Un silenzio, denso e pesante gravava sull’aria, trasmettendo una frustrante sensazione di impotenza. Galeth fece un passo indietro, poi un altro, osservando la struttura divorata dalla vegetazione con crescente irritazione.”No. Non ha senso.” Kail non rispose subito. Fissava la “chiave degli uomini”, come se si aspettasse un segnale da un momento all’altro. Forse il fatto che ad inserirle non fossero state le razze corrispondenti aveva bloccato il meccanismo della porta? Se così fosse, erano spacciati: dove avrebbero mai trovato un nano in mezzo a quella palude? Eppure, questa spiegazione non convinceva il mezzelfo: non credeva che i sacerdoti che officiavano per conto delle tre stirpi dovessero necessariamente appartenere a esse. Sarebbe venuto meno il principio di fratellanza in nome di Paladine. E poi c’era la magia: un’energia divina che pareva sospesa, rimasta in attesa di qualcosa.
“Abbiamo fatto tutto ...” Insistette Galeth, la voce fattasi più tagliente. “… gli altari. Gli enigmi. Le chiavi …“ Fece un gesto vago verso le nicchie. “… sono lì. Sono attive. Cosa diavolo manca ancora?” Terren rimase immobile, spostando lo sguardo da un incavo all’altro. “Forse … forse non basta solo portarle qui.” Commentò a bassa voce. “E allora cosa? Dovevamo anche chiedere il permesso?” Sbottò il guerriero. Nessuno rispose e la tensione cresceva, palpabile. Galeth si passò una mano tra i capelli, frustrato. “Abbiamo anche perso un mare di tempo con quell’enigma dei nani ….” Borbottò. “Due che reggono e non vacillano. Sì, certo … le fondamenta ...” Lo disse con stizza, quasi a voler schernire quelle parole, scuotendo la testa. “… e per cosa?”
Un colpo profondo lo interruppe. Un suono sordo, come qualcosa che si assesta nelle viscere della terra. I tre rimasero congelati, mentre la nicchia dei nani vibrava. Il guerriero sbarrò gli occhi: “Avete sentito anche voi?” Kail si girò verso la pietra: una coltre di energia bluastra permeava ora l’incavo. “L’hai pronunciata.” “Cosa?” Terren fece un passo avanti, gli occhi fissi sulla nicchia. “La parola.” In un istante di silenzio, il mezzelfo capì. “Non è solo una soluzione … è … una chiave anche quella.” Galeth lo guardò confuso. “Aspetta. Stai dicendo che …” “Che non basta aver risolto l’enigma.” Intervenne Terren, con voce calma ma intensa. “… bisogna pronunciare la soluzione qui, davanti al Tempio. E ha senso.” L’elfo ai avvicinò lentamente alle nicchie, come se stesse ricomponendo un mosaico antico nella propria mente.
“Negli altari, gli enigmi erano prove. Filtri. Servivano a separare chi poteva officiare da chi non poteva. I sacerdoti conoscevano la Parola, perché essa rivelava la chiave custodita nell’altare che rappresentava una razza specifica presente su questo suolo sacro.” Kail annuì, comprendendo il disegno. “Ma questo non è un altare ...” “No …” Concluse Terren. “... questo è un Tempio. E qui, quelle parole così importanti vanno condivise.” Il silenzio che seguì non era più latore di caos e rabbia, ma di un’attenzione vibrante. Terren proseguì, più lentamente, scegliendo bene ogni sillaba. “Gli altari sono sacri per ciascuna razza. Ma separati. Custoditi. Questo luogo invece …” Sfiorò con lo sguardo la porta e le tre nicchie.“Questo luogo è stato costruito per riunirle.” Kail incrociò lo sguardo di Galeth, realizzando la portata di quella verità. “Quindi i sacerdoti non venivano qui come individui che officiavano per la loro stirpe, ma come rappresentanti di un popolo intero.”
Galeth corrugò la fronte, ancora scettico ma meno ostile. “E quindi?” Terren indicò la nicchia dei nani. “Quando hai detto “le fondamenta”, non hai solo risolto un enigma: hai dichiarato a tutti ciò che i nani sono.” Il senso cominciava pian piano a farsi strada nelle loro menti. Il mezzelfo abbassò lo sguardo sulla chiave degli elfi, poi tornò a fissare Terren. “Allora gli enigmi non sono domande … sono risposte.” Terren annuì e aggiunse piano: “E per aprire il Tempio devono essere pronunciate … o meglio, rivelate. Agli altri. A Paladine stesso.” Galeth espirò, stavolta senza livore. “Tutte e tre.” Kail fece un passo verso la seconda nicchia. “Due che si guardano ma non si toccano …” Declamò lentamente. Terren lo osservava in silenzio. “… solo chi comprende il vuoto li unisce … stanno tra le sponde …” La sua voce si fece ferma, carica di intenzione. “E le rendono una sola via.” Si prese un istante, poi sussurrò: “Il ponte.”
L’aria cambiò istantaneamente. Un suono armonioso si diffuse nello spazio, leggero ma profondo, come corde invisibili che vibrano all’unisono. La nicchia elfica si accese di una luce vivida; Kail vide la magia divina ricoprirla come un liquido denso e bluastro. Galeth annuì, ormai convinto. “Va bene. Sembra abbiate ragione.” Si voltò verso l’ultima. “Allora manca solo la nostra …” Sogghignò verso Kail, che ricambiò lo sguardo. “La tua.” Precisò il mezzelfo, con un accenno di sfida amichevole. Galeth sbuffò. “Sempre io, eh?” Si avvicinò, osservando la chiave e poi la porta. “Due guardiani immobili si innalzano uguali …” Mormorò. “… Tra loro nasce il passaggio …” Si fermò pensieroso, cercando le parole giuste nel profondo della memoria. “… Né dentro, né fuori …” Il mezzelfo lo guardava con un accenno di sorriso sulle labbra, ma non disse nulla per non spezzare la sua concentrazione. Il guerriero serrò la mascella, poi concluse: “… ma proprio lì, nel punto di mezzo, ti attende il passaggio.”
Terren inclinò appena il capo in segno di assenso. Galeth sollevò gli occhi. Non c’era più frustrazione, ora: solo una limpida chiarezza. “La soglia.” Il battito arrivò subito. Lento. Regolare. Vivo. Le tre nicchie risposero all’unisono. Le Fondamenta. La Soglia. Il Ponte. Per un istante, il Tempio parve trattenere il respiro. Poi la magia si liberò e la pietra della porta tremò. Non fu un movimento improvviso, né violento. Fu qualcosa di più antico, più profondo. Un fremito che sembrava nascere dall’interno stesso della struttura, come se il Tempio avesse trattenuto il respiro per secoli e ora, finalmente, lo stesse lasciando andare.
Poi venne il suono. Non uno schianto, ma un lento stridere di roccia contro roccia. Secco all’inizio, poi sempre più grave, raschiante, come un peso immenso che si spostava con riluttanza. La porta non si aprì verso di loro: si ritirò. Scivolò lateralmente, inghiottita dalla parete, rivelando un varco scuro che non rifletteva alcuna luce. Per un istante nessuno osò muoversi. Kail fu il primo a fare un passo avanti, ma si arrestò proprio sulla soglia, come se il suo stesso corpo riconoscesse un limite invisibile. L’aria che proveniva dall’interno era fredda, ma priva del sentore di morte della palude; emanava un’aura solenne, densa di una presenza vigile. Galeth si avvicinò, lanciando uno sguardo oltre il varco con un punta d’incertezza.
“Non dovremmo metterci molto ad esplorarlo.” Mormorò, più per soffocare il timore reverenziale che per reale convinzione. Terren non rispose. Aveva abbassato leggermente il capo, i muscoli tesi come la corda del suo arco; non stava osservando con gli occhi, ascoltava con l’anima. “E’ … qui.” Sussurrò. Non era una supposizione, era una certezza che gli vibrava nelle ossa. Galeth lo guardò per un istante, poi si voltò verso l’oscurità e oltrepassò la soglia. Il cambiamento fu immediato. Non fu la luce a mutare, perché dentro regnava il buio, ma la percezione stessa della realtà. I suoni della palude scomparvero, recisi di netto come da una lama invisibile. Nessun ronzio d’insetto, nessun gorgoglio d’acqua, nessun movimento. Solo un silenzio pieno, assoluto. Kail entrò subito dopo, seguito da Terren.
Per i primi passi, il Tempio sembrò confermare l’impressione iniziale: uno spazio contenuto, quasi modesto. Pareti vicine, soffitto basso, pietra scura segnata dal tempo. Il pavimento era leggermente inclinato, ma in modo così impercettibile da essere avvertito più dal senso dell’equilibrio che dalla vista. Poi l’incanto si spezzò. Una luce si accese lungo la parete. Una linea sottile, incisa nella pietra, si illuminò con un bagliore tenue, dorato. Subito dopo ne apparve un’altra. E un’altra ancora, più avanti, come se il Tempio rispondesse alla loro presenza, guidandoli nell’oscurità. Il medaglione di Kail sembrava quasi impazzito: attraverso di esso, ogni cosa gli rimandava un alone bluastro, accompagnato da una profonda sensazione di benessere e appagamento. In quel momento, il mezzelfo colse l’essenza della differenza tra la magia arcana e quella divina; intuì anche che, se si fosse trovato in un Tempio consacrato ad una divinità oscura anziché a Paladine, quelle percezioni sarebbero state tutt’altro che piacevoli. Si fermò un istante. “Non pare … abbandonato.” Disse piano. “Non lo è mai stato.” Rispose Terren. La sua voce era cambiata: più profonda, solenne, come se ogni parola lì dentro acquistasse un peso metafisico.
Proseguirono. Le luci continuavano a destarsi al loro incedere, mai tutte insieme, restando sempre un passo avanti a loro. Mentre avanzavano, l’architettura stessa cominciò a mutare e il corridoio a dilatarsi oltre ogni previsione. Quello che inizialmente pareva un breve raccordo si rivelò ora per ciò che era davvero: un ingresso monumentale, concepito non solo per accogliere, ma per scortare il pellegrino nel cuore del sacro. Il pavimento, di marmo bianco e levigato, rifletteva debolmente la luce dorata con una purezza che i secoli non avevano scalfito. I loro passi vi risuonavano sopra con un’eco secca, regolare, quasi rituale. Kail fu il primo ad accorgersene davvero. “Stiamo scendendo.” Disse, senza rallentare. Galeth abbassò lo sguardo, poi sollevò gli occhi lungo la linea del corridoio. “Non ci sono scale.” “No …” Rispose il mezzelfo. “… ma lo percepisco chiaramente.” Allargò le braccia, assecondando con il corpo la pendenza: un’inclinazione lieve ma costante, così precisa da sembrare voluta più che subita.
Poiché il Tempio non poteva esser stato eretto sotto una palude, quella pendenza significava una cosa sola: l’edificio vi era sprofondato. Terren sfiorò la parete con le dita, cercando conferma in sensazioni che solo lui pareva in grado di cogliere. “Kail ha ragione. Queste mura … forse proprio grazie alla loro impronta divina … non sono crollate …” Mormorò quelle parole con deferenza. “Hanno resistito alla Montagna di Fuoco e si sono adattate. Il Tempio è sopravvissuto fondendosi con ciò che avrebbe voluto divorarlo.” Proseguirono senza indugiare. Con il crescere della luce, i dettagli che prima si confondevano con la pietra iniziarono ad emergere: linee scolpite in motivi geometrici profondi e netti. Era architettura nanica. Solida, precisa, costruita per sfidare l’eternità.
Tra una sezione e l’altra, il marmo si arricchiva di elementi decorativi scampati all’inesorabile scorrere del tempo. Arazzi antichi, non grandi, non sontuosi, ma presenti, pendevano da nicchie nascoste, protette dalla pietra stessa. Le trame erano semplici, i colori smorzati ma ancora leggibili. Raffiguravano tre forme ricorrenti e intrecciate. Galeth si fermò davanti a uno di essi. “Questo … non è solo un fregio.” Kail si avvicinò. “No. E’ una rappresentazione sacra.” Le figure non riproducevano scene specifiche, ma i tre simboli, le tre chiavi che i compagni avevano imparato a conoscere fin troppo bene. Tre elementi che si richiamavano senza mai sovrapporsi del tutto: Le Fondamenta. Il Ponte. La Soglia.
Terren, tuttavia, aveva gli occhi altrove. “Guardate quelle iscrizioni.” Disse asciutto. Le incisioni comparvero lungo le pareti del corridoio con una discrezione quasi reverenziale, fuse nella pietra come se fossero state sempre lì, in attesa di sguardi capaci di decifrarle. Non seguivano un unico stile, né un’unica lingua. Kail si accostò alla più vicina, rallentando fino a fermarsi; il riverbero luminoso sembrava scivolare nei solchi, rendendoli vivi. I caratteri erano chiari, familiari, scolpiti con una semplicità che non aveva bisogno di ornamenti per essere compresa. Il mezzelfo li seguì con lo sguardo, uno ad uno, lasciando che il suono si formasse nella sua mente prima ancora che sulle labbra. “Paladine.” Pronunciò infine, a bassa voce, leggendo la Parola scritta nella lingua degli uomini. Essa non rimbalzò nel corridoio come le altre. Sembrò invece posarsi, trovare il suo posto naturale tra quelle pareti.
Poco più avanti, un’altra iscrizione attirò l’attenzione di Terren. L’elfo si fermò senza esitare. Le linee qui erano diverse: più sottili, armoniose, fluide. Non incise con forza, ma tracciate con una grazia che ricordava più un gesto che un atto meccanico. Il ranger sollevò una mano tremante, fermandosi a un soffio dalla superficie. I suoi occhi si mossero lungo i tratti, riconoscendoli non solo come lettere, ma come forma, ritmo, intenzione. “E’li.” Enunciò. La Parola scivolò nell’aria con naturalezza, leggera eppure densa di significato. Galeth si avvicinò ai due, osservando prima una, poi l’altra iscrizione con un’espressione incerta. “Laggiù ce n’è un’altra, ma non riesco a leggerla. Scommetto sia nanico.” Lì, la pietra cambiava ancora. Le incisioni sembravano solchi, le linee dritte, angolari, quasi scolpite con colpi decisi, violenti. Non c’era grazia in quella scrittura, né semplicità; solo durezza e solidità.
Il guerriero strinse appena gli occhi, poi scosse la testa. “Io non ci capisco niente.” Terren si mosse verso l’iscrizione senza dire una parola. La osservò per qualche istante, lasciando che lo sguardo si adattasse a quella forma così pesante, così essenziale. Poi annuì leggermente. “Thak.” La Parola si impose in maniera più grave delle altre. Non meno sacra, ma diversa: massiccia, radicata. “Il Drago di Platino in lingua nanica …” Concluse l’elfo. Galeth espirò piano. “Tre nomi …” Sussurrò. “… e tutti appartengono allo stesso dio.” Terren si voltò verso di lui. “Tre modi diversi di riconoscerlo, di comprenderlo … non solo di chiamarlo.” Kail rimase in silenzio, lo sguardo ancora fisso sulle incisioni. Tre nomi. Tre lingue. Tre identità. Ma un solo Tempio. Un evento incredibile e irripetibile, per quanto ne sapesse.
Ripresero a camminare. Il corridoio continuava a scendere, con un’inclinazione impercettibile ma costante, e con essa cresceva la loro consapevolezza. “Da fuori non si intuisce nulla di tutto questo …” Osservò Kail. “… nemmeno lontanamente.” Galeth annuì. “Se questo è solo l’ingresso …” Lasciò volutamente la frase in sospeso, quasi temesse di darle voce. “Allora il resto è ancora più in basso.” Aggiunse Terren, completando il pensiero dell’amico. Tuttavia, il guerriero non avrebbe voluto sentire quella conferma; stava cercando di immaginare l’immensità della struttura, ma l’idea di doversi calare ancora di più nelle viscere della terra lo inquietava. Deglutendo per il nervosismo, Galeth affrettò il passo per restare vicino a Kail.
Il suono dei loro passi si fece più pieno, l’eco mutò, come se l’ambiente si stesse aprendo. Davanti a loro, stava cambiando. Le luci si accendevano con una frequenza maggiore, come rispondendo ad un’urgenza diversa: non reagivano più solo al loro passaggio, ma alla soglia che stavano per raggiungere. E poi lo videro. Non era una porta, ma un arco. Ampio, scolpito nella stessa pietra chiara del corridoio, ma più alto e solenne. Le sue linee fondevano i tre stili incontrati lungo il cammino: la solidità nanica alla base, l’eleganza elfica nella curva e quella linea sottile, quasi invisibile, che rappresentava lo spirito di adattamento della razza umana.
Oltre l’arco, anche la luce pareva trasformarsi. Non era più un riflesso dorato, ma una luminosità diffusa e vibrante. Kail rallentò d’istinto. Galeth fece un altro mezzo passo avanti, poi si fermò, attendendo la decisione del mezzelfo. Anche Terren si arrestò, in silenzio. Per la prima volta da quando erano entrati, né Kail e né l’elfo si sentirono pronti a procedere. Fu allora che il guerriero, con una semplicità disarmante, varcò l’arco per primo. Lo fece con una naturalezza tale da far sembrare che fosse nato per quel momento. Incoraggiati dal suo gesto, i suoi amici lo seguirono. Non ci fu alcun suono questa volta, nessun movimento della pietra; solo un mutamento sottile, quasi impercettibile, eppure netto. Come se, nel momento stesso in cui Galeth varcò la soglia, qualcosa si fosse chiuso alle sue spalle e qualcos’altro si fosse spalancato innanzi a lui. Il guerriero si fermò appena oltre l’arco. Non per esitazione, ma per necessità.
Lo spazio che si dispiegava oltre non era più un corridoio, ma una sala vasta, raccolta nella sua stessa grandezza e interamente rivestita di marmo bianco. Le pareti si allargavano fino a formare un ambiente che superava ogni aspettativa: centinaia di metri di superficie levigata e ordinata, frutto di una precisione che non lasciava spazio al caso. Le luci qui non si limitavano a guidare; esse illuminavano come una sorta di benedizione. Scaturivano dalle giunture del pavimento e lungo le pareti, diffondendo un chiarore morbido, costante, privo di una fonte visibile. Non era luce naturale, né magica. Era una presenza. Kail entrò subito dopo, rallentando senza rendersene conto. Il suono dei suoi passi si fece più pieno, più profondo, come se lo spazio stesso lo accogliesse e lo amplificasse. “Questo proprio non me l’aspettavo …” Bisbigliò Galeth, poco più avanti. Terren fu l’ultimo ad entrare. Si fermò non appena varcata la soglia, i suoi occhi mossi da una lentezza rituale. Non stava semplicemente osservando; stava riconoscendo qualcosa di atavico.
Kail rimase immobile, lo sguardo rapito da un riverbero blu elettrico che danzava tra le pareti e il pavimento, scivolando fin dentro le nicchie che scandivano il perimetro della stanza. Erano incavate nella pietra, regolari, profonde il giusto per accogliere una persona. Alcune erano al livello del suolo, altre leggermente rialzate. Nessun ornato, nessuna decorazione. Sembravano inginocchiatoi o sedili di una sagrestia spogliata di tutto il superfluo. “Non è una sala di passaggio.” Esordì Kail, a mezza voce. Galeth seguì il suo sguardo, avvicinandosi ad una delle nicchie. Si chinò appena, studiando la superficie interna, poi il bordo levigato. “No … qui la gente si fermava. Aspettava.” Terren avanzò infine con solennità. “Non solo …”Le sue dita sfiorarono il marmo accanto a una nicchia, fermandosi su una linea incisa. “… pregava … si preparava.” Kail sollevò lo sguardo e le vide. Le iscrizioni non erano esposte come nel corridoio; non accompagnavano il passaggio, lo definivano.
Erano distribuite sopra le nicchie, tra l’una e l’altra, come se ogni centimetro di spazio fosse stato pensato per contenere una parola, e ogni parola per essere pronunciata nel silenzio. Il mezzelfo si avvicinò ad una di esse. Le lettere erano familiari, ma prive della semplicità incontrata prima: erano ampie, deliberate. Un invito, più che un messaggio. Lesse lentamente, lasciando che ogni parola trovasse il proprio peso. “Se giungi qui senza menzogna, non temere ciò che verrà pronunciato.” Si fermò, turbato. Galeth si era già spostato davanti ad un’altra iscrizione, attendendo che qualcuno lo aiutasse a tradurre. Terren lo affiancò prontamente, osservò i segni e declamò a voce bassa: “Colui che cerca il suo sguardo, offra prima la verità.” Il silenzio si fece denso.
Kail si spostò ancora, seguendo la linea della parete finché non scorse un’ultima incisione, quasi all’altezza delle ginocchia. “Se hai avuto il coraggio di passare, non chiedere assoluzione, ma comprensione.” Chiuse gli occhi per un istante. Fu allora che capì. Non tutto, non ancora, ma abbastanza. La soglia non era solo un semplice accesso fisico; non era solo l’ingresso al Tempio o a quella sacra anticamera. Era ciò che permetteva di essere lì. Il mezzelfo si voltò appena verso l’arco alle sue spalle. Da quella parte c’era il corridoio: le fondamenta, la costruzione, la forma. Da questa, la scelta. Non quella di entrare, ma quella di esporsi. Esporsi al Suo Sguardo.
Abbassò gli occhi sulle nicchie. Persone inginocchiate, sedute, immerse nel silenzio dell’attesa. Il medaglione non gli stava mostrando visioni nitide come era accaduto con gli spettri a Raven’s Shadow Keep, eppure la loro eco era palpabile. Non erano lì per ricevere una sentenza, ma per cercare lo sguardo di Paladine. “Non venivano qui per essere giudicati.” Disse lentamente. Galeth aggrottò la fronte. “E per cosa allora?” Kail esitò, cercando le parole giuste. “Per essere visti veramente. Per mettersi a nudo innanzi a Lui.” Terren lo fissò senza intervenire: intuiva che il compagno aveva colto il punto. “Se fosse stato solo giudizio ... sarebbe bastato un sacerdote …” Proseguì con voce più ferma, indicando le scritte. “… ma questo … questo è diverso.” Galeth incrociò le braccia, riflettendo. “Quindi venivano qui perché non si fidavano del giudizio degli uomini?” “O perché quel giudizio, in alcuni rari casi, non bastava.” Rispose Terren secco.
L’elfo si fermò accanto ad una nicchia, osservandola come se potesse ancora percepire il legame spirituale tra chi aveva pregato e il dio che lo ascoltava. “Chi entrava qui …” Continuò, scosso da un improvviso fervore. “… accettava di esser visto per ciò che era. Senza difese. Senza parole inutili.” Kail annuì lentamente. Fu allora che il pensiero sfuggente, quel ronzio che lo tormentava da ore, prese finalmente forma: se i nani costruivano e gli elfi univano, gli uomini erano coloro che sceglievano. Non per superiorità di forza e saggezza, ma per l’innata capacità di varcare una soglia senza forzare la propria natura. Era la loro dote principale, o almeno così appariva agli occhi di Paladine. Il Dio, pur non avendoli creati per primi, aveva riservato loro un ruolo fondamentale: il compito di mantenere l’equilibrio anche nelle situazioni più buie, alimentando il lume della speranza. Il mezzelfo rimase ancora un istante immobile, lo sguardo sospeso tra nicchie ed iscrizioni, mentre quella consapevolezza si assestava dentro di lui.
“Gli uomini smuovono le cose”, non era un dogma, ma una direzione ontologica, un moto esistenziale. Mentre lo riconosceva, qualcosa nella sua anima vibrò all’unisono con quel pensiero. Un impulso irresistibile gli fece sollevare il capo, non verso le pareti, ma oltre. Verso la Luce. Non era il bagliore dilatato della sala, ma una tonalità fredda, profonda, che filtrava da un punto preciso davanti a loro. In quell’istante, il corpo di Kail si mosse d’istinto. Senza dire nulla, iniziò ad avanzare, lasciandosi alle spalle il marmo levigato e le parole incise. I suoi passi ripresero a risuonare, stavolta con un ritmo deciso, quasi marziale.
Galeth li aveva preceduti. Si era fermato a pochi passi dalla grande apertura che dominava la parete nord. Non stava studiando la porta, ma le proporzioni dell’ambiente, le linee della pietra, quasi faticasse a metabolizzare la magnificenza che lo sovrastava. Era arrivato per primo, ma sarebbe stato l’ultimo a comprenderne il significato. Kail gli si affiancò. Solo allora vide l’apertura, non come un dettaglio, ma come un richiamo assoluto. L’arco si slanciava verso l’alto con precisione millimetrica, fondendo la solidità della base con una curvatura che sembrava annullarne il peso. Era vasto, capace di lasciar passare qualcosa di molto più grande di un uomo. La sua metà elfica riconobbe l’armonia delle linee, l’equilibrio, la bellezza costruita con intenzione. Era una forma pensata per essere giusta e allo stesso tempo incredibilmente bella. Avrebbe passato ore solo a contemplarne l’impeccabile, straordinaria geometria.
Eppure, non fu la meraviglia a spingerlo a muoversi. Fu altro. Qualcosa di più diretto, più semplice: la sua parte umana. Il suo sguardo si posò sulla soglia, su quella linea precisa dove il marmo cambiava tono, dove la luce dorata lasciava spazio a quella sfumatura azzurrina che filtrava dall’interno e che solo lui riusciva a vedere. Avanzò con l’intento di attraversarla, ma poi si fermò poco prima. Il riflesso bluastro, quasi fisico, gli sfiorò i piedi, come un respiro trattenuto. Inconsciamente, Kail portò la mano al petto. Il medaglione ardeva, ma infondendo sollievo, non dolore. Non era la reazione vaga sentita tra gli altari o lungo il corridoio; qui l’impulso era direzionale, preciso. Puntò gli occhi verso l’interno del varco, ma era come se non riuscisse davvero a mettere a fuoco ciò che c’era oltre. E fu allora che l’intuizione lo folgorò: “E’ qui …” Disse piano. Galeth lo guardò quasi preoccupato. “Che … che cosa?” Il mezzelfo non distolse gli occhi dalla luce. “La fonte. La fonte di tutto.”
Fece un piccolo gesto con la mano, come a indicare tutto ciò che li circondava. “Quello che abbiamo sentito … fuori, negli altari … e ora qui dentro ...” Scosse appena il capo. “… non è diffuso … non è ovunque.” Inspirò profondamente. “Parte da lì … ed è come se stesse valutando se permetterci di guardare oltre o meno.” “Oppure sta solo aspettando le nostre scelte.” Terren finalmente li raggiunse. Sul suo volto non c’era traccia di sorpresa, ma una consapevolezza che confermava le intuizioni di Kail. Il mezzelfo abbassò fugacemente gli occhi sul ciondolo nascosto: non stava reagendo alla magia divina. La stava assecondando, come un respiro che si armonizza con un altro.
Mentre si avvicinavano allo stipite, le iscrizioni apparvero improvvisamente lungo la pietra come scie di luce. Dichiarazioni, non semplici frasi. Kail individuò la lingua comune e lesse a voce rotta: “Se varchi questa soglia … fa che il tuo cuore non conosca menzogna.” Il silenzio che seguì fu pesante. Quelle parole, così solenni, rimasero sospese sulle loro teste come macigni. Galeth incrociò le braccia, osservando la linea incisa. “Quindi non basta entrare e arrivare alla fonte della magia divina. Bisogna rinunciare ai propri segreti.” “Esattamente …” Intervenne Terren, avvicinandosi un poco. I suoi occhi obliqui scorsero altre iscrizioni, più sottili, più articolate. “… qui non si entra per caso.”
Si fermò accanto alla scrittura elfica, e la lesse a voce bassa. “Porta con te solo ciò che è vero, o nulla ti verrà restituito.” Si concesse una pausa intensa, poi disse piano: “Queste parole non ammoniscono solamente. Obbligano le persone che entrano a rivelarsi.” Galeth corrugò la fronte. “Uhm … non so se ne ho intenzione. Voglio dire, capisco che fosse necessario per la funzione che questo Tempio aveva un tempo. Ma adesso? Che beneficio trarremmo nel mettere a nudo la nostra anima, gli uni con gli altri?” L’elfo non rispose, spostandosi verso le incisioni naniche. Le linee più dure richiesero qualche attimo in più per essere comprese, ma il senso alla fine emerse chiaro. “Ciò che è saldo non teme lo sguardo lungo della verità.”
Terren non guardò il guerriero, limitandosi ad appoggiare lo sguardo oltre la soglia. “Non abbiamo idea di cosa ci aspetti oltre quest’arco. Di una cosa però sono certo: qualunque fardello porterai nel cuore dopo aver attraversato quel limite ...” Mormorò, lasciando che le parole vibrassero nell’aria pesante. “… non dovrà rimanere nascosto, se desideri che E’Li ti veda.” Il mezzelfo sentì vibrare per un attimo il suo magico pendente, come a sottolineare la verità assoluta di quelle parole. “Non importa se dentro conservi un segreto, una menzogna … o una verità trattenuta …” Aggiunse l’elfo, voltandosi finalmente verso di loro. “… una volta oltre quel limite … sarai costretto ad esporti.” Galeth espirò piano, spostando il peso del corpo da un piede ad un altro. “Vogliamo davvero spogliarci di ogni segreto? Davanti a un Dio poi? Siamo sicuri che ne valga la pena?” Il guerriero fissò il mezzelfo, quasi a caccia di una via d’uscita.
Kail colse immediatamente l’angoscia celata in quegli occhi. Ora che aveva condiviso il proprio fardello con lui e Terren si sentiva più leggero, ma capiva che il guerriero temeva di dover fare lo stesso. Gli strinse la spalla in un gesto di silenziosa solidarietà. “Non abbiamo scelta, amico mio. La gemma che portiamo con noi è un male troppo grande e questa incombente guerra, lo abbiamo capito, divorerà ogni cosa. Dobbiamo fare la nostra parte.” Galeth lo guardò di sguincio, l’amarezza a increspargli i lineamenti. “Anche se dovessi rinunciare ad un pezzetto della mia anima? Magari proprio a quella parte che mi spaventa di più … quella di cui non avrei mai voluto parlare, nemmeno a te?”
Kail esitò, intuendo solo in quel momento quanto fosse profonda la voragine nel passato di Galeth. Poi tornò a fissare l’arco. Al di là della soglia, una luce blu pulsava ritmica, distorcendo la realtà come il riverbero del calore che sale dalla pietra arsa, rendendo ogni contorno sfocato e inconsistente. Senza staccare gli occhi da quel varco, rispose con voce ferma: “Rinuncerei a tutto pur di riportare indietro da questo viaggio ciò che ci serve: armi, alleati, una strategia per vincere. I miei segreti non valgono più delle vite degli innocenti nei villaggi razziati o dei morti abbandonati sui campi di battaglia. E nemmeno i tuoi. Ne sono certo.” Galeth abbassò gli occhi, sconfitto dalla logica brutale del compagno.
Terren non aggiunse altro, ma il suo sguardo si fece cupo. Se quel luogo era rimasto intatto, se era sopravvissuto persino alla furia della Montagna di Fuoco, allora ciò che li attendeva oltre quella soglia non era solo antico. Era presente. In quanto elfo, lui non poteva temere lo sguardo di Paladine; l’avrebbe accolto con gioia. Accennò un sorriso, poi fece per muoversi, ma i muscoli non risposero. Nonostante il fervore e l’entusiasmo a ll’idea di sfiorare, anche solo per un istante, la volontà di E’Li, un dono incommensurabile per la sua gente,restava inchiodato sul posto. Era come se quell’arco, maestoso e ultraterreno, lo avesse stretto in una mora invisibile, ipnotizzandolo. Kail, un passo avanti a lui, sembrava meno impacciato, meno condizionato dalla volta lucente, ma comunque intimorito. Fu allora che Galeth, dopo averli osservati per un breve attimo, scrollò le spalle e attraversò la soglia.
Non accadde nulla di visibile. Nessun suono, nessuna scossa, nessuna reazione della pietra. Eppure, nel momento esatto in cui il suo piede toccò il marmo oltre il varco, qualcosa cambiò. Kail lo percepì subito: il medaglione stava reagendo in maniera diversa; come se, invece di captare la magia, stesse emettendo un richiamo, segnalando la propria presenza a quel luogo ancestrale. Terren tremava dietro il mezzelfo. “Dobbiamo andare, Terren. Dobbiamo seguire Galeth. Possiamo farcela. Forza!” Kail strinse i pugni e si concentrò sul guerriero, che nel frattempo aveva fatto un altro passo, poi un altro ancora. Con un estremo sforzo di volontà, lo seguì, trascinando con sé l’elfo rimasto imbambolato; solo grazie alla presa di Kail, Terren riuscì finalmente a varcare la soglia.
La sensazione al passaggio fu immediata. Non una pressione o un peso, ma una chiarezza improvvisa, quasi disarmante. Come se l’aria stessa fosse diventata più limpida, sottile, incapace di nascondere alcunché. Per un istante ebbero la netta percezione di essere osservati. Quando Terren oltrepassò il limite si fermò di colpo, paralizzando anche il mezzelfo. Sollevò gli occhi e Kail seguì il suo sguardo. Allora entrambi lo videro davvero: il Tempio di Paladine. Non era una porta di pietra semisepolta in una palude, né un corridoio, o una sala incisa con caratteri elfici. Era uno spazio immenso. Una vastità che si estendeva davanti a loro apparentemente senza limiti, sfuggendo a ogni misura immediata. Agli occhi di Kail il pavimento, lucido come acqua immobile, rifletteva la luce azzurrina della magia divina proveniente da un punto lontano, ancora invisibile, trasformandola in un velo continuo che si perdeva in profondità.
E le colonne. Non a decine, ma a centinaia. Si innalzavano lungo tutto lo spazio, disposte con una regolarità armonica, figlia di una logica più antica di quella degli uomini, dei nani o degli elfi. Erano bianche, possenti, scolpite con la solidità tipica dell’opera nanica e rifinite con una grazia che solo una mano elfica poteva imprimere. Kail fece qualche passo avanti, lentamente, finché raggiunse Galeth. Il guerriero sembrava smarrito, come chi si è perso in un luogo troppo vasto per trovare punti di riferimento. Il mezzelfo lo guardò, ma Galeth appariva ancora frastornato. “Ehi, Galeth … tutto bene?” “Eh? Si … si. Tutto bene. Ti seguo.” Nel frattempo Terren, ripresosi con inaspettata rapidità, li affiancò e li superò, iniziando ad esplorare l’immenso salone con passi cauti.
Ogni colonna raccontava una storia. Non erano semplici fregi decorativi, ma cronache incise nel tempo. Terren si avvicinò alla prima che incontrò, con lo sguardo catturato dai rilievi che ne percorrevano l’intera altezza. La pietra pareva pulsare di vita propria: figure, linee e simboli si intrecciavano in una narrazione continua. Il firmamento. Le stelle erano incastonate nella roccia con una precisione quasi soprannaturale, e tra esse, spiccavano due presenze dominanti: una forma maestosa, armonica che si dispiegava come un drago di luce e un’altra, più vasta e inquietante, un’ombra a più teste che incombeva sul mondo. Paladine e Takhisis. Terren non disse una parola, ma il suo sguardo tradiva il peso di quel riconoscimento.
Galeth, intanto, si era spostato oltre, quasi cercasse qualcosa di solido a cui aggrapparsi, per non annegare in tutta quella sacralità che gli annebbiava l’anima. Kail lo raggiunse e si trovò davanti a una scena radicalmente diversa. Una montagna scolpita a forma di teschio, le sue orbite vuote dominavano un campo di battaglia martoriato. Attorno ad essa, si accalcavano orde di creature: goblin, hobgoblin, orchi, e al centro svettava una figura avvolta in vesti scure e pervasa da un potere terribile. Le sue mani erano sollevate verso uno squarcio nella realtà stessa: un portale a cinque teste, l’accesso per l’Abisso. Kail rabbrividì al pensiero che la gemma custodita nel suo zaino fosse un frammento di cristallo nato proprio in quel luogo di tenebra assoluta. “Skullcap …” Sussurrò Galeth, più a sé stesso che al compagno.
Si riunirono e proseguirono. Nonostante non vi fosse un ordine prestabilito, il loro cammino sembrava guidato da una volontà invisibile. Ogni passo li conduceva a una nuova colonna, a un nuovo frammento di storia. Un esercito in marcia, poi quello stesso esercito spezzato, travolto da creature immani dalle ali spiegate e le fauci spalancate: draghi. Non uno, ma stormi interi e di ogni colore. Galeth serrò la mascella, osservando le sagome di uomini, elfi e nani falciate senza pietà. “Non bastavano …” Disse a bassa voce. Kail non rispose; sapeva fin troppo bene che contro quella furia il coraggio da solo non poteva nulla. Andarono oltre, finché non trovarono, poco distante, l’epilogo di quella cronaca di pietra.
La colonna si distingueva dalle altre, non per le dimensioni, ma per ciò che raccontava. Raffigurava un drago d’argento dalle ali spiegate e, in groppa, un cavaliere di Solamnia. Era biondo, dai baffi lunghi e folti, inciso con una cura meticolosa, quasi reverenziale. Non era un’immagine idealizzata, ma profondamente umana. Kail si avvicinò lentamente. Il cavaliere impugnava una lancia: non un’arma comune, ma una picca dorata, che sembrava esplodere di magia divina. Lunga, slanciata, diversa da qualsiasi cosa avessero mai visto. Di fronte a lui, una figura immensa a più teste si contorceva nel calore dello scontro. Al Suo confronto, l’Idra della palude appariva come una bambola di pezza nelle mani di un bambino.
Il cavaliere era Huma. La divinità che stava affrontando, Takhisis. I loro nomi non erano incisi sulla pietra, ma non ce n’era bisogno: chi, tra i popoli liberi, non conosceva quella storia? Era la fonte di ispirazione per le mille battaglie impari che si sarebbero combattute nei secoli a venire. Galeth rimase in silenzio, lo sguardo ipnotizzato dalla scena. “Sono davvero loro?” Mormorò, quasi temesse di spezzare l’incanto. Terren annuì appena, solenne. “Chi non conosce la leggenda di Huma? Sono cresciuto con questi racconti.” Commentò Kail, distogliendo a fatica l’attenzione dalla colonna. “Forse dovresti guardare meglio allora …” Suggerì Terren, senza distogliere lo sguardo dai rilievi. “Che intendi?” “Non cercavi forse armi, alleati o strategie per vincere?” Insistette l’elfo. “Quelle mi sembrano armi piuttosto adatte.”
Kail aguzzò la vista. Non perché i bassorilievi fossero poco chiari, ma perché non aveva pensato a una simile soluzione. Suo padre, e praticamente ogni cavaliere sotto il suo comando, conoscevano a memoria il mito di Huma: il coraggioso eroe che aveva osato affrontare e sconfiggere la Regina Oscura direttamente su Krynn, in sella al suo drago d’argento. Ma di quelle armi, di quelle lunghe lance lucenti, aveva solo sentito parlare in canti e ballate. Se esistesse davvero un modo per ritrovarle, allora Terren aveva ragione: le forze del Bene sarebbero diventate quasi invincibili. Ma dove iniziare a cercare in quell’infinità di colonne? Ancora una volta fu Galeth a richiamare l’attenzione del gruppo. “Ehi, venite a vedere qui.” L’indice del guerriero puntava un dettaglio in una scena adiacente.
Una forgia e un martello ricoperto di rune, di inconfondibile fattura nanica, poggiato su un’imponente incudine. Di fianco, una figura massiccia e solida impugnava lo stesso martello sollevandolo verso l’alto. Il colpo sembrava sospeso nel tempo, colto nell’atto eterno di dare forma a ciò che non era ancora compiuto. Poco più sotto, un altro frammento di storia: un uomo, forse lo stesso di sopra, con un arto artificiale al posto del braccio destro. Non carne, ma argento puro. E, ancora più in basso, una lancia appena forgiata. Completa. Perfetta. Kail sentì il medaglione sul petto pulsare con improvvisa intensità, un battito bollente in sintonia con la pietra. “Queste …” Sussurrò Terren, con la voce rotta dalla meraviglia. “… sono le armi che hanno spezzato il potere della Regina Oscura. Io non ero ancora nato, ma mio padre me ne parlò come strumenti benedetti da E’Li in persona.”
Kail schioccò le labbra, pensieroso. “Se non riusciremo a trovare le lance usate dai cavalieri nella battaglia di Huma, forse recuperare questo martello e lo strano arto d’argento potrebbe aiutarci a forgiarle di nuovo.” Terren annuì con gravità. “Le scene parlano chiaro. Purtroppo, nemmeno gli elfi sanno che fine abbiano fatto questi artefatti. Di che natura siano realmente, chi li abbia creati, e, soprattutto, se possano essere ancora rintracciati.” Il silenzio che calò su di loro fu tagliente. Fu Galeth a riportare un briciolo di ottimismo. “Beh, sapere in che modo Huma e i Cavalieri di Solamnia sconfissero Takhisis, e come furono create le armi che concessero loro tale privilegio, mi sembra già un enorme successo. No?” Kail guardò l’amico e gli sorrise; Galeth non aveva torto. Il mezzelfo si avvicinò al bassorilievo e allora la notò: una grossa runa, in mezzo alle tante che aveva, incisa sul martello poggiato sull’incudine. Domandò a Terren se potesse usare uno dei suoi fogli per ricalcare o disegnare quella runa e il braccio d’argento del fabbro. L’elfo annuì e dedicò diversi minuti a riprodurre con precisione i dettagli che l’amico gli aveva indicato. Quando si ritenne soddisfatto, i tre ripresero il cammino.
Proseguirono per diverse decine di metri, zigzagando tra le colonne. Sebbene le vedessero solo di sfuggita, quelle pietre raccontavano pezzi di storia strordinaria: una mostrava draghi metallici, luminosi, colti nell’atto di risvegliarsi e spiegare le ali; un’altra mostrava una figura solitaria seduta tra pile infinite di pergamene e libri, circondata da scaffali che sembravano perdersi nel soffitto. Quando la notò, Galeth si fermò bruscamente. Il suo sguardo si fece intimo, quasi malinconico. “Palanthas …” Mormorò. “… la Grande Biblioteca.” Terren lo fissò sorpreso. “La conosci?” “Abbastanza da sapere chi sia lui … Astinus. Avrei dato qualunque cosa per …” Galeth lasciò la frase in sospeso. Kail abbozzò un sorriso amaro, conoscendo bene i trascorsi dell’amico, poi tornò ad osservare la figura incisa. Colui che osserva. Colui che registra. Un personaggio tanto misterioso quanto leggendario.
Andarono oltre. Il cammino tra le colonne si fece lungo; mai monotono, ma abbastanza esteso da far perdere loro il senso del tempo. Ogni passo calpestava un frammento della vita di Krynn, ogni sguardo era una rivelazione. Poi, lentamente e senza che nessuno dicesse una parola, l’aria intorno a loro iniziò a mutare. Non stavano più solo osservando, stavano cercando una fonte. Una sorgente di magia divina capace di scorgerli, trovarli e trarli in salvo. Kail notava come il pavimento riflettesse quella azzurra in modo sempre più vivido, un riverbero che si intensificava ad ogni metro. Le colonne iniziarono a diradarsi, svelando lentamente l’ampiezza dello spazio dinanzi a loro. Poi si fermarono. Non per un ostacolo, non per timore, ma perché oltre l’ultimo filare di pilastri, si ergevano tre figure immense. Scolpite nella pietra, eppure vibranti di una presenza viva. Tre Guardiani. Erano colossali, maestosi: corpi leonini, sormontati da teste che fondevano tratti draconici regali. I loro sguardi erano fissi verso l’ingresso, là dove i tre compagni erano venuti. Custodi silenziosi, inamovibili, eterni. Attraverso il suo pendente, Kail percepiva chiaramente che erano loro la fonte inesauribile di tutta la magia divina nel Tempio.
Oltre i Guardiani, appena distinguibile, si intravedeva un rialzo, forse un altare, e dietro di esso, tre seggi. Kail, Terren e Galeth avanzarono all’unisono. I loro passi, inizialmente cauti, si fecero inevitabili quando le colonne sparirono del tutto, lasciandoli soli al cospetto di quelle sentinelle titaniche. Il mezzelfo sentiva il medaglione di sua madre fremere, quasi impazzito: ogni centimetro guadagnato verso la sorgente sembrava far implodere l’artefatto. Ormai, ai suoi occhi, ogni cosa, persino i suoi amici, appariva intrisa di quel torrente di luce blu che inondava la sala. Si arrestarono di nuovo. Le tre statue torreggiavano su di loro. Galeth trattenne il respiro, colto dall’improvvisa certezza che qualcosa fosse mutato in esse. Non nella pietra, ma negli sguardi. Le teste draconiche, scolpite con una precisione quasi irreale, non puntavano più verso l’ingresso: erano rivolte verso di loro. “Avete … visto?” Mormorò il guerriero, senza distogliere gli occhi.
Terren non rispose. Lo aveva visto, e sentiva di più: un peso sottile, come se qualcosa lo stesse scrutando dall’interno. L’elfo fece un piccolo passo indietro. “Non … sono statue.” Kail deglutì a fatica. Il suo sguardo corse tra i Guardiani. Si soffermò su quello alla destra, poi su quello centrale: in entrambi percepiva una presenza sacra, eppure distinta. Una direzione. Una scelta. Era come se quelle entità lo stessero sezionando, analizzando le singole parti della sua anima. Ma fu quando fissò il Guardiano di sinistra che la verità lo investì. Quella figura non si muoveva, non mostrava la scintilla vitale degli altri due. Eppure, era proprio da lei che scaturiva la luce più accecante, un fulgore che feriva la vista. Il mezzelfo capì: non era la statua ad essere inerte, era lui a non poter creare un legame con essa. I Guardiani non guardavano i corpi, ma la natura intima dei pellegrini.
I primi due riflettevano la sua duplice essenza, la natura umana e quella elfica; il terzo restava gelido e indifferente: un guscio di luce e pietra reso inaccessibile dall’estraneità alla sua stirpe. Il medaglione divenne talmente caldo che, ad un tratto, si spense, sopraffatto da quell’eccesso di magia ancestrale. “Terren, Galeth … sono loro.” Indicò Kail, la mano che tremava. “Cosa?” Chiese piano Galeth, voltandosi verso di lui con cautela. “La fonte di tutta la magia divina.” Rispose il mezzelfo, senza riuscire a staccare gli occhi dai Guardiani. Fece un passo avanti, quasi in trance. “Non proviene dal Tempio ...” Un altro passo. “… è il Tempio che è stato costruito … intorno a loro.” Il silenzio si fece improvvisamente più profondo. E poi, per tutti e tre contemporaneamente, arrivò la chiamata. Non un suono, non una voce udibile, ma un imperativo che si impose nella mente. Diretto. Inevitabile.
“Io sono il Custode.” Si irrigidirono all’istante. Non avevano sentito con le orecchie, eppure sapevano. Quella voce interiore, non apparteneva ad un solo Guardiano, ma scaturiva da tutti e tre come un accordo perfetto. “Questo luogo non accoglie chi cela sé stesso agli altri. Poiché in tre siete venuti, in tre verrete osservati. Insieme.” Il ciondolo di Kail ebbe un debole fremito, poi tornò gelido. Galeth serrò gli occhi, ma fu inutile: la presenza era già penetrata oltre le sue difese. Terren, invece, restava immobile, con un accenno di sorriso dipinto sulle labbra, quasi godesse di quel contatto divino.“Se il vostro cuore resisterà alla menzogna; se i segreti che celate a chi vi accompagna cadranno sotto i colpi della verità, allora sarete visti davvero.” Quelle non erano minacce, ma constatazioni.
Kail sentì il cuore accelerare. Forse era stata una fortuna aver già parlato dell’artefatto che portava al collo ai suoi amici; in quel momento, la sincerità assoluta appariva come l’unica scialuppa di salvataggio. Davanti a quegli sguardi divini, credeva di non aver altro da condividere. O forse si sbagliava? Accanto a lui, il respiro di Galeth cambiò ritmo, facendosi nervoso. Il mezzelfo sapeva cosa questo avrebbe comportato per il guerriero. Lanciò una fugace occhiata a Terren, ma non sentì di doversi preoccupare troppo per lui: dopotutto era un elfo, quel luogo era casa sua. “Se riuscirete ad essere davvero puri gli uni con gli altri, allora vi sarà concesso chiedere. E vi sarà risposto.” Tutti compresero il peso di quelle parole. Se volevano aiuto di Paladine, non potevano esserci zone d’ombra tra loro. Non lì. Non davanti ai Guardiani. Non al cospetto del Dio.
Kail strinse i pugni fino a sbiancare le nocche. Il pensiero scivolò inevitabilmente verso lo zaino e verso quel dannato cristallo verde che pesava come un macigno contro la sua schiena. Aveva un bisogno disperato del potere di quel Tempio per sperare di soffocarne il richiamo oscuro. Per il bene del popolo della palude, per l’intera Abanasinia: gli uomini alati, emissari del Male, non si sarebbero mai fermati pur di riprenderselo, anche a costo di radere al suolo ogni cosa. “Così è la volontà di Paladine.” Conclusero i Guardiani, quietandosi, ma restando vigili e presenti nei cuori dei tre pellegrini. Accanto a lui, Galeth appariva contratto, lo sguardo fisso nel vuoto, ma non assente; una rigidità innaturale gli scavava il volto. Stava compiendo scelte difficili, Kail lo sentiva.
Quando però volse gli occhi verso Terren, non seppe spiegarsi il mutamento dell’elfo. I suoi occhi erano adesso aperti, ma smarriti e profondamente cupi. Un’espressione assai strana per uno della sua stirpe in un luogo sacro come quello. Il mezzelfo comprese: i suoi compagni stavano vivendo la sua stessa esperienza, reagendo in maniera diversa, ciascuno per ciò che tratteneva nel profondo. Poi tornò a guardare i Guardiani. “Sei pronto?” Kail annuì piano. “Lo sono.” Disse semplicemente. Chiuse gli occhi e si abbandonò a quell’incredibile esperienza mistica.
“Tu porti verità non dette.” Disse un Guardiano a Galeth. “Non per inganno, ma per scelta.” Seguì un silenzio carico di attesa. “Hai camminato nell’ombra per cercare risposte e hai scelto di non portare quella via oscura con te, ora che sei con loro.” Il tono non cambiò. “Non siamo qui per giudicarti, ma per vedere se sceglierai di condividere il tuo segreto.” Un’altra pausa intensa. “Se chiedi la luce di Paladine, non puoi trattenere ciò che guida i tuoi passi.” Galeth era troppo ammutolito e schiacciato dalla potenza di quelle parole mentali, per poter replicare o spiegare quanto quel gesto gli sarebbe costato. “Dillo a loro. Oppure resta incompleto.” Il contatto, prima vibrante di forza, si fece più morbido. Era il suo turno di parlare. Non con i Guardiani, non con Paladine, ma con i suoi amici.
“Tu non hai mentito.” Terren annuì, fiero. “Eppure non sei intero.” Seguì un silenzio grave. “Porti una verità che non condividi. Non per timore, né per arroganza. Per scelta.” Il peso di quelle parole scivolò nella mente dell’elfo, spegnendo quel lieve sorriso estatico che gli aveva illuminato il volto fino ad un istante prima. “Cammini con loro, ma non sei davvero tra loro. Entri nel Tempio di E’Li al loro fianco, ma consumi questa esperienza da solo.” Le voci dei Guardiani parvero fondersi in un unico coro riverberante. “Non giudichiamo ciò che custodisci nel cuore. Osserviamo il fatto che tu scelga di proteggerlo da solo.” Terren aprì gli occhi e per la prima volta nella sua secolare vita, desiderò di non trovarsi in quell’antico Tempio del Drago di Platino. Era stato il sogno della sua vita, il desiderio proibito di ogni elfo, eppure ora lo schiacciava. “Se chiedi la luce di E’Li, non puoi restare separato.” Sapeva bene cosa i Guardiani gli stessero chiedendo: rivelare a quegli umani il suo segreto più intimo, il legame indissolubile che lo univa alla città di Crossing. “Dillo a loro. Oppure resta incompleto.” Smarrito e scoraggiato, l’elfo comprese di non avere altra via.
“Hai già detto ciò che porti.” Incalzò il Guardiano di destra, sottolineando il concetto. Parlava con la voce di tutti e tre, ma solo i suoi occhi sembravano scrutarlo. “Pertanto, non è questo ciò che vogliamo che mostri.” Questa volta fu quello centrale a prendere la parola. “Ciò che è tuo è stato esposto; ciò che hai deciso per altri, invece, resta nell’ombra.” Kail sentì un brivido. Non riusciva a distinguere se il mutare delle statue cambiasse il senso del messaggio o ne fosse solo un riflesso. “La luce non si divide e ciò che trattieni tra voi, la spezza.” Il mezzelfo impiegò diversi istanti per metabolizzare quelle parole. Il peso del segreto non riguardava lui, ma Terren. “Dillo a lui. Oppure resta incompleto.” Kail percepì che la morsa sulla sua volontà allentarsi. Poteva finalmente riordinare i pensieri prima di compiere l’ultimo passo per ottenere l’aiuto di Paladine. Quando la nebbia mentale si diradò, si voltò verso Terren. Ma prima che potesse aprire bocca, Galeth lo anticipò.
“C’è una cosa che non ti ho detto.” La voce era più ruvida del solito, un graffio nel silenzio. Si rivolgeva solo a Kail, ignorando quasi deliberatamente l’elfo, nonostante fosse lì a un passo e potesse sentire ogni singola sillaba. Il mezzelfo tacque, spostando lo sguardo sul guerriero. Galeth rimase immobile, il mento basso, non per vergogna, ma perché stava scegliendo da dove iniziare. Poi sollevò gli occhi, inchiodando quelli dell’amico.“Riguarda quello che è successo … dopo che ….” Kail aggrottò le sopracciglia, sforzandosi di mettere a fuoco l’argomento che l’altro sottintendeva. “… mia moglie è morta e mia figlia sparita. La notte in cui tutto per me è finito.” Terren si girò verso di lui, trattenendo il respiro.
“Tu sai che ho cercato risposte.” Galeth fece una pausa, l’aria che sembrava farsi gravida intorno a loro. “Ma non sai come.” La voce si fece un sussurro roco. “Per anni non ho fatto altro. Ho seguito piste … ho chiesto aiuto a persone a cui sarebbe stato meglio non chiedere nulla … e soprattutto …” Un altro respiro, profondo, che sembrava l’ultimo prima di tuffarsi nel vuoto. “… ho ucciso. Tanto. Chiunque potesse sapere qualcosa. Chiunque potesse portarmi più vicino a un nome, a un luogo, a una traccia.” Un’altra pausa intensa, carica di amarezza. “All’inizio erano uomini giusti da colpire. Poi … la cosa ha smesso di importarmi. Cinque anni Kail …” Il mezzelfo non si mosse, né lo interruppe. “… in quel tempo ho costruito contatti. Non il tipo di perone che si presentano alla luce del giorno.” Il guerriero spostò il peso del corpo da un piede all’altro, tradendo un’inquietudine profonda.
“Due anni fa, uno di loro mi doveva un favore …” Gli occhi si strinsero appena, come a voler pescare un ricordo in un mare di fango. “… aveva avuto a che fare con la Gilda dei Ladri di Palanthas ….” Il nome rimase sospeso nell’aria come una condanna. “… mi disse che alcuni bambini … non restano dove vengono presi. Alcuni vengono venduti, spostati, trasferiti. Verso Sud. Nell’Abanasinia.” Kail sgranò gli occhi. In un istante, i veri motivi che avevano spinto Galeth a seguirlo gli apparvero chiari. “Non aveva certezze, ma aveva visto dei nomi. Delle liste. E tra quei nomi … ce n’era uno che riconosceva: Paula.” Terren abbassò gli occhi, lo sguardo triste rivolto al pavimento. Galeth non tremò, ma la sua voce, pronunciando come si chiamava sua figlia, si. “Non sapeva dove fosse. Solo che non era più a Palanthas … e nemmeno nella Solamnia. Ma da qualche parte qui, dove ci troviamo adesso. Aggiunse che c’era un nome che tornava spesso in quelle carte: “Fasciascura.” Il suono di quel nome restò sospeso tra loro, privo di forma, ma denso di minaccia.
Galeth fece un piccolo passo indietro. Non per allontanarsi, ma per chiudere il cerchio della sua confessione. “E’ anche per questo che sono qui.” Lo disse in modo diretto, quasi brutale. “Non solo per aiutarti, ma perché questa è l’unica via concreta che ho trovato in anni di ricerche.” Poi la sua voce si abbassò ancora. “Non te l’ho detto perché, se si fosse rivelato un falso …. non volevo trascinarti nell’ennesima illusione. E se invece fosse stato vero …” Non finì la frase. Non serviva. Kail rimase in silenzio per qualche momento, poi annuì lentamente. Il suo non era un gesto di approvazione, ma di profonda comprensione. “Il fatto che tu stia inseguendo la tua “ultima possibilità”, non ti rende meno fedele o meno adatto a questa missione, amico mio. Finché rimarrai saldo nel nostro scopo comune, sarò onorato di aiutarti, qualora trovassimo informazioni su questo “Fasciascura”.” Galeth non rispose. Non ce n’era bisogno.
Fu Terren ad intervenire poco dopo. La sua calma era misurata, quasi inquietante, al punto di far sussultare Kail. “Hai scelto il silenzio per non condizionare il cammino degli altri. Dal mio punto di vista, non è una scelta sbagliata.”Galeth strinse gli occhi, sorpreso. Tutto si sarebbe aspettato, tranne tanta comprensione da parte di un elfo. Abbassò lo sguardo. “Forse no.” Disse, poi rialzandolo con ritrovata fierezza. “Ma ho deciso ugualmente di condividerlo con voi, nonostante tutto.” A quel punto le voci dei Guardiani tornarono a risuonare nel Tempio, ma stavolta tutti e tre udirono ciò che stavano dicendo a Galeth. “Hai scelto. Hai condiviso.” Un battito di silenzio. “Rammenta: Paladine non giudica ciò che è stato, ma ciò che viene portato alla luce.” Il guerriero aveva le lacrime agli occhi: aver dato voce al suo lato più oscuro, per la prima volta dopo anni di solitudine, gli aveva sciolto un nodo nel petto. “Appena gli altri pellegrini compiranno la loro scelta, ti sarà concesso varcare la soglia. Potrai porre la tua domanda o esprimere il tuo desiderio. Paladine ti ascolterà.”
Galeth si asciugò il viso con il dorso della mano. Dovette sforzarsi di dominare i singhiozzi e riprendere il controllo, perché Kail aveva appena iniziato a parlare. “Terren: questo riguarda principalmente te.” La voce del mezzelfo non era dura, ma nemmeno leggera. Era il tono dell’urgenza, di chi sa di non poter più rimandare la verità. Fece un passo verso l’elfo, come a ridurre una distanza che fino a quel momento non aveva mai davvero colmato. “A Crossing non ti ho trovato subito. Io e Galeth abbiamo dovuto … cercarti.” Una breve pausa, il tempo di misurare le parole. “E quando abbiamo capito dove eri … abbiamo anche scoperto perché non saresti uscito in tempo per le nostre necessità.” L’elfo non emise un suono, limitandosi a osservarlo con un distacco che pareva quasi assenza, come se i suoi pensieri fossero altrove, impegnati in questioni ben più vitali. “Il mercante che ti aveva accusato di furto e fatto incarcerare, non aveva nessuna intenzione di ritirare le false accuse, voleva tenerti in cella.” Si passò una mano sul fianco, un gesto nervoso, come se cercasse il coraggio di mettere in fila le parole.
“Noi ... io aveva bisogno di te. Non di un’altra guida. Non di qualcuno che ti somigliasse nel valore. Avevo bisogno proprio di te, perché Anteus aveva scelto un elfo come guida e io dovevo fare lo stesso se volevo sperare di seguire il senso del suo percorso.” Fece un respiro profondo, l’aria del tempio improvvisamente troppo rarefatta. “Così siamo andati da lui … e abbiamo trattato.” Non lo disse con orgoglio, né con vergogna. Lo disse con la freddezza di un fatto compiuto. “Gli ho chiesto di liberarti … e lui ha accettato, ma non gratis.” Kail abbassò lo sguardo per un istante, poi lo rialzò, puntandolo in quello di Terren. Con un cenno del mento indicò lo zaino. “Non c’erano scadenze, né condizioni particolari, ma mi ha dato qualcosa da portare a New Ports. Un pacco e un indirizzo.” Fece una pausa più lunga, quella che precede le verità più amare. “Io ho accettato ...” Quando quelle tre parole si spensero, rimase solo un silenzio assoluto. “… al posto tuo.” Aggiunse Kail, come una specie di epitaffio. “Tu ti eri rifiutato perché avevi capito che tipo di uomo fosse. Che tipo di affari trattasse. Anche io me ne sono reso conto. Ma ho deciso lo stesso di scendere a compromessi con lui.” Il mezzelfo non si mosse, non cercò di difendersi. “Non te l’ho detto, perché sapevo che non l’avresti accettato e perché … se anche me lo avessi impedito, io l’avrei fatto comunque.” Fece un respiro lento. “Avevo assoluto bisogno che tu uscissi di lì. Quindi ho scelto io per entrambi.” Il silenzio che seguì non era teso, era pieno. Galeth si mosse appena, facendo un passo nella sua direzione.
“Non è stato solo lui …” Esordì con voce calma. “… ero lì quando ha parlato col mercante.” Lanciò a Terren un’occhiata penetrante. “Non mi sono opposto … sapevo che cosa stava facendo e ho lasciato che accadesse.” Scrollò leggermente le spalle. “Se c’è una colpa … non è solo la sua.” Terren non rispose subito. Lo sguardo oscillò tra Kail a Galeth con una lentezza estenuante, come se l’elfo stesse lottando per ritrovare lucidità in un momento di profonda frattura interiore. “No. La scelta è stata sua. Tu hai deciso di seguirlo.” Lo disse senza asprezza, ma senza ammorbidire il tono. Poi tornò su Kail, fissandolo con un’intensità nuova.” Non condivido ciò che hai fatto. Avevo rifiutato quel lavoro per una ragione … e quella ragione non è cambiata.” Nelle sue parole non c’era rabbia, solo distanza. “Capisco perché tu l’abbia fatto. Capisco che ai tuoi occhi, fosse necessario … e capisco anche che tu avessi bisogno di me per motivi precisi …” Terren abbassò lo sguardo per un istante, poi lo rialzò; la decisione che seguì non fu impulsiva, fu una scelta elfica. “… ma se deciderete di portare a termine quella consegna, sappiate che io non verrò con voi. Non avrò parte in ciò che riguarda quell’uomo. O la gente con cui traffica. Vi aiuterò nel resto, come promesso, ma non in questo.”
Il cerchio si chiuse, non in modo netto, ma almeno stabile. Davanti a loro i Guardiani comunicarono di nuovo e tutti e tre percepirono le loro voci risuonare nelle menti. Un’unica nota che li univa disse: “Hai scelto. Hai condiviso.” Il mezzelfo esalò un respiro liberatorio. “Appena gli altri pellegrini compiranno la loro scelta, ti sarà concesso di varcare la Soglia. Potrai porre la tua domanda o esprimere il tuo desiderio. Paladine ti ascolterà.” Ma proprio quando tutto sembrava andare per il verso giusto, Kail e Galeth scoprirono che, quando si parlava di rivelare la verità o i propri segreti, persino gli elfi potevano rivelarsi uno scoglio troppo duro da superare.