La porta della Torre di Guardia si richiuse alle loro spalle. Il frastuono che ne scuoteva l’interno svanì d’un tratto, inghiottito dal brusio più ampio della città. Il vento portava con sé l’odore acre della polvere e quello pungente delle spezie del mercato vicino. 

Galeth camminava con passo misurato accanto alla bambina. Lei procedeva dritta, lo sguardo fisso davanti a sé, avvolta in quella compostezza quasi solenne che lui aveva già notato nella torre. Per un po’ rimasero in silenzio, poi il guerriero lo ruppe con tono gentile. “Vedrai che troveremo presto la tua gente.” La bambina non si fermò, limitandosi a inclinare appena il capo. “Lo so.” 

Il guerriero annuì, osservandola con attenzione. Aveva pronunciato quelle parole con la consapevolezza di chi sapeva bene che i barbari delle pianure non avrebbero lasciato mai indietro nessuno di loro. Camminarono ancora per qualche passo tra la folla che gremiva il mercato. 

Ad un tratto la piccola lo urtò e Galeth avvertì di nuovo quel calore, intenso e rinfrancante, contro il fianco. Era la spilla. La sentiva pulsare attraverso il tessuto della cappa: viva, rassicurante. Senza dire nulla, il guerriero sfiorò il metallo con la mano, cercando un varco tra la gente mentre un pensiero lo tormentava: doveva capire se esistesse una connessione tra la piccola e il monile che Dominique gli aveva lasciato in eredità. Ma come fare? Lanciò uno sguardo penetrante alla bimba. Lei non se ne accorse. O forse fece finta di non accorgersene. 

“Non mi hai detto il tuo nome.” Domandò dopo un momento. La bambina non rispose subito. Continuò a camminare con lo stesso passo calmo e posato, ma il suo sguardo parve farsi leggermente infastidito, come se volesse evitare di ribadire quanto già spiegato al suo amico mezzelfo poco prima. “Tra la mia gente …” Rispose infine con voce asciutta. “… i nomi non si donano facilmente.” Galeth accennò un sorriso. “Capisco.” Fece una pausa, tentando un’altra strada. “Sei figlia di qualcuno di importante nella tua tribù?” 

Questa volta la piccola lo guardò davvero. Non con diffidenza, ma con una sorta di silenziosa valutazione. Poi parlò: “Mia madre si chiama Tearsong …” Pronunciò il nome con una nota di profondo rispetto. “ … è la guida spirituale del nostro popolo.” Il guerriero sollevò un sopracciglio. “Una sacerdotessa …” La bambina annuì. “Conosce le erbe. Le medicine. Sa come lenire il dolore e guarire le ferite. La gente va da lei quando soffre.”

Nel dirlo, il suo sguardo mutò. Non era orgoglio infantile, ma ammirazione pura. Quasi venerazione. Al suono delle sue parole, Galeth percepì di nuovo il calore della spilla, stavolta più intenso. Notando che la via era sgombra in quel punto, si fermò. “Posso mostrarti una cosa?” Il guerriero tirò fuori la spilla di Dominique. Il metallo era inciso da un simbolo antico, levigato dal tempo: il segno dell’infinito di Mishakal, la dea della guarigione!

“Questa spilla apparteneva ad un uomo che conoscevo.” Disse Galeth con un velo di amarezza. “Un vecchio nostromo dal cuore nobile e dal coraggio infinito. Si chiamava Dominique.” La bimba osservava il monile in silenzio. Il guerriero le avvicinò lentamente la spilla e il metallo reagì all’istante.

Un bagliore tenue si accese tra le incisioni e il calore aumentò contro la sua mano callosa. “Riconosci questo simbolo?” Sussurrò il veterano. La bambina scosse la testa. “No.” La spilla pulsò ancora. “La vedi?” Chiese lui. “Cosa?” “La luce.” La piccola osservò meglio l’oggetto. Lui lo avvicinò di più; il bagliore si fece più vivo, non abbagliante, ma, almeno per gli occhi di lui, inconfondibile.

Il guerriero la fissò con intensità.“Prova a prenderla.” La bimba esitò solo un istante, poi allungò la mano. Non appena le sue dita sfiorarono il metallo, la spilla smise di brillare. Il calore svanì e il monile si fece freddo e silenzioso. Galeth rimase immobile, col cuore che batteva più forte. La bambina restò a fissarlo con attenzione per qualche secondo intenso, poi glielo restituì come nulla fosse.

Senza aggiungere un solo commento a quell’esperienza, ripresero a camminare. Poco dopo, la locanda comparve davanti a loro. All’interno, uno dei barbari delle pianure sedeva vicino all’ingresso. Non appena vide la bambina, l’uomo scattò in piedi. Le andò incontro parlando rapidamente nella sua lingua, con tono severo. La piccola rispose subito con voce ferma, per nulla intimidita.

Continuarono a parlare per qualche istante, in quell’idioma duro e musicale che Galeth non comprendeva. Poi il barbaro si voltò verso di lui. Era alto, con le spalle larghe e i capelli intrecciati secondo l’uso delle pianure. Lo studiò per un momento, poi disse nella lingua comune: “Ti ringrazio.” Fece un breve cenno con il capo. “Io seguo Arrowthorn, capo dei Qué – Shu.” Il barbaro indicò la bambina con rispetto, svelando finalmente l’importanza del suo lignaggio. “Il capo vorrà ringraziarti di persona.” Il guerriero sentì che, in quel momento, non era nelle condizioni di poter rifiutare.

Lasciata la locanda, l’uomo delle pianure, che si era presentato con il nome di Stonecold, fece segno a Galeth di seguirlo. La bambina camminava tra loro, silenziosa come un’ombra. Si diressero verso la piazza del mercato: il punto esatto in cui la tribù si era separata prima che lei si perdesse tra la folla. Stonecold non parlava, la piccola restava chiusa nel suo mutismo e Galeth non aveva nulla da dire: un trittico perfetto per un generare silenzio assoluto.

Avanzavano tra bancarelle ormai mezze svuotate e venditori impegnati a rimpinguare le merci sui carretti, mentre il sole di mezzogiorno brillava in un cielo terso.  Per qualche istante, Galeth lasciò vagare i pensieri. La spilla di Dominique riposava sotto la tunica; l’aveva controllata più volte lungo il tragitto, ma ora era fredda, muta: un semplice pezzo di metallo inerte.

Eppure il guerriero non nutriva dubbi. Ciò che era accaduto tra l’oggetto e la bambina non poteva essere un caso. Aveva visto la luce, aveva percepito quel calore: un senso di forza e quiete primordiale, impossibile da spiegare a parole. E tutto era scaturito dalla sola presenza della piccola. 

Dominique era stato chiaro riguardo a quell’antico monile: era un lascito dei Veri Chierici. Un’eredità che la sua famiglia si tramandava da generazioni e che solo in rarissimi casi manifestava barlumi del suo antico potere. Il nostromo era stato tra quei pochi fortunati, ma Galeth non credeva che persino lui potesse scatenare una reazione simile a quella prodotta dalla bambina senza nome. 

Il capitano Melas gliel’aveva affidata perché convinto che il suo amico Dominique avrebbe voluto che andasse a qualcuno di degno. Un prescelto. Galeth abbassò lo sguardo sulla piccola che gli camminava a fianco. Forse era lei. Doveva essere lei! Se se ne fosse privato inutilmente, trascurando l’importanza che quel gesto avrebbe potuto avere nei mesi a venire, avrebbe potuto alterare l’intero equilibrio della loro missione.

Malgrado le certezze del guerriero, sembrava però che la bimba non avesse nemmeno percepito l’evento. Non aveva visto la luce, né sentito il calore. Al contrario: sembrava averli assorbiti, spenti. Ma la percezione di Galeth restava forte, profonda, qualcosa di ancestrale che lo spingeva a credere che lei fosse davvero destinata a quella spilla. Tuttavia, un dubbio lo pungeva: forse avrebbe dovuto confrontarsi con il suo compagno prima di fargliene dono.

La piazza si aprì davanti a loro e, con essa, apparve la figura che li attendeva. Un uomo imponente, dai capelli scuri che ricadevano sulle spalle coperte da un mantello di pelle. Non c’erano dubbi su chi fosse: Arrowthorn, il capo dei Què – Shu. Non appena scorse la bambina, l’uomo mosse alcuni passi verso di loro. Non disse una parola; Il suo sguardo corse rapido dalla figlia a Stonecold.

I due uomini si scambiarono poche parole nella lingua delle pianure, un dialogo essenziale e serrato. La piccola rimase immobile finché Arrowthorn non la osservò di nuovo. Le rivolse una domanda con tono fermo e autorevole, privo però di durezza. Lei si limitò ad annuire, accostandosi al padre. Il capo le appoggiò per un istante la mano sulla sua spalla, poi finalmente si voltò verso Galeth.

Lo studiò con calma solenne. C’era qualcosa di magnetico nello sguardo di quell’uomo: non diffidenza, ma un’attenzione assoluta. “Stonecold mi ha detto che sei stato tu a riportarmi mia figlia.” Disse infine in lingua comune. La voce era profonda, ben calibrata. “Non esistono parole con cui io possa sdebitarmi.” Fece un gesto lento verso la piazza circostante. “Questo luogo è per noi un labirinto di voci e di pietra. Ci sarebbero volute ore per ritrovarci.”

Fissò Galeth negli occhi. “Il tuo gesto non è passato inosservato. E’ l’atto di un uomo giusto.” Dopo una breve pausa, Arrowthorn infilò le mani sotto il mantello e ne trasse un piccolo medaglione di cuoio. Dal laccio pendeva un dente lungo e affilato, probabilmente appartenuto ad un predatore delle pianure. Lo porse a Galeth, che era rimasto in ascolto e con la mente in fermento per tutto quel tempo. 

“Noi dobbiamo ripartire. Siamo già in ritardo.” Galeth si avvicinò di due passi e accettò il ciondolo. Il cuoio era caldo, segnato dall’uso. “Se un giorno dovessi trovarti nelle terre di Qué – Shu…” Continuò Arrowthorn, indicando il dente con un accenno di sorriso che ammorbidì il volto severo, “… mostra questo. Sarai sempre considerato un amico.”Il guerriero riuscì solo a chinare leggermente il capo in segno di rispetto. “Ti ringrazio per il dono … ma anch’io, col tuo permesso, vorrei farne uno a tua figlia.”

Il capo dei Què – Shu guardò la piccola, mentre Galeth si inginocchiava ed afferrava la spilla dalla tasca della cappa. “Prendila. E’ tua ora …” La bimba alzò gli occhi verso suo padre cercando un tacito consenso, poi si avvicinò al guerriero. Allungò una mano e prese il monile. Per la prima volta da quando l’aveva incontrata, Galeth notò un sorriso di gioia genuina allargarsi sul suo volto acerbo. Non perché capisse il potere sacro di quella spilla, ma perché aveva compreso l’importanza del gesto che le era stato rivolto. Un’importanza che nemmeno lo stesso  Galeth era riuscito a cogliere lì per lì, ma che capì in seguito osservando i suoi occhi ridenti: non aveva solo fatto qualcosa di giusto, aveva compiuto un gesto d’amore.

“Grazie.” Riuscì solo a dire la piccola, stringendo l’oggetto con tutte le forze, portandolo al petto. Galeth cercò di inumidire la bocca impastata, poi aggiunse: “Non sono molto bravo con queste cose … ma sono certo, che quando crescerai, saprai scoprire da sola come utilizzare quella spilla. Ne sono certo.”   

Arrowthorn annuì un’ultima volta, poi si voltò. La piccola lanciò a Galeth un ultimo sguardo silenzioso, prima di seguire il padre e Stonecold tra le strade della città. Per qualche istante il guerriero rimase immobile nella piazza. La sua mano scivolò istintivamente nella tasca della cappa, ormai vuota.

I dubbi lo assalirono di nuovo, ma sapeva che qualcosa di soprannaturale, quel giorno, era accaduto. Qualcosa di mistico, di divino. Qualcosa che Dominique avrebbe compreso, ma che lui poteva solo intuire: quella bimba sarebbe un giorno diventata adulta e quel giorno gli Dei del Bene l’avrebbero chiamata. Era sicuro di questo e avrebbe fatto il possibile per spiegarlo a Kail.

Si voltò e riprese la strada verso la Torre di Guardia, dove probabilmente il suo amico lo stava già aspettando.

Quando Galeth aveva lasciato la torre con la bambina, il baccano della sala d’attesa era parso richiudersi su Kail come una porta invisibile. Il caos non era affatto diminuito: mercanti che gesticolavano, guardie che cercavano di mantenere un minimo di ordine, gente in fila che borbottava e sbuffava mentre il tempo passava. 

Il mezzelfo si sistemò meglio il mantello sulle spalle e rimase al suo posto. Non aveva fretta. O almeno, cercava di non mostrarne. Davanti a lui la fila avanzava lentamente. Ogni tanto qualcuno si metteva a discutere con la guardia dietro il banco delle denunce, e allora tutto si fermava per qualche minuto. Una donna protestava per un carico sparito dal magazzino del porto. Un uomo accusava il vicino di avergli sottratto due galline. Un altro ancora sosteneva di esser stato truffato da un venditore ambulante. 

Kail ascoltava ogni cosa distrattamente, perché il suo pensiero tornava sempre allo stesso nome: Terren. Finalmente la fila avanzò di qualche passo e la guardia dietro il banco batté una mano sul legno. “Avanti il prossimo!” Il mezzelfo si fece avanti. La guardia lo osservò con un’espressione stanca, il volto segnato da una giornata troppo lunga. “Allora?” Kail si fermò davanti al banco. “Salve. Ho saputo che tenete in custodia uno scout. Un certo Terren.” La guardia lo fissò per qualche secondo, senza rispondere, poi strinse appena gli occhi. “Perché lo volete sapere?”

Kail incrociò le braccia. “Potrei essere interessato ai suoi servizi.” Spiegò senza cambiare tono della voce. “Mi è stato detto che è una guida molto abile.” La guardia sbuffò. “Molto abile, eh?” Si voltò, si alzò dalla sedia e fece qualche passo verso uno scaffale dietro di lui, dove erano ammucchiati registri di cuoio e fogli sparsi. “Una guida abile … ah!” Mormorò caustico, mentre sfogliava alcune pagine. 

Poi tirò fuori un registro più grande e lo aprì con un colpo secco. “Vediamo.” Scorse alcune righe con il dito. “Terren … Terren …” Kail aspettò. “Quando sarebbe stato arrestato?” Chiese l’uomo senza alzare gli occhi. “Ieri sera.” Rispose Kail. “Accusato da un mercante di spezie.” La guardia annuì distrattamente mentre continuava a scorrere i nomi. Poi si fermò. “Eccolo.” Picchiettò il dito sulla pagina.

“Terren. Preso in custodia ieri sera. In attesa di giudizio …” Alzò lo sguardo verso il mezzelfo. “Sarà pure uno scout molto abile …” Chiuse lentamente il registro. “ … ma da quello che vedo qui è anche un ladro molto scaltro.” Kail inclinò leggermente il capo. “E’ già stato giudicato?” La guardia scosse la testa. “No.” Fece scivolare il registro di lato. “Ma se è finito qui dentro, un motivo ci sarà.” Kail fece spallucce. “Il denaro può comprare molte cose.” Disse con calma. “Anche accuse piuttosto convincenti.” 

La guardia lo fissò per un istante. Non sembrava risentito, quanto curioso. Kail continuò. “Comunque non sono qui per stabilire se sia colpevole o innocente. Mi basta parlarci.” Il soldato appoggiò i gomiti al banco. “Senza il permesso del suo accusatore non è possibile.” Indicò il registro con un cenno della testa. “A meno che non siate uno dei suoi giudici legali. O qualcuno incaricato di difenderlo a processo.”

Kail rimase in silenzio per un momento. Poi si sporse appena verso il banco. “Capisco.” Abbassò leggermente la voce. “Ma mi basterebbero pochi minuti.” La guardia non rispose, limitandosi a squadrarlo con attenzione. Il mezzelfo continuò con tono misurato. “E so essere … molto generoso con chi mi aiuta.” Per un attimo tra i due cadde il silenzio.

Il soldato si guardò attorno. La sala era ancora una bolgia: gente che urlava, guardie che cercavano di sedare di continuo risse improvvise, cittadini che imprecavano persino in fila. Nessuno stava guardando loro. Il soldato sospirò, poi si voltò verso un collega poso distante. “Ehi, Ragtak!” La guardia sollevò la testa dalle scartoffie. “Che c’è?” L’uomo con cui Kail stava parlando gli fece un cenno eloquente. “Prendi il mio posto un attimo.” Ragtak sbuffò. “Ancora?” “Si, ancora. Devo allontanarmi un secondo.” Il collega si alzò controvoglia e si avvicinò al banco. 

“Muoviti.” La guardia fece segno a Kail di passare oltre la sbarra di legno che separava il pubblico dall’area riservata. “Vieni.” Lo guidò lungo un corridoio stretto che si apriva dietro il banco delle denunce. Il clamore della sala rimase rapidamente alle loro spalle, sostituito da un silenzio più pesante, interrotto solo da passi lontani e dal tintinnio occasionale di armi o chiavi. Davanti a loro si apriva il cuore della torre. 

Una scala di pietra saliva a chiocciola verso i piani superiori, i gradini consumati al centro da anni di passaggi. La guardia cominciò a salire senza nemmeno voltarsi. Kail lo seguì. Dopo qualche scalino l’uomo parlò, senza rallentare. “Se hai tanta premura di incontrare questo tizio ...” Disse a mezza voce. “… ti conviene fare in fretta.” 

Continuarono a salire. “Non posso darti molto tempo.” Aggiunse la guardia. Kail annuì, anche se il soldato non poteva vederlo. “E’ severamente vietato parlare con i detenuti in custodia. A meno che non si tratti di personale legale o autorizzato dai suoi accusatori.” Fece una pausa, “E tu non sembri nessuno delle due cose.” Kail trattenne un sorriso appena accennato.

Mentre procedevano, non poté fare a meno di riflettere su quanto quella situazione fosse distante dalle sue abitudini. Nella sua terra d’origine, la Solamnia, un episodio del genere sarebbe stato quasi impensabile. Lì, le Torri di Guardia erano governate da disciplina ferrea, regolamenti militari e una catena di comando che non lasciava spazio a interpretazioni personali. 

Corrompere una guardia? Non impossibile, forse, ma certamente una sfida estrema. Qui invece, a Crossing, uno dei centri nevralgici dell’Abanasinia, le cose sembravano funzionare in un modo quasi opposto. Più elastico. Più umano, forse. Ogni situazione poteva diventare un’opportunità, anche per chi indossava un’armatura e aveva il compito di far rispettare le leggi. Non che Kail avesse qualcosa da ridire in quel momento. Anzi.     

La scala terminò davanti ad una pesante porta di legno rinforzata con bande di ferro. La guardia la aprì spingendola con la spalla. Dall’altra parte si estendeva un corridoio lungo e spoglio. Sulla destra si aprivano alcune finestre strette, da cui entrava la luce grigia del pomeriggio. Sulla sinistra invece si susseguivano file di celle chiuse da sbarre di ferro. L’odore di pietra umida e paglia vecchia riempiva l’aria.

Il soldato fece qualche passo lungo il corridoio. “Numero sei …” Mormorò tra sé nervosamente. Kail lo seguì in silenzio, contando le celle. Alla sesta si fermò. Batté una mano sulle sbarre. “Ehi tu.” La figura all’interno non si mosse. “Tirati su. Hai visite.” Dalla paglia arrivò un leggero movimento. 

La guardia si voltò verso Kail. “Sbrigati.” Disse. “Fai quello che devi fare.” Indicò con il pollice il corridoio alle loro spalle. “Ti aspetterò fuori dalla porta.” Fece un passo indietro. “Non posso stare qui.” Poi si allontanò. I suoi passi risuonarono sulla pietra, sempre più lontani, finché non si udì il cigolio della porta pesante e il rumore sordo della chiusura. Il mezzelfo rimase solo, immobile davanti alle sbarre.

Da dentro la cella la figura si mosse lentamente. Prima si sollevò sui gomiti. Poi si mise seduta. La luce delle finestre entrava di sbieco nel corridoio, ma all’interno della cella restavano solo ombre. Kail riusciva appena a distinguere la sagoma. 

Ad un certo punto la figura si alzò. Fece qualche passo avanti. Quando arrivò abbastanza vicino alle sbarre, la luce proveniente dall’esterno dell’edificio colpì il suo volto. Kail rimase per un attimo sorpreso. I tratti erano inconfondibili: il viso affilato, elegante, quasi scolpito. Le orecchie si allungavano appena oltre i capelli scuri e due occhi grigi, penetranti, sembravano voler scrutare ogni cosa. Il corpo era esile, ma sotto la tunica si intuivano muscoli asciutti, abituati al movimento e alla fatica. 

Terren era un elfo!

Un elfo dei sentieri di Qualinesti. Uno di quelli che vivevano per trovare strade dove gli altri vedevano solo foreste, vie scoscese o passaggi impervi. Kail lo squadrò in silenzio per qualche istante. Non ricordava di aver mai incontrato un elfo prima d’ora, e di certo non si aspettava di trovarne uno in una cella. 

Gli elfi erano noti per il loro legame con la natura, per una spiritualità antica e per un senso dell’armonia che difficilmente si conciliava con il furto. Erano i prediletti di Paladine, il sommo dio del bene. I suoi primi figli. Kail dubitava fortemente che una creatura simile si abbassasse a rubare, men che meno spezie preziose. Poi però un pensiero gli attraversò la mente: da quello che sapeva su sua madre, rubare spezie era forse il peccato minore. 

 Quella riflessione gli lasciò addosso una strana sensazione. Per questo era lì. Per sentire la verità direttamente dalla sua voce. Non glielo avrebbe detto subito, ma il modo in cui lo stava osservando lasciava trasparire chiaramente che non era venuto solo per curiosità, ma per uno scopo preciso. Uno scopo che non era detto entrambi avrebbero accettato di condividere, a prescindere della storia del furto. Tuttavia Kail avvertì un’innata familiarità con quella creatura. In fondo, per metà era un elfo anche lui. 

Inoltre, lo scout che Anteus aveva scelto come guida pei suoi viaggi nell’Abanasinia era stato proprio un elfo. Trovarsi davanti quei tratti inattesi gli portò alla mente pensieri contrastanti che non si aspettava di risvegliare. Davanti a lui, l’elfo lo osservava in silenzio, aspettando che fosse l’estraneo a rompere l’indugio. 

“Tu sei Terren?” Domandò. L’elfo lo studiò con calma. Gli occhi erano chiari, attenti, per nulla intimiditi dalle sbarre. “Dipende da chi lo chiede.” La voce era tranquilla, quasi distaccata. Kail incrociò il suo sguardo. “Il mio nome è Kail. Mi hanno detto che sei uno scout e che sei stato arrestato ieri sera.” Terren inclinò appena il capo. “Entrambe le cose sono vere.” “Per furto.” Aggiunse a margine il mezzelfo. Un’ombra appena percettibile attraversò il volto dell’elfo.” Così sostiene il mercante.” Kail si avvicinò di mezzo passo alla cella. 

Olaf Riltar.” Disse Terren, guardando il mezzelfo con rinnovata attenzione. “Conosci il suo nome. So che vende spezie.” L’elfo sospirò piano. “Vendere spezie è probabilmente l’attività più onesta che svolge.” Rimase qualche istante in silenzio, poi continuò. “Mi ha ingaggiato come guida. Doveva viaggiare da New Ports fino a Crossing. Non conosceva la strada e non si fidava dei sentieri di foresta.” Kail annuì leggermente. “E tu lo hai accompagnato.” “Si …” Terren fece un passo indietro, per un secondo fondendosi per un istante con le ombre della cella. “… ma non mi sono piaciute per niente le persone con cui l’ho visto trattare laggiù.” 

“Che genere di persone?” Domandò Kail, corrucciando la fronte. “Gente losca. Individui sinistri a cui non interessavano le spezie … ma le armi. E le informazioni. Tuttavia era tardi per fare un passo indietro: avevo dato la mia parola.” Terren si appoggiò alle sbarre con una mano. “Comunque il viaggio è andato bene. nessun problema, nessuna imboscata, nessun animale pericoloso. Una volta arrivati qui, ho preso la mia paga e gli ho detto chiaramente che le nostre strade si sarebbero separate per sempre.” Gli occhi dell’elfo si fecero più duri. “Ma lui aveva altre intenzioni.” 

Kail rimase in silenzio, lasciandolo proseguire. “Mi ha chiesto di fare una consegna per lui.” “Una … consegna?” “Si. Avrei dovuto portare un pacco a New Ports. Dopodiché giurò che non mi avrebbe mai più chiesto nulla.” “E tu hai rifiutato.” Terren lo guardò intensamente. “Non faccio commissioni in generale … e non ne faccio per quel tipo di persone.” Il tono dell’elfo era semplice, come se la cosa fosse ovvia.  

 “Gliel’ho detto chiaramente.” Terren abbassò lo sguardo per un momento.  “Ha insistito per due giorni. Partendo dal denaro e finendo alle minacce.” Sollevò di nuovo gli occhi grigi verso Kail. “Ma la mia risposta non è cambiata.” “E allora ti ha accusato di furto.” “Esatto. Aveva paura che me ne andassi … senza sapere che non potevo … per cui mi ha confinato qui, sperando che queste quattro mura umide mi facciano cambiare idea. Ha detto esplicitamente di non avere fretta.” L’elfo fece un piccolo gesto verso la cella. “Finché non accetterò di fare quella consegna per lui, l’accusa resterà. Quello che lui non capisce è che io vivrò ancora molti secoli dopo la sua morte.” Kail accennò un sorriso, ben sapendo che gli elfi erano quasi immortali agli occhi degli uomini. 

Terren lo studiò ancora. “E tu?” Chiese infine. “Sei venuto qui solo per capire se sono colpevole?” Kail scosse lentamente la testa. “Sono venuto per capire se posso fidarmi di te.” Per un attimo i due rimasero immobili. Poi Kail fece la domanda che cambiò ogni cosa. “Conosci un elfo di nome Rashmin?” 

Questa volta la reazione fu quasi impercettibile, ma Kail la colse ugualmente. Il volto dell’elfo rimase una maschera impassibile, ma nei suoi occhi passò un lampo. Un ricordo forse. “Rashminthalas …” Mormorò Terren, assaporando il nome. “Si … lo conoscevo.” 

Fece un piccolo cenno con la testa. Kail sentì il cuore accelerare. “Sono però diversi anni che non lo vedo.” Continuò l’elfo. “Sapevo che aveva accettato di scortare un umano. Una spedizione esplorativa, credo.” I suoi occhi si strinsero. “Non rivelò mai a nessuno, almeno qui a Crossing, di cosa si trattasse.” Fece una pausa, poi aggiunse: “Ma Rashminthalas non era il tipo da lasciare i suoi sentieri per qualcosa di banale.” Kail abbassò lo sguardo, la voce ora più bassa. “Quell’umano era mio padre. Si chiamava Anteus.” Poi, senza cercare giri di parole, concluse: “Rashmin … o Rashminthalas, alla maniera degli elfi … è morto.”  

La notizia rimase sospesa nell’aria pesante della cella. Terren non reagì subito. Arretrò, sparendo nell’oscurità. “Era un ranger straordinario …” Disse piano dalle ombre. “E’ morto tentando di aiutare Anteus.” Confermò Kail. L’elfo tornò verso la luce, lo sguardo affilato. “Dove?” “A Pax Tharkas.” Rispose Kail, espirando lentamente. “Quando mio padre ha trovato il suo corpo … dopo giorni di ricerca … sembrava fosse caduto vittima di una frana. Ma non lo era … aveva le gambe spezzate in punti differenti e sul collo spiccavano strane ferite.”

Terren si fece cupo. “Se conosci la natura di quel viaggio … dimmela.” Kail esitò un istante, poi parlò. “Una guerra si sta preparando, Terren. Che tu ci creda o no, le legioni della Regina Oscura si stanno radunando di nuovo dopo secoli di silenzio. Ho raccolto prove sufficienti per dimostrarlo. Sai a chi mi sto riferendo, vero?” “Takhisis …” Il nome sembrò gelare l’aria. Terren rimase immobile, lo sguardo indurito come pietra. Non appariva sconvolto; sembrava, al contrario, che una parte di lui l’avesse sempre saputo. D’altronde era un elfo: percepiva per natura se un’aura oscura si stava levando intorno alle sue terre. 

“Ho scoperto dei piccoli avamposti nella Solamnia.” Continuò Kail, la voce ferma. “E’ la mia terra e so che si stanno preparando da tempo.” “Dunque non è una male che sorge ora, ma un’ombra che si è allungata nel silenzio..” Commentò Terren. Il mezzelfo scosse lentamente il capo. “No. I cavalieri indagano da anni. E grazie ad Anteus … e Rashmin … ora sappiamo che anche qui, nell’Abanasinia, non si tratta solo di superstizioni o voci di corridoio. Il pericolo è reale.” 

L’elfo rimase pensieroso per alcuni battiti di cuore. “Se ciò che dici è vero … “ Disse infine. “… allora il destino del mondo sta per mutare.” Kail annuì. “Per questo ho bisogno di uno scout esperto. Per cercare di impedirlo.” Gli occhi di Terren scivolarono su di lui, poi sulle sbarre di ferro, infine sulla pesante porta della cella. “Ed io non posso fare nulla da qui.” Un piccolo sorriso amaro si dipinse sulle sue labbra. “A meno che tu non voglia farmi evadere.”

Kail incrociò le braccia, il volto serio. “Sono appena arrivato in città e preferirei evitare di diventare subito un ricercato.” “Allora resta una sola strada: convincere Olaf Riltar a ritirare l’accusa.” “Dove posso trovarlo?” “Ha una casa nel quartiere dei mercanti. Non ti sarà difficile individuarla: l’odore dell’oro è forte quanto quello delle sue spezie.” Kail fece un passo indietro, accennando un saluto. “Abbi fiducia.” Terren lo osservò senza rispondere.

“Ho disperatamente bisogno del tuo aiuto.” Aggiunse il mezzelfo prima di congedarsi. “Non ti lascerò marcire qui dentro. Anche se sono sicuro che vivresti comunque molto più del mercante di spezie.” L’elfo annuì una sola volta, poi tornò lentamente verso il suo giaciglio di paglia. Kail si voltò e percorse il corridoio fino alla porta di legno. Bussò con decisione. Dall’altra parte si sentirono dei passi. Il chiavistello scattò e la guardia lo osservò con un’aria tra il divertito e l’annoiato. 

“Allora?” Gracchiò il soldato. “Hai capito se si tratta di un criminale o di un povero diavolo?” Kail scrollò le spalle con studiata indifferenza. “A parer mio, non ha fatto niente. Ma vedremo.” La guardia fece un sorriso obliquo e sollevò il palmo aperto, in un gesto che non ammetteva repliche. Il mezzelfo sospirò e attinse alla sua scarsella, lasciando cadere alcune monete. 

Quando il soldato si ritenne soddisfatto del pagamento, iniziò a ridiscendere la scala a chiocciola. Davanti alla porta che dava sulla sala principale, sbirciò oltre l’uscio. Il caos era ancora quello di prima. Gli fece un cenno sbrigativo. “Vai, sbrigati.” Il mezzelfo uscì, superò la sbarra di legno e si mescolò alla folla. Dietro di lui, la guardia tornò al banco, riprendendo il suo posto accanto a Ragtak e scambiando con lui qualche parola distratta. 

Kail attraverso la stanza ed uscì dalla torre, inspirando a fondo. Si guardò intorno stordito. Fortunatamente fuori l’aria era più fresca e gli bastò poco per riprendersi. Poco distante dall’ingresso, seduto su uno scalino, c’era Galeth. Sembrava assorto nei propri pensieri, ma sollevò lo sguardo non appena l’amico gli si avvicinò.

Non servirono troppe parole. I due si aggiornarono rapidamente, con la naturalezza di chi è abituato a condividere pericoli e scelte difficili. Kail riferì dell’incontro con Terren: l’appartenenza alla razza elfica, la sua versione dei fatti e soprattutto il ricatto che lo teneva prigioniero. Un’accusa costruita ad arte da un mercante di spezie, Olaf Riltar, per costringerlo ad accettare un incarico che aveva rifiutato più volte. Non entrò dei dettagli. Non ce n’era bisogno. Galeth colse subito l’essenziale: per reclutare l’elfo serviva convincere il mercante a ritirare l’accusa.

Dal canto suo il mezzelfo aggiunse le proprie impressioni: Terren non gli era sembrato un bugiardo. C’era in lui quella fermezza tipica degli elfi, quella disciplina interiore che difficilmente si piegava a compromessi meschini. Se diceva di essere innocente, lui era incline a credergli. E soprattutto l’elfo conosceva Rashmin. Non di persona forse, ma abbastanza da riconoscerne il valore. E  questo a lui bastava. 

Galeth ascoltò in silenzio, assimilando ogni dettaglio. Poi fu il suo turno. Raccontò del cammino con la bambina e di ciò che non gli aveva rivelato prima: la reazione della spilla di Mishakal alla sua vicinanza. Un calore che aumentava ogni volta che lei gli era finita addosso nel caos delle strade. Segnali troppo evidenti per essere ignorati. Gli confidò la sua decisione, presa tra mille dubbi e infinite esitazioni.

Aveva donato la spilla alla bambina con un atto di fede. Tutto, dentro di lui, gli aveva urlato di farlo, a dispetto dell’utilità pratica e del suo stesso buonsenso. Ammise con una punta di vergogna di non averlo consultato prima di agire e che, se lui adesso avesse deciso di arrabbiarsi, ne avrebbe avuto ogni ragione. All’inizio Kail sentì un impeto di stizza: nonostante gli effetti negativi che aveva su di lui, quell’oggetto incantato dalla luce di Mishakal, avrebbe potuto essere un’arma preziosa nelle mani di qualcuno di degno che avrebbe potuto unirsi a loro lungo il viaggio.

Poi però la rabbia lasciò il passo all’accettazione, poiché Kail spiegò che aveva imparato a fidarsi ciecamente dell’istinto dell’amico e siccome né lui né il compagno erano i destinatari designati della spilla, fare speculazioni su chi avrebbe potuto utilizzarla, per aiutarli nella loro missione, era solo un mero esercizio retorico. Alla fine gli mise una mano sulla spalla, confortandolo: aveva fatto la cosa giusta. Anche lui, grazie ad Erstellen, aveva imparato a non sottovalutare la chiamata degli dei, soprattutto se aveva l’aspetto di una bambina così singolare.

Galeth sembrò rinfrancato. Mostrò a Kail il ciondolo che il padre della bambina gli aveva affidato: un monile rozzo, ma carico di significato. Rappresentava una promessa o forse un richiamo futuro. Attraverso quel monile sarebbero stati accolti con gioia presso il popolo di Qué – Shu. Kail ascoltò in silenzio. Non commentò subito: c’erano troppe cose che si stavano intrecciando e loro, purtroppo, non sapevano leggere nel futuro. 

Alla fine però, entrambi arrivarono alla stessa conclusione: prima di tutto, Terren! Se volevano il suo aiuto, dovevano tirarlo fuori da quella cella. E questo significava una cosa sola: affrontare Olaf Riltar! Kail si voltò verso il quartiere dei mercanti e Galeth gli si affiancò senza dire nulla. 

Dopo ore trascorse a muoversi tra le vie di Crossing, i due amici avevano imparato a riconoscere i punti chiave della città: le strade più battute, gli odori che annunciavano le botteghe, il brusio costante del commercio. Non avevano bisogno di chiedere dove andare. Solo chi cercare. Fu una bottega di spezie a dare loro la risposta. L’aria all’interno era densa, quasi solida: pepe, cannella, curcuma, si sovrapponevano in un aroma stordente. Dietro il banco, un uomo stava pesando con precisione millimetrica delle polveri scure. “Cerchiamo Olaf Riltar.” Esordì Kail.

L’uomo sollevò lo sguardo, studiandoli per un istante prima di gesticolare verso l’esterno. “. E’ il proprietario di questa bottega, ma non lo troverete qui. Il mio nome è Nelkoh e qui ci lavoro solamente.” Indicò con il mento lungo la via. “Casa sua è poco più avanti. Portone scuro, finestre ad arco.” Kail annuì. “Grazie.”

Poco dopo si trovarono davanti all’abitazione. Non c’erano insegne, non servivano. Il legno lucido del portone, le rifiniture metalliche, le finestre alte e curate: tutto parlava di ricchezza. Di una ricchezza che non aveva bisogno di essere spiegata.

 Kail bussò. Dopo qualche istante, la porta si aprì quel tanto che bastava per lasciar intravedere un uomo anziano, vestito con abiti semplici ma impeccabili. “Si?” “Siamo qui per Olaf Riltar. Dobbiamo parlargli di un affare importante.” Il vecchio maggiordomo li squadrò con occhio attento, soffermandosi soprattutto sui loro abiti da viaggio logori. Poi aprì del tutto la porta. “Entrate.” Disse appena.

L’interno era ordinato, elegante, controllato in ogni dettaglio. Tappeti spessi, mobili robusti, superfici lucide. Nulla era fuori posto. Il governante li guidò lungo un corridoio silenzioso e li fece accomodare in una sala d’attesa. Non passarono che pochi minuti. “Il signor Riltar acconsente a ricevervi, prego seguitemi.” 

Lo studio era molto diverso dal resto della casa: non solo esprimeva ricchezza, era carico di valore antico. Teche di vetro custodivano armi di antichi cavalieri di un passato perduto, alcune annerite dal tempo. Alle pareti, quadri raffiguravano battaglie epiche: uomini in sella a draghi che serravano i ranghi contro creature altrettanto imponenti tra fiamme e ali spiegate. Una scena dominava su tutte: un cavaliere solitario, piccolo, ma ammantato di un’aura quasi invincibile, che fronteggiava impavido un drago a cinque teste. Huma e Takhisis! 

Su un ripiano, una statua scolpita rappresentava una creatura alata dalle fauci spalancate gli artigli protesi: un altro drago. Accanto, scaffali colmi di documenti incorniciati mostravano pagine ingiallite e antichi rotoli vergati ben prima del Cataclisma. Testi consumati dal tempo, che parlavano di storia antica, di religione e soprattutto di draghi cromatici. Kail non colse ogni dettaglio, ma comprese abbastanza per inquadrare il personaggio che stavano per incontrare.    

 Il medaglione sotto la tunica si scaldò appena. Una vibrazione sottile accompagnò il calore. Qualcosa, lì dentro, non era del tutto naturale. E non era del tutto innocuo. “Affascinante, vero?” La voce arrivò dalla scrivania. Olaf Riltar li stava osservando. 

Sulla cinquantina, avvolto in abiti costosi, cuciti con tessuti pregiati che mal celavano un corpo appesantito da una vita agiata, possedeva però occhi tutt’altro che pigri.“A cosa devo la visita? Geremiah mi ha detto che volete propormi un affare.” Disse, sistemandosi meglio sulla comoda sedia di pelle che soggiaceva  alla scrivania. Kail fece un passo avanti. “Siamo qui per l’elfo.” “Elfo? Quale elfo?” Galeth si intromise subito. “Terren.” Olaf si appoggiò allo schienale. “Oh, capisco … il ladro.”    

“Non è un ladro.” Ribatté il guerriero. “Le accuse dicono il contrario.” Sorrise freddamente il mercante. “Credo siate abituato a ottenere ciò che volete … anche quando qualcuno non vuole darvelo.” Olaf lo guardò incuriosito, intrecciando le dita sul tavolo. “Un’asserzione interessante, ma pericolosa … messer?” Galeth inclinò appena la testa, gli occhi stretti in due fessure minacciose. 

 “Il suo nome è Galeth. Io mi chiamo Kail …” Intervenne il mezzelfo per smorzare la tensione. “… e non siamo qui per cercare guai. Siamo venuti per capire se possiamo trovare  un accordo tra le parti. Immagino che per voi ogni cosa abbia un prezzo.” Olaf rimase in silenzio per qualche secondo, pensieroso. Poi concesse: “Parlate. Vi ascolto.”

“E’semplice. Ci serve l’aiuto dell’elfo per i nostri viaggi a sud … e ci chiedevamo se poteva esistere una cifra che potesse farvi ritirare le accuse di furto, permettendogli di uscire di prigione. A tal fine, siamo disposti a coprire noi le spese delle spezie rubate.” Riltar schioccò le labbra, contrariato. “Sono abbastanza ricco da non aver bisogno di fare … affari … di questo genere.” Sottolineò la parola affari in maniera pesante, canzonatoria. “Non ho bisogno dei vostri soldi. Quell’elfo marcirà in prigione per tutto il tempo che riterrò necessario … o finché deciderà di rinsavire dalla sua maledetta cocciutaggine. E ora se, non vi spiace, avrei da fare.”

Olaf abbassò gli occhi sulle sue carte, ignorandoli. Ma né Kail e né Galeth avevano la minima intenzione di mollare l’osso. “Suvvia … se non desiderate il denaro, ci dovrà pur essere qualcosa che potremmo fare per voi. Magari una … commissione … di qualche tipo …” Suggerì Galeth, avanzando di un passo. Olaf stava per rispondergli in malo modo, poi la sua espressione mutò. Un’idea sembrò prendere forma dietro i suoi occhi vispi e scuri.

“Uhm … forse …” Mormorò. “… forse un modo ci sarebbe.” Kail non esitò, afferrando quell’apertura al volo. “Dite pure. Lo faremo noi.” Riltar lo guardò, questa volta per davvero. “Cosa intendete?” Kail sospirò, maledicendo i modi evasivi dei mercanti. “Qualunque incarico aveste dato a lui … lo svolgeremo noi.” Si concesse una pausa intensa. “Dobbiamo andare a sud e sicuramente passeremo per New Ports …” Olaf tamburellò lentamente le dita sul tavolo: era chiaro che quei due fossero a conoscenza del compito che aveva proposto all’elfo. “E in cambio cosa chiedete?” “Ritirate l’accusa contro Terren. E’ tutto ciò che vogliamo.” 

Riltar fece scivolare il suo sguardo, per un attimo appena, verso il mobile alle spalle del mezzelfo. Un gesto minimo, ma Kail lo colse. Poi il mercante tornò a fissarli. “Dovete passare per New Ports, avete detto.” Galeth non rispose a parole. Estrasse una mappa acquistata da Orsin Feld e la srotolò sul tavolo. “Tracciati chiari, percorsi evidenti. Controllate voi stesso se non mi credete. Non è una deviazione, è la nostra strada.” 

Il mercante abbassò lo sguardo ed osservò la mappa. Impiegò troppo poco tempo per verificare quanto gli era stato detto, ma abbastanza per prendere una decisione. Quando li rialzò, qualcosa era cambiato. Si alzò lentamente, raggiunse la credenza dietro le spalle del mezzelfo e ne estrasse un piccolo pacco, sigillato con cura maniacale. Lo posò sul tavolo con eccessiva attenzione. “Questo deve arrivare a New Ports.” 

Kail si avvicinò, sperando di percepire qualcosa di soprannaturale, ma il medaglione rimandava solo quel lieve calore sordo e la vibrazione di fondo di quando erano entrati nella stanza. “Cosa contiene?” Chiese Galeth a bruciapelo. Olaf accennò un sorriso tirato. “Nulla che vi riguardi. E nulla che dobbiate aprire per scoprirlo da soli. Se il sigillo verrà infranto, l’accordo salterà.” “Non trasportiamo cose pericolose …” Puntualizzò il guerriero. “Niente di pericoloso. Né per voi, né per altri. Deve solo arrivare a destinazione integro.” Kail e Galeth si scambiarono un’occhiata d’intesa. 

“Abbiamo un accordo allora?” Olaf si raddrizzò. “Si. Accettiamo.” Rispose Kail. La reazione che il mercante ebbe a quel punto fu strana: mentre prendeva un foglio e scriveva il destinatario, il mezzelfo notò che egli appariva quasi sollevato, come se si fosse tolto un macigno dalle spalle. “Il destinatario è Philip Lamb, New Ports. Ecco a voi.” Appose anche un ultimo timbro di ceralacca e consegnò il pacco al guerriero, prima di tornare alla scrivania. 

Compilò rapidamente un secondo documento, intridendolo di inchiostro fresco. “Con questo le guardie rilasceranno l’elfo. Ma badate bene … non sarà veramente libero. Potrà lasciare Crossing, ma non potrà tornare finché non avrò conferma della consegna.” Galeth incrociò le braccia. “E se qualcosa va storto?” “Non deve. Per il suo bene, soprattutto.” Olaf lo fissò con freddezza. “Se il pacco non arriva … se io non avrò una prova dell’avvenuta consegna a quel destinatario … l’accusa resterà pendente su di lui a tempo indeterminato.” Kail annuì lentamente e afferrò il documento. “Accordo fatto.” “Un accordo tra uomini d’onore.” Concluse Olaf. Nessuno dei tre sorrise.

Kail prese di forza il pacco dalle mani dell’amico, un gesto istintivo che non poté evitare. Era leggero, ma il peso di ciò che rappresentava si faceva sentire. Si voltò sulla soglia. “Grazie per il vostro tempo.” “Grazie a voi.” Rispose Riltar. Il tono non era riconoscente, era rinfrancato. Come quello di chi avesse appena passato una maledizione a qualcun altro.

I due compagni uscirono dallo studio, attraversarono il corridoio e lasciarono la casa. Fuori l’aria sembrò più leggera. Kail guardò il pacco, poi fissò Galeth. “Non gli importava nulla di noi.” Galeth scosse la testa. “No. Affatto. Gli importava solo di toglierselo di torno il prima possibile.” Kail annuì, stringendo appena la presa sul pacco.

“Questo non è un semplice incarico.” Galeth gli si affiancò, lo sguardo fisso sulla strada. “No. E anche Terren lo sapeva.” Ci fu un attimo di silenzio, poi si incamminarono verso la torre. Verso l’elfo. E verso qualcosa che, ormai era chiaro, non aveva nulla a che fare con una semplice consegna.          

Il mezzelfo teneva il documento in una mano e il pacco nell’altra. Per qualche passo non disse più nulla, come se cercasse di riordinare le sensazioni lasciate da quell’incontro. Fu Galeth a rompere il silenzio. “Secondo te che può essere?” Kail fece spallucce. “Non lo so, ma di certo non sono spezie.” Annusò per un istante il pacco, poi contrasse la fronte. “Inoltre, non so se sia il caso di parlarne a Terren. Normalmente gli elfi sono discreti, ma potrebbe anche decidere di chiederci che genere di accordo abbiamo stretto con Olaf per liberarlo.” Galeth lo studiò di sottecchi.

“Non vorrei arrivare a mentire di proposito, pertanto cerchiamo di evitare il discorso fintanto che non sia lui a prenderlo. D’accordo?” Il guerriero annuì, poi schioccò le labbra in un gesto pensieroso. “Hai notato che non ha imposto un limite di tempo?” “Si.” Rispose il mezzelfo, affrettando il passo. “E come hai interpretato questa stranezza?”“Che non ha fretta. Vuole solo la ricevuta. Qualunque affare stia sbrigando con questo Philip Lamb, sembra parecchio diluito nel tempo. Meglio per noi.” 

Galeth incrociò le braccia mentre camminavano. “Uhm … e quel documento?” “Cosa?” Rispose Kail, mostrandoglielo senza fermarsi. “E’ un permesso provvisorio. Può uscire da Crossing, ma non può rientrare senza la prova della commissione svolta. Segno che prima o poi saremo costretti a dirglielo.” Commentò Galeth. Kail annuì, riflettendo sulle parole dell’amico. “E’ come se Olaf sapesse che Terren tornerà per forza a Crossing.” “E se decidesse di non tornare?” Azzardò Galeth. Kail accennò un mezzo sorriso amaro. “Sarebbe libero …”

“… ecco perché il mercante ha vincolato la sua libertà al ritorno a Crossing con la ricevuta, perché sa che l’elfo non ha scelta.” Galeth sospirò. Terren aveva certamente un motivo per tornare e quel motivo non era Olaf. Sospirando il guerriero disse: “Ognuno ha i propri segreti, giusto? Magari un giorno ci rivelerà i suoi come abbiamo fatto noi.” “Magari lo farà …” Sussurrò Kail al vento. 

Quando raggiunsero la Torre di Guardia, il caos mattutino si era stemperato. Questa volta fu più semplice catturare l’attenzione. Kail alzò la mano, cercando un volto familiare. Il soldato di prima lo riconobbe quasi subito e con un mezzo sospiro gli si avvicinò. “Sei tornato.” Kail non perse tempo e gli porse il documento. “Questo dovrebbe bastare.” Il soldato lo prese, lo aprì con calma, scorrendo le righe. Sollevò un sopracciglio. Poi l’altro. “Sei testardo …” Disse, senza nascondere un accenno di approvazione. “… sei andato davvero a trattare con quel mercante.” Kail non rispose. La guardia annuì tra sé. “Mi piacciono quelli che non mollano. Un attimo.”

Si allontanò verso il bancone, scambiò qualche parola con un collega e mostrò il documento. Ci fu un breve controllo, qualche domanda, uno sguardo verso di loro in più rispetto al necessario. Poi tornò. “E’ tutto in ordine.” Restituì il foglio a Kail. “Domani all’alba il tuo amico verrà rilasciato.” Galeth fece un passo avanti, impaziente. “Domani all’alba?” “Si.” Il soldato fece spallucce. “Tempo di recuperare le sue cose, registrare l’uscita e le condizioni del rilascio. Non è possibile fare prima.”

Il guerriero serrò la mascella, ma non aggiunse altro. Il soldato fece un passo indietro, tornando verso la sua postazione. “Non siete i peggiori che ho visto entrare qui dentro per qualcuno. Non fate tardi domattina …” Kail e Galeth si scambiarono un ultimo sguardo, poi uscirono dalla torre. La luce del pomeriggio stava iniziando ad incrinarsi, allungando le ombre sul selciato. “Penso che questa giornata sia finalmente finita.” Esordì Galeth. “Direi di si.” Rispose Kail, prendendo la direzione della locanda. 

Se tutto fosse andato secondo i piani, il giorno dopo avrebbero avuto un nuovo compagno di viaggio. E con lui, una strada che cominciava a delinearsi davvero. Verso sud. Verso le rovine di Xak Khalan. E verso qualcosa che, ormai, nessuno dei due considerava più una semplice coincidenza. 

Raggiunsero la locanda del Timone Spezzato quando il sole era ormai prossimo a calare. Mara li accolse con uno sguardo curioso. “Avete trovato Terren?” Kail annuì. “Si. E abbiamo convinto il mercante a ritirare l’accusa.” La donna sospirò, sollevata. “Lo immaginavo. Non aveva la faccia di un ladro.” “Restate anche domani?” Chiese poi. Galeth scosse la testa. “Partiamo all’alba.”

Regolarono il conto senza discutere: una moneta d’argento per il saldo della stanza, un’altra per i pasti. Mara si disse soddisfatta e li congedò con un cenno della mano. Mangiarono in silenzio, bevvero un paio di birre, poi salirono nelle loro stanze. Il sonno arrivò rapido, pesante. Poco prima dell’alba erano già in piedi. Una colazione veloce, poche parole, poi di nuovo fuori, verso la Torre di Guardia. Le porte erano ancora chiuse quando arrivarono, ma già qualche persona sul piede di guerra si aggirava per il pianerottolo e per le scale. Non restava che attendere.

Il cielo stava appena schiarendo quando, con un lento cigolio, il portone si aprì. Ne emerse l’elfo. Il battente si richiuse subito alle sue spalle con un tonfo sordo, quasi a voler sigillare quel capitolo spiacevole. Terren scese gli ultimi gradini con passo leggero, quasi silenzioso. Indossava una giacca di pelle consumata, pantaloni di cuoio e stivali segnati da infiniti viaggi. L’arco era già assicurato dietro la schiena; in mano teneva un corpetto di cuoio, mentre la spada pendeva ancora, malferma, al fianco. 

Quando alzò lo sguardo, individuò subito Kail. Senza indugiare, il mezzelfo gli andò incontro. “Terren. Te l’avevo detto.” Fece un breve cenno di intesa. “Abbiamo trovato un accordo.” L’elfo annuì, ma senza entusiasmo. Il suo sguardo rimaneva  vigile, come se non si fidasse ancora del tutto della libertà appena ritrovata. 

 Notando che Terren non chiedeva i dettagli della sua liberazione, Kail cambiò subito discorso. “Lui è il mio amico e compagno d’armi, Galeth.” I due si scambiarono uno sguardo misurato. “Terren ci accompagnerà in questo lungo viaggio.” Aggiunse Kail. L’elfo scosse appena la testa. “Vi guiderò almeno fino a Pax Tharkas.” Fece un pausa, lo sguardo perso verso l’orizzonte. “Voglio capire cosa è successo davvero a Rashminthalas, se Paladine me ne darà la possibilità …” Kail non disse nulla, sostenendo il suo sguardo. “Avrai le tue risposte. E noi le nostre. E questo per ora deve bastare ad entrambi. Ti sta bene?” Terren annuì.

Galeth intervenne con calma, accennando alle mappe acquistate e ai territori incerti che li attendevano. Terren ascoltò ogni parola, diede un’occhiata rapida alle carte e sentenziò: “Ci saranno sentieri che non conosco, ma vi farò evitare quelli che portano alla morte. Avete la mia parola.” Kail annuì, ma notò un’ombra di tensione sul volto dell’elfo. “Qualcosa non va?” Domandò preoccupato.

Terren strinse la mascella. “I soldati non mi hanno restituito tutto.” Sollevò la mano vuota. “La faretra è sparita. Insieme al mio zaino e all’intero pagamento del mercante.” Galeth alzò gli occhi al cielo, imprecando tra i denti. “E’ rimasto solo questo …” Kail osservò l’arco: la fattura era impeccabile, un’arma pregiata, non certo un pezzo comune. “… e la mia spada.” Il guerriero fece un mezzo sospiro. “Difficile riavere ciò che è stato rubato quando si è in una cella.” Ci fu più di un’ombra d’amarezza nelle sue parole. “Sembra che certi metodi non appartengano solo alla Solamnia.” Terren annuì, scuro in volto, senza commentare. 

Kail intervenne prontamente per spezzare il malumore.“Per ora abbiamo abbastanza oro per tutti. Non facciamoci abbattere. Ci equipaggeremo e andremo avanti. Senza problemi.” Terren abbozzò un lieve sorriso e disse: “Non desidero essere pagato per un viaggio che avrei fatto comunque. Vi accompagnerò, l’ho promesso. Mi serviranno solo una faretra con almeno venti frecce, uno zaino e un equipaggiamento minimo da campo. Caccerò per mangiare.” Kail incrociò lo sguardo soddisfatto di Galeth. “Anche noi ne abbiamo bisogno. Non temere, prenderemo tutto il necessario per il viaggio.” 

Galeth aggiunse d’un fiato: “Ti servirà anche un cavallo.” “Ne ho uno … “ Rispose Terren. “… alle scuderie di Darnel.” Il mezzelfo ricordò subito il destriero visto il giorno prima: un animale fiero, dal portamento austero, proprio come il suo padrone. 

Si mossero insieme, compatti e silenziosi, camminando in una città che si stava lentamente svegliando tra i primi richiami dei mercanti. Giunti alle scuderie, Darnel accolse l’elfo con una familiarità che tradiva una conoscenza di lunga data. Chiese una moneta d’argento per lo stallaggio del corsiero e Kail pagò senza battere ciglio. Darnel consegnò i loro destrieri, già sellati e strigliati a dovere. Galeth ricevette il suo da Berenice, scambiando con la ragazza poche parole gentili, quasi familiari. Terren montò per ultimo. Senza sella. Solo una stuoia tra lui e il dorso dell’animale. Il suo cavallo sembrò placarsi all’istante quando riconobbe il padrone, che gli sussurrava arcane parole elfiche alle sue orecchie. 

I tre viaggiatori salutarono Darnel e sua figlia, poi si trattennero in città ancora un po’ per rifornirsi: razioni per una settimana, qualche oggetto utile, lo zaino e la faretra per l’elfo. Nulla di più. Poi, finalmente, partirono. Attraversarono Crossing senza fermarsi, lasciandosi alle spalle il frastuono e la pietra. Fuori dalle mura, la strada si apriva libera. Terren prese la testa, aspettando le istruzioni dal mezzelfo. Kail e Galeth lo seguirono a breve distanza. Per un lungo tratto nessuno parlò.

All’improvviso Kail rallentò. Qualcosa, sul bordo della strada aveva attirato il suo sguardo. Qualcosa che gli gelò il sangue, facendolo sudare freddo nonostante il mattino fresco. Un segno inciso nella roccia. Una spirale. Una spirale spezzata! 

Rialzò gli occhi, mise in guardia Galeth e spronò il cavallo verso Terren. Aveva una domanda angosciante da porgli, una domanda che non poteva attendere.