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Le segrete del Maniero Ravenshadow.

Scritto da Mike Steinberg
Categoria: Le Origini Di Kail
Pubblicato: 01 Febbraio 2026
Visite: 12

Appena Kail varcò la soglia della sala tattica, il gelo gli morse la pelle.

In fondo al corridoio, una sagoma diafana dai lineamenti nobili scivolava silenziosa, tagliando trasversalmente il passaggio come un soffio di nebbia. La scia luminosa della sua figura svanì rapidamente così com’era apparsa, innanzi agli occhi attoniti del mezzelfo.

Kail si affrettò a seguirla, facendo capolino in un piccolo corridoio laterale. Lo scout non aveva dubbi: era lo stesso spettro che aveva già visto insieme a Galeth nella brughiera e che ora era riapparso di nuovo davanti a lui costringendolo a svoltare a destra.

Finché, nonostante lasciasse intercorrere tra loro due una certa distanza, lo vide svanire rapidamente verso alcune scale che conducevano dabbasso. Le stesse scale che aveva notato prima, durante l’ispezione sommaria del maniero.

Il medaglione diventava, mano a mano che seguiva la Dama fantasma, sempre più caldo. Inoltre il mezzelfo poteva vederne perfettamente la sagoma spettrale dai contorni bluastri con una minuzia di particolari che aveva dell’incredibile: riusciva perfino a sentire, nel silenzio assoluto della rocca abbandonata, il flebile eco di un fruscio di seta delle sue vesti che si muovevano libere sul pavimento.

I gradini di pietra fredda scricchiolavano sotto i suoi stivali, mentre nel buio si affrettava a stare al passo dello spettro. All’improvviso però, una torcia fissata alla parete si accese da sola al suo passaggio, ma non fu il calore del fuoco a rapire la sua attenzione: attraverso il medaglione infatti, Kail scorse la sua fiamma anch’essa avvolta da un intenso riflesso bluastro.

Kail la afferrò timidamente, giusto per saggiare che non fosse un’illusione e capì che era solida, reale. Pur non essendo uno stregone, non faticò molto ad intuire che su di essa era stato lanciato un incantesimo di perennità, che si sarebbe attivato al passaggio per le scale di qualcuno che fosse stato “in vita”. Questo dettaglio gli dimostrò che Galen Dracos aveva preparato molto bene quel maniero fatiscente ad una futura occupazione per fini bellici, imbottendolo di piccoli ma utilissimi incantesimi simili a quello. Perplesso e preoccupato, lo scout rimise al suo posto la torcia magica.

Poggiando il piede sul pianerottolo dei sotterranei, estrasse una delle sue torce dallo zaino e l’accese. La fiamma danzò nervosa nell’oscurità stagnante, proiettando ombre lunghe sulle sbarre corrose di una fila di celle secolari.

Kail avanzò timoroso lungo il corridoio e, una dopo l’altra, illuminò le prigioni: scorgendo all’interno solo miseri resti umani e ossa sbiancate dal tempo, ammassate nel silenzio della polvere.

Lo spettro della donna era sparito, lasciandolo qui davanti ad uno scenario inquietante e antico.

Ispezionando meglio l’ambiente davanti alle celle, Kail rinvenne resti di piccoli mobili: sedie, tavoli, rastrelliere per le armi e per le chiavi delle prigioni, ormai ridotti a cumuli di detriti corrosi dal tempo. Dopo essersi chinato per controllare meglio quei frammenti polverosi, il mezzelfo si tirò su in fretta e furia. Proprio in quel momento infatti, il mistico pendaglio che portava al collo reagì vibrando in maniera prepotente, mostrandogli un fenomeno che lo lasciò sbalordito e sconcertato.

Notò per prima cosa che un bagliore bluastro iniziò a manifestarsi all’interno delle celle, avvolgendo quelle povere spoglie che aveva intravisto prima e iniziando a mutarle profondamente!

Esse iniziarono in seguito a vibrare, sollevandosi dal pavimento in un vortice di polvere e luce. Da quelle ossa presero forma spettri dalle sembianza umane, uomini e donne comuni, i cui volti erano deformati da un’angoscia eterna!

Le loro bocche si spalancarono in urla silenziose e strazianti che scossero l’aria gelida del sotterraneo, mentre le figure diafane premevano i loro corpi di fumo contro le sbarre arrugginite. I loro occhi sconvolti e accusatori sembravano fissarsi su di lui e questo terribile dettaglio fece indietreggiare il mezzelfo di un passo.

Tuttavia c’era qualcosa che gli suggerì che le cose non stavano così. Kail si voltò di scatto, rendendosi conto che le urla mute degli spettri non erano rivolte a lui.

Alle sue spalle, il bagliore bluastro del medaglione agitò nuovamente l’aria: dal nulla si ricomposero sagome spettrali di carcerieri (un Cavaliere della Corona e uno scudiero da quello che riuscì a capire), mentre i resti di mobili distrutti, armadietti, rastrelliere per armi e tavoli, si riassemblavano magicamente in una sorta di eco temporale.

I prigionieri stavano gridando la loro disperazione contro questi guardiani fantasma, che riprendevano possesso delle loro postazioni, ignorando completamente la sua presenza.

Dopo qualche secondo di puro sgomento, Kail deglutì e si avvicinò di qualche passo, esaminando meglio la scena spettrale. A differenza della precedente, Kail non stava osservando un momento statico che poi si riavviava continuamente, ma una scena muta, anche se molto espressiva, che però gli rendeva difficile la comprensione di ciò che era avvenuto davvero in questi sotterranei e quale fosse il loro argomento di discussione.

Finché tutta la scenografia venne perfettamente ricomposta e una voce antica, disperata e roca, si fece udire chiaramente alle sue spalle.

“In nome degli dei, ascoltateci! Non abbiamo mai toccato la Signora! Come avremmo potuto? Eravamo nei campi quando ci avete accusato di averla rapita... o uccisa. Siamo contadini, non assassini!”

Disse un prigioniero, afferrando le sbarre. Il medaglione di sua madre si era fatto di un blu cupo mai visto prima.

Uno spettro cavaliere, seduto dietro ad una scrivania e senza nemmeno alzare lo sguardo dai registri, rispose:

“Risparmiate il fiato. Il Lord in persona ha portato le prove al comando. I nobili non mentono su simili atrocità. Siete solo feccia che ha spento una luce troppo pura per questo mondo.”

Una giovane prigioniera commentò da una cella accanto:

“Le prove sono false! Ci hanno incastrati, perché serviva un gesto così atroce per rendere disperato abbastanza il Lord e spingerlo a prendersela con la sua gente! Vi prego, guardateci negli occhi: vi sembriamo dei regicidi?”

Lo scudiero le si avvicinò, rinfoderando la sua spada spettrale.

“Mi sembrate dei morti che camminano. Gli ordini d’arresto sono firmati e sigillati. La vostra “innocenza” non conta nulla di fronte alla parola di un nobile. Siete qui per ordine militare e qui finirete i vostri giorni.”

Il medaglione non la finiva di scottare e di pulsare di un blu scuro tenebroso: forse che reagiva non solo alla magia ma anche alla presenza di menzogne?

L’eco delle grida riempiva il pianerottolo, rivelando la tragedia di una giustizia contraffatta. Il prigioniero più anziano prese ad un certo punto la parola:

“Non è stato il popolo! Il Lord sa bene chi ha varcato quelle stanze … siamo solo capri espiatori per coprire i peccati dei suoi pari!”

Lo scudiero a quel punto si mosse rapido e colpì le sbarre col fodero della spada.

“Ancora menzogne! La parola di un nobile è legge, la vostra è solo rumore. Siete stati condannati per l’assassinio o il rapimento di Dama Cyric e il comando militare non discute le sentenze del sangue blu”.

Un altro prigioniero gridò da una delle celle più lontane:

“Siete ciechi! Vi usano per sporcarvi le mani mentre loro brindano nelle sale superiori! Non siamo assassini, siamo vittime della loro “bontà”!”

Fu allora che il cavaliere si alzò, scagliando il fascicolo spettrale sul tavolo di legno ricomposto.

“Basta lamentele! Eregor è stato categorico: vi ha visti uscire dalle stanze della Signora con le mani ancora lorde di sangue. Avete trascinato i suoi miseri resti per buttarla chissà dove! Un nobile della sua stirpe non rischierebbe mai l’onore per incastrare dei miseri braccianti. Se lui dice che siete colpevoli, la vostra vita appartiene al boia. A meno che riveliate i nomi dei cospiratori, non uscirete mai vivi da qui, maledetti!”

“Eregor. Dove l’ho già sentito nominare?” Si domandò Kail tra sé.

Lo stesso prigioniero replicò a tono:

“Eregor mente per salvarsi! E’ stato lui a chiudere quella porta, non noi. E’ principalmente lui che ci odia, perché protestiamo contro l’aumento dei dazi in questo momento di crisi. Dama Cyric ci ha sempre aiutati, schierandosi spesso contro di lui, perché dovremmo desiderare la sua morte?”

“Ecco chi è! E’ uno dei nobili che aveva tentato di ingannare Lord Ravenshadow, parlandogli di improbabili invasioni e guerre alle porte!” Concluse il mezzelfo, battendo il pugno sul palmo dell’altra mano, mentre continuava ad ascoltare attentamente il finale della conversazione.

Kail cercò di intervenire come aveva fatto poco prima con il Lord, ma constatò amaramente che non riusciva a farsi notare da nessuno di loro. Nonostante il potere del medaglione, il sospetto instillato dai nobili era un veleno troppo profondo: entrambe le fazioni non riuscivano a vederlo, accecati dall’odio che nutrivano l’un l’altro. Il pendaglio brillava, ma i due gruppi tornarono presto immobili, pronti di nuovo a massacrarsi verbalmente, chiusi in uno stallo d’acciaio e rabbia.

Kail aveva ricostruito gran parte dell’accaduto, arrivando a conclusioni forti, che però, senza testimonianze più incisive, rimanevano solo ipotesi prive di fondamenta solide su cui reggersi. Era indubbio che i nobili avevano cercato di manipolare il Lord per spingerlo ad una guerra che avrebbe indebolito la sua autorità, mentre loro avrebbero potuto centrare i loro obiettivi che generalmente riguardavano sempre fama, potere e denaro. Ma addirittura arrivare a rapire o uccidere Dama Cyryc?

Tra l’altro, chi era costei? Dall’aspetto, Kail aveva escluso potesse essere la figlia del Lord. Più probabile che, dall’età che dimostrava, fosse la moglie o al limite sua sorella. Ma non poteva esserne certo. Non poteva essere certo di niente, perché gli mancavano ancora troppi elementi chiave.

Mentre il medaglione si spense e lo stallo tra cavalieri e civili diventava insopportabile, un brivido innaturale gli percorse la schiena!

Si voltò. In fondo al corridoio, proprio dove la pietra curvava nell’oscurità dell’ultima cella, la sagoma diafana della Dama riapparve: il suo spettro scivolò silenzioso, una scia di luce opalescente che tagliava per lungo il corridoio verso destra, svanendo oltre la svolta con un invito silenzioso a seguirla.

Inutile dire che lo scout si gettò forsennatamente all’inseguimento.

Dopo diverse curve, il passaggio terminò innanzi a un muro. Ogni via sembrava preclusa, ma Kail era certo che Cyric aveva svoltato proprio in questa direzione. Il corridoio era composto di granito e le pietre erano antiche e solide. Il buio era assoluto, ma la torcia fortunatamente lo seguiva come un’ombra illuminando al meglio la via: non poteva essersi sbagliato!

Il mezzelfo si fermò innanzi alla parete. Poi avanzò di qualche passo e la controllò meglio.

Inarcando un sopracciglio, scoprì che si trattava di un muro posticcio!

Allungò una mano sulla pietra, avvertendo il gelido soffio della verità: la malta era molto più recente rispetto al granito delle pareti e del pavimento. Questo muro era un’impostura che nascondeva un terribile, gigantesco inganno!

Lo scout provò a trovare delle crepe da sfruttare, ma presto si arrese all’impotenza di non avere strumenti per abbatterlo. Tuttavia proprio in quell’istante di stallo, il medaglione di sua madre prese di nuovo a vibrare, divampando di una luce blu questa volta accecante.

Dalla parete stessa trasudò la figura eterea di Cyric, che emerse come fumo argenteo tra le fessure della roccia. Kail sgranò gli occhi, arretrando di un paio di passi.

Il suo volto non offriva più alcuna direzione da seguire, ma traspirava un rimprovero costante. Mentre la luce del pendaglio magico avvolgeva entrambi, la voce della Dama risuonò limpida e cristallina, carica di un dolore che non apparteneva più a questo mondo.

“Mio marito è infine caduto vittima dei sussurri dei suoi consiglieri più fidati. I nobili volevano la guerra per svuotare il castello e usurpare il suo feudo, punendomi per aver protetto il popolo dai loro dazi. Eregor stesso mi ha derisa mentre i suoi sicari mi trascinavano nell’ombra: mi ha murata viva perché la mia pietà ostacolava la sua brama e quella dei suoi viscidi pari. Mi hanno ridotta al silenzio in una notte senza stelle, mentre il mondo credeva che fossi fuggita.”

Kail annuì, trovando nelle parole della Dama quella definitiva, tragica conferma ai suoi sospetti, che aveva sperato con tutto il cuore non fossero veri. I nobili non solo avevano manipolato il Lord per il loro tornaconto personale, ma avevano perfino ucciso sua moglie accusando la stessa gente che lei troppo spesso aveva difeso. A quel punto il Lord, pazzo per il dolore, aveva creduto ai suoi consiglieri, giustiziando il suo stesso popolo, mentre i nobili svuotavano il maniero dai cavalieri e riscuotevano i dazi tramite i loro mercenari prezzolati. Era inevitabile che entro poco tempo la roccaforte stessa cadesse in rovina.

“Ormai desidero solo la pace. Come posso liberarmi di questo fardello?”

Domandò la Dama, implorando Kail di spezzare questo suo tormento.

Il mezzelfo provò a spiegarle che non era certo sua la colpa delle sofferenze del suo popolo. La colpa era dei nobili, di Eregor in particolare, che era arrivato perfino a commettere un omicidio per manipolare il Lord, affinché soggiogasse ancor di più il volgo già vessato dai dazi.

Cyric annuiva, ma presto Kail si rese conto che parlare con uno spettro non era come discutere con un essere vivente. Essi non reagivano razionalmente, sembravano invece più attratti dalle emozioni. Ma come poteva fare per aiutarla veramente? Come poteva convincerla della sua innocenza, se era così tormentata? Così forte e ferma su quell’emozione?

Il mezzelfo ripercorse mentalmente tutte le fasi di questo deprecabile scenario, incluse quelle vissute nella sala tattica con il Lord e si convinse che non poteva essere un caso che egli avesse visitato prima quella, rispetto agli altri due luoghi da esplorare che aveva trovato nel maniero.

Infatti, proprio mentre stava per salire verso la cima della Torre, la risata di una donna, la sua risata, lo trasse altrove, distraendolo dal suo percorso iniziale. Era come se Cyric volesse indurlo a ricostruire l’intera vicenda seguendo l’ordine cronologico corretto, l’unico modo per comprendere davvero lo svolgersi dei fatti.

Perché una cosa era certa: ciò che aveva vissuto nella sala tattica rappresentava un momento nel tempo antecedente a quello vissuto qui, nei sotterranei. Quindi la Dama voleva che lui dipanasse la matassa degli avvenimenti nella corretta sequenza temporale e che quindi, grazie a questa consapevolezza, fosse poi in grado di liberarla.

Kail si rese conto dunque che lo spirito della Dama era sì tormentato, ma anche saldo, lucido e presente, come quello del Lord. Doveva dunque solamente riuscire a convincerla che la sua liberazione era legata indissolubilmente a quella degli spiriti nelle celle e a i cavalieri che si erano macchiati di un crimine involontario: quello di fidarsi dei nobili e non del popolo.

Ci mise un po’ a capacitarsi che questa era la via giusta da seguire e quando si dimostrò emotivamente coinvolto, lei sorrise. Prese ad attraversare le pareti, fluttuando via e sparendo alla sua vista in un lampo!

Il mezzelfo tornò indietro di corsa e la ritrovò al centro del pianerottolo.

La sua presenza raggelava l’aria; i cavalieri e gli scudieri, ora semplici gusci privi di volontà, non reagivano fisicamente, ma le loro aure vacillavano di fronte alla purezza del suo dolore. Davanti ai civili e ai soldati immobili, la Dama si stagliava come un’accusa luminosa, pronta ad infrangere lo stallo con la forza delle sue parole invisibili. E della sua testimonianza amara.

Squarciò il silenzio come un lamento d’argento, descrivendo con lucidità agghiacciante il complotto dei nobili: non una guerra di difesa, ma un inganno orchestrato per svuotare il castello, distogliere gli eserciti e instaurare così un regime di dazi e terrore che lei, da sola, aveva tentato di impedire. Raccontò poi l’istante della fine: il volto di Eregor illuminato da una torcia, il suo sorriso sprezzante mentre la derideva per la sua pietà verso il popolo, definendola: “debolezza intollerabile”. Narrò del suo buio improvviso, del sapore della calce che le riempiva i polmoni e del suono dell’ultima pietra che sigillava il suo destino, trasformando il suo amore per il feudo in una tomba solitaria. Infine spiegò che i nobili, attraverso la sua morte, avevano in questo modo catalizzato la rabbia del signore del maniero nei confronti di quelli che gli riportarono essere: “spie del nemico!”

Davanti alla prova del martirio della Dama, l’odio dei prigionieri si placò.

Lei offrì loro il suo perdono, spiegando che la colpa della loro morte e della sua non era stata reciproca, ma crudelmente orchestrata dai nobili.

A quel punto, una nebbia confusa iniziò a materializzarsi sul pianerottolo quando tra i due schieramenti apparve la figura imponente del Lord del Maniero!

La vista del loro vero Signore, non più manipolato dai suoi perfidi consiglieri, annullò d’incanto gli ordini di Eregor. Essi tornarono ad essere guardiani dell’onore, non carcerieri, ritrovando la coesione perduta, scattando sull’attenti e dissipandosi poi in un soffio di vento biancastro.

Contemporaneamente, il riconoscimento del martirio della Dama trasformò la rabbia delle anime dei prigionieri in giustizia compiuta. Il dolore sembrò svanire dai loro volti provati, finalmente parvero quietarsi, svanendo e trovando la pace.

Poi Cyric si voltò lentamente e vide il marito finalmente libero dalle menzogne dei nobili, lo raggiunse e afferrò la sua mano tesa verso di lei. Sorridendo al suo sguardo dispiaciuto, implorante perdono, lo rassicurò con una tiepida carezza sul viso.

Nei suoi occhi infatti c’era tutto il rimpianto per non aver ascoltato i suoi avvertimenti e l’orrore di aver permesso che l’inganno degli aristocratici la conducesse a quella muta tomba di pietra.

Prima di scomparire, entrambi si concentrarono su Kail. Il loro sguardo finale fu un tacito ringraziamento e una solenne investitura: riconoscevano in lui il testimone della verità e il custode della memoria del Maniero.

A quel punto la Dama gli sorrise ancora e gli rivelò due informazioni cruciali, la voce ferma ma velata di preoccupazione per la sua futura sorte:

“Ascoltami bene, perché il tempo si sta assottigliando come nebbia al sole. Ho provveduto io stessa a portare il tuo compagno lontano da qui. Grazie al tuo amuleto, sei schermato dall’oscurità che è stata versata in questa fortezza, altrimenti molto probabilmente saresti già morto … ma lui non lo era. In cima a questa Torre risiede un pericolo che nessuna volontà, per quanto ferrea, può sperare di ignorare senza pagarne il prezzo. Il tuo amico si trova al sicuro, in una cappella diroccata appena fuori dalla Torre. Và se è la vita che cerchi. Se invece è giustizia ed eroismo ciò che agogni, la strada da seguire è quella che conduce verso l’alto …”

Kail aggrottò le sopracciglia: aveva intravisto in effetti, quando si era trovato nel cortile, i resti della cappella del maniero, ma aveva ritenuto che fosse inagibile. Apprese adesso che si era sbagliato.

Il Lord guardandolo con solennità aggiunse: “Le porte del mio maniero resteranno spalancate per te, un’ultima volta. Non saremo noi a trattenerti tra queste ombre. Ma sappi che se deciderai di volgere le spalle alla Torre, la verità che cerchi svanirà con noi nel nulla.”

Poi afferrò la mano della consorte e svanì forse per sempre dalla sua roccaforte, felice, perlomeno nella morte, per aver ritrovato finalmente la sua amata.

Il destino ora gravava interamente sulle spalle di Kail. Davanti a lui si stagliavano le traballanti scale che conducevano all’oscurità della Torre del Corvo, dove il mistero attendeva di essere svelato, mentre alle sue spalle la libertà della cappella e la salvezza di Galeth lo richiamavano attraverso le porte aperte.

Cosa avrebbe scelto il mezzelfo? Salvezza o verità?

Capitolo 10 - Libertà per i prigionieri!

Scritto da Jack Warren
Categoria: Eord
Pubblicato: 13 Dicembre 2025
Visite: 217

Escol seguì Eofawulf ed Alarien senza troppa convinzione. Sapeva che non sarebbe mai riuscito da solo ad entrare nella Cittadella e poi nelle segrete ove erano custoditi i prigionieri, ma c’era qualcosa che non gli quadrava dietro a tutto quel silenzio attorno al suo arrivo nella capitale. A quest’ora Arios doveva esserne stato informato, visto il clangore che aveva fatto ai cancelli d’entrata. Perché dunque nessuno ancora lo controllava a vista? Al di là di quella che poi sarebbe stata la sua reazione, qualunque persona dotata di buon senso l’avrebbe perlomeno messo sotto stretta sorveglianza. Avrebbe provato a mettergli dei ceppi intorno al collo, finalmente. Era certamente vero che l’imperatore maledetto non sapeva nulla riguardo alla “Spada di Sangue” e quindi avrebbe potuto sottovalutare il pericolo che egli in quel momento rappresentava per lui. Tuttavia, l’unico in vita che avrebbe potuto sperare di esautorarlo dal trono era adesso nella sua casa, pertanto si sarebbe aspettato un’accoglienza diversa, più calda diciamo. Siccome aveva imparato a sue spese quanto Arios fosse astuto, continuava a ripetersi che c’era qualcosa che non stava andando per il verso giusto. Qualcosa che puzzava un’altra volta di trappola. Mentre i tre compagni entravano nella maestosa Cittadella, ammirando la magnificenza di strade, ponti e palazzi, per poi allontanarsi verso una zona periferica e collinosa della città - stato, il figlio del Duca non riusciva a scrollarsi di dosso questa sensazione di disagio perenne. Avrebbe quasi preferito farsi largo a spadate, anziché giungere fin lì senza che nessuno avesse nemmeno provato ad ostacolarlo. Eofaulf si muoveva sicuro su sentieri che evidentemente aveva controllato per mesi, preparandosi per questo momento, finché alzò il pugno ed indicò ai due amici che lo seguivano di fermarsi. Dall’ombra uscì un imperiale incappucciato che si avvicinò ad Eofaulf ed iniziò a parlare con lui. Escol mise istintivamente la mano alla spada. Poi il ranger si avvicinò e disse: “Costui è Alister , uno dei soldati un tempo fedeli a mio fratello. Ci guiderà fino ad un’antica e sconosciuta entrata per i sotterranei, che ci permetteranno di raggiungere le segrete dove sono tenuti prigionieri i nostri amici. Sempre se è ancora questo che desideri, Escol…” Il figlio del Duca annuì, continuando a fissare biecamente l’uomo incappucciato, temendo che sarebbe stato nuovamente venduto al nemico. Alarien lo rassicurò: erano mesi che si trovavano a Laundesrkey e gli uomini con cui in tutto questo tempo avevano stretto accordi erano fidati. Escol annuì nuovamente, ma non riuscì affatto a rilassarsi. La loro nuova guida si mise alla testa del gruppo e li scortò attraverso una serie di caverne e cunicoli, di cui probabilmente nemmeno Arios stesso conosceva l’esistenza, finché si fermò innanzi ad un’antica ma ancora solida porta in bronzo. Poi si voltò a destra e a sinistra, tirò fuori una chiave di ferro e l’aprì. Un forte odore di chiuso e stantio assalì ferocemente le narici di tutti i presenti. “Da questo punto in poi non si torna più indietro Escol. Da questo punto in poi per noi ci saranno solo pericoli per le nostre vite.” Commentò laconicamente Eofaulf. Il figlio del Duca provò a convincere i suoi amici che poteva continuare da solo adesso, che avevano fatto abbondantemente la loro parte. Tuttavia né lo scout e né l’elfa accettarono di rimanere indietro questa volta. Per vari motivi. Il primo era ovviamente che non avevano alcuna intenzione di abbandonarlo al suo magro destino. Il secondo, che, per quanto approssimative, erano gli unici che avevano delle informazioni logistiche su come muoversi una volta sbucati nei sotterranei. Escol non rispose: superò l’amico e la loro guida, ed entrò a grandi passi in un buio corridoio. Il giovane guerriero sapeva che non era il caso fermarsi troppo a discutere di queste cose in un luogo così delicato come quello. Così, Alarien lo seguì, ed infine anche Eofaulf, dopo aver ringraziato la guida per il suo prezioso aiuto. L’uomo incappucciato lo salutò con la mano sul cuore, come si salutavano i soldati ai tempi in cui c’era ancora un Mohdi seduto sul trono. Poi richiuse la porta, e quattro mandate della sua chiave di ferro sottolinearono che ormai non ci potevano essere ripensamenti: ora o si riusciva o si moriva! Escol accese una torcia e subito la fiamma illuminò un budello di roccia che, pian piano, puntava a risalire verso l’alto. Le pareti erano scure, umide e lisce e sicuramente non avevano visto anima viva da chissà quanto tempo. Era strano che quel soldato avesse la chiave per una porta d’accesso ad un percorso così segreto. Tuttavia Escol non vide questo dettaglio come un potenziale pericolo per la loro sicurezza, quanto piuttosto come un segnale di dissenso rincuorante: se Alister era davvero fidato come Alarien sosteneva, voleva dire che non tutti alla Cittadella servivano Arios fedelmente. C’erano sicuramente dei dissidenti e lui non sapeva se questa sua nuova consapevolezza si sarebbe rivelata davvero utile o piuttosto un intralcio ai fini della sua missione. Era dannatamente troppo presto per questo! Il budello che stavano percorrendo si interruppe bruscamente innanzi ad una consumata ma ancora massiccia porta di legno, apparentemente senza serrature. Escol illuminò per scrupolo gli altri passaggi che si intersecavano e conducevano probabilmente da altre parti nell’immensa struttura dove viveva Arios, ma Eofaulf non aveva dubbi: oltre quella porta c’era il punto più vicino alle prigioni imperiali. Il figlio del Duca lasciò la torcia all’elfa, poi insieme allo scout iniziarono a spingere, finché la porta si aprì, ma solo dopo aver fatto cadere a terra qualcosa di pesante dall’altra parte! I tre amici si dannarono e misero subito le mani alle armi, ma nessuno urlò nulla oltre la porta. Così, cautamente, Alarien illuminò l’uscio. Si trovavano in una delle tante cantine della Cittadella, a giudicare dalle bottiglie e dagli otri di vino disposti ordinatamente lungo il perimetro della stanza. I due uomini richiusero la porta alle loro spalle e tentarono di rimettere al suo posto il grosso tino che era caduto a terra: fu molto faticoso, ma con un po' di fortuna, nessuno avrebbe notato nulla di strano. L’elfa invece trovò delle scale che conducevano sopra e tosto i suoi amici la seguirono. Alarien aprì la porta con cautela e fece segno con la mano di seguirla. Eofaulf tornò davanti a tutti e indicò un corridoio a est e poi uno a ovest. Non c’era nessuno fortunatamente nella zona. Giunti in uno snodo, evidentemente importante, Eofaulf disse: “Da questa parte ci sono le scale per andare sotto, verso le prigioni. Laggiù invece ci sono quelle per salire ai piani alti, e giungere nell’area dedicata all’imperatore e ai suoi… ai suoi ospiti personali…” Eofaulf pronunciò l’ultima frase con un pò d’amarezza, ben conoscendo il rapporto che Escol aveva con Liss. Tuttavia il Figlio del Duca non  si lasciò travolgere dalle emozioni, commentando che non avrebbero cambiato i loro piani: sarebbero andati prima a liberare i prigionieri, poiché solo la magia di WIzimir e Valyn avrebbe potuto garantire loro una via di fuga. Eofaulf annuì e si infilò senza aggiungere altro oltre il passaggio, imboccando delle scale vagamente a chiocciola che scendevano dabbasso. Sebbene non avesse ricordi positivi riguardo questo luogo, il figlio del Duca non poté non notare la sua incredibile magnificenza e solidità. Perfino i sotterranei e le prigioni ispiravano grandezza e austerità. Tuttavia, ancora quella sensazione orribile di malessere non riusciva proprio ad abbandonarlo. Come poteva essere possibile che nessuno si era ancora frapposto tra loro e i loro obiettivi? Serrò meglio lo scudo, ove lo spirito del suo amico Aelion, attraverso di esso, vegliava su di lui e imboccò un lungo corridoio. I suoi amici lo seguivano da presso. Poi finalmente, incontrarono due guardie. Sorpresi, i soldati sguainarono le armi, ma Escol li invitò a farsi da parte. Pronunciò il suo nome e il suo diritto al trono per nascita. Egli non voleva far loro del male, ma non avrebbe permesso che degli innocenti avrebbero ancora sofferto per colpa dell’imperatore maledetto! I due soldati all’inizio gli intimarono di deporre le armi e arrendersi, ma quando il giovane guerriero sguainò la “Spada di Sangue” e provarono a contrastarlo, vennero facilmente sconfitti. Uno di loro provò a fuggire dalla furia del “Terrore d’Argento”, ma una freccia di Alarien lo trafisse al collo. L’altro gettò la spada e si arrese. Ferito e insanguinato scivolò a terra, prossimo alla morte. Ma Escol gli si avvicinò e gli offrì una delle sue pozioni di guarigione. Poi indicò l’elfa e disse: “Questa pozione… che presto ti salverà la vita… è frutto della magia e dell’ingegno di quel popolo. Un popolo saggio e misericordioso. Nostro amico. So che sei fedele all’impero. Tuttavia, ora che rimarrai qui questi pochi minuti che serviranno a te per riprenderti e a me per liberare i miei amici, dovrai decidere anche quale tipo di imperatore servire.” Eofaulf aveva già sguainato il pugnale per sgozzare quella guardia, ma Escol lo fermò: non ci sarebbe mai stato un cambiamento, se non si sarebbe levato dal basso. Arios era potente, ma senza le sue legioni, senza la fiducia dei suoi uomini, lo sarebbe stato molto meno. Lo scout non fu certo di aver capito, ma obbedì. Escol recuperò le chiavi e poi passò oltre. Valyn fu la prima ad essere liberata e la sua magia si sarebbe ripristinata soltanto dopo qualche minuto, visto che le avevano messo ai polsi dei bracciali restrittivi. L’Asur spiegò che durante la sua breve permanenza nelle prigioni imperiali era stata trattata bene, ed in effetti le celle erano tutt’altro che anguste. Tuttavia confermò quello che si mormorava su Arios e Liss. Non erano solo voci: i due sarebbero convolati a nozze presto. Molto presto. Forse era per questo motivo che non era stata ancora torturata al fine di estorcerle informazioni su di lui, Valyn non sapeva spiegarlo. Nemmeno Wizimir riuscì a farlo. Lo Stregone aveva subito lo stesso trattamento di Valyn, ma presto anche la sua magia sarebbe tornata, visto che Escol aveva appena tolto anche a lui i bracciali inibitori. Tuttavia fu quando si recarono nell’ultima cella occupata che Escol ebbe un vero tuffo al cuore. Un vecchio Nordhmenn, giaceva rannicchiato sul suo letto, i segni di una tortura lenta e prolungata ancora si notavano sul suo corpo rinsecchito e spezzato. Quando il giovane guerriero entrò nella cella, tremava per l’emozione: aveva finalmente ritrovato suo padre! Non appena udì la sua voce, l’uomo reagì come se non credesse alle proprie orecchie: troppe volte la sua mente l’aveva ingannato. Troppe volte gli aveva proposto quel momento per non lasciarlo scivolare nello sconforto e nella follia. Poi Escol l’abbracciò e il vecchio alzò gli occhi verso di lui, occhi spenti e vacui, poiché la vista l’aveva abbandonato molti mesi prima. “Figlio mio… sei proprio tu?” Disse piano. Non era più il grande e imponente guerriero di un tempo, ma un vecchio sfinito, consumato e dal cuore infranto.Escol lo afferrò per le spalle implorando il suo perdono. Perdono per averlo lasciato solo, senza speranza, per troppo tempo. A causa della sua codardia, della sua fragilità e dalla felicità illusoria di aver trovato, con Malcom, Liss e Keira, una nuova famiglia. Frugò poi nel suo zaino e gli diede una pozione risanante. Poi sospirò. Ora però era lì e l’avrebbe finalmente portato via, in un posto sicuro, dove egli avrebbe potuto riguadagnare la sua fierezza. Avrebbe riforgiato il suo spirito e avrebbe potuto incontrare suo nipote. Il Duca di Berge sorrise, abbassando tristemente il capo quando apprese che Escol conosceva molto bene la profezia e chi fosse davvero. Provò ad inginocchiarsi, ma il giovane guerriero glielo impedì, dichiarando che lui era suo padre e che era fiero di portare il suo cognome. Lui era Escol di Berge. Mohdi era solo un titolo. Per lui e lo sarebbe stato anche per suo figlio Kail. Il vecchio Duca sorrise di nuovo, tentando di resistere alle lacrime e alla commozione. Poi Valyn interruppe bruscamente l’idillio, suggerendo che era il caso andarsene prima che sarebbe arrivato qualcuno a stanarli e Escol annuì. Tuttavia il Duca di Berge volle prima guardare meglio i coraggiosi amici di suo figlio, che l'avevano seguito fin dentro l’inferno stesso: i suoi occhi avevano smesso di vedere, ma le sue mani potevano dire molto riguardo i lineamenti dei loro visi. Eofaulf e Alarien non si opposero, ma Wizimir e soprattutto Valyn, manifestarono un certo dissenso nel farsi toccare. Tuttavia acconsentirono e quando il Duca si voltò esterrefatto verso suo figlio, domandando come avesse fatto a farsi amici degli Asura, Escol sorrise, rispondendo che quelli erano tempi strani. Tempi di cambiamento. Tempi in cui i nemici diventavano amici o perlomeno alleati, in vista di un progetto più grande. Un progetto che aveva in cima alla lista dei desideri sconfiggere Arios e ripristinare l’impero per come avrebbe dovuto essere. “Fidati di me.” Concluse poi Escol, mettendo una mano sulla spalla di suo padre. Poi il gruppetto di fuggitivi uscì dalla cella del Duca di Berge, infilandosi nel corridoio. Escol non aveva molte speranze di trovare ad attenderlo il soldato che aveva risparmiato poco prima, ma quando invece lo vide che passeggiava poco distante, intento a controllare che nessuno scendesse dabbasso, capì che forse c’era ancora speranza per l’impero. L’uomo non solo l’aveva aspettato, ma spiegò che ce n’erano in molti come lui nella Cittadella. Molti che non avevano apprezzato la distruzione dell’Avamposto Elfico e della carneficina che era stata perpetrata ultimamente. Affermò risoluto che c’erano perlomeno una quindicina di soldati che l’avrebbero personalmente scortato da Arios, se questa era ancora la sua ambizione. Le legioni erano state dislocate tutte lungo il territorio: a nord, verso le Terre Selvagge e a sud per controllare le miniere dei nani e i boschi delle Terre Misteriose. Pertanto, se miracolosamente fosse emerso vittorioso in uno scontro con l’imperatore, lui, un Mohdi, avrebbe potuto reclamare la corona. Escol ebbe un tonfo al cuore. Si guardò alle spalle: suo padre appena ritrovato e i suoi amici appena liberati. Liss che ancora doveva essere salvata. Troppo dipendeva ancora da lui. Non poteva morire adesso. Non era solo per la paura di farlo: Escol sapeva molto bene che non era questo il momento giusto di affrontare di nuovo Arios. Stava dunque per rispondere a quel soldato di andarsene, di mettersi in salvo, perché non era sua intenzione adesso andare a stanare l’imperatore, quando una voce si insinuò nelle pieghe della sua mente. “Ciò che cerchi si trova nella sala del trono e si trova insieme all’imperatore. Non è necessario che vaghi alla sua ricerca. Lei è lì.” Era la voce di Atreus o se l’era appena sognata? Diavolo di un Asur, allora non era morto e chissà da quanto lo stava manipolando! Da vivo. Da morto. Era incredibile! C’era allora da sperare che avesse un piano e che si stesse per consumare finalmente. Escol spostò gli occhi su Valyn, poi distolse lo sguardo, non convinto che fosse il caso di parlare all’Asur di suo padre. Quindi sospirò e disse al soldato di scortarlo alla sala del trono. Nonostante i tentativi da parte dei suoi amici di evitare quella follia, il giovane guerriero si mostrò irremovibile: non avrebbe mai lasciato Liss in balia di quel mostro. Quindi ecco qual’era il piano: il soldato, che disse di chiamarsi Markan e alcuni suoi compagni, li avrebbero condotti fino alla cattedrale, dove si ergeva il trono di Arios. Poi Wizimir avrebbe portato tutti quelli che lo desideravano via di là, raggiungendo Keira nelle Terre Selvagge. Lui e Valyn invece avrebbero affrontato Arios. O meglio: lui avrebbe affrontato Arios e se per qualche oscuro miracolo, magari chiamato Atreus, sarebbe sopravvissuto, l’Asur l’avrebbe portato a casa con la sua magia. A casa da suo figlio, da Keira e da Hilda. Il gruppo percorse strade già battute un anno prima, superando il triste luogo ove Eledras era morto per mano del Jaichira e i suoi amici erano stati spazzati via dalla furia delle guardie imperiali. Davanti al gigantesco portone nero, che ben conosceva, Escol salutò con affetto suo padre, i suoi amici e Wizimir, ed ordinò ai soldati di rimanere da questa parte della porta ad aspettare il suo ritorno. Poi lui e Valyn entrarono coraggiosamente nell’antro di quel demone chiamato Arios. Per Escol era la seconda volta, ma adesso non aveva un piano. Aveva solo una spada. Quando entrò gli si gelò il cuore nel petto: avvolta da un manto incantato, Liss stentava a riconoscerlo. Seduta su uno scranno accanto a quello di Arios, la piccola Nordhmenn aveva un’aria austera ma innaturale. L’imperatore si alzò: come aveva sospettato, lo attendeva. Tuttavia non era solo: accanto a lui c’erano tre figuri incappucciati e grande fu la sorpresa del figlio del Duca quando apprese chi fosse uno di essi: Sire Fuoco, la massima autorità del regno elementale!

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