Port O’ Call era vicina.
La vegetazione selvatica dell’entroterra iniziava a diradarsi, lasciando spazio a una strada maestra battuta, segnata da solchi profondi dei carri che per generazioni avevano rifornito la costa. Il paesaggio si apriva in una distesa di colline basse e brulle, dove i campi coltivati e i vigneti secchi cominciavano ad intravedersi poco più lontano, alternandosi a zone di macchia mediterranea e rocce calcaree che affioravano dal terreno come ossa antiche.
“Ho riflettuto molto sulla tua proposta, Kail… e ho deciso di accettarla.” Esordì Galeth, la voce resa seria dalla consapevolezza del pericolo. “Qui ormai non si parla più di lavoro o di svolgere semplici missioni…” Fece una pausa intensa, il volto corrucciato e preoccupato. Kail lo guardò per un breve momento, poi tornò a fissare la strada.
“Ormai c’è in gioco la mia vita… costantemente intendo. Non c’è mai pausa, come tra un lavoro e un altro. La minaccia è continua, perenne… e pesa come un macigno sulla mia testa.” Continuò Galeth, concedendosi un’altra pausa cruciale. Kail abbassò lo sguardo, sentendosi in colpa: sapeva che quella era la nuda verità.
“Il pericolo non riguarda solo i Corvi Rossi, a quelli avrei potuto provare a sottrarmi. Qui ci sono in ballo stregoni, artefatti maledetti e un esercito che si prepara all’invasione!” Commentò il guerriero con concitazione. Poi ritrovò la calma e aggiunse: “La situazione si è fatta troppo rischiosa per entrambi e ho il presentimento che andrà sempre peggio. Restare soli significa solo diventare bersagli più facili; se ci prendono separatamente, gli uomini di Galen Dracos ci schiacceranno senza fatica. Meglio rimanere uniti e provare a giocarcela insieme, piuttosto che finire uccisi uno alla volta.” Sospirò, ma non in maniera affranta. Era un sospiro fermo, determinato.
“Verrò con te, mezzelfo. A patto che la paga sia quella che mi hai proposto. Tutto quello che troviamo, lo smezziamo. Dico bene?” Disse Galeth con un mezzo ghigno astuto sulle labbra. Kail annuì e gli regalò un sorriso che sapeva di assenso e gratitudine insieme. “E poi mi ci vuole una vacanza… pazienza se sarà molto lunga.” Stemperò il veterano, assestandosi meglio sulla sella.
“Non ti mentirò: mi dispiace di averti cacciato in questo guaio, Galeth. Molto. Ma sono felice che mi accompagnerai nel mio viaggio. Non credo che riuscirei a farcela da solo.” Rispose semplicemente Kail.
Galeth lo guardò, ma non replicò. Osservando la sua espressione, colse il peso della responsabilità che il mezzelfo portava sulle spalle e capì quanto dovesse essere lacerante per lui. In ogni caso, la loro avventura insieme era stata ufficialmente suggellata e questo era un bene. Per entrambi.
Il sentiero che scendeva verso sud si fece più largo e i campi iniziavano a comparire ai lati della strada. Filari ordinati, muretti bassi di pietra, qualche contadino che sollevava lo sguardo al loro passaggio. L’odore del mare arrivava a tratti portato dal vento. Non lo vedevano ancora, ma lo percepivano.
Galeth si fermò su una lieve altura che precedeva la città. All’orizzonte, oltre le tegole e i camini, una striscia d’argento segnava l’acqua.
“Eccola, finalmente …” Disse semplicemente.
Port O’Call non appariva minacciosa. Non aveva l’austerità di una fortezza né l’eleganza di una capitale. Era operosa. Viva.
Case basse in periferia, botteghe, cortili interni, stendardi commerciali appesi alle travi. Il traffico aumentava man mano che si addentravano: carri carichi di merci, animali da soma, mercanti che discutevano sui prezzi prima ancora di varcare le porte urbane.
Eppure Kail non rallentò il passo.
Un carretto li superò sollevando polvere. Il conducente non li guardò, ma il ragazzo seduto accanto a lui sì. Troppo a lungo. Galeth lo notò, ma non disse nulla.
Più avanti, un uomo col cappuccio abbassato attraversò la strada davanti a loro. Si fermò un istante per sistemarsi il mantello, ma in realtà li stava osservando. Quando incrociò lo sguardo di Kail, riprese a camminare.
“Sono solo viaggiatori.” Mormorò Galeth.“ Anche le spie lo sono.” Rispose Kail asciutto.
Entrarono in città passando sotto un arco di pietra annerito dal tempo. All’interno, le strade si facevano più strette e più affollate. Bancarelle improvvisate, tessuti colorati, pesce essiccato steso su graticci, l’odore pungente del sale e delle spezie.
Non era ancora il porto. Era il ventre della città.
Un battente si richiuse al piano superiore di una casa, appena troppo in fretta. Un bambino che giocava in strada smise di correre quando li vide passare, come se avesse ricevuto un comando invisibile. Dai balconi, tende si mossero veloci.
Nulla di concreto. Nulla che potesse essere indicato come una minaccia. Eppure abbastanza per far capire ad entrambi che una moltitudine di occhi ed orecchie erano posati su di loro. Tutti potenzialmente pericolosi. Tutti potenzialmente letali.
Il medaglione di Kail rimaneva silente. Questo lo inquietava quasi di più se avesse preso a vibrare e a scaldarsi come faceva molto spesso ultimamente.
“Basta così …” Disse Galeth. “Togliamoci dalla strada o rischierò di diventare paranoico …”
Il guerriero fermò una donna anziana che sistemava ceste di pane. “Per favore, una locanda tranquilla…” Chiese. “… non troppo vicina alle banchine.” La donna li studiò un momento, poi indicò verso il centro. “La Lanterna d’Ottone. Clientela mista, ma discreta…” Rispose, concedendo ad entrambi un largo sorriso sdentato.
Kail annuì. Meglio scrivere la lettera prima di farsi vedere al porto.
Non fu difficile trovarla. La locanda era a due piani, con finestre strette e vetri opachi. All’interno, il rumore era contenuto: viaggiatori in transito, un paio di mercanti intenti a contare monete, nessuna musica. Galeth annuì. “Perfetto.” Bisbigliò.
Il locandiere asciugò le mani nel grembiule quando li vide entrare.
“Di passaggio?” Chiese, come se quella domanda fosse la più normale del mondo. “Sempre.” Rispose laconicamente Kail. “Il mare chiama o vi allontana?” Pungolò l’oste. “Ci fermeremo poco.” Disse Galeth come a chiudere la conversazione.
L’oste li osservò con maggiore attenzione. “Da dove venite?” Galeth sospirò: non voleva essere scortese, ma quella conversazione si stava trasformando pericolosamente in un interrogatorio. “Da nord.” Fece un cenno lento, canzonatorio. “Uhm … e dove andate?” Insistette il locandiere, per nulla intento a darsi per vinto. “A sud.” Questa volta fu Kail a rispondere.
L’uomo rimase immobile un istante, come se stesse cercando altro nelle loro parole. Poi accennò un sorriso educato.
“Capisco.” Disse semplicemente. Il suo sguardo si posò per un breve attimo su qualcuno o qualcosa alle loro spalle.
Vicino al camino, un uomo con un mantello scuro smise di muovere la coppa. Non li fissò apertamente, ma li studiò di sottecchi. Dopo qualche secondo bevve un ultimo sorso, si alzò, mise senza discutere alcune monete di rame sul bancone, ed uscì. La porta si richiuse con un colpo asciutto. Il brusio riprese subito dopo, ma più basso.
Kail chiese all’oste di quell’uomo, ma quando ricevette una risposta evasiva, si accontentò di una camera con due letti, pagò e ricevette una chiave senza poter fare o dover subire ulteriori domande.
Galeth fece strada. La scala scricchiolò sotto i loro passi. Il corridoio del piano superiore era stretto, illuminato da una sola lampada ad olio. A metà del corridoio, un inserviente era inginocchiato davanti una porta. Un secchio rovesciato accanto a lui, lo straccio in mano. Una macchia scura si allargava sulle assi del pavimento.
Lì per lì ci fu un attimo di panico, poiché Galeth aveva scambiato quella chiazza ombrosa per sangue, ma Kail fu lesto a tranquillizzarlo. L’odore disgustoso che emanava, suggeriva che un pitale fosse stato svuotato male piuttosto che qualcuno fosse stato sgozzato in quel punto. Non ne era certo, ma era molto probabile.
L’inserviente sollevò lo sguardo quando li sentì arrivare. Non sembrò sorpreso. I suoi occhi passarono da Galeth a Kail con lentezza misurata. Poi fece un breve cenno con il capo. Non parlò. Riprese a strofinare solo quando la chiave girò nella serratura. La porta si chiuse alle loro spalle e Galeth fece scattare il chiavistello immediatamente.
“Finalmente un po’ di calma…” Aggiunse nervosamente, guardando Kail di sfuggita.
La stanza era spartana. Un tavolo, due sedie, due letti stretti contro la parete.
Kail frugò nello zaino e tirò fuori una delle pergamene che gli aveva fornito Astarte per i suoi resoconti e la mise sul tavolo, mentre Galeth, inquieto, scostava di continuo le tende dalle finestre per sbirciare se occhi indiscreti guardavano in alto verso di loro. Poi il mezzelfo si mise a sedere e preparò la piuma d’oca e i l calamaio.
Nonostante l’amico fosse di guardia, il mezzelfo non riusciva a non sciogliere la morsa attorno al medaglione, che teneva nella mano sinistra. Scriveva ad Astarte con la destra, ma la sua mente era altrove, assediata dal timore che Galen Dracos potesse violare i suoi pensieri da un momento all’altro. Sperava, quasi febbrilmente, di tenerlo a bada concentrando ogni briciolo di volontà su quel pezzo di metallo freddo premuto contro il palmo.
Ogni poche righe la mano si fermava. Kail restava quasi paranoicamente in ascolto dei pochi rumori che venivano dal corridoio, mentre Galeth osservava le vie sottostanti, brulicanti di una vita che appariva loro come un groviglio di potenziali minacce. Il medaglione restava inerte: freddo, immobile, privo di vibrazioni o calore. Lo girò tra le dita, ne saggiò la consistenza, poi tornò a scrivere, forzando il fiato a farsi regolare. Non ci riuscì.
A quel punto si alzò ed invitò Galeth a prendere il suo posto. Il guerriero rimase assai perplesso dalla decisione presa dal mezzelfo: se era vero che Galen Dracos poteva vedere i pensieri dell’amico, cosa sarebbe cambiato se la lettera fosse stata scritta di suo pugno o da quello di Kail? Eppure mettersi a discutere su questo gli parve fuori luogo, per cui afferrò la piuma d’oca e iniziò a vergare la pergamena nel modo in cui gli veniva detto.
Sulla carta fluirono presto i nomi delle loro sventure recenti:
Erstellen che era stata tratta in salvo nel luogo convenuto e l’ombra del tradimento che aveva infettato il maniero di Astarte; i Corvi Rossi e i loro agguati che erano stati per entrambi quasi letali; l’incontro tra di loro ad Elmwood; l’oscura maestosità di Ravenshadow’s Keep e il Cristallo Maledetto, ora fortunatamente infranto, che serviva a preparare il maniero del lord spettrale all’invasione! Annotò di Grymace, dei suoi scavi misteriosi e del suo esercito disciplinato e marziale; descrisse i disegni del loro generale umano: Lord V. e, sopra ogni altra cosa, la figura di Galen Drakos: uno stregone potente e dalla natura aliena, che sembrava possedere occhi e orecchie in ogni angolo del mondo. Come nota finale, Kail suggerì a Galeth di invitare Astarte ad eliminare tutti i Corvi Rossi presenti nella foresta di Godsfell Woods: probabilmente questa operazione non sarebbe servita ad estirparli definitivamente dal territorio, ma avrebbe dato di sicuro un duro colpo allo stregone che ne era a capo. Galeth continuò a scrivere finché nella stanza non rimase che il suono secco della penna che graffiava la pergamena.
Un improvviso sussulto bloccò di nuovo il mezzelfo dal dettare altro. Il ricordo del sogno lo travolse: lo sguardo di Dracos, quella sensazione viscida di essere stato violato nel sonno, di esser stato raggiunto laddove nessuno dovrebbe poter arrivare. Strinse ancora il medaglione fino a farsi sbiancare le nocche. Attese. Ma ancora una volta non accadde nulla. Kail decise allora che poteva bastare.
Una volta terminata la lettera, domandò a Galeth di farne una copia: la prudenza non era mai troppa! Poi infilò il medaglione sotto la tunica, ed insieme al compagno le piegò per bene e le imbustò, sigillandole con la cera di una candela e il marchio di Astarte. Ognuno di loro ne tenne con sé una.
Galeth si alzò dalla sedia, si sgranchì le gambe e gli disse piano: “Non possiamo affidarci ad un corriere qualunque. Dobbiamo trovare qualcuno di integerrimo, che non venda le nostre vite per qualche spicciolo…”
Kail ripose con cura la sua missiva nello zaino. “No, non possiamo”. Rispose, con l’ansia che trapelava da ogni sillaba. “E a questo punto del viaggio, non possiamo nemmeno tornare indietro per consegnarle a qualcuno di nostra conoscenza a Lemish. Saremmo seguiti e braccati in un istante.” Aggiunse il guerriero, quasi parlando tra sé, come a voler razionalizzare un cappio al collo che si faceva sempre più stretto. Kail annuì lentamente, cercando di riprendere il controllo.
“Una cosa alla volta. Scendiamo al porto e vediamo di incontrare intanto questo capitano Kar – Thon. Appena ci saremo guadagnati un passaggio per Crossing, penseremo alla lettera. Magari, per una volta, la fortuna deciderà di guardarci in faccia.” Galeth incrociò il suo sguardo e accennò un timido assenso, anche se l’ombra sul suo volto tradiva quanto poco credesse alle parole di Kail.
Dopo qualche altro minuto di preparazione, i due compagni lasciarono la stanza e scesero al piano di sotto. L’oste non disse niente, guardandoli solamente un fugace momento prima che uscissero.
Kail e Galeth lasciarono la Lanterna d’Ottone e si inoltrarono tra le vie centrali di Port O’ Call. Seguendo strade strette e vicoli affollati di pedoni e carrettieri. Il rumore delle chiacchiere, dei passi e delle botteghe riempiva l’aria, ma la loro attenzione rimaneva alta: occhiate furtive dai balconi, figure incappucciate tra la folla, tutto contribuiva a tenere alta la soglia del sospetto.
Galeth fermò un adolescente seduto su una cassa e gli domandò se c’era una taverna al porto e il ragazzo gli suggerì “La Gramigna Verde”: una bettola fumosa e affollata, con luci tremolanti e odori di pesce, birra e legna bruciata che saturavano l’ambiente. Non potevano non trovarla.
Infatti, dopo pochi isolati, fu davvero molto semplice scovarla: bastò seguire il flusso di ubriachi, mercanti e stranieri che, a ridosso del porto, sciamavano verso di essa.
“La Gramigna Verde” si affacciava su una traversa che odorava di alghe e catrame. L’insegna cigolava nel vento. L’interno pullulava di uomini dall’aspetto poco raccomandabile, mercenari, contrabbandieri e figure pronte a scambiare o vendere informazioni al miglior offerente o a tirar coltelli senza esitazione. Le conversazioni si abbassarono di mezzo tono quando Kail e Galeth entrarono.
I due amici si mossero con cautela, evitando sguardi troppo diretti e cercando di apparire quanto più ordinari possibile. Si avvicinarono al bancone. L’oste, un uomo largo di spalle e con baffi grigi e gli occhi astuti, li osservò senza cordialità.
“Cerchiamo un uomo.” Disse Galeth diretto. “Melas Kar – Thon.”
Il panno con cui l’oste stava asciugando un boccale si fermò. “E perché mai dovreste trovarlo qui?” Kail posò una moneta d’argento sul legno, senza spingerla verso di lui.
“Perché è un capitano. E i capitani hanno bisogno di bere quanto i loro uomini.” Il locandiere guardò avidamente la moneta, ma non la prese subito. “Kar – Thon non è il tipo di uomo che si fa trovare senza che ci sia un buon motivo per farlo.” Rispose, mentre asciugava il bicchiere e passava gli occhi da loro all’argento sul suo bancone. “Non lo cerchiamo per capriccio, ma per lavoro.” Replicò Galeth asciutto.
Ci fu un silenzio teso. Poi l’oste fece sparire la moneta con un gesto rapido e contemporaneamente disse: “Molo principale. La sua nave è la Peregrina. Salpa all’alba per l’Abanasinia, se il vento tiene.” Kail annuì. “Grazie.” Sussurrò mentre si voltava per uscire. Proprio in quel momento la porta si aprì. Una corrente d’aria fredda e salmastra attraversò la sala insieme a una ragazza.
“Parli del diavolo…” Kail e Galeth la seguirono con lo sguardo.
La ragazza non aveva più di quattordici anni, ma non camminava come una bambina. Il passo era sicuro, lo sguardo fermo. Indossava abiti di mare, semplici ma funzionali. Dietro di lei entrò un uomo alto, solido, che trasmetteva sicurezza e aveva l’aria di chi era abituato a dare ordini. Sulla giacca blu portava una spilla metallica, un simbolo inciso che non apparteneva a nessuna casata comune. Per un breve istante il suo medaglione si scaldò appena, quando posò i suoi occhi su di essa.
“La figlia di Kar – Thon…” Mormorò l’oste a mezza voce, spezzando i suoi pensieri. “… e il suo nostromo.” La ragazza si fermò davanti al bancone e domandò all’oste se aveva preparato ciò che gli aveva chiesto. L’oste annuì, si chinò, afferrò un piccolo pacco sigillato che profumava di spezie (un odore che Kail riconobbe, ma che non riuscì ad identificare) e glielo porse. Lei se lo mise sotto il braccio, pagò e fece per uscire. Il nostromo invece, restò immobile ad osservare la sala. Tutta la conversazione durò solo pochi secondi. Quando la ragazza si voltò per andarsene, Kail non aspettò oltre.
“Un momento.” Disse con rispetto, ma senza esitazione. “Siete dell’equipaggio di Melas Kar – Thon?” Il nostromo non rispose subito. “Chi lo chiede?” “Due uomini che devono parlargli prima dell’alba.”
La ragazza li studiò apertamente. Il suo sguardo penetrante e i suoi modi sfrontati, sembravano cozzare con il suo corpo ancora acerbo. “Mio padre non ama le sorprese.” Disse con voce sorprendentemente calma. “Nemmeno noi.” Rispose Galeth, sostenendo la sua tagliente occhiata. Il nostromo fece un passo avanti. “E perché dovremmo condurvi da lui?” Kail incollò i suoi occhi marroni in quelli azzurri di lui. “Perché ciò che dobbiamo dirgli riguarda solo lui. E il tempo non è dalla nostra parte.” Ci fu una pausa intensa. Poi il mezzelfo aggiunse: “La nostra traversata è molto urgente… vi prego di farvi bastare questo.”
La ragazza inclinò leggermente il capo, come se stesse ponderando le sue parole. Guardava Kail in modo strano, come se le fosse familiare ma non abbastanza. Lo scout non riuscì a capire di più. Il nostromo la guardò. Lei fece un cenno minimo. “Venite.” Disse infine.
Uscirono dalla locanda quando era pomeriggio inoltrato, non era notte ma la sera era alle porte. Le lanterne lungo la banchina oscillavano nel vento. Poco più avanti, una nave si stagliava scura contro il cielo: la Peregrina. Camminavano in fila compatta. Kail rimase leggermente indietro. Fu allora che osservò meglio la ragazza: anche lei gli aveva trasmesso qualcosa di familiare. Ineffabile ma familiare.
Le spalle larghe, le braccia definite, ma non con la potenza massiccia di un’ergothiana. La pelle scura, ma non del nero profondo delle genti dell’Ergoth. Un tono più caldo, ramato. Quando si voltò per assicurarsi che li seguissero, la luce di una lanterna le illuminò il volto. E fu in quel momento che Kail lo notò con un sussulto.
Gli occhi erano leggermente allungati, quasi obliqui, un tratto che conosceva molto bene. Un tratto tipico dei mezzelfi! Tuttavia le orecchie erano umane. O così sembravano. Kail aggrottò le sopracciglia: non poteva essersi sbagliato, non proprio lui! Si avvicinò di qualche passo nel tentativo di osservarle meglio.
Un riflesso più netto rivelò alcune cicatrici appena visibili lungo il bordo superiore. Linee precise, chirurgiche. Le punte erano state tagliate! Kail distolse lo sguardo per un istante: non per imbarazzo, ma per comprensione. Maquesta si accorse della sua breve indagine, semplicemente guardandolo negli occhi. Nessuna parola, nessuna vergogna. Solo consapevolezza. C’era poco spazio in mare per i mezzosangue come lei, soprattutto se avesse voluto diventare un giorno il successore di suo padre sulla Peregrina.
La nave li attendeva. Sul cassero, una figura imponente li osservava avvicinarsi. Il nostromo si fermò ai piedi della scaletta. “Capitano! Questi due uomini chiedono udienza.” Melas Kar – Thon scese con calma. Alto, possente, pelle segnata dal sole e dagli anni in mare. “Non porto chiunque.” Disse prima ancora che qualcuno parlasse. “E non porto guai.”
“Non siamo guai.” Rispose Galeth asciutto. “Lo dicono tutti…” Commentò Melas con un mezzo ghigno. Kail fece un passo avanti. “Capitano Kar – Thon… la nostra traversata non è per diletto. Avete fama di essere un uomo d’onore, da quello che ho sentito in giro. Credetemi se vi dico che giungere a destinazione sani e salvi, non sarebbe fondamentale solo per noi, ma anche per chi ci vuole laggiù… persone molto più importanti e valorose di me e del mio compagno.” Silenzio.
Gli occhi del capitano si strinsero leggermente.
“I soldi non sono un problema…” Aggiunse dopo due secondi Kail con tono pacato. Il vento fece sbattere una vela allentata. Il capitano li studiò ancora un momento. Poi, senza dire una parola, spostò lo sguardo oltre loro. Verso Maquesta. Non fu un gesto teatrale. Solo un rapido scambio d’occhi. Ma era chiaro che stava pesando qualcosa più delle loro parole.
La ragazza non parlò. Non intervenne. Si limitò a sostenere lo sguardo del padre e a fare un cenno quasi impercettibile. Poi Melas tornò a fissarli. Attese ancora un istante e poi fece un passo di lato. “Salite.” Disse semplicemente. “Se avete qualcosa di serio da dire, lo direte nella mia cabina. Non qui.” Aggiunse, mentre istintivamente si guardò a destra e a sinistra in cerca di sguardi indiscreti. Maquesta annuì, poi seguì suo padre. Galeth le andò dietro e Kail andò subito dopo. Il nostromo chiuse la fila senza dire una parola, ma il mezzelfo intuiva che aveva taciuto non perché gli mancassero, ma perché stava ponderando altro.
La Peregrina ondeggiava dolcemente al molo, legata con corde robuste, le vele ripiegate e il profumo salmastro del mare che si mescolava a quello del legno impregnato di resina. Altri passeggeri erano già a bordo. Kail e Galeth ci fecero caso mentre seguivano Melas nelle sue cabine.
Due mercanti dalla pelle abbronzata e un fare nervoso: panciuti e vestiti con tuniche un po’ consunte e trasandate; una donna nobile, dagli abiti gonfi e bianchi e dalla postura eretta, i capelli raccolti e lo sguardo distante, immersa nei propri pensieri. Appena passarono per il ponte, i due mercanti si voltarono di scatto, fissandoli con occhi sospettosi. La donna invece rimase immobile, come se nulla fosse cambiato.
Il capitano aprì deciso la sua cabina e si sedette dietro una vecchia sedia di legno, dietro un tavolo pieno di mappe. Una lanterna a olio illuminava fiocamente l’interno, spartano ma essenziale. Poi scrutò i visitatori, poi sua figlia e il nostromo, valutando ogni minimo gesto.
“Intanto presentiamoci: io mi chiamo Melas Kar – Thon, lei è mia figlia Maquesta e lui è il nostromo della Peregrina, Dominique. Voi chi siete?” Kail e Galeth dichiararono i loro nomi e le loro intenzioni.
“D’accordo, i convenevoli sono stati risolti. Ora andiamo al punto. Cosa vi porta sulla mia nave?” Chiese, la voce profonda e ferma.“Abbiamo bisogno di arrivare a Crossing. Abbiamo i soldi per pagare il passaggio.” Rispose Kail freddamente, mostrando con cautela l’anello di Astarte che egli gli aveva donato come lasciapassare.
Melas sgranò gli occhi, controllando meglio l’anello. Poi annuì e lo restituì al mezzelfo. Sembrava colpito da questo dettaglio. Inoltre la maniera in cui guardava Kail non era la stessa con cui fissava Galeth. C’era meno tensione, meno diffidenza nei suoi occhi quando si rivolgeva al mezzelfo. “D’accordo. Le monete d’oro ci sono. Avete risolto la metà del problema.” Disse il capitano, appoggiando la schiena sulla sedia in un gesto quasi plateale. “Ma io non porto chiunque sulla mia nave.” Aggiunse asciutto, incrociando le braccia. “Dovete capire che Crossing non è una destinazione che ho sulla mia rotta e io non rischio la mia nave e i miei uomini, facendo deviazioni non necessarie per qualsiasi storia.”
Galeth schioccò le labbra e aggiunse quasi spazientito: “Quell’anello dovrebbe bastare a farvi capire che non si tratta di una storia qualunque, ma se desiderate conoscerla nel dettaglio, allora dovremo cercare un’altra nave.”
A quelle parole Melas Kar – Thon si rilassò un poco. Sorrise leggermente e disse: “Non voglio sapere nulla sui vostri affari laggiù. Avevo già deciso di prendervi a bordo quando vi ho visto la prima volta. Noi marinai ci affidiamo all’istinto, solo così riusciamo a sopravvivere in mare aperto. Volevo solo punzecchiarvi un altro po’, tanto per capire che genere di persone siete. Inoltre conosco Astarte. Se siete qui per suo conto, questo mi basta. Benvenuti sulla Peregrina, dunque.”
In quel momento Dominique si mosse appena, avvicinandosi di qualche passo al tavolo. I suoi occhi azzurri fissavano con intensità l’anello di Astarte che Kail stava recuperando. Quando fu fianco a fianco col mezzelfo, il suo medaglione si scaldò di nuovo, ma la sensazione che provò non fu per niente piacevole. Gli ricordò l’esperienza nel tempio di Paladine sotto il maniero Astarte di qualche settimana prima. Un senso di disagio e soffocamento che ancora gli metteva i brividi addosso.
Doveva essere quella spilla!
Kail provò a scorgere senza dare nell’occhio ciò che quel simbolo graffiato rappresentava e fu allora che lo vide: il simbolo blu dell’infinito di Mishakal, la dea della guarigione! Uno dei culti benevoli più diffusi prima dell’avvento del Cataclisma.
Vista la flebile scia magica che quell’oggetto emanava, possibile che quell’uomo di mare fosse segretamente un antico chierico? Improbabile: quell’Ordine era scomparso insieme a tutti gli altri almeno tre secoli prima. E allora chi era davvero? E perché aveva quel sigillo magico addosso?
Non poteva essersi sbagliato: il medaglione di sua madre non aveva mai fallito le sue rivelazioni mistiche. Dominique scrutò per qualche altro intenso secondo l’anello, poi annuì in direzione del suo capitano. Galeth sorrise soddisfatto, voltandosi verso l’amico mezzelfo, che però conservava ancora un certo cipiglio sul volto teso.
“C’è un’altra questione.” Esordì Kail, spezzando improvvisamente il clima disteso che si era creato. “Ho questa missiva da consegnare urgentemente ad Astarte in persona. Non possiamo rischiare che venga intercettata, per cui abbiamo bisogno di una persona di fiducia che possa svolgere questo compito. Non potremo partire se prima non avremo risolto questo problema: è di vitale importanza che il Cavaliere ne legga il contenuto il prima possibile. Ovviamente pagheremo bene anche questo servizio.”
Melas si accigliò. Poi schioccò le labbra, incrociando le dita sulla scrivania consunta. “Non è una questione di soldi. Io ho una nave, non un negozio di consegne e fattorini. Anche ammesso che volessi aiutarvi, non saprei proprio come fare… cercare persone affidabili al porto è come sperare di trovare una rotta sicura in una notte senza luna e senza stelle.” Il silenzio calò fitto nel cabinato. Kail annuì, mentre faceva scivolare la lettera nelle tasche. “Allora dovremo trovare un’altra strada da un’altra parte.”
Fece per alzarsi per andare a cercare un’altra soluzione a quel problema: aveva tempo fino all’alba, quindi molto poco. Fortunatamente una voce si levò insperata a dargli speranza. “Ci andrò io. Non voglio conoscerne il contenuto, ma se ritenete che sia davvero importante, mi prenderò una pausa di qualche settimana dal mare e svolgerò questa commissione. Se per voi va bene, ovviamente.” Disse Dominique con voce ferma e decisa.
Gli occhi di tutti i presenti si voltarono verso di lui. “Conosco molto bene i cavalieri, conosco Lord Astarte e conosco bene quei luoghi. Posso assicurarmi che la missiva arrivi a destinazione. Noi ci rivedremo qui tra meno di un mese…” Continuò il nostromo, posando i suoi profondi occhi azzurri sul capitano.
Melas corrucciò la fronte per nulla convinto: “Mi dispiace Dominique, so che i tuoi intenti sono buoni, ma la Peregrina non può rimanere senza nostromo. Io non posso rimanere senza nostromo.” Il capitano fece un segno eloquente con la mano che non accettava repliche in merito, ma Dominique sorrise e si scostò leggermente di lato, mostrando Maquesta. “Tua figlia mi sostituirà egregiamente in questo compito, Melas. Sa fare tutto su una nave e spesso prende decisioni sia per me che per te…”
Maquesta era rimasta con gli occhi sgranati e la bocca aperta udendo quelle parole, percependo una stima infinita, ma anche il peso di una responsabilità asfissiante. Gli occhi del capitano si posarono prima su di lei e poi su di lui, ma non disse una parola. Dominique sospirò. Poi aggiunse. “Suvvia, capitano. Si tratta solo di pochi giorni, non di anni. Inoltre questa investitura ad interim servirà anche per capire quello che già sappiamo no? Maquesta potrà sostituirti un giorno sul ponte della Peregrina?” La giovane abbassò gli occhi per un istante, poi li rialzò fieramente.
“Supponiamo che io ti conceda questa… vacanza. Dimmi perché vuoi farlo? Dico davvero, Dominique. So che sei una persona altruista, ma questo mi sembra un po’ troppo. Inoltre ho davvero un cattivo presentimento. Perché devo rischiare la vita del mio nostromo per delle persone che conosco appena?” Kail pose il suo sguardo incuriosito sul secondo del capitano. Dominique sorrise e disse con voce solenne: “Un giorno gli dei torneranno… e questo giorno non è molto lontano. Non so spiegartelo, ma so che portare a termine questo compito… risulterà importante anche per rendere possibile il loro ritorno. Sai che su queste cose mi sbaglio raramente: io sento che devo farlo, Melas!”
Il capitano lo guardò con fermezza, poi fissò la figlia e disse: “Te la senti Maquesta?” La ragazza annuì lentamente. “Allora vieni con me, dobbiamo avvertire la ciurma che per questo viaggio sarai il nuovo nostromo ad interim.” Disse, scostando indietro la sedia. Non aggiunse un’altra parola, uscendo a grandi passi dalla cabina. Maquesta gli andò dietro. Adesso nella cabina del capitano erano rimasti solo gli avventurieri e Dominique.
“Non sappiamo davvero come ringraziarvi.” Disse Galeth un po’ impacciato, grattandosi la testa. “Non dovete ringraziarmi, messer Galeth… ma vorrei chiedervi una premura. Potrei rimanere a scambiare da solo due parole con il vostro amico?” Galeth guardò Kail, che annuì. Il guerriero abbozzò un sorriso e uscì. Dominique lo seguì con gli occhi, poi disse.
“Immagino abbiate alcune domande da farmi, Sir Kail. Io ne ho almeno due in mente che vorrei esporvi. Se me lo permettete.” Kail annuì. “La prima riguarda il vostro rapporto con Astarte. Non mi basta che portiate con voi il suo sigillo. Voglio sapere chi siete per lui… e chi è lui per voi.” Lo sguardo del nostromo non era accusatorio, ma misurato. Curioso, ma rispettoso. Poi aggiunse: “La seconda… riguarda ciò che percepisco.” Fece un piccolo cenno verso il petto di Kail. “Non è solo paura quello che vi portate addosso. C’è qualcos’altro. Qualcosa che non appartiene alla gente comune.”
La cabina sembrava improvvisamente più stretta. “Rispondete a queste due domande …” Concluse Dominique. “… e io saprò se sto facendo la cosa giusta.”
Kail non rispose subito. Non perché non sapesse cosa dire, ma perché stava scegliendo cosa non dire. Raccontò di esser stato adottato da Astarte da bambino, dopo che suo padre era sparito o forse morto, la cosa non era chiara. Disse che era cresciuto nel suo maniero, che Astarte lo aveva educato con rigore ma senza durezza, come un tutore esigente e giusto. L’aveva affidato alle cure del suo maestro d’armi, Sir Anteus e ammise che si stava recando nell’Abanasinia anche per cercarlo. Mostrò la sua spada a Dominique che annuì. Egli rivelò di aver conosciuto Anteus e la sua perizia senza pari con la spada. Kail non parlò però di sua madre. Non parlò del sangue che era stato versato tra lei e il suo padre biologico.
Aggiunse soltanto che non aveva mai visto in Astarte un cedimento morale. Mai una scelta comoda al posto di una scelta giusta. Che se quell’uomo gli aveva chiesto di svolgere dei compiti perigliosi, era perché la questione superava l’interesse di un singolo Ordine. “Non riguarda solo i cavalieri.”Concluse con calma il mezzelfo. “Riguarda il futuro di Krynn. E se Astarte ha deciso di muoversi, significa che il tempo è già quasi scaduto.” Non c’era enfasi nella sua voce, solo convinzione.
Quando invece parlò del medaglione fu più vago. Ammetteva di possedere un oggetto appartenuto a sua madre, ma che non ne conosceva le vere proprietà. Sapeva solo che reagiva alla magia. Che talvolta si scaldava, che vibrava. Che lo metteva in guardia. Che percepiva presenze, tensioni, minacce prima che si manifestassero apertamente. Non aggiunse altro.
Dominique lo studiò a lungo. “Non sei un uomo qualunque…” Esordì poi, schioccando le labbra. “…e non sei un ingenuo.” Fece una lunga pausa, poi riprese a parlare. “Conosco Astarte.” Disse semplicemente. “Non di nome. Di persona.”
Kail sollevò lo sguardo.
“Abbiamo servito insieme, anni fa. Non nello stesso Ordine. Ma sotto lo stesso cielo.” Un accenno appena percettibile di sorriso. “E’ un uomo che non chiede mai ciò che non farebbe lui stesso.” Un’altra pausa, ma più breve. “Quando hai mostrato il suo sigillo… non ho visto paura nei tuoi occhi. Ho visto responsabilità. E’ diverso.” Kail non rispose.
Dominique sfiorò la spilla appuntata alla sua giacca. “Hai riconosciuto il simbolo.” “Mishakal…” Sussurrò Kail. Dominique annuì lentamente. “E’ un oggetto di famiglia. Risale al tempo del Cataclisma. Un mio avo era un chierico di Mishakal. Non un semplice devoto, ma un uomo rispettato nell’ecclesiarchia. Saggio. Ascoltato.” La sua voce si fece più bassa. “Quando gli Ordini crollarono e i Templi furono distrutti dalla montagna di fuoco, ciò che rimase fu questo. Non come reliquia sacra… ma come ricordo. E’ stato tramandato per generazioni. Molti lo hanno portato come ornamento. Pochi hanno…. sentito qualcosa.”
Kail lo osservava con attenzione. “Tu sei tra quei pochi.”Disse. Dominique non si schermì. “Ho scoperto, col tempo, che imponendo le mani posso favorire piccole guarigioni. Escoriazioni. Tagli. Fratture leggere. Non miracoli. Non resurrezioni.” Fece un mezzo sorriso. “Non sono un chierico. Ma qualcosa in quell’oggetto scorre ancora … qualcosa che evidentemente sa riconoscere il giusto e il benevolo.” Il silenzio che seguì tra i due non era vuoto. Era valutazione reciproca.
Poi Dominique sospirò, ed annuì. Come se si fosse anch’egli tolto un peso da dentro l’anima che portava con sé da sempre. “La porterò come se fosse mia.” Disse, prendendo la lettera e sistemandosela nella tasca interna della giacca.
Non era un giuramento solenne. Era qualcosa di dolorosamente diverso, una premonizione forse. Il legno dello scafo vibrò leggermente: sul ponte si stavano dando gli ultimi ordini prima della partenza. Dominique si avvicinò alla porta.
“Quando tornerò … semmai tornerò …” Disse prima di uscire. “… spero che tu abbia trovato la strada per scovare Anteus e svolgere i tuoi doveri nell’Abanasinia. Lo spero davvero per te e … per Krynn.” E lasciò Kail solo nella cabina.
Il medaglione, sotto la tunica, si era fatto tiepido, ma Kail come al solito non sapeva se per via di un pericolo latente nell’aria o solo per un refolo di angoscia che portava nel cuore. Non sapeva spiegarlo, ma adesso riusciva a percepire l’ansia di Melas. Qualcosa sarebbe andato storto. Se lo sentiva sotto la pelle.