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Echi Demoniaci
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: La Guerra Delle Lance
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Estellen sgranò gli occhi per lo stupore e la stessa cosa incredibilmente fecero anche i suoi amici e compagni intorno a lei: il volto di Fairmat si era trasformato nel suo!
Per un breve istante, la portavoce di Paladine si era guardata in uno specchio invisibile che aveva trovato negli occhi dell’elfo selvaggio, vedendosi chiaramente nei panni di una giovane ragazza dai capelli corti e rossi, ma dagli occhi d’ambra cupi e malvagi. Questa volta però tutti quanti erano riusciti a partecipare di questa inverosimile stranezza!
Estellen aveva già vissuto un’esperienza simile in precedenza, quando aveva osservato da vicino il blasfemo dipinto di “Demetrius”, ma solo lei era stata testimone di quanto avesse scorto. Aveva avuto contezza di “quella giovane donna” che comandava su milioni.
Più volte si era domandata se avesse visto sul serio sé stessa a capo di quell’immenso esercito di malvagi guerrieri che si muovevano alla conquista di Krynn. Più volte si era chiesta se quella visione fosse stata soltanto l’ennesimo trucco del “Drago Verde” per distrarla dai suoi obiettivi. Adesso però tutti avevano condiviso quell’esperienza e ciò che anche i suoi amici avevano trovato dentro quegli occhi, crudeli ed ambrati, non era stato nulla che potesse esser considerato buono o positivo.
Stuard si precipitò dalla sua amica e la aiutò a tirarsi su. La giovane, presa alla sprovvista, era infatti scivolata all’indietro e caduta sulle ginocchia. Estellen continuava a passarsi più volte le mani sul viso per tentare di cancellare quelle immagini terribili di sé stessa che schiavizzava il mondo intero, ma sapeva che non poteva: quello era il suo destino! A meno che rinunciasse alla sua natura divina, ai suoi compiti in quanto “Lindaara”. A meno che rimanesse tra i mortali il più a lungo possibile.
Aric, a dire il vero, aveva provato a dissuaderla dall’insistere nel tenere vicino a sé Fairmat troppo a lungo. L’aveva avvertita di quanto questo fosse pericoloso. In realtà era stato il demone a suggerirglielo e lui, in qualche modo impossibile da spiegare, aveva creduto alle sue oscure parole. Probabilmente l’aveva fatto perché intuiva che se l’anima ormai corrotta e malata del Kagonesti, a contatto con la sua, veniva purificata, contemporaneamente avrebbe potuto rilasciare su di lei “malefiche tossine” e “tremendi effetti collaterali”, che rischiavano di farle del male seriamente.
Tuttavia il mago sospettava che ci fosse anche dell’altro. Qualcosa legato alla “natura più intima del demone” che avrebbe potuto danneggiare Estellen, ma non fu in grado di approfondire questa sua sensazione.
Dal canto suo, Fairmat era tornato a tremare come una foglia, smarrito e sconsolato, mentre la portavoce di Paladine tentava di riposare qualche minuto e riflettere meglio sul dramma a cui aveva appena assistito. I suoi amici più intimi erano rimasti in silenzio ed atterriti: se la loro compagna si fosse davvero “data al male” e “concessa a Takhisis”, la guerra era già persa! Kail non voleva nemmeno pensarci, per cui suggerì ad Aric di procedere subito con il piano “b” e non perdere altro tempo prezioso.
La voce del mezzelfo, come spesso avveniva, riportò tutti con i piedi per terra. Lo stregone si ricompose e afferrò saldamente il suo bastone. Poi chiuse gli occhi e recuperò nella mente l’incantesimo che voleva lanciare. Moloch gli conferiva un grande, grandissimo potere e una strana, inquietante, pericolosa sensazione di poter ottenere tutto, ma proprio ogni cosa avesse voluto. Bastava solamente che l’avesse desiderata e che il demone fosse stato d’accordo con lui e sarebbe stata sua. O almeno era così che si sentiva quando si apriva alle “infinite possibilità” della sua staffa maledetta.
Decise dunque di applicare una magia di “dominazione” sull’elfo selvaggio: un incantesimo che conosceva perfettamente, ma che era di poco al di fuori della sua portata. Aric pronunciava le parole arcane e Moloch gli dava il potere necessario per agire sulla trama e renderlo possibile. Dopo qualche secondo il giovane mago cadde in trance, rimanendo affrancato alla sua verga demoniaca come ad un'ancora, gli occhi sigillati in due linee sottili e il mento aguzzo tirato verso il basso. A quel punto Fairmat si tirò su e fece segno a Kail di togliergli il bavaglio. Se avessero voluto udire almeno la sua parte di conversazione, che presto si sperava sarebbe sbocciata tra lui e i “fratelli traditori” attraverso la “pietra telepatica”, avrebbe dovuto essere in grado di parlare.
Alchem avrebbe fatto da interprete come sempre.
Una volta libero, Aric rincuorò tutti quanti, dicendo che stava bene, ma che doveva sbrigarsi però, perché l’incantesimo non sarebbe durato molto. Ripassò mentalmente il discorso che si era costruito nella testa, poi afferrò la “pietra telepatica” e mandò un richiamo “dall’altra parte”.
Prima di iniziare quel difficile "teatrino", Moloch domandò al mago se voleva che restasse con lui o meno, ma nessuno, tranne l’incantatore stesso, seppe mai cosa egli gli avesse risposto.
Passarono molti secondi prima che succedesse qualcosa. Secondi intensi, che fecero entrare la compagnia nel panico più assoluto. Poi qualcuno si affacciò. Non sembrava affatto la voce di un elfo selvaggio quella che si mosse agile nella testa di Aric, sebbene la lingua fosse quella. Pareva piuttosto sibilante, quasi serpentina. Più simile a quella di un "draconico" insomma.
“Ti ho detto mille volte di non contattarmi sssenza preavviso, è troppo pericolossso. Soprattutto adesso, con gli ssstranieri che sono arrivati nella foresta.”
Aric trattenne a stento lo stupore. La persone con cui stava parlando sapeva di loro dunque e adesso doveva sforzarsi di non far trapelare questa sua ansia. Rispose cambiando subito discorso e puntando sull’importanza di quella “chiamata” per questioni relative al “Sanguinarium”. Tuttavia “dall’altra parte” c’era qualcuno piuttosto intelligente ed astuto, che non cadde in questi banali sofismi dialettici. Con voce melliflua e tagliente infatti, aggiunse:
“Ho sssaputo da fonti sssicure che qualcosa non è andata bene per te, che c’è stato movimento nel tuo villaggio. Che ti hanno portato via. Qualcuno forssse sossspetta di te? Faresti bene a dire la verità, Farimat. Sssai bene che io e mio fratello non amiamo le menzogne e cosa succede a chi ci mente.”
Aric rischiò seriamente di entrare nel panico. Doveva pensare velocemente. Di sicuro qualche spia aveva “cantato” e aveva spifferato di loro e di quello che era successo a Fairmat, del suo processo e di tutto il resto. Tuttavia, egli era stato giudicato in privato e, a meno che una delle spie fosse stata proprio tra gli anziani, sarebbe stato impossibile che la notizia della sua condanna fosse già trapelata. Decise pertanto di giocarsi questa carta, ammettendo che qualcuno aveva sospettato di lui, che adesso si trovava in custodia, ma che di fatto era stato ritenuto innocente. Soprattutto battè sul punto che il motivo per cui era stato accusato non riguardava niente che potesse collegarlo a loro o al “Sanguinarium”.
Nel complesso la sua difesa sembrò piuttosto convincente.
Aggiunse anche che aveva alcune prede per le mani davvero appetibili questa volta e che non potevano perdere nemmeno un minuto se avessero voluto catturarle in sicurezza. Passarono altri secondi piuttosto tesi, poi il suo interlocutore rispose.
“Molto bene allora, dimmi. Tdarnk è giovane, ma sssai bene quanto sia crudele ed esigente. Chi sssono queste preziose prede che desideri venderci?”
Lo stregone ripassò mentalmente, in una frazione di secondo, i nomi delle loro “esche” e il grado di parentela che avevano con i capi e gli anziani dei due villaggi. Poi riportò, uno ad uno, come si chiamassero: tutti figli di persone molto importanti nella foresta!
Si accorse troppo tardi però di aver confuso Dor – Kal con Dar – Kal: la sorella di Nes – Kal con suo fratello e si augurò vivamente che la persona con cui stava parlando non fosse al corrente che la giovane elfa era stata ferita a morte due giorni prima. Aric cercò con gli occhi i suoi amici, che gli fecero segno di calmarsi perché nulla era perduto ancora. Anche Alchem gli sorrise comprensivo. Ovviamente lo stregone non provò a correggersi per non peggiorare ancor di più le cose, sperando che il suo errore passasse al massimo per un lapsus. Ogni secondo che andava via era una lama che si conficcava un centimetro in più nelle sue carni.
“Due dei figli di Cher – Kal e l’ultimo figlio di Ichlem dici? Uhm, prendere i figli del capo e dell’anziano più pericoloso, sssignificherebbe infliggere un brutto colpo ai vertici di comando dei due villaggi. Questo creerebbe il caosss e il caos favorisssce le nostre incursioni e i nostri affari. Devo riconoscere che la cosa sssembrerebbe appetitosa. Come intendi procedere?”
Aric parlò della ricorrenza dei rapimenti delle loro famiglie e del fatto che l’indomani, verso l’imbrunire, questi giovani e altolocati elfi selvaggi, sarebbero andati al “santuario dei morti” per rendere omaggio ai defunti. Quale luiogo migliore per tender loro un’imboscata e portarli via senza ucciderli? Le prede erano di grande valore, il luogo dove prelevarli era isolato, che si poteva desiderare di più?
Ancora una volta, lo stregone sembrò particolarmente ispirato.
“D’accordo allora, invieremo un contingente veloce. Ssse fossi nei tuoi panni, mi augurerei che abbia visto e ponderato bene ogni cosssa e abbia detto il giusssto. Altrimenti non ci sssaranno ricompense, ma sssolo problemi per te!”
Il mago cercò di rispondere in maniera remissiva e servile: la sua disciplina mentale lo aiutò molto in questo e quando ebbe la sensazione che la “pietra telepatica” aveva interrotto il ponte di collegamento, si abbandonò ad un’espressione piuttosto compiaciuta. Anche i suoi amici ovviamente sorrisero per come erano andate le cose.
Purtroppo però, una smorfia di disappunto si disegnò immediatamente dopo sulle labbra dello stregone. Moloch infatti aveva appena sentenziato che il loro piano era stato smascherato e che “dall’altra parte” sapevano che quella chiacchierata nascondeva l'insidia di una trappola. Aric interrogò il demone più volte per capire cosa fosse andato storto o dove avesse sbagliato, ma la creatura maligna nella sua staffa, astuta e subdola, rimase consapevolmente silente e non replicò alcunché.
Quando il mago informò i suoi compagni di ciò che era appena successo nella sua testa, il panico si scatenò nel capanno: il piano era saltato e adesso bisognava improvvisare. Forse anticipando i tempi e recandosi subito a Daltigoth, avrebbero guadagnato l’effetto sorpresa. Mentre i loro nemici avrebbero tentato una “contro imboscata”, magari un incantesimo di Aric li avrebbe coperti per il tempo necessario a Valdore per portarli in salvo.
La verità purtroppo era che se il piano era andato in fumo e quindi anche la loro copertura, tutti quelli che li odiavano in città erano stati allarmati del loro arrivo e questo avrebbe ridotto le loro chance di sopravvivere laggiù al minimo. Sempre che il demone avesse avuto ragione ovviamente. Magari poteva avere qualche altro doppio fine, chi poteva dirlo?
Il Tempio nascosto
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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La palude era tornata immobile. Dove poche ore prima la furia della dea dalle molte teste aveva squarciato terra e acqua, ora restava soltanto una distesa ferita. Alberi spezzati come ossa, tronchi anneriti dal fuoco, radici sciolte nell’acido. In alcuni punti il fango era ancora cristallizzato da un gelo innaturale; in altri, l’aria vibrava ancora del ronzio elettrico di un fulmine recente. Non era stata una semplice devastazione, ma una catastrofe magica. Gli acquitrini tacevano. Chiusi in un silenzio che somigliava a una profanazione.
Poco distante, immobili come statue scolpite nel fango, i due sopravvissuti del popolo delle paludi osservavano i resti fumanti. Le loro forme da rettile si fondevano con l’ambiente; gli occhi, lucidi e imperscrutabili, parevano attendere un segnale. Avevano già parlato, avevano già ringraziato. Ora, il peso della decisione spettava agli uomini della terraferma. In mezzo a loro, semisepolta nel fango scuro, la gemma verde emanava ancora una tenue risonanza malata. Nessuno osava toccarla. Nessuno, tranne Kail, sembrava capace di sostenerne lo sguardo troppo a lungo.
Terren tornò lentamente verso i compagni, lasciandosi alle spalle gli uomini lucertola. Il suo passo era leggero, ma il volto tradiva una concentrazione ferrea, venata di preoccupazione. Poco prima aveva interrogato le creature in modo sbrigativo, quasi brusco, consapevole che la posta in gioco non permettesse cerimonie. “Come avete sentito …” Esordì, fermandosi accanto agli altri due. “… ci offriranno la loro guida … se decideremo di restare.” Fece un cenno vago verso la coltre di nebbia che inghiottiva l’orizzonte oltre la palude.
“Possiamo spingerci fino alle rovine. Ai Templi nascosti, o a quel che ne resta ....” L’elfo lasciò la frase in sospeso, soppesando le alternative con studiata cautela. “Oppure, possiamo chiedere loro una via sicura per uscire dalla palude. Tornare sui nostri passi e riprendere a seguire la scia di Rashminthalas ed Anteus.” Il silenzio che seguì si riempì di tensione. Galeth fu il primo a reagire. Non guardò Terren; i suoi occhi erano fissi sulla gemma. “Abbiamo già fatto abbastanza qui.” La sua voce era ferma ma non dura, forgiata dalla stanchezza di chi aveva visto troppe volte la morte negli occhi. L’ultima, quando l’idra l’aveva inchiodato sul posto, decidendo se polverizzarlo o meno. Un guerriero sapeva bene quando il coraggio diventava follia.
“Siamo venuti qui per capire se c’erano Avamposti delle forze oscure. Li abbiamo trovati. Li abbiamo visti cadere.” Indicò con un gesto secco la devastazione circostante. “Non so nemmeno come siamo riusciti a uscirne vivi. Abbiamo spezzato un incantesimo che teneva prigioniera una creatura di tale potere che nessun mortale dovrebbe nemmeno vedere.” Il suo sguardo si fece più duro. “Non forziamo oltre la fortuna.” Terren lo ascoltò senza interromperlo. Poi annuì appena. “Capisco. Ma siamo anche più vicini che mai a qualcosa che potrebbe cambiare le sorti della guerra imminente di cui parlate.” I suoi occhi si posarono sulla nebbia.
“Se esistono davvero degli strumenti in grado di farlo … sono lì, in quella nebbia.” Tornò a fissarli, la voce più morbida. “Ma non vi trascinerò oltre. Mi rimetto al vostro giudizio.” Fu Kail a rompere l’impasse. Studiò la gemma per un istante, poi fissò i compagni. “Quella cosa … non appartiene a questo mondo.” Disse piano, con uno sforzo visibile. Si portò istintivamente una mano al petto, sfiorando con le dita il punto in cui il medaglione gli aveva lasciato un’ustione ancora vivida sulla pelle, un dettaglio che Galeth non poté non notare. “Ricordo vagamente quei momenti. Ma rammento bene cosa ho visto tenendola tra le mani.” Chiuse gli occhi per un istante. “E’ … collegata a un altro piano. Un luogo d’ombra.” Li riaprì e ispirò profondamente. “Non è solo un artefatto. E’ … una specie di … passaggio. O almeno … ha il potenziale per diventarlo.”
Il guerriero non rispose, ma la tensione nei suoi muscoli aumentò. Kail rammentava bene le sue parole prima di iniziare l’assalto alla gemma: esigeva delle spiegazioni in merito alle sue percezioni mistiche una volta concluso il capitolo. Voleva risposte sul medaglione di sua madre, un argomento che il mezzelfo faticava a gestire. Kail scosse il capo. “Quello che ho percepito da quel frammento … non è qualcosa che desidero rivedere.” Continuò, abbassando lo sguardo. “Ma ascoltatemi: questa cosa … è unica. Non è stata creata qui. Viene da lontano … da Neraka.” Esitò appena. “E non ne esistono altre. Non in queste terre.”
Terren sussultò. “Se le forze di Takhisis l’hanno portata fin qui, vuol dire che questo luogo ha un valore strategico immenso. Nonostante il popolo della palude, nonostante l’Idra … controllare la palude … significa dominare il nord dell’Abanasinia quando arriverà il momento.” Galeth serrò la mascella. Sapeva bene che Kail non attingeva solo al suo talento di ex cavaliere di Solamnia per conoscere tutte quelle cose; c’era qualcos’altro, un oggetto forse, che possedeva, ma di cui non amava parlare. Qualcosa che ampliava in maniera non naturale le sue intuizioni. Scelse di tacere per ora: non voleva mettere l’amico con le spalle al muro davanti a Terren.
“Proprio perché è unica … verranno a riprendersela.” Incalzò Kail indicando la gemma. “E’ un faro. Non possiamo portarcela dietro vagando a caso; attirerebbe su di noi ogni tipo di creatura malvagia della regione, mettendo in pericolo chiunque incontreremo. Nessun luogo sarebbe davvero sicuro. Credetemi.” Galeth abbassò lo sguardo, riflettendo sulle sue parole, mentre Terren annuì piano, in linea col pensiero del mezzelfo. “Razionalmente … dovremmo andarcene.” Disse cupo il mezzelfo con un sorriso amaro. “E per una volta, sarei d’accordo con Galeth. Ma se esiste un luogo dove questo potere oscuro e alieno può essere contenuto … sarà un luogo consacrato ... come un tempio legato a Paladine.” L’elfo non commentò, ma i suoi occhi brillarono di una nuova consapevolezza. “Il mio cuore mi dice che dobbiamo continuare.” Concluse Kail, quasi tra sé.
Il silenzio tornò a farsi pesante. Galeth espirò a fondo, passandosi una mano sul volto segnato. “Non mi piace … “ Ringhiò infine. “… per niente. Ma non vi lascerò andarci da soli. Se deve essere una follia, che lo sia per tutti.” Terren accennò un sorriso grato. Si voltò e tornò verso i due uomini della palude, che lo osservavano con pazienza assorta. “Abbiamo deciso. Andremo alle rovine. Ai Templi nascosti.” Disse, con il consueto pragmatismo. I due uomini rettile si scambiarono un rapido sguardo d’intesa, mormorando in una lingua gutturale e sibilante. Poi, uno fece un passo avanti. “Io guidare voi …” Scandì con fatica. Indicò il compagno. “Lui … portare ferito … a villaggio. Voi seguire me … ma non lasciare sentiero.” Terren inclinò il capo in segno di rispetto.
Alle sue spalle, Kail si chinò in silenzio. Raccolse la gemma verde con cautela estrema, aspettandosi una reazione che per fortuna non arrivò. La luce era ancora lì: un riflesso verdastro, fioco e come svuotato della sua linfa. Non c’erano più i filamenti pulsanti che aveva visto durante il furto all’Avamposto; il cristallo sembrava spento, o forse solo in agguato, in attesa di un nuovo innesco. Lo avvolse in un panno e lo ripose con cura nello zaino, stringendo bene le cinghie. Per un istante, rimase immobile. Poi si portò meccanicamente una mano al petto. Freddo, per fortuna. Anche il medaglione era tornato inerte. Si rialzò senza dire nulla.
I due uomini della palude si separarono. Uno si allontanò senza esitazione, diretto verso ciò che restava dell’Avamposto per recuperare il ferito. L’altro rimase, osservandoli in silenzio. Poi fece un breve cenno con la mano e si immerse nella nebbia, muovendosi verso nord – est con una fluidità che agli altri parve quasi innaturale. La loro guida non sembrava camminare, ma scivolare tra le radici, le pozze d’acqua stagnante e i tronchi piegati e anneriti dalla furia recente dell’Idra. Kail fu il primo a mettersi dietro di lui, sistemandosi meglio lo zaino sulle spalle. Sentiva il peso della gemma anche attraverso la coperta che la avvolgeva; non emanava più quel turbine di energia che lo aveva quasi travolto, ma la sua presenza era lì. Silenziosa. In attesa. Dietro di lui, Galeth avanzava con passo pesante, controllando ogni appoggio. “Odio tutto questo.” Mormorò a bassa voce. “E quello va troppo veloce. Non vedo dove mette i piedi.” Terren, poco più avanti, senza voltarsi rispose: “E’ casa sua. Se rallentiamo, la nebbia lo inghiottirà e noi resteremo soli qui dietro.”
Come se avesse sentito le lamentele del guerriero, l’uomo rettile si fermò bruscamente. Alzò una mano, girandosi appena. “Questo … buon posto per riposare … quasi buio … dopo di qui terreno … pericoloso. Meglio con luce … per voi.” Terren e Kail si scambiarono un’occhiata d’intesa e iniziarono a cercare tra i rami meno fradici il necessario per accendere un piccolo fuoco. Mentre consumavano una pasto frugale, Galeth si offrì per il primo turno di guardia, ma la creatura lo interruppe con un gesto secco: avrebbe vegliato lei su di loro, permettendo al gruppo di dormire senza interruzioni fino all’alba. Nonostante la prospettiva di un riposo sicuro, Kail sentì un nodo stringergli la gola. Il calore del fuoco non riusciva a scaldare il gelo che sentiva nel petto. Capì che non poteva più rimandare: era giunto il momento di svelare il suo segreto.
Guardò il punto in cui il medaglione riposava sotto la tunica. L’eredità di sua madre, che ora pesava come un macigno sulla sua coscienza. Non poteva più mascherare la natura di quell’artefatto, né le sue proprietà oscure. Non era giusto continuare a tacere, specialmente nei confronti Galeth, che aveva rischiato più volte la vita basandosi solo sulla fiducia.“Galeth … Terren …” La sua voce si fuse allo scoppiettio del fuoco e ai sinistri rumori della palude. “Devo dirvi una cosa.” Il guerriero sbatté le palpebre, come strappato a un sonno faticosamente guadagnato. Terren invece non si mosse, ma qualcosa nel suo sguardo si fece improvvisamente vigile. Kail si alzò dal tronco, piantò il coltello nel legno per scaricare la tensione e mostrò il medaglione ai compagni. L’oggetto oscillò appeso alla catenella, rifrangendo la luce arancione delle fiamme in minuscoli bagliori inquietanti. “Questo che vedete …” Disse, con voce bassa, ma ferma. “… non è solo un oggetto ornamentale o affettivo.”
Si fermò un istante, cercando le parole giuste. Non quelle più semplici, ma quelle vere, quelle che bruciavano in gola. “E’ stato un dono di mia madre. Quando ero appena nato …” Galeth lo fissava ora con attenzione totale, il corpo teso come una corda d’arco. Kail deglutì a fatica. “Non so cosa sia. Non davvero. Ma …” Abbassò lo sguardo, incontrando quello del guerriero. “… mi permette di vedere cose che non dovrei vedere. La magia. Gli spiriti. Presenze che … non appartengono a questo mondo.” Il silenzio attorno al fuoco si fece più stretto, quasi soffocante. Terren alzò lentamente gli occhi verso il medaglione. “Non lo controllo ...” Continuò Kail, la voce che scese di un’ottava. “… non completamente. Ci sono momenti in cui … mi trasforma … o prova a trasformarmi … in qualcosa che che non sono io.” Le immagini tornarono alla mente, non come ricordi lontani, ma come ferite ancora aperte.
“E’ successo due volte.” Strinse i denti. “La mia coscienza resta intrappolata in un corpo che non mi obbedisce più, guidato da una volontà aliena e malvagia, dotata di poteri inimmaginabili e di una furia di sangue senza confini.” Si fermò, sopraffatto dal peso delle sue stesse parole. “Ha ucciso … io ho ucciso. Senza criterio. Senza scelta.” La voce tremò. “Donne. Bambini. Erano orchi, sì, ma erano innocenti.” Il suo tono si indurì. “La prima volta è capitato in un loro accampamento. La seconda … “ Fece un gesto verso Galeth. “… dentro Ravenshadow’s Keep.” Il nome rimase sospeso nell’aria gelida della palude. Kail sospirò, la mano serrata attorno al pendaglio come se volesse stritolarlo. “Sento che c’è qualcosa di oscuro qui dentro. E non posso liberarmene.” Mimò il gesto di sfilarselo dal collo, ma la mano rimase ferma, bloccata da una resistenza invisibile. “Non si stacca. Non si spezza. E’ come se fosse … parte di me. Questa è la mia maledizione. Ve ne sto parlando perché possiate scegliere: continuare a seguirmi o voltare le spalle e tornare indietro.”
Galeth rimase in silenzio, lo sguardo perso tra le braci del fuoco. Terren invece ruppe il ghiaccio. “Ti preoccupa di poter perdere di nuovo il controllo con noi?” Kail annuì: “Mentre correvo con la gemma tra le mani, il medaglione si è risvegliato. Ha cercato in tutti i modi di impadronirsi di me. Se fosse accaduto, nessuno di voi sarebbe stato al sicuro. Ecco perché ti ho detto di fuggire, se mi avessi visto cambiare.” Commentò Kail guardando Galeth. “Perché avevi paura di farci del male?” Insistette Terren. “Si, in certe situazioni, che ancora non mi sono del tutto chiare, il medaglione si sveglia dal suo torpore e cerca di sedurmi, di convincermi ad abbandonarmi al suo potere. Se lo facessi, non so se riuscirei a tornare indietro: la sua volontà è molto forte.”
Terren schioccò le labbra. “Hai detto che è un dono di tua madre ...” La domanda successiva cadde come una pietra in un pozzo, smuovendo acque torbide che Kail avrebbe preferito lasciare immobili. “… come potrebbe aver voluto maledirti così?” Il mezzelfo strinse i pugni fino a sbiancare le nocche: rispondere significava dar voce a un incubo che da sempre cercava di dimenticare. “Perché mia madre era un chierico oscuro ...” Quelle parole aprirono una crepa nel cuore dell’elfo. Terren esitò, l’ombra del dubbio che lottava con secoli di pregiudizi. “Pensavo che tua madre fosse un’elfa.” Replicò infine, inarcando un sopracciglio tra lo sconcerto e il rifiuto. “Lo era. Un’elfa di Silvanesti. Dopo la mia nascita, decise di sacrificarmi a Takhisis, ma mio padre, un cavaliere di Solamnia, glielo impedì. La uccise e mi salvò.”
Terren rimase ammutolito, poi scosse la testa con decisione. “Questo è impossibile. Nessun elfo, specialmente se Silvanesti, potrebbe adorare un dio malvagio … né tantomeno sacrificare il proprio figlio ad un’entità simile …” Si alzò dalla pietra dove era seduto, la voce che si incrinava di una strana urgenza. “Inoltre, mi pare di capire che le percezioni che hai avuto grazie ad esso ti hanno aiutato a sbrogliare molte situazioni. Forse è un oggetto pericoloso, Kail, ma non può essere intrinsecamente nocivo. Non per te.” Il mezzelfo sentì la rabbia divampare davanti al cieco ottimismo dell’elfo. Persino Galeth si girò a guardarlo, l’espressione cupa, quasi incredula per tanta ostinazione idealistica. “Senti Terren, io conosco la storia per come me l’ha raccontata mio padre adottivo, l’uomo a cui il mio vero padre mi affidò prima di sparire, distrutto dalle conseguenze dell’omicidio di mia madre. E …
“ Ti hanno mentito ...” Lo troncò Terren, incrociando le braccia. “… credimi, è assolutamente impensabile per un elfo fare ciò che ti è stato raccontato. La verità deve essere un’altra.” Il mezzelfo sospirò. Una parte di lui avrebbe voluto aggrapparsi a quella speranza, alla purezza assoluta degli elfi; ma si parlava di cavalieri di Solamnia, uomini che facevano dell’onore e della verità la loro unica ragione di vita. “Est Sularus oth Mithas”: l’onore è la mia vita. Il loro “Codice e la Misura” non ammetteva menzogne, nemmeno se caduti in disgrazia. Sapeva che suo padre non avrebbe mai macchiato il proprio onore con una bugia così atroce. “Non metto in discussione le tue certezze, Terren, ma ora stiamo parlando di altro. Non di mia madre, non di mio padre, ma di noi … di voi soprattutto, e del pericolo che correrete continuando a starmi affianco. Voglio sapere cosa intendete fare, ora che conoscete la verità.” Seguì un silenzio denso, carico di tensione.
Poi Galeth si alzò. Non aveva detto una parola fino a quel momento, un’ombra tra le ombre. Posò una mano sulla spalla dell’amico, il gesto saldo e pesante: “Non mi hai giudicato quando ti ho confessato i miei più turpi segreti …” Disse a bassa voce. “… macchie terribili, che imbruttiscono l’anima fino a renderla irriconoscibile. Ora tocca a me. Abbiamo stretto un patto e lo onorerò. Ti aiuterò Kail. Andremo fino in fondo.” Il mezzelfo sorrise alla schiettezza dell’amico. Poi si voltò verso Terren. L’elfo lo fisso dritto negli occhi: “Anche io ti ho dato la mia parola, Kail. Mi hai liberato dalle catene senza nemmeno conoscermi. E resto della mia idea: per quanto spaventoso, quel medaglione è il frutto dell’amore di una madre elfica. Non può esserti nemico. Ma seguirò il tuo consiglio: ti starò lontano, se dovessi vederti … cambiare.” Il mezzelfo annuì, sentendo un’insolita goccia di sollievo sciogliersi nel petto. Quando infine si coricò, scivolò in un sonno senza sogni, un riposo profondo che non conosceva da mesi.
L’alba arrivò troppo presto, oscurata dalle attenzioni sbrigative dell’uomo rettile. Dopo una breve e silenziosa colazione, si rimisero in marcia. Mentre avanzavano nel grigio del mattino, la creatura impose l’alt con un movimento secco della mano. Kail fece un passo avanti e notò una distesa apparentemente solida, coperta di muschio e foglie marcescenti; ma sotto la superficie, la terra ribolliva con un sommesso gorgoglio. “Fango … vivo ...” Sibilò la creatura. “… ingoia … attenti.” Aggirarono l’area seguendo un sentiero tortuoso che solo l’uomo – rettile sembrava in grado di scorgere tra i vapori. Il viaggio proseguì così per un tempo difficile da misurare. La nebbia si faceva e si disfaceva, aprendosi a tratti per poi richiudersi su di loro come il respiro di un gigante. Ma qualcosa stava cambiando e fu Galeth a notarlo per primo.
“Guardate!” Il terreno sotto i loro piedi non cedeva più. Le radici lasciavano spazio a pietre piatte, levigate dal tempo e disposte secondo un ordine innaturale: rovine. All’inizio apparvero solo frammenti: un blocco squadrato mezzo sommerso, un angolo di muro spezzato, un tratto di pavimentazione che emergeva tra l’erba e il fango come un dente scheggiato. Poi i resti divennero più frequenti. La palude non era finita, ma sembrava essersi ritirata, lasciando riemergere qualcosa che era rimasto in attesa per secoli. Terren rallentò, lo sguardo acuto che cercava corrispondenze tra i ruderi e le mappe appese alla cintura. “Ci siamo …” Mormorò. “… siamo molto vicini.” Kail gli si affiancò. “Lo senti anche tu?” Bisbigliò, chiudendo gli occhi e abbandonandosi ad un’insolita commozione che gli correva sotto pelle. Terren annuì appena. “Non è solo una sensazione. E’ una presenza. La presenza di Paladine.”
La guida proseguì ancora per qualche decina di passi, poi piegò verso destra, seguendo la curvatura del terreno. Il sentiero si stringeva tra due affioramenti di pietra, formando una lieve gobba. Lì, quasi del tutto inghiottita dalla terra e dalla vegetazione, giaceva una lastra di marmo. “Aspetta …” Terren consultò le mappe, confrontando i rilievi segnati sulle pergamene con il percorso fatto finora. L’uomo – rettile si fermò, ma non si voltò. L’elfo si avvicinò lentamente alla pietra; affidò le mappe a Kail che gli stava affianco, poi si inginocchiò. Iniziò a liberare la superficie con le mani, scostando terra umida, radici sottili e muschio. Il marmo emerse a poco a poco: liscio, lavorato, antico. Il mezzelfo si abbassò accanto a lui. “Cosa sono quei segni? Sembra un’iscrizione.” Terren non rispose subito. Passò le dita sulle incisioni, seguendo i solchi consumati dal tempo. “Si … ma è molto rovinata. E’ elfico.”
Pulì ancora un tratto, poi iniziò a leggere a bassa voce. “… varca la soglia della città consacrata …” Fece una pausa, tentando di ricostruire le parti mancanti. “… a Paladine, Signore della Luce …” Galeth si avvicinò, guardingo.“Un tempio, allora.” “Non solo …” rispose Terren, senza staccare lo sguardo dalla lastra. Continuò a seguire i tratti scavati con il polpastrello. “… egli che veglia dai tre vertici …” Kail sollevò lo sguardo. “Tre vertici …” Sussurrò, come folgorato da un’intuizione. Terren rimase in silenzio. Le sue dita si spostarono più in basso, dove l’incisione era quasi del tutto cancellata. “Qui c’è qualcos’altro.” Scostò un ultimo strato di terra, rivelando un disegno consumato, ma riconoscibile: tre simboli disposti in modo irregolare, ma non casuale. “Li hai già visti?” Chiese Kail, sporgendosi appena. L’elfo esitò. “Due di essi, credo di si. Sembrano forme stilizzate degli oggetti di pietra che abbiamo trovato insieme alle mappe. Guarda tu stesso.” Indicò il punto dove il fregio spiccava tra le rune. “Il disco di Rashmin …” Sussurrò Kail. “Si. E questo è il sigillo affusolato che avete trovato alla bottega di Orsin Feld.”
Galeth aggrottò la fronte. “Quindi, al di la della loro funzione pratica, sarebbero simboli religiosi legati a Paladine.” Terren annuì lentamente, poi puntò il dito verso il terzo simbolo. Era diverso, più verticale, composto da due mezze lune che si sfioravano appena, sovrapposte a un’asta sottile. “Non conosco questo segno. Malgrado l’iscrizione sia in lingua elfica, credo che appartenga ad un’iconografia straniera. Non sarebbe strano: Xak – Khalan un tempo era una città luminosa e aperta a tutti i popoli. Potrebbe darsi che razze diverse abbiano contribuito ad edificare quest’area sacra.” Galeth fissò a lungo il terzo simbolo. “Questo … non l’abbiamo ancora trovato, né mai visto prima.” “No.” Sentenziò Terren rialzandosi. Si guardò attorno, poi tornò a fissare le rovine. “Questa non è una semplice iscrizione protocollare. E’ un’indicazione.” “Per cosa?” Domandò il guerriero incrociando le braccia. L’elfo inspirò piano, allargando leggermente le braccia in un gesto di incertezza. “Non ne sono ancora sicuro. Ma …” Si interruppe, lo sguardo calamitato dalla frase sulla pietra. “Tre vertici …” Declamò, senza aggiungere altro.
Alle loro spalle la guida emise un suono basso e gutturale. I tre compagni si erano quasi dimenticati di lui. Quando si voltarono, la creatura era rigida, lo sguardo fisso oltre la lastra, verso il cuore delle rovine. Scosse lentamente la testa. “Terra vecchia …” Sibilò. “… non per noi …” L’elfo fece un passo verso di lui. “Puoi condurci ancora avanti? Dobbiamo assolutamente raggiungere quella “terra vecchia”.” La risposta fu immediata e tagliente. “No.” Indicò la zona oltre i ruderi. “Voi andare … se volere. Io no.” Kail si scambiò uno sguardo con Galeth. Non c’era paura nella voce della creatura, ma qualcosa di più antico e radicato: una reverenza che confinava con un rifiuto ancestrale. Terren annuì solennemente. “Capisco.” Rispose asciutto. La guida non aggiunse altro. Si voltò e si allontanò senza rumore, scomparendo tra la nebbia e gli alberi contorti così come era arrivata. Per qualche istante regnò un silenzio più pesante e denso di quello precedente.
Kail si raddrizzò, aggiustandosi meglio lo zaino sulle spalle. “Bene …” Esordì, guardando verso Terren. “Adesso tocca a noi.” L’elfo abbassò un’ultima volta lo sguardo sulla lastra semisepolta, poi lo lanciò oltre le rovine che si estendevano, apparentemente tutte uguali, davanti a loro. “Si … adesso tocca a noi.” Rimasti soli, il silenzio lasciato dall’uomo – rettile non pareva affatto vuoto; era come se qualcosa, oltre la lastra di marmo, li stesse osservando senza avere occhi. “Ma non intendo girovagare senza meta.” Troncò Terren, rompendo l’incantesimo. Riaprì le pergamene con gesti misurati e consapevoli e le distese su una porzione asciutta della pietra, tenendole ferme con il palmo. Gli occhi scorrevano rapidi tra i segni, si fermavano, tornavano indietro, cercavano corrispondenze. Kail gli si avvicinò. “Posso aiutarti?” L’elfo annuì, facendo segno al mezzelfo di reggere i lembi dei fogli per visualizzare meglio i dettagli. Galeth restò di lato, una sentinella silenziosa con lo sguardo rivolto alle ombre tra le rovine, come se si aspettasse che qualcosa emergesse da un momento all’altro.
“Le due “ics” sulle mappe …” Mormorò l’elfo. “Non si trovano nello stesso punto sulle due carte.” Poco più indietro, il guerriero sbuffò piano. “Questo lo avevamo capito anche noi.” “Non ne dubito ...” Rispose Terren, calmo. “Ma potrebbero indicare lo stesso punto … nello spazio.” Galeth aggrottò le sopracciglia: non era certo di aver afferrato il punto. Il ranger fece scorrere il dito sulla prima mappa, poi sulla seconda. “Se questa mappa rappresentasse la parte settentrionale della zona …” Disse, indicando la prima. “… e questa la parte meridionale …” Passò all’altra, mostrandola a Kail. “… allora vorrebbe dire che la croce che indica la posizione del “Tempio Nascosto” in entrambe coincide.” Kail annuì, iniziando a comprendere la logica. Inclinò appena il capo per mettere meglio a fuoco entrambi i rilievi.“E noi dove potremmo essere?”
Terren sollevò lo sguardo, misurando la curva del sentiero, la posizione della lastra e la disposizione delle rovine circostanti. Poi tornò alle mappe. “Se le mie supposizioni sono giuste, dovremmo essere qui … sulla mappa dove la “ics” è a sud - est.” Toccò un punto preciso, laddove erano segnati dei ruderi e una gobba sul sentiero. Poi continuò, il volto una maschera di concentrazione: “Rispetto all’altra mappa, questa è più ricca di dettagli e riferimenti. Trattandosi di scout elfici, dubito che Rashminthalas abbia volutamente disegnato una mappa povera. E’ più probabile che la zona dove la “ics” si trova a nord – est sia semplicemente meno densa di rovine, o più selvaggia.” Galeth spostò il peso del corpo da un piede all’altro, impaziente. Schioccò le labbra: “Scegli una direzione, allora, se hai capito dove siamo.”
“Non è così semplice …” Bisbigliò l’elfo. “Anche se questa fosse la via giusta per arrivare al “Tempio Nascosto”, non è detto che si tratti davvero dello stesso edificio in entrambi i casi. Dovremo verificarlo.” Il guerriero allargò le braccia, come per dire al compagno che accettava la sfida, purché ci si muovesse di lì. Terren guardò Kail per un secondo intenso, poi si alzò. Ruotò leggermente una delle pergamene allineandola con l’ambiente reale. Un gesto semplice, ma decisivo. “Tieni tu l’altra.” Il mezzelfo arrotolò la seconda pergamena e la legò saldamente alla cintura. Poi Terren prese ad avanzare e i suoi amici lo seguirono da presso. Senza la loro guida della palude, ogni passo divenne più lento. Non era paura, ma un’estrema, logorante attenzione.
L’elfo procedeva per primo, fermandosi di tanto in tanto per comparare ciò che vedeva con ciò che era stato tracciato: una curva nel terreno, un tratto di pietra affiorante, un gruppo di rovine disposte in modo riconoscibile. Ogni dettaglio era un indizio; ogni conferma, un passo strappato all’incertezza. “Qui, dove questo sentiero si dirama, il terreno pare coincidere con la mappa ...” Spiegò Terren senza rallentare. “… se ho ragione, e volgiamo a nord - est, dovremmo trovare la struttura denominata “Altare”. Se invece scendiamo ancora a sud, arriveremmo a un altro edificio segnato sulla seconda mappa con la stessa etichetta. Ma se proseguiamo a sud – est … giungeremo a destinazione.” Kail gli si affiancò, il fiato corto. “Quindi siamo ancora sulla pista giusta.” Terren annuì. “Così pare …”
Il terreno sotto i loro piedi stava di nuovo cambiando sensibilmente. La melma viscida era svanita, sostituita da uno strato solido su cui la vegetazione cresceva adattandosi a forme che non le appartenevano. “Aspetta.” Esordì Kail d’un tratto. Si chinò, liberando il suolo con la mano. “Pietra … liscia … continua.” L’elfo e Galeth gli furono subito accanto. “Una pavimentazione.” Commentò il guerriero. Batté a terra il pesante stivale per verificarne la consistenza. “E non è né breve, né piccola.” Terren aveva già lo sguardo proiettato in avanti. “No. Non lo è.” Ripresero a muoversi, ora più cauti e concentrati. Poi il mezzelfo si fermò di nuovo. Stavolta non guardava il fango. “Terren … la vedi anche tu?” Bisbigliò, quasi temendo che l’immagine potesse svanire. L’elfo lo raggiunse. All’inizio sembrava solo un muro di vegetazione: troppo fitta, troppo intrecciata per essere attraversata. Tuttavia, vie era una strana regolarità. Una sorta di ordine geometrico nascosto tra le foglie. Galeth avanzò e scostò un ramo, tenendolo fermo per permettere alla luce della mattina di illuminare il punto.
Qualcosa emerse. Una linea netta, dritta e artificiale. Terren si avvicinò lentamente, quasi trattenendo il respiro. Scostò il muschio, poi le radici sottili che si arrampicavano come dita sulla superficie. Sotto, la pietra era chiara: levigata, lavorata, incisa. Kail si unì ai suoi compagni per liberare il resto della struttura, finché l’elfo si fermò. “Eccolo!” Il mezzelfo fece un passo avanti. Non era un muro: era un ingresso. Una monumentale porta di pietra, incastonata nella costruzione che ora emergeva chiaramente dal verde della palude. Tronchi e radici la avvolgevano come una morsa, lasciandone visibile solo una parte, ma sufficiente a intuirne la solenne maestosità. Eppure quella non era la prima volta in tanti secoli, che quell’edificio veniva esaminato. L’elfo lo capì subito dall’andamento irregolare della vegetazione che ne celava la vista: alcune fronde erano state strappate o tagliate in passato, proprio come avevano fatto loro. Era accaduto più volte nel corso degli anni, forse dei decenni. Qualcuno era già stato lì.
“Non sembra così grande.” Mormorò Galeth, scrutando l’imboccatura di pietra. “E pare andare in profondità.” Aggiunse Kail. Terren non rispose. I suoi occhi obliqui erano incatenati alle incisioni: linee consumate dai secoli, figure appena leggibili che emergevano dal marmo come spettri. Un drago stilizzato, elegante, con le ali raccolte; non una creatura minacciosa, ma benevola, quasi protettiva. Accanto, la figura di un fabbro nano, dal sorriso caldo e dalla presa ferrea sul martello. Infine, una colonna bianca, che pareva incarnare una perfezione estetica e morale assoluta. Sotto di essi, tre linee si intersecavano a formare un triangolo: il modo in cui gli umani e gli stessi cavalieri di Solamnia rappresentavano il Drago di Platino. Kail lo riconobbe all’istante. “Paladine.” Bisbigliò estasiato.
Il nome rimase sospeso tra loro, vibrando nell’aria umida. L’elfo si portò la mano alla fronte in segno di profonda riverenza. Il mezzelfo rispettò la solennità di quel momento: per gli elfi, Paladine era il Dio sopra ogni cosa, il Creatore. Poi però indietreggiò di un passo, abbassando lo sguardo verso la base della porta. Qualcosa attirò la sua attenzione. Anche in quel punto la vegetazione era diversa: più giovane, come se fosse ricresciuta in fretta dopo una rimozione recente. Quando constatò che Terren si era ripreso dal momento di comunione spirituale, si inginocchiò. Con gesti lenti, iniziò a liberare la pietra dal fango. Le radici sottili si spezzarono sotto la pressione delle dita rivelando infine la base. Non era una superficie liscia, ma scavata: tre incavi precisi, simmetrici, pronti ad accogliere qualcosa.
Terren si immobilizzò. Kail sentì un brivido lungo la schiena; non era freddo, ma un’intuizione che trovava finalmente conferma. Distolse lo sguardo per un istante, poi tornò a fissare gli alloggiamenti. Galeth si fece avanti. “Tre incavi … tre pietre. Forse se …” Terren annuì lentamente, mentre Kail già frugava nella tasca laterale dello zaino. Estrasse il disco con le due mezze sfere sovrapposte. Lo avvicinò a uno degli incavi, ma esitò. Lo osservò per un lungo istante, poi lo appoggiò piano, con una cautela tale da far pensare che avesse timore di frantumarlo. Combaciava perfettamente. Il mezzelfo espirò profondamente. “Allora è vero … queste pietre sono delle chiavi.” Terren prese il secondo sigillo, quello affusolato, e lo accostò alla rientranza speculare. Anche quello scivolò al suo posto senza forzature, come se fosse stato destinato a stare lì da secoli. Galeth lasciò uscire un respiro lento, quasi liberatorio. “E il terzo?”
Il silenzio che seguì pesò più di qualsiasi spiegazione. Non c’era ancora una soluzione per l’ultimo incavo. Terren fissò il vuoto nella pietra, poi sollevò lo sguardo verso l’imponente porta e, infine, verso i compagni. “Non sappiamo dove sia il terzo sigillo … e a dirla tutta … non siamo nemmeno certi che servano ad aprire questa porta ...” Ammise, concedendosi una pausa carica di tensione. “… ma una cosa è sicura: questo è il Tempio dedicato a Paladine, che gli elfi segnarono come “nascosto” su entrambe le mappe. Tre incavi per tre simboli diversi, ma un solo luogo marcato con una croce. Le mie deduzioni erano corrette ...” Fece una smorfia amara. “… tuttavia non possiamo ancora varcare la soglia.” Il silenzio che seguì non era più quello stagnante della palude; era il silenzio di un confine, di un limite che pareva invalicabile. Erano fermi, a un passo dalla meta, eppure ancora lontani.
Terren fu il primo a scuotersi. Con un gesto lento, quasi rispettoso, estrasse le due pietre dagli incavi. Il disco venne via senza resistenza, seguito dal sigillo affusolato che passò a Kail. Per qualche istante, l’elfo rimase ad osservare l’oggetto a forma di anello che aveva tra le mani, rigirandoselo più volte tra le dita. Lo fissava concentrato, come se gli stesse chiedendo la soluzione ad un enigma annidato nella sua mente. “A cosa pensi?” Chiese Kail, inclinando il capo. “A quello che manca.” Rispose Terren, sibillino. Galeth alzò gli occhi al cielo, tra l’esasperato e il nervoso. “Tre incavi. Due simboli … ma scommetto che il terzo sia lontano, ma non distante.” Concluse l’elfo, asciutto. Il guerriero fece un passo avanti, tradendo un’irrequietezza crescente. “Puoi dirci qualcosa che non sappiamo già? Magari in un modo che sia comprensibile anche a noi?”
Terren abbozzò un sorriso condiscendente, ma lo sguardo restò teso. “Se queste sono davvero le chiavi del Tempio … cosa probabile, visto che ci troviamo nell’area sacra di Xak – Khalan … allora non potevano trovarsi qui. Dovevano essere altrove. Come ho detto: lontane, ma non distanti.” Kail incrociò le braccia. “Quindi, secondo te, non è qui che gli elfi le hanno trovate.” “Esatto.” “Aspettate un attimo …” Galeth si accarezzò la barba incolta, pensieroso. “Io mi ricordo … che quando abbiamo comprato le mappe, Orsin Feld ci disse che gli elfi avevano trovato quell’affare poco distante dal Tempio.” Il guerriero indicò il sigillo nelle mani del mezzelfo. Terren sollevò lo sguardo, fulmineo. “E’ vero …” Kail sgranò gli occhi. “… disse che l’avevano trovato lì vicino.” Concluse, battendo il pugno sul palmo dell’altra mano.
L’elfo rimase immobile per un secondo intenso. Poi, con gesti rapidi, stese nuovamente le pergamene a terra, una accanto all’altra. “Allora deve esserci qualcosa nelle mappe che ci è sfuggito. Qualcosa che guardiamo, ma che non riusciamo a vedere.” Fece scorrere il dito sulla prima “ics”. “Se questo punto rappresenta il Tempio …” Passò alla seconda. “… e anche questo indica lo stesso luogo …” Si fermò a riflettere un breve momento, stringendo leggermente gli occhi obliqui. “Allora tutto ciò che è segnato attorno … non può essere casuale.” Kail si chinò accanto a lui. “Fammi vedere.” Il dito di Terren si fermò su un simbolo poco distante dalla croce. “Qui.” Poi sull’altra mappa. “E qui.” “C’è scritto: Altare.” “Altare …” Ripeté Galeth, finalmente coinvolto. Kail rimase in silenzio per un istante, poi allungò la mano verso il disco di pietra che Terren aveva poggiato sulla mappa come contrappeso. Lo sollevò, poi lo avvicinò al disegno sulla pergamena. “Non ti sembra … simile?” L’elfo osservò meglio. Il segno sulla mappa era essenziale, ma la forma era inequivocabile: due mezze lune sovrapposte.
“Si. Potrebbe esserlo.” Concesse l’elfo. Kail prese l’altra pietra e la accostò al simbolo sulla prima mappa, dove appariva la dicitura: “Altare”. Due forme allungate, speculari; due metà di un cerchio che si fronteggiavano.“Non sono solo disegni …” Concluse Terren. “… sono indicazioni precise. I simboli sono le chiavi, e le chiavi sono state trovate lì. Negli altari”. Kail annuì. “Avrebbe senso …” Riprese Terren, rialzandosi. “… un tempo quest’area doveva contenere diversi altari dedicati a Paladine per le cerimonie pubbliche. E’ logico che i sacerdoti usassero chiavi d’accesso diverse per il Tempio, magari richiedendo la presenza di tutti e tre i sigilli per le ricorrenze più sacre. Ognuna con un significato differente.” L’elfo recuperò le sue mappe, lo sguardo di nuovo risoluto. “Dobbiamo verificare. Andiamo a controllare l’Altare qui vicino, poi decideremo la prossima mossa.” Galeth accennò un sorriso stanco. “Finalmente qualcosa di concreto. Muoviamoci, o mi scorderò di avere le gambe.” Puntarono a nord. Il terreno si trasformava di continuo sotto i loro piedi, ma ora la marcia non era più una ricerca cieca.
Terren avanzava con sicurezza crescente, confrontando ogni dettaglio naturale con i tratti vergati sulla carta. “Dovrebbe essere qui.” Disse a un certo punto, rallentando e scostando le fronde di un arbusto basso. Kail si fece largo tra i cespugli e i rampicanti. “Qui c’è qualcosa …” Non era evidente, ma c’era. Terren lo raggiunse e insieme iniziarono a liberare la pietra da radici, terra e muschio. L’Altare emerse lentamente: era basso, inclinato dal cedimento del suolo, ma miracolosamente intatto. Al centro, inciso con forza nel cuore della pietra, spiccava un simbolo: due mezze lune allungate che sembravano guardarsi, quasi sfiorarsi. L’elfo seguì il profilo delle incisioni con le dita, poi accostò il sigillo affusolato che portava con sé. La corrispondenza era millimetrica. Kail lasciò uscire un respiro lento, quasi liberatorio. “E’ lo stesso.” “Quindi è qui che gli elfi l’hanno trovato.” Concluse Galeth. Terren non rispose. Osservava una piccola nicchia vuota, poco sotto il simbolo principale. In quel momento, il medaglione del mezzelfo prese a scaldarsi leggermente.
Sopra la nicchia, una scritta in lingua comune, corrosa ma ancora leggibile, recitava: “Due guardiani immobili si innalzano uguali. Tra loro nasce il varco. Né dentro né fuori, ma proprio lì, nel punto di mezzo, ti attende il passaggio.” “Un enigma.” Mormorò Kail, aggrottando la fronte. Galeth accennò un mezzo sorriso, tra il sollevato e l’ironico. “Per fortuna siamo arrivati dopo che qualcuno lo ha già risolto.” Terren si rialzò leggermente, pulendosi le mano dalla polvere secolare. “E risolvendolo, hanno preso ciò che la nicchia conteneva.” Chiuse gli occhi, inspirando l’aria umida della palude. “Sento ancora il tocco lieve della magia divina in questo luogo … probabilmente la soluzione dell’enigma non è solo una semplice parola, ma un inno a Paladine. Una lode al suo nome che permetteva di schiudere la pietra.” Seguì un breve silenzio, interrotto solo dal gracidare lontano degli anfibi.
“Se quel che dici è vero …” Riprese Kail, caricando le parole di peso. “… e non trovo motivi validi per pensare il contrario, questi altari non servivano solo per officiare riti e custodire chiavi. Furono edificati per rendere gloria al Drago di Platino, anche attraverso lo spazio e la forma. Se vogliamo trovare la terza chiave … e quindi il terzo Altare … dobbiamo prima capire la geometria che lega questi primi due punti. Solo così potremo dedurre la posizione dell’ultimo dei tre.” Fissò l’incavo vuoto e l’enigma poco sopra, mentre quella strana sensazione di calore sul petto persisteva come un battito silenzioso. Galeth annuì, soddisfatto. “Molto bene. Andiamo a sud allora.”
Il cammino verso il secondo Altare si rivelò una sfida ben più ardua. La vegetazione in quel tratto di palude si era fatta quasi impenetrabile, il terreno un inganno di radici e fango instabile. Tuttavia, i tre compagni ora sapevano cosa cercare. Quando infine la struttura emerse dal verde, non vi furono dubbi: la pietra e la fattura erano identiche a quelle del primo Altare, ma il simbolo inciso era diverso. Due forme allungate erano poste l’una sopra l’altra, simili alle metà di un cerchio che sembravano attrarsi e respingersi allo stesso tempo, in un equilibrio precario. Kail mise un ginocchio a terra, accostando il disco di pietra all’incisione: il riscontro era perfetto. “Non ci sono più dubbi.” Mormorò. Terren sfiorò la superficie fredda. Anche lì, una nicchia vuota. E sopra di essa, un’iscrizione più erosa della precedente, ma ugualmente intrisa di quella magia divina che egli percepiva molto bene. Si chinò, leggendo i caratteri elfici con reverenza.
“Due che si guardano ma non si toccano, solo chi comprende il vuoto li unisce. Stanno tra le sponde, e le rendono una sola via. “Sempre più chiaro.” Commentò il guerriero con un pizzico d’ironia, scuotendo la testa. Kail accennò un sorriso sfinito, mentre Terren restava immobile, quasi in trance. L’elfo spostava frenetico lo sguardo dall’altare fisico agli schizzi corrispondenti sulla prima mappa, poi a quelli sulla seconda, come se stesse tessendo una trama invisibile tra i due luoghi. Con gesti meticolosi, estrasse dallo zaino un foglio di pergamena vergine e iniziò a vergarlo con un pezzo di carboncino. Rimasero a lungo accanto al secondo Altare, avvolti dal silenzio della palude. Ogni tanto Terren sollevava lo sguardo per posarlo verso la direzione del Tempio e oltre. Molto oltre. Non parlò, ma nei suoi occhi qualcosa aveva iniziato a prendere forma.
Attorno a loro, la vegetazione pareva richiudersi, un sussulto di fronde e rampicanti che cercavano di riprendersi il loro secolare nascondiglio; ma ormai era tardi. Il segreto era stato violato e, soprattutto, ne avevano capito la logica. Soddisfatto dello schizzo, Terren riprese in mano le due mappe originali e le stese su una pietra piatta, ripulendola dal fango con il dorso della mano. Le studiò per minuti interi, ruotandole e sovrapponendole finché le due “ics” che indicavano il Tempio non combaciarono perfettamente. Cercava un allineamento che non fosse solo visivo, ma geometrico e spirituale. Kail lo seguiva accovacciato al suo fianco, mentre Galeth restava in piedi, vigile, la mano salda sull’elsa della spada. “Due Altari.” Concluse infine Terren, parlando più a sé stesso che agli altri. “Due simboli diversi. Due lingue diverse.” “E una sola porta da aprire.” Aggiunse Kail.
L’elfo inclinò il capo, mettendo a fuoco un dettaglio che prima gli era sfuggito. Tracciò con il dito una linea immaginaria tra i due punti segnati sulle mappe: non era un vettore casuale. Il rapporto proporzionale tra gli altari e il Tempio apparve d’un tratto cristallino, dettato da una simmetria antica. “Questi altari … non sono isolati. Sono collegati.” Galeth si avvicinò di un passo, l’ombra del dubbio ancora sul volto. “Questo ce lo avevi già fatto intuire. Qual è il punto?” Terren sollevò appena lo sguardo, gli occhi lucidi di una nuova consapevolezza. “Lo abbiamo intuito, ma non ancora compreso.” Spostò il dito oltre quella linea, proiettandola verso nord – ovest, in uno spazio che sulle mappe appariva desolatamente vuoto.
Kail seguì il movimento, restando immobile per qualche istante, mentre i pezzi del mosaico si incastravano nella sua mente. “Stai cercando di dedurre la posizione del terzo altare?” “Sto cercando di colmare un vuoto ….” Rispose Terren a voce bassa. “… un vuoto che non è solo fisico, ma spirituale.” Il guerriero incrociò le braccia, scettico. “Ammettendo che tu abbia ragione, non mi spiego come abbiano fatto Rashmin e l’altra spedizione elfica a non trovarli tutti. In fondo, non sono così distanti tra di loro.” Il mezzelfo gli gettò un’occhiata fugace. “Forse erano distratti da altro. Forse cercavano senza vedere davvero, o forse non hanno capito cosa stavano guardando. Magari hanno trovato gli altari, ma non hanno risolto l’enigma o compreso la necessità della trinità dei sigilli.” Scrollò le spalle. “Chi può dirlo?”
Terren inspirò profondamente e tornò alle pergamene. “Gli elfi che sono passati di qui non avevano alcuna mappa. Hanno trovato un Altare, poi il Tempio. Oppure il contrario. Ma non avevano coordinate a disposizione come le abbiamo noi. Non avevano abbastanza informazioni per vedere il disegno completo.” Fece una breve pausa, poi aggiunse con una punta d’orgoglio: “Noi sì. Perché, avendo a disposizione due mappe, possiamo sovrapporle e ottenere riferimenti precisi.” Kail annuì. “E perché sappiamo cosa cercare.” Il silenzio che venne dopo non fu vuoto, ma denso: era il momento in cui l’intuizione smetteva di essere un’idea e diventava certezza. Fu Kail a rompere l’indugio. “La lastra …” Esordì lentamente, come se stesse leggendo un pensiero scritto nell’aria. “… Paladine … il dio dai tre vertici …” Terren lo fissò, colpito dalla medesima illuminazione.
Galeth inarcò le sopracciglia, il volto fattosi severo. “A Palanthas lo rappresentano così …” Commentò asciutto. “… un equilibrio perfetto. Tre punti. Tre forze.” Il mezzelfo tornò a guardare le mappe. Tracciò con il dito una linea netta tra i due altari scoperti. “Questa è la base.” Terren non aggiunse nulla, limitandosi ad osservare il movimento. Allora Kail spostò lentamente la mano verso lo spazio vuoto indicato poco prima dall’elfo. “E questo … questo è il vertice.” L’elfo lasciò uscire un sospiro, un soffio di sollievo misto a timore. “Non è una supposizione.” Disse, puntando i suoi profondi occhi obliqui su quel punto desolato. “E’ un disegno sacro.” Il guerriero rimase in silenzio, infine annuì, vinto dalla logica di quella geometria divina. “E se avete ragione, quel punto non è lontano da qui. Poco più distante rispetto al primo Altare.” Terren osservò un’ultima volta le carte, poi le arrotolò con cura. Estrasse la mappa che stava realizzando con il carboncino e sentenziò: “Scopriamolo.”
Il viaggio verso nord – ovest non fu rapido come sperava Galeth. Non perché avessero perso l’orientamento, ma perché il terreno non concedeva nulla. La giungla si era trasformata in un labirinto ostile: radici affioravano dal suolo come trappole pronte a scattare, sabbie mobili insidiose si nascondevano sotto coltri di foglie morte e polle di fango ribollente esalavano vapori pesanti. La vegetazione si faceva sempre più fitta, costringendoli a misurare ogni singolo passo. Quelle asperità spiegavano fin troppo bene perché nessuno scout elfico avesse mai perlustrato a fondo la zona: era un luogo che non voleva essere attraversato. Terren però non avanzava alla cieca. A intervalli regolari si fermava, estraeva una delle sue pergamene e, con movimenti rapidi ma precisi, tracciava nuovi segni sulla nuova. Non si limitava a copiare ciò che vedeva: selezionava, sintetizzava, costruiva.
Kail lo osservò mentre aggiungeva una linea curva per rappresentare un gruppo di rovine affioranti, poi un segno più marcato per indicare una struttura crollata che avevano appena aggirato. “Stai creando una terza mappa.” Osservò il mezzelfo, senza traccia di giudizio. Terren scosse appena il capo, senza smettere di disegnare. “Sto solo completando l’unica che deve esistere.” “Per il tuo popolo, immagino.” Aggiunse Kail. Questa volta l’elfo si fermò un istante. “Per chi verrà dopo di noi.” Galeth, che apriva la strada qualche passo più avanti, si voltò appena oltre la spalla. “Assicurati che sia leggibile anche per chi non ha occhi da elfo.” Terren accennò un sorriso quasi impercettibile, poi arrotolò il foglio e lo ripose nella borsa. Per adesso, la strada era segnata.
Ripresero il cammino. Man a mano che avanzavano, il paesaggio mutava volto: le rovine si facevano più frequenti, ma anche più difficili da distinguere, ormai completamente inglobate dalla vegetazione vorace. Blocchi di pietra emergevano dal terreno come ossa di un gigante dimenticato; archi spezzati s’intravedevano tra radici secolari, e ciò che un tempo era stato ordine e architettura, appariva ora come un groviglio silenzioso. Fu Kail a rallentare per primo; non per stanchezza, ma per istinto. “Fermatevi.” Terren si arrestò all’istante. Galeth fece un passo indietro, la mano pronta sull’arma. Il mezzelfo indicò un punto preciso davanti a sé: sotto lo strato pesante di fango e rampicanti, si intuiva un’uniformità estranea alla natura, una linea troppo retta e una superficie troppo liscia per il caos circostante.
L’elfo si inginocchiò e iniziò a liberare la zona a mani nude, quasi a voler stabilire un contatto diretto con l’antico manufatto. Mentre la pietra riemergeva dal fango, una vibrazione divina si diffuse nell’aria, percepita all’unisono dalla sensibilità elfica di Terren e dal medaglione di Kail, che prese a pulsare di un calore vivo. Ci vollero tempo e pazienza per non danneggiare ciò che era rimasto sepolto per secoli in quell’oscurità umida, ma alla fine la forma si rivelò in tutta la sua solennità: il terzo Altare. Sebbene la sua struttura ricalcasse fedelmente quella dei precedenti altari, era il simbolo centrale a renderlo unico: una linea verticale, solida, quasi radicata nelle viscere della pietra. Sopra di essa, due mezze lune scolpite con precisione chirurgica erano poste una affianco all’altra, separate e orientate in versi opposti; sembravano comporre una totalità invertita, uno specchio di forze contrastanti. “Un tema ricorrente, questo dei semicerchi …” Bisbigliò tra sé Kail, affascinato e al contempo inquieto.
Terren trattenne il respiro, poi sussurrò: “E’ lui.” Passò lentamente le dita sulle incisioni, seguendone i contorni come per imprimerli nella memoria. “L’ultimo vertice di Paladine.” Concluse a bassa voce, estasiato. Galeth si avvicinò, osservando la struttura con occhio tattico. “E la nicchia?” I tre compagni abbassarono lo sguardo e, celata sotto un groviglio di licheni, la trovarono. Era sigillata, profondamente diversa dalle altre: né svuotata, né profanata. La magia al suo interno non era un’eco sbiadita, ma una presenza divina vibrante, forte e costante. Eternamente viva. L’elfo si chinò verso l’iscrizione incisa sopra la nicchia. Sotto lo sporco e il terriccio, le rune apparivano più angolari, profonde. “Nanico.” Mormorò asciutto. Kail lo fissò. “Riesci a leggerlo?” Terren esitò, poi iniziò a seguire i segni con attenzione, ricostruendone il senso a fatica, pezzo dopo pezzo.
“La lingua dei nani, un tempo nota e parlata fluentemente dal mio popolo, è andata via via sbiadendo nella memoria storica degli elfi. Mi occorrerà tempo, e non sono certo di poter restituire il significato esatto di ogni singola parola.” Kail annuì e si scostò per scambiare poche parole con Galeth. Mentre i minuti scivolavano via lenti, Terren finalmente si sollevò. Il mezzelfo e il guerriero troncarono i loro sussurri e puntarono lo sguardo sul ranger. Questi alzò il capo, incontrando i loro occhi, poi allargando le braccia ammise: “Ho concluso. Di meglio non saprei fare … alcuni punti restano oscuri, ma credo di aver colto il senso profondo.” I due compagni si avvicinarono all’altare e Terren iniziò a declamare: “Due che reggono e non vacillano. Sostengono ma non appaiono. Stanno sotto ogni cosa, eppure nessuno le vede.”
Kail ripeté mentalmente l’enigma, sollevando lo sguardo verso il simbolo. Ripensò ai due altari precedenti, alle loro divergenze e alle loro affinità: due luoghi sacri di culture distanti, ma devoti al medesimo dio, Paladine. Nonostante le differenze iconografiche, era come se ogni razza vedesse nel dio uno specchio di sé stessa. “Non parla di qualcosa di astratto.” Osservò il mezzelfo lentamente. Fece un passo avanti, sfiorando l’incisione e il lieve riverbero bluastro della magia divina che percepiva grazie al medaglione. “Parla di ciò che i nani rappresentano, di come vedono loro stessi … e di come, di riflesso, percepiscono Paladine all’interno della propria cultura.”
Galeth lo squadrò: “E quindi?” Kail non esitò. “Pietre e montagne. Resistenza e stabilità. Ciò che sostiene l’intero Krynn. Le spalle su cui poggia il mondo. Così si vedono i nani: è questo il principio cardine della loro stirpe.” Terren strinse gli occhi. “Le fondamenta …” Sussurrò. Per un istante il tempo parve sospeso, poi la pietra emise un suono secco. La magia divina divampò per un breve momento prima di disperdersi, lasciando nell’aria un’eco vibrante che fece accapponare la pelle. La nicchia si schiuse lentamente, rivelando il suo tesoro: il terzo simbolo. La terza chiave. Era perfetta, intatta come se fosse stata deposta lì il giorno precedente. Terren la raccolse con devozione, e mentre la sollevava per mostrarla ai compagni, visibilmente emozionati, tutti e tre compresero: ora avevano tutto ciò che serviva. Non restava che tornare al Tempio. L’elfo si alzò e offrì il manufatto al guerriero, che lo accettò con mano tremante, conscio del fardello che quell’oggetto rappresentava.
Ripercorsero il sentiero a ritroso tra acque basse e stagnanti, tronchi semi – immersi e rami contorti che si richiudevano sopra di loro come archi naturali. Il viaggio di ritorno fu privo di imprevisti, gravato solo dal peso di ciò che avevano visto e dalla strana sensazione che il luogo stesso scortasse ogni loro passo. Quando il profilo del Tempio riemerse tra le nebbie, fu quasi un sollievo; per un attimo avevano temuto che qualche oscura forza cosmica lo sottraesse ai loro occhi, ma la struttura era ancora lì: antica, silenziosa, scavata nella pietra corrosa da secoli di umidità. Le tre nicchie vuote sembravano richiamarli, in attesa di essere finalmente colmate. Si fermarono innanzi all’ingresso. Per un istante nessuno parlò, poi Kail fece un passo avanti. La prima chiave ad essere inserita fu quella degli uomini.
Quando scivolò nell’alloggiamento, il contatto produsse un suono singolare, che li lasciò senza fiato: era ritmico, regolare, come un battito lento ma costante. Un cuore. Qualcosa che sembrava appartenere non alla fredda pietra o alla magia, ma alla vita stessa. Il mezzelfo scorse un lieve bagliore blu elettrico filtrare dalle fessure dell’uscio; anche Terren ne percepiva la pressione crescente, ma nessuno dei due osò spezzare l’incanto. Fu poi il turno dell’elfo. Quando inserì la chiave nella fenditura della nicchia, il contatto generò una nota leggera, quasi sospesa: un’armonia sottile, come più toni sovrapposti in perfetto equilibrio, che parve espandersi nell’aria stessa e purificarla dai miasmi della giungla. Terren trasse un respiro profondo, riconoscendone la natura.
La magia era cresciuta, il riflesso bluastro era ora un azzurro brillante. “Il tocco di E’li si sta avvicinando …” Mormorò in preda ad un fervore crescente. Infine toccò ai nani. Galeth spinse la chiave nel terzo incavo. In quel momento il suono mutò radicalmente: un tonfo grave, come pietra che si spezza e si ricompone all’istante. Un’eco solida, profonda, quasi fisica, che parve scuotere le fondamenta stesse del Tempio. Il richiamo mistico di Paladine era completo. Kail dovette distogliere lo sguardo dalla porta, accecato dal fulgore azzurrino che si irradiava ferocemente in ogni direzione. Terren si inginocchiò, spalancando le braccia come per nutrirsi di quell’emanazione sacra. Nonostante Galeth non potesse partecipare delle esperienze mistiche dei suoi amici, la sua pelle tradiva un brivido primordiale. I peli sulle braccia si erano ritti, reagendo a qualcosa di invisibile, ma tangibile. Per un momento, il Tempio parve mettersi in ascolto.
Poi tutto si fermò. Le tre chiavi rimasero attive, le loro emanazioni ancora presenti nelle nicchie, ma non accadde nulla. Nessun meccanismo si mise in moto, nessuna vibrazione scosse l’uscio. La porta del Tempio rimase serrata.
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