte sud occidentale della città. Tuttavia, non ritenendo fondamentale un’ispezione immediata, il mezzelfo decise di puntare dritto verso Xak – Khalan: era giunto il momento dell’azione!
Il viaggio verso le rovine durò poco più di sei ore. Il sentiero si faceva sempre più stretto, meno battuto, fino a ridursi a una traccia appena visibile tra erba alta e terreno irregolare. Il sole calava lentamente alle loro spalle, tingendo di rosso le colline e allungando ombre inquiete davanti a loro. Parlarono poco. Più si avvicinavano, più l’aria cambiava, diventando più umida e pesante.
Poi, in lontananza, apparvero i primi segni. Ruderi. Pietre spezzate che emergevano dal fango come ossa antiche. Resti di mura divorate dalla vegetazione e colonne inclinate, avvolte da radici che sembravano stingerle come artigli adunchi. La palude non era ancora iniziata del tutto, ma era ormai vicinissima. Terren rallentò, poi si fermò del tutto. Kail e Galeth gli si affiancarono, mentre l’elfo osservava l’orizzonte, immobile. “Ci fermiamo qui.” Dichiarò asciutto.
Galeth aggrottò la fronte. “Ma siamo a poche centinaia di metri.” “Lo so.” Rispose l’elfo in modo lapidario. Kail lo studiò con attenzione. “Che c’è?” Terren non rispose subito; continuava a fissare le rovine lontane. “Accamparsi ora è la scelta migliore.” Disse infine. “Entreremo all’alba. Con la luce.” Galeth incrociò le braccia. “Non mi sembra il tipo di posto che migliora con la luce.” Terren scosse appena il capo. “Non è per quello. E’ per me.” Kail si fece più attento. “Che vuoi dire?”
Terren inspirò lentamente, lasciando che l’aria umida gli riempisse i polmoni. “Sono anni che non passo da queste parti, ma ogni esploratore elfico … almeno una volta nella sua lunga vita … si avvicina a questi luoghi. E’ come un richiamo per noi. Un richiamo della Luce che un tempo queste città custodivano.” Il suo sguardo tornò a posarsi sui resti di pietra.“Xak – Tsaroth … Xak – Khalan.” Sussurrò, come se pronunciasse i nomi di vecchi amici caduti.
“L’ultima volta che sono stato qui intorno però, ho provato inquietudine. E’ normale per noi elfi. Sappiamo che con i secoli in queste rovine è arrivato altro. Qualcosa di selvaggio. Non necessariamente malvagio, ma certamente pericoloso.” Poi il suo volto si fece più teso e il mezzelfo sentì il tono del compagno cambiare drasticamente. “Ma non così.” “Che cosa senti?” Chiese Kail, abbassando istintivamente la mano verso l’arma. Terren esitò, pesando con cura le parole.
“E’ … più forte. Più vicina.” Fece una pausa misurata. “Come se qualcosa si fosse risvegliato.” Il vento passò tra le erbe alte, piegandole in un sussurro lamentoso che pareva rispondere alle sue parole. “La mia natura elfica … “ Continuò piano. “… mi fa percepire alcune cose. E questa … questa non c’era tanto tempo fa. O se c’era rimaneva sopita, fusa con l’ambiente.” Né Kail e né Galeth commentarono quelle fosche parole; il peso di quell’avvertimento sembrava aver reso l’aria più densa. Terren abbassò lo sguardo, poi fece un passo indietro. “Riposiamo. Domani entreremo.” Poi quasi tra sé, concluse: “E capiremo cosa si muove tra queste rovine.”
Quella notte, il sonno arrivò lentamente e non fu affatto leggero. Perché, da qualche parte oltre la linea scura della palude, tutti e tre sentivano che qualcosa di nascosto ed ostile li stava già aspettando.
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