L’alba si sollevò lentamente sopra le rovine di Xak – Khalan, ma la luce non portò alcun sollievo. Si diffuse come un velo lattiginoso sulla palude, insinuandosi tra l’acqua stagnante e le pietre spezzate, incapace di diradare davvero l’oscurità che gravava su quel luogo.
La compagnia si era destata da qualche minuto, concedendosi appena un pasto frugale. Consapevoli di non sapere quanto sarebbe durato il cammino nel fango putrescente, avevano deciso di utilizzare ogni prezioso istante di luce solare.
Terren si fermò prima di immergere i piedi nell’acqua. Restò immobile, lo sguardo perso tra le linee confuse della vegetazione e i profili irregolari delle rovine sommerse. Poi abbassò gli occhi sulle mappe che stringeva tra le mani: due pergamene diverse, una più vecchia e l’altra più recente, ma entrambe tracciate dalla sapiente mano elfica. Erano simili, ma non identiche. Le osservò ancora, come se potessero cambiare sotto i suoi strani occhi obliqui. “Queste mappe … “ Mormorò infine a bassa voce. “… non servono a quello che dobbiamo fare.”
Kail sollevò lo sguardo verso di lui, mentre Galeth, in silenzio, si avvicinò di un passo. Terren continuò, tracciando con un dito una linea su una delle pergamene. “Non indicano avamposti di goblin o orchi. Non segnano pattuglie, né rotte di guerra. Sono … percorsi. Luoghi attraversati. Appunti di viaggio.” Fece una pausa, poi aggiunse: “Rashminthalas e gli altri miei fratelli elfi, non le hanno disegnate per scovare forze nascoste della Regina Oscura. Le hanno lasciate in custodia a Durgan e Orsin, affinché qualcuno, dopo di loro, potesse continuare l’esplorazione.”
Notando gli sguardi incerti dei compagni l’elfo sospirò. “Rashminthalas le ha affidate a Durgan proprio per questo. Non gli servivano più. Portarsele dietro, mentre affrontava la missione di Anteus, avrebbe significato rischiare di perdere un tassello fondamentale per il nostro popolo. Un mosaico che, se un giorno venisse ricomposto, riporterebbe alla luce meraviglie dimenticate da molti, ma non da chi ancora custodisce nel cuore gli antichi dei del Bene.” Sollevò di nuovo lo sguardo verso la palude.
“Noi cerchiamo tracce di un esercito. Queste … queste portano altrove. E’ bene che lo teniate a mente.” Seguì un breve silenzio, poi concluse con un’espressione incerta: “Forse i sentieri coincidono. Forse no. Potrebbero esserci utili o portarci del tutto fuori strada. Tuttavia … se vogliamo orientarci …” Picchiettò leggermente la mappa. “… dovremo prima capire dove siamo finiti.” Senza aggiungere altro, fece un passo avanti. L’acqua gli arrivò subito alla caviglia.
Il primo contatto con la palude fu quasi deludente. Nessuna minaccia immediata, nessun segno evidente di pericolo. Solo acqua torbida, fango che cedeva sotto il peso e una nuvola insopportabile di insetti ronzanti. “Queste dannate zanzare avranno prosciugato il mio sangue prima di sera …” Esordì il guerriero, già affranto dopo nemmeno un’ora di cammino. Kail, che non se la passava meglio, suggerì di fermarsi alla successiva isola di terra ferma per verificare l’efficacia degli unguenti venduti loro da Harlven. Terren attendeva pazientemente di vedetta: l’elfo sembrava immune alle amorevoli attenzioni degli insetti di palude.
In effetti le misture che i due compagni avevano spalmato generosamente su ogni spazio scoperto del corpo parevano proteggerli, almeno in parte: l’odore acre teneva lontani gli sciami più fitti, ma non rendeva il cammino meno sgradevole. Ogni passo sollevava detriti dal fondo: foglie marcescenti, frammenti di pietra e qualcosa di viscido e molle che nessuno di loro volle identificare.
Il silenzio, tuttavia, non era assoluto. Per chi sapeva ascoltare, la palude era un coro di suoni e richiami variegati, a tratti irritanti, a volte sinistri. Terren alzava spesso una mano per arrestare la marcia al fine di ascoltarli, eppure i versi apparivano distanti, echi indistinti tra gli alberi contorti. Ed erano pochi. Troppo pochi.
L’elfo si muoveva con cautela, studiando il terreno più che la direzione. Usava la mappa come una specie di bussola concettuale, ma la sua attenzione era quasi interamente rivolta all’ambiente circostante: osservava la crescita delle radici, l’inclinazione dei tronchi e il modo in cui l’acqua stagnava in certe zone e scorreva, quasi impercettibilmente, in altre. Ogni tanto si fermava, consultava la pergamena, e la ripiegava, senza dire nulla.
Il primo segno arrivò quasi per caso. Galeth fu il primo a notarlo: un ramo spezzato, tagliato di netto e ormai annerito dal tempo. “Ehi … guardate qui. Qualcuno è passato da questa parte …” Terren annuì, ma non sembrava condividere troppo l’entusiasmo del guerriero. Poco più avanti, una corda marcita pendeva da un tronco inclinato, ormai quasi del tutto inglobata dalla corteccia. Galeth fece un segno eloquente, come a voler dire: “Te l’avevo detto che ci avrebbe portato a qualcosa.” Terren lo guardò con una punta di severità negli occhi obliqui. Poi si chinò appena: “Non è recente. A giudicare dalle condizioni, è qui da mesi. Forse anni. Tuttavia è vero: qualcuno è passato di qui, ma potrebbe trattarsi di esploratori o cacciatori di tesori. E’ ancora presto per azzardare teorie …” L’elfo passò oltre senza aggiungere altro, mentre Galeth allargò le braccia con disappunto guardando verso Kail. Il mezzelfo ricambiò con un mezzo sorriso e una pacca sulla spalla all’amico, ma il suo sguardo, subito dopo, si fece più attento.
Proseguirono per qualche altra decina di metri, finché l’acqua si fece leggermente più profonda e il fango meno stabile. Fu allora che accadde. Qualcosa di viscido e duro sfiorò la gamba di Kail: un contatto breve, freddo, che scomparve all’istante. Il mezzelfo si irrigidì, voltandosi di scatto e sguainando la spada. L’acqua però era di nuovo immobile. Solo cerchi concentrici che si allargavano adagio. Terren alzò lo sguardo, riponendo le mappe e sfilando lentamente l’arco dalla tracolla. Non era sorpreso, solo vigile. “Non siamo soli.” Bisbigliò. In quel momento, il medaglione di Kail iniziò a vibrare debolmente.
“Indietro!” Urlò l’elfo, arretrando di mezzo passo e incoccando una freccia con la velocità del pensiero. Ma non ci fu tempo. Una massa scura emerse lateralmente, spezzando la superficie dell’acqua con un colpo sordo. Un corpo lungo, muscoloso, lucido di melma, si avvolse attorno a Galeth con una velocità innaturale. Il guerriero non riuscì nemmeno a gridare: il fiato gli fu strappato via mentre la creatura lo trascinava brutalmente sotto la superficie. Poi l’acqua si richiuse e il silenzio tornò, improvviso ed insopportabile. Kail si muoveva freneticamente nell’acqua putrida, cercando un segno, un movimento, qualsiasi cosa. Ma nulla: Galeth e quella bestia serpentina sembravano semplicemente svaniti.
Finché, lentamente, iniziarono ad apparire nuovi cerchi concentrici, sempre più larghi. Kail udì l’arco di Terren tendersi fino allo stremo. Il mezzelfo agitava la spada, muovendosi in tondo, ma non sapeva dove colpire. I suoi occhi erano fissi sulla superficie torbida, cercando un’ombra o un’increspatura. Non ricordava nemmeno da quanto tempo aveva sospeso il fiato. “Dov’è?” Ringhiò, la voce incrinata dalla tensione. Terren non rispose. Era una statua di carne e legno: l’arco teso, lo sguardo fisso su un punto preciso dello specchio d’acqua. Poi, d’improvviso, la palude si spaccò!
La creatura riemerse sollevandosi quasi in verticale, svettando con buona parte del suo sinuoso corpo. Era lunga almeno otto metri, spessa quanto il tronco di un giovane albero, ricoperta di scaglie scure incrostate di fango e detriti. Il muso era quello di un anfibio, ma più affusolato, simile a quello dei rettili. Le fauci si spalancarono in un sibilo basso, rivelando file di denti acuminati e ricurvi. E, stretto tra le sue spire, c’era Galeth.
Sebbene sputasse acqua e melma, agitandosi come un toro impazzito, il guerriero era tutt’altro che privo di iniziativa. Con uno sforzo disperato, era riuscito a liberare un braccio e nella mano stringeva adesso un pugnale. Colpì una volta, poi un’altra, affondando la lama tra le scaglie, laddove la pelle appariva più tenera.
La creatura si contorse, lanciando un sibilo più acuto, quasi rabbioso. Stava Per trascinare nuovamente Galeth sotto la superficie fangosa, ma proprio in quel momento Terren scoccò. La freccia colpì di lato, penetrando tra le pieghe del corpo del mostro. Non bastò ad ucciderlo, ma l’impatto lo fece arretrare quel tanto che servì al guerriero per recuperare l’equilibrio e non sparire negli acquitrini.
“Kail!” Gridò il guerriero allo stremo delle forze. Il mezzelfo non esitò. Si lanciò in avanti nell’acqua, affondando fino al ginocchio, e vibrò un colpo con tutta la forza che aveva in corpo. La lama morse la carne e questa volta il serpente reagì davvero: il corpo si tese allo spasmo, le spire si allentarono per un attimo.
Bastò quel secondo. Galeth crollò in acqua con un tonfo pesante, aspirando aria nei polmoni con un rantolo spezzato, mentre cercava di allontanarsi dalla bestia. Tuttavia, la creatura non insistette. Per un istante rimase immobile, metà del corpo fuori dall’acqua, oscillando leggermente come se li stesse studiando o percependo la loro pericolosità. Poi, con un movimento improvviso, si lasciò ricadere e svanì nelle profondità torbide.
Il silenzio tornò, ma era diverso, carico di adrenalina e paura. Per qualche secondo nessuno parlò. Si udiva solo il respiro affannoso di Galeth e il lento sciabordio dell’acqua che tornava a calmarsi. Terren abbassò l’arco, senza rilassarsi. Kail rimase con la spada sollevata ancora qualche istante, scrutando la superficie. Quando fu certo che il mostruoso serpente non sarebbe tornato, si rivolse al compagno: “Come stai? Tutto bene?” “Otto metri …” Mormorò Galeth, tossendo e sputando un misto di acqua e melma. “E non era nemmeno affamato.” Kail accennò un sorriso a quella che pareva una battuta per sdrammatizzare l’evento. Tuttavia Terren, dopo aver osservato attentamente la palude e le rovine che emergevano appena dalla nebbia, aggiunse cupo: “No. Era solo … a casa.”
In quel momento, tutti e tre compresero la stessa verità: non stavamo attraversando un luogo abbandonato, stavano violando in un territorio. E prima o poi avrebbero pagato un prezzo.
Prima di riprendere il cammino, Terren chiuse gli occhi, respirando a fondo diverse volte per ritrovare il centro. Si trascinò nell’acqua fino a un punto in cui la fanghiglia melmosa si faceva meno profonda. Lì, dove gli alberi contorti e marcescenti si facevano più fitti, l’elfo sembrò puntare verso uno di essi. Si fermò innanzi a un tronco le cui radici erano immerse nell’acqua scura. Per un attimo restò immobile, poi sollevò una mano e ne toccò la corteccia ricolma di muschi, chiudendo di nuovo gli occhi. Scolopendre ed insetti di ogni sorta strisciarono sulle sue dita, facendo aggrottare la fronte di Galeth per il disgusto, ma Terren non si ritrasse. Anzi, iniziò a sussurrare qualcosa.
Non era una parola isolata, né una frase compiuta. Era un suono basso e ritmato, fatto di pause e inflessioni strane, come se stesse cercando una corretta risonanza più che trasmettere un significato. Kail osservò senza intervenire, ma non riuscì a non sgranare gli occhi, quando un ramo sembrò muoversi appena, emergendo dall’acqua come in risposta a quel richiamo. Il mezzelfo non conosceva quella lingua, ma ne riconobbe il tono per istinto: Terren non stava lanciando un incantesimo o impartendo un ordine alla pianta. Stava chiedendole aiuto. L’elfo rimase così per qualche istante, immobile, con la mano appoggiata al tronco. Poi riaprì gli occhi. Non disse nulla. Si limitò a guardarsi attorno come se il paesaggio fosse cambiato o avesse finalmente colto un dettaglio prima invisibile.
Galeth incrociò lo sguardo di Kail, accennando con il mento verso il loro compagno. “Lo fa spesso?” Sussurrò. Il mezzelfo scosse leggermente la testa. “Non lo so.” Rispose piano. “Ma credo … che stia cercando qualcosa.” Galeth si voltò, determinato: “Beh, chiediamoglielo. Dovremo pur sapere come intende procedere e cosa aspettarci. Non ho intenzione di finire un’altra volta tra le spire di una bestia simile.” Kail non sembrava convinto, ma alla fine lo lasciò fare.
“Ehi Terren … vorresti spiegarci cosa stai facendo? Sappiamo che cerchi di orientarti, ma onestamente non capiamo come.” L’elfo sollevò la testa dalle mappe, come se stesse cercando in esse una conferma a ciò che l’albero gli aveva appena sussurrato. Poi rispose asciutto: “Noi elfi dei sentieri, non cerchiamo direzioni come fanno gli scout umani … o i mezzelfi.” Fece scorrere lo sguardo tra la pergamena, la palude e Kail. “Abbiamo appreso che questa zona è abitata, che è territorio di qualcuno. Ed è questo dettaglio che ci permetterà di orientarci.” Si concesse una pausa intensa. Poi riprese. “Queste mappe … non indicano una strada, ma un luogo specifico. Una zona delimitata: ampia, ma non immensa come questa distesa in cui vaghiamo ora. Mostrano dove qualcuno è già stato … e le piante e gli animali che abitano qui lo ricordano.” Ripiegò di nuovo le carte.
“Se troviamo gli stessi segni, sapremo dove siamo.” Disse, tamburellando le dita sulla pergamena. “Ma solo chi vive qui può portarci laggiù. Andiamo, da questa parte.” Terren scartò di lato, affondando uno stivale nell’acqua che ormai gli arrivava al ginocchio. Galeth inarcò un sopracciglio e guardò di nuovo Kail. “Tutto chiaro. Facile, no?” Commentò sarcastico, mentre schiacciava un insetto grande come un pollice che gli stava risalendo il braccio. Il mezzelfo sospirò. Sapeva bene invece che sarebbe stato molto difficile.
Terren procedeva lentamente su un terreno che pareva mutare sotto i loro piedi. L’elfo non appariva semplicemente guardingo, ma teso in un ascolto assoluto, come se i suoi sensi cercassero di captare segnali invisibili: una scia da seguire, a metà tra il materiale e l’immateriale. Finché l’ambiente non cambiò davvero.
Non fu un mutamento brusco, ma percettibile: il fango divenne più compatto, meno vischioso; le radici putride lasciavano spazio a passaggi più larghi, come se qualcuno avesse tentato più volte di attraversare quel tratto. Non era un sentiero, ma era stato usato come tale. Kail si chinò, osservando una zona dove l’acqua ristagnava in modo innaturale. “Passaggi ripetuti.” Commentò. “Sempre nella stesse direzione.” Terren annuì, senza rallentare. Finché Galeth scorse qualcosa di semisommerso nel fango: il primo oggetto metallico ossidato da quando erano entrati nella palude!
“Da questa parte.” Esclamò, richiamando i suoi compagni. Quando Kail e Terren lo affiancarono, egli mostrò loro i resti di un piccolo corpo. “Goblin …” Sussurrò, raddrizzando la schiena con il volto tirato. L’armatura era ancora riconoscibile, ma deformata, come schiacciata in più punti da una forza immane. Le ossa sottostanti erano fratturate, alcune completamente polverizzate. Non c’erano tagli. Non c’erano frecce. Solo i segni di impatti violenti e definitivi.
Terren iniziò a guardarsi attorno, seguito da Kail e Galeth. Fu allora che ne trovarono altri. Molti altri. Alcuni morti da molto più tempo, ridotti a scheletri bianchi. Altri più recenti, con lembi di pelle ancora attaccati alle ossa. Ma tutti erano stati uccisi allo stesso modo: nessuna battaglia, nessuna difesa, solo un annientamento silenzioso ed invisibile. Come se i loro aguzzini fossero apparsi dal nulla.
Galeth deglutì, ripensando alla creatura serpentina che lo aveva quasi stritolato. Pensò a quanto era stato fortunato. Tuttavia, Terren, indovinando i suoi pensieri, scosse il capo: “Questi goblin sono stati uccisi in maniera organizzata. Non è stata l’opera di un serpente di palude.” Galeth lo osservò, poi contrasse le labbra. “Se volevi rincuorarmi, non ci sei riuscito.” L’elfo rimase imperscrutabile. “Non volevo affatto rincuorarti, solo avvertirti: se ci sarà un altro combattimento, potrebbe essere peggiore di quello che abbiamo affrontato prima.” “Com’è che ogni volta che parli non so mai cosa augurarmi?” Sbottò Galeth allargando le braccia. Kail sorrise, superando l’amico per seguire l’elfo.
Bastarono poche altre decine di passi perché apparisse il primo Avamposto tra i resti di una costruzione crollata. Pali infissi nel terreno, corde spezzate e una piattaforma rialzata ormai inclinata su un lato. Qualcuno aveva tentato di costruire una palafitta sopra il livello dell’acqua. Galeth osservò le giunture del legno. “Lavoro veloce, ma non improvvisato.”Disse, mentre esaminava i resti del rozzo edificio. Kail indicò il focolare spento. “Non erano di passaggio. Questa costruzione era pensata per durare.” Terren si fermò innanzi ad un palo segnato da un’incisione grezza: un marchio militare. “Questo è stato il primo Avamposto costruito dai goblin e dagli hobgoblin … prima che qualcuno arrivasse e li massacrasse tutti.”
Kail annuì pensieroso. Poi Galeth aggiunse: “Sembra che Anteus avesse ragione. Ci sono stati movimenti di goblin in questa zona, solo che qualcuno non ha affatto gradito la loro presenza.” Terren confermò. “Seguiamo questa scia, vediamo se l’oscurità si è ritratta o se ha provato ad insediarsi più a fondo nella palude.” I suoi compagni furono d’accoro, così ripresero il cammino.
Più avanzavano, più i sospetti dell’elfo trovavano conferma. Le forze di Takhisis non erano solite arrendersi facilmente. Il secondo sito che incontrarono non era un semplice accampamento, ma un tentativo di fortificazione migliorato, concepito per resistere ad un assedio. Avevano scelto una zona leggermente rialzata, iniziato a disboscare e a tracciare un perimetro. Ma l’opera non era mai stata completata. I pali erano inclinati o spezzati a metà, il terreno segnato da scavi interrotti bruscamente. “Qui si sono fermati.” Disse Kail, fermandosi accanto ad uno scavo. “O sono stati fermati.”
Terren cercò di decifrare se la morte che aveva colto gli occupanti di quel secondo sito fosse stata diversa da quella osservata nel precedente Avamposto, ma i segni erano gli stessi: un annientamento totale, rapido e brutale. Tuttavia, fu Galeth a trovare l’indizio più inquietante. All’inizio sembrava un pezzo di cuoio marcio, ma poi, ad un esame più attento, il guerriero capì che si trattava di altro. Era rigido, spesso, e quando lo sollevò si piegò in modo innaturale, mantenendo una forma curva e membranosa. Vedendo il loro compagno in difficoltà, sia Terren che Kail lo raggiunsero subito. Il medaglione nascosto del mezzelfo emise un lieve, fastidioso calore che si propagò proprio mentre si avvicinava al guerriero.
L’elfo osservò quel reparto con un silenzio carico di disgusto. Poi lo prese tra le mani con estrema cautela. La superficie era liscia in alcuni punti, ruvida in altri, come se fosse stata strappata via con violenza inaudita. Kail lo guardò con un misto di attenzione e diffidenza: quando le sue dita sfiorarono la membrana, quel contatto gli fece rizzare i peli sulle braccia.“Che cos’è?” Domandò infine. Terren non rispose subito. Fece scorrere i polpastrelli lungo il bordo lacerato della membrana. Poi disse piano: “Sembra … il pezzo di un’ala.” I tre compagni ebbero un fremito che li raggelò. Tutti avevano formulato lo stesso pensiero, ma nessuno aveva osato dargli voce: le creature come Galen Dracos! Quei rigonfiamenti sulle loro spalle potevano davvero essere ali.
Se così fosse stato, quelle non erano semplici pattuglie: si trattava di un contingente feroce, comandato da creature massicce, dotate di poteri magici spaventosi e, a quanto pareva, persino alate. “Avevano un comandante quindi.” Azzardò Galeth, rompendo il silenzio. “Si, e un obiettivo preciso.” Rispose Kail, asciutto. Il mezzelfo decise di non abbandonare quel resto raccapricciante: la avvolse in un panno di cuoio e lo infilò nello zaino. Poi ripresero il cammino. Mentre uscivano dal perimetro di quel secondo, sfortunato Avamposto, notarono delle tracce interessanti.
Attorno ai corpi martoriati di goblin e hobgoblin, c’erano i segni di uno scontro ravvicinato, ma soprattutto delle impronte. Non appartenevano ai goblin, né agli hobgoblin: erano allungate, profonde e impresse nel fango con una forza ferina. Impronte a tre dita! Era assai probabile dunque, che le forze d’invasione avessero destato l’attenzione di altre creature che vivevano in queste paludi da tempo immemore. Esseri che evidentemente non amavano essere disturbate. Creature che potevano, anche in quel preciso momento, rimanere nascoste nell’ombra a osservarli, mimetizzate nel loro ambiente naturale, in attesa del momento migliore per trucidare anche loro.
La minaccia era palpabile, un peso che gravava sulla pelle di tutti. “Che facciamo?” Domandò Galeth, guardandosi intorno con inquietudine. “Ho una brutta sensazione … come se qualcuno mi stesse spiando, aspettando solo un mio passo falso per spaccarmi la testa come ha fatto con quei mostriciattoli laggiù.” Terren incrociò le braccia, lo sguardo fisso verso l’oscurità. “Mi sembra confermata ormai la presenza organizzata di goblin a Xak – Khalan. E’ probabile, inoltre, che a guidarli ci siano creature ben più intelligenti, misteriose e potenti: gli uomini alati. A questo punto, Kail, la decisione spetta a te. Continuiamo ad esplorare o torniamo sui nostri passi?”
L’elfo aveva cercato di mantenere un distacco asettico, ma Kail intuì che, nel profondo, Terren desiderasse proseguire. Era un richiamo atavico il suo: quella città, sebbene ormai inghiottita dal fango e dai miasmi più mefitici, esercitava ancora un fascino magnetico sulla sua stirpe. Era un’eco ancestrale che risuonava tra le rovine degli antichi templi del Bene, un tempo splendenti e imperituri, che ora giacevano sommersi. Kail rimase in silenzio per un istante, poi rispose risoluto: “Dobbiamo recuperare e registrare ogni attività sospetta avvenuta dopo la perlustrazione di Anteus e Rashmin di tre anni fa. Ogni informazione che riporteremo potrebbe rivelarsi vitale.” “E allora proseguiamo.” Disse Galeth, compiendo il primo passo. Si rimisero in cammino, lasciandosi alle spalle il massacro del secondo Avamposto.
Dopo circa un’ora di marcia tra sciami di insetti e acquitrini stagnanti, la superficie della palude tremò. Fu un sussulto impercettibile sotto lo strato di fango compatto, ma Terren lo colse all’istante. Si arrestò di colpo, sollevando una mano per imporre il silenzio. Non ebbe il tempo di dare l’allarme: il terreno esplose! Un’enorme massa scura emerse con violenza dall’acqua putrida, proiettando schizzi di melma in ogni direzione. Lo scorpione era gigantesco, lungo almeno quattro metri. Il suo carapace nero brillava di sinistri riflessi verdastri, mentre le chele, larghe quanto scudi da torre, fendevano l’aria alla ricerca di carne viva. La coda arcuata terminava in un pungiglione lucido, gocciolante di veleno.
Kail fu il primo a reagire: sguainò la spada e arretrò di mezzo passo. “Arriva!” Urlò, incitando i compagni di allargarsi. La creatura si mosse con una rapidità innaturale per una bestia di quelle dimensioni. Una delle chele scattò in avanti, cercando di afferrare Galeth, che riuscì a deviare il colpo con il suo spadone; l’impatto, però, fu tale da farlo indietreggiare, piantandolo nel fango fino al ginocchio.”E’ più veloce di quanto sembri!” Ringhiò il guerriero, serrando i denti.
Terren era già in posizione. L’arco era comparso tra le sue mani come per magia, e la prima freccia partì quasi invisibile. Il dardo colpì il carapace con un rintocco secco, rimbalzando senza scalfire la corazza. “Cercate i punti molli!” Avvertì l’elfo. “Giunture e occhi!” Kail non se lo fece ripetere. Scivolò di lato, cercando di aggirare il mostro mentre quello si concertava sul compagno. L’acqua alle caviglie ostacolava ogni movimento, ma riuscì a potarsi abbastanza vicino da colpire. Affondò la lama tra due placche del carapace, vicino all’attaccatura di una zampa. La creatura reagì con uno scatto violento, emettendo un suono stridulo, a metà tra un sibilo e un rantolo, e calò la coda su di lui con una violenza brutale.
Kail si gettò di lato all’ultimo istante, sentendo il pungiglione passargli a pochi centimetri dal volto prima di conficcarsi nel fango. “Attento alla coda!” gridò, rialzandosi a fatica. Galeth colse l’attimo. Con un grido gutturale si avventò sulla creatura sbilanciata, calando lo spadone con tutta la sua forza su una delle chele. Il colpo non la spezzò, ma la forza dell’impatto costrinse lo scorpione ad arretrare. La risposta fu immediata: l’altra chela scattò in avanti e riuscì a colpire Galeth di striscio al fianco, trascinandolo parzialmente verso di sé. Il guerriero si liberò prima che la presa si chiudesse del tutto e diventasse letale, ma il dolore gli strappò un gemito.
“Dannazione …” Il sangue iniziò a scorrere tra le maglie dell’armatura. Terren incoccò un’altra freccia, prendendo un respiro profondo per rallentare il battito. Mirò agli occhi e poi scoccò. Il dardo sfrecciò quasi guidato da volontà divina e questa volta si conficcò in uno dei piccoli bulbi neri. Lo scorpione si ritrasse con un sussulto violento, scuotendo la testa e sollevando la coda in un movimento frenetico. “Ora!” Gridò l’elfo. Kail, ignorando il fango che gli imprigionava i piedi, scattò in avanti. La sua lama penetrò più a fondo tra le placche, strappando un altro verso acuto alla bestia.
La coda sferzò ancora l’aria, ma Galeth era pronto. Scartò di lato lasciando che il pungiglione colpisse il vuoto, e nel breve istante in cui l’appendice rimase bassa, calò lo spadone con tutta la forza che gli restava. Il colpo non recise la base della coda, ma la martoriò gravemente. Lo scorpione, disorientato e ferito a morte, iniziò a contorcersi. Unì’ultima freccia di Terren e gli attacchi coordinati di Kail e Galeth posero fine alla resistenza. Con un sussulto finale, le zampe si contrassero per poi afflosciarsi nel fango, sollevano un’onda lenta che si disperse nel silenzio improvviso della palude. Per qualche istante restarono immobili.
Poi Kail rinfoderò lentamente la spada, respirando pesantemente. “Questo posto non smette mai di sorprenderci …” Terren abbassò l’arco, lo sguardo ancora vigile. Galeth invece barcollò, stringendosi il fianco. “Come stai? Sei ferito?” Chiese il mezzelfo con una nota di preoccupazione. “Non è niente, è solo un graffio. Se ci avesse preso con il pungiglione, ora non saremmo qui a parlarne.” “Tieni, usa questo.” Gli disse l’elfo, grattando da un albero un muschio putrido e maleodorante. Il guerriero lo guardò perplesso, ma fece come gli era stato consigliato. Si concessero qualche minuto di riposo prima di riprendere la marcia.
Per la mezz’ora successiva Terren non pronunciò parola, mentre la palude sembrava richiudersi alle loro spalle, indifferente al sangue versato. Poi, il paesaggio mutò: lo spazio si fece più aperto, segno evidente che l’area era stata intenzionalmente ripulita dalla vegetazione circostante. Quando apparve il terzo Avamposto, ogni dubbio svanì. Nonostante la struttura fosse stata concepita per risultare ancor più coriacea delle precedenti, con rinforzi incrociati, pali conficcati in profondità e una disposizione che suggeriva una strategia pensata e coordinata, tutto era stato letteralmente frantumato con una violenza tale che non poteva appartenere ad uno scontro tra umanoidi. Non c’erano linee di difesa cedute o punti deboli sfruttati. C’era solo una distruzione totale, brutale e assoluta.
“Ehi venite qui.” Esordì Galeth, la voce ridotta ad un sussurro. “Guardate.” Il guerriero indicò una traccia nel fango: una lunga strisciata, interrotta e ripresa più volte, lasciata dai presunti aggressori . Kail iniziò a seguirla con lo sguardo, cercando di capirne la direzione. Terren, invece, rimase dov’era, intento a contemplare un’altra zona del campo di battaglia, perso nei suoi pensieri. Il mezzelfo la identificò quasi subito: una macchia scura, diversa, più densa. Non era sangue di goblin o hobgoblin. Si avvicinò e si inginocchiò, sfiorando il bordo ormai secco della pozza. “Anche loro hanno sanguinato, allora …” Bisbigliò, riflettendo tra sé. “… solo che hanno portato via i corpi dei loro caduti. Questo mi fa pensare ad una civiltà organizzata, non a dei predatori selvaggi o a creature infami come i goblin, prive di rispetto per i propri morti.”
Poco distante, l’elfo si rialzò, spostandosi con circospezione per cercare conferme nel terreno sconvolto. Probabilmente il suo udito elfico gli aveva permesso di sentire le parole sussurrate da Kail venti passi più indietro, ma era assorbito da qualcosa che non gli concedeva distrazione. Rimase immobile a fissare il suolo, quasi pietrificato. Un’impronta gigantesca, ormai colma d’acqua stagnante, si imponeva come un marchio indelebile: una testimonianza di un movimento possente e devastante. Non era solo grande; era sbagliata. Sproporzionata rispetto a tutto ciò che li circondava. Terren richiamò a sé i compagni con un gesto secco.
Kail si passò una mano sui capelli umidi, lo sguardo fisso su quella cavità nel fango. “Un … un drago?” Azzardò terrorizzato. Terren scosse lentamente la testa. “No. Ma è qualcosa di altrettanto pericoloso e letale.” Kail sospirò, aggiungendo piano: “Qualunque cosa sia … non è qualcosa contro cui si può combattere apertamente.” Galeth non rispose subito. Stava osservando i resti delle difese. Valutando e misurando ogni cosa con l’occhio del soldato navigato. “Hanno retto …” Esordì infine. “… per un po’ almeno.” Indicò una delle strutture laterali ancora parzialmente in piedi. “Vedete? Qui li hanno respinti.” Si spostò di qualche passo, indicando un’altra zona dove il fango era stato calpestato furiosamente. “E qui hanno tentato di contenere l’urto. Hanno lottato, non sono fuggiti.”
Kail lo guardò, confuso. “Quindi?” Galeth si voltò verso l’impronta mostruosa. “Quindi i difensori dell’Avamposto stavano vincendo. Ma non sapevano che qualcosa di molto più terribile dei loro aggressori stava arrivando alle loro spalle.” Il silenzio che seguì fu più pesante della nebbia che si stava alzando. Terren si accucciò lentamente, senza sfiorare il terreno, come a non voler disturbare un equilibrio già precario. “Non è un predatore casuale …” Disse cupo. “Questo è il suo territorio.” Sollevò lo sguardo verso il cuore della palude, dove l’acqua si faceva più torbida. “Proprio come è capitato a noi con le creature di prima … i goblin si sono spinti troppo oltre. Sono entrati nella sua casa.”
Fu allora che qualcosa si mosse nelle acque intorno a loro. Il medaglione di Kail ebbe un fremito improvviso, un avvertimento muto ma vibrante. Il mezzelfo mise subito tutti in guardia, portando la mano sull’elsa della spada. Terren strinse l’arco, mentre Galeth sfoderò lo spadone per metà, l’acciaio che mandava un riflesso opaco nella nebbia crescente.
Quando gli uomini rettile emersero, lo fecero senza fretta. Uno alla volta. Silenziosi come spettri. La loro pelle scura rifletteva appena la luce fioca dalla palude, rendendoli quasi invisibili tra le radici. Gli occhi, dotati di doppia palpebra, erano fissi, attenti, privi di qualsiasi espressione leggibile. Avevano corpi snelli ma muscolosi, ricoperti di scaglie dure come il ferro; le mani palmate terminavano con dita adunche ed artigliate. Era chiaro che non temevano quel manipolo di stranieri, né tantomeno i goblin.
Quello più grande avanzò di una passo. Osservò Terren più a lungo degli altri, come se avesse già visto creature della sua specie. Poi parlò e la sua voce grattò l’aria come pietra su pietra. “Voi … non mostriciattoli.” Disse, indicando con la mano il basso per sottolineare la scarsa statura dei goblin. Le parole erano lente, modulate con fatica. “Nemmeno … uomini con ali.” Kail fece un passo avanti, senza abbassare la guardia. “No. E voi chi siete?” La creatura portò una mano al petto squamoso. “Noi … popolo della palude.” Fece una pausa, cercando i termini adatti nella lingua comune. “Noi … servire … dea dalle molte teste …”
La frase rimase sospesa nell’aria umida, carica di un presagio oscuro che nessuno di loro voleva davvero affrontare. Kail aggrottò le sopracciglia, la mano sempre più stretta sull’elsa. “Spero non vi stiate riferendo a … a Takhisis.” Mormorò, abbassando volutamente il tono della voce nel pronunciare il nome della Regina Oscura. Guardò Galeth con la coda dell’occhio, comunicandogli silenziosamente di restare pronto a tutto. La creatura lo fissò coni occhi immobili e vitrei. Sbatté un paio di volte le doppie palpebre, poi riprese: “Amoth non sa … Amoth si scusa … vostra lingua difficile. Amoth imparata in anni … sentendo visitatori della palude.”
Terren alzò una mano, facendo segno a Kail e Galeth di rilassarsi: quella gente non sembrava nemmeno conoscere il nome di Takhisis. La “dea dalle molte teste” doveva essere sicuramente qualcos’altro: una forza antica e primordiale, una divinità locale radicata in quel luogo nascosto e dimenticato. “E’ stata lei a fare tutto questo?” Domandò l’elfo, indicando con un movimento circolare della mano i resti devastati dell’Avamposto. Amoth seguì il suo gesto, poi annuì. “Noi cacciato mostriciattoli prima. Questo no.” Fece una pausa intensa. “Questo … dea dalle molte teste.”
I tre si scambiarono uno sguardo eloquente. Poi si allontanarono di qualche passo per parlare tra di loro. “Gli invasori hanno provato più volte ad insediarsi nella palude.” Osservò Galeth. “Prima ai margini, poi sempre più all’interno, investendo ogni volta più risorse.” Kail annuì. “E sono stati sempre respinti.” Terren rimase in silenzio per qualche istante, lo sguardo rivolto all’interno della palude. “Qui non sono stati respinti.” Sussurrò infine. “Solo contenuti … e quando il popolo della palude non è più riuscito a fare nemmeno quello, qualcosa si è risvegliato e ha spazzato via ogni cosa.” Galeth e Kail concordarono con la ricostruzione dell’elfo. “E adesso?” Domandò il guerriero. “E adesso dobbiamo scoprire cosa è successo dopo.” Dichiarò Terren, tornando dagli uomini rettile.
L’abile scout mostrò loro le mappe. Amoth, nonostante una palese diffidenza, gli permise di avvicinarsi. “Questi luoghi … “ Mormorò l’elfo indicando le carte. “… sono da quella parte?” La creatura osservò a lungo i segni, poi tese un artiglio verso una direzione leggermente più a nord. “Pietre antiche ... luogo vecchio.” Cercò le parole con fatica. “Stessa strada … dove dea dalle molte teste riposa.” Terren richiuse lentamente i fogli e si defilò, perso nei suoi pensieri.
Galeth e Kail si avvicinarono a loro volta. Notando che l’uomo rettile si irrigidiva a ogni loro passo, si fermarono a debita distanza. “Abbiamo capito che siete stati voi a respingere i goblin e gli uomini alati nei primi sue Avamposti.” Esordì il mezzelfo schiarendosi la voce. “Mentre … la dea dalle molte teste … ha distrutto questo. Cosa è successo poi? Qualcuno è sopravvissuto? Hanno proseguito la loro marcia?” La creatura li osservò attentamente. “Noi non sappiamo. Molti di loro fuggire via … alcuni a nord … zona di casa di dea dalle molte teste … proibita per noi.” Kail annuì, come se avesse capito ogni cosa.
Galeth però non sembrava convinto. “Ehi Kail, senti. Siamo venuti qui per capire se c’erano avamposti.” Fece un gesto stizzito verso le rovine circostanti. “Ora lo sappiamo. Cosa cambierebbe se continuassimo ad addentrarci nella palude e ne scoprissimo degli altri?” “Cambierebbe ogni cosa.” Intervenne Terren senza voltarsi. “Se esiste un Avamposto organizzato che non è stato distrutto né da loro e né dalla loro dea, dobbiamo sapere perché. Potrebbe ribaltare l’intera nostra strategia futura.” Galeth storse la bocca. “Chissà perché immaginavo avresti detto una cosa del genere.” L’elfo lo guardò, come se non capisse il punto. “Ma dai, Terren. E’ da quando hai messo piede in questo fango che non vedi l’ora di saperne di più su quelle rovine. Capisco il tuo interesse, ma questa missione non contempla la visita ad antichi templi del Bene. Dovresti restare lucido.”
L’elfo lo fissò con una calma imperturbabile, limpida come il mare dopo una tempesta. “Comprendo i tuoi dubbi, Galeth. E’ vero: la mia natura mi spinge verso quei luoghi nascosti, ma la mia non è solo un’affinità elettiva. Io sento che è lì che risiedono le nostre vere armi contro l’oscurità. Negli antichi templi di Mishakal a Xak – Tsaroth e in quelli di Paladine a Xak – Khalan. Se gli dei del Bene ci offrono una via, ritengo sia saggio coglierla. Siamo davvero molto vicini a risolvere questo enigma.” Il guerriero non lo interruppe, ma la sua stizza non si stemperò affatto. Entrambi si voltarono verso Kail: spettava a lui l’ultima parola.
“Non abbiamo alternative. Dobbiamo proseguire.” Sentenziò il mezzelfo con voce ferma. “Come ho già detto ore fa, dobbiamo registrare la situazione attuale, dopo i tre anni di silenzio dal passaggio di Anteus. Abbiamo scoperto che i tentativi di infiltrazione da parte delle forze oscure sono stati molti e che sono stati respinti solo grazie ai nostri improbabili alleati e alla loro dea. Tuttavia, la nostra esplorazione resterebbe incompleta se tornassimo indietro ora.” Si voltò verso Galeth. “E se gli uomini alati avessero trovato un modo per aggirare la creatura? Per rimanere invisibili al suo sguardo? Il popolo della palude non si è mai spinto oltre questo punto e a qualche centinaio di metri da qui potrebbe esserci letteralmente qualunque cosa. Non possiamo lavarcene le mani: dobbiamo sapere.”
Terren annuì, ma Kail non aveva ancora finito. “Tuttavia, Galeth ha ragione su un punto: non sacrificherò la missione per inseguire i tuoi richiami spirituali, Terren. Questa ricognizione è troppo importante per subordinarla a Templi che forse oggi sono solo polvere dispersa nel fango. Devo chiedertelo chiaramente, quindi: intendi ancora guidarci verso l’obiettivo principale?”
L’elfo rimase un momento in silenzio, poi chinò il capo. “Vi guiderò. La mia lealtà non è in discussione. La missione, per la quale mi hai liberato dai ceppi, verrà sempre prima dei miei obiettivi personali. Hai la mia parola.” Kail annuì, soddisfatto. “Bene. Prepariamoci allora.” Terren si voltò avvicinandosi di nuovo ad Amoth. “Spero di rivedervi un giorno, popolo della palude.” La creatura sembrò abbozzare un sorriso su un volto largo e sformato, simile a quello di una rana. “Visto altri come te … innocui … ospiti … amici di piante e di animali ... no paura tu qui … se tua gente andata verso Pietre Antiche … dea permesso. Però … prudenza … noi abbiamo portato molti doni per sfamarla nelle ultime lune … ma lei mai venuta.” Terren aggrottò le sopracciglia ma non disse nulla.
Poi la creatura si batté due volte il pugno sul petto e tornò dalla sua gente, scivolando via come un’ombra nell’acqua. In pochi istanti il gli uomini rettile erano scomparsi. Il vento, o ciò che poteva esserlo in quella palude immobile, attraversò l’acqua senza incresparla. Kail espirò lentamente, poi accennò un mezzo sorriso stanco. “Andiamo?” Domandò verso l’elfo. Terren si voltò verso la palude più fitta, verso il pantano in cui il silenzio sembrava più denso. “Andiamo.” Rispose senza esitazioni.
Poco prima che la vegetazione cedesse il passo alla devastazione, i tre rallentarono, trattenuti da qualcosa che non apparteneva al paesaggio naturale della palude. Tra le acque basse e il fango compatto giacevano carcasse lasciate con una disposizione quasi rituale: un grande serpente palustre ormai gonfio e scolorito, il carapace vuoto di uno scorpione gigante, e resti più piccoli, come scarafaggi delle paludi e ragni acquatici, parzialmente inghiottiti dalla melma. Terren si accovacciò, sfiorando appena un osso levigato, mentre il suo sguardo correva oltre, verso la linea spezzata degli alberi abbattuti.
“Non sono morti qui per caso.” Mormorò. Kail annuì lentamente, comprendendo prima ancora di dirlo: quelle erano offerte lasciate dal popolo della palude per nutrire la loro dea, ma nessuna era stata toccata da mesi. Galeth avanzò a fatica, stringendo la mascella. “Allora la creatura … “ Iniziò cupo. “… ha smesso di venire qui a nutrirsi. Il che è piuttosto strano. Non perdiamo tempo. Procediamo.” Tagliò corto, scavalcando un tronco e prendendo la testa del gruppo. La luce del giorno stava velocemente calando e sarebbe stato saggio sbrigarsi a trovare un ridosso sicuro per riposare e riprendere le forze, viste quante tessere iniziavano a non incastrarsi più in quel mosaico di morte, distruzione e strane assenze.