“Raggiungete il villaggio di “Sun” a circa sei – sette ore da qui, considerando la vostra andatura. Ricordate che è inverno e farà buio presto. Non credo che incontrerete minacce di orchi o giganti, sarete troppo dentro la foresta per rischiare un’eventualità del genere. Tuttavia, i miei cugini Kagonesti sono diffidenti nei confronti degli umani e non amano vederli vagare per i loro boschi. Quando li incontrerete e state certi che lo farete, tenete alte le mani in segno di pace e chiedete di Cher – Kal. Egli è il capo dei due villaggi principali nella foresta e ha preso diciamo… a ben volere… mia sorella Eiliana. D’altronde, come biasimarlo? Quando accadrà, mostrate loro questo pugnale, gliel’ha regalato lui come segno… d’amicizia… ah, quasi dimenticavo: Eiliana mi ha detto di dirvi che i nostri cugini Kagonesti sono piuttosto superstiziosi. Fate attenzione dunque alle vostre parole.”
Piuttosto sbrigativo, Kirin illustrò cosa avrebbero dovuto dire e fare i nostri eroi nell’immediato futuro. Egli li aveva scortati in un angolo di foresta all’apparenza inesplorato e piuttosto denso di vegetazione, di quelli che avevano l’aria di non essere mai stati battuti, quasi incontaminati.
Kail sapeva bene che, per quanto logica, quella scelta poteva risultare controproducente per chi non era abituato a muoversi tra rovi e cespugli. Infatti, attraversare la macchia, in un punto in cui nemmeno gli elfi passavano mai, significava certamente godere di maggiore copertura, ma anche esser costretti a rallentare di molto l’andatura, esponendo tutti, soprattutto persone inesperte come Aric ed Estellen, a maggiori difficoltà logistiche e a enorme fatica.
Tuttavia nessuno si oppose: Kail accettò il coltello, preferendo invece tenere per sé gli interrogativi che erano esplosi nella mente in risposta alle chiare allusioni di Kirin su Cher – Kal ed Eiliana. Che lui non gli andasse a genio, gli era sembrato lampante fin dall’inizio. D’altronde il mezzelfo non riusciva a biasimarlo: lui era un mezzosangue, mentre sua sorella era una reale di Silvanesti. Era normale dunque che sperasse per lei qualcuno di sangue nobile, magari proprio uno come Quinath. Tuttavia, era anche consapevole che lei lo aveva scelto e c’era poco che potesse fare per farle cambiare idea. Non gli restava che il suo velato disprezzo e quel momento di gloria: tutte cose che le spalle di Kail erano sufficientemente ampie e forti per sopportare.
Kirin rimase qualche altro secondo a fissare il piccolo anfratto, a malapena visibile, all’interno di un intricato fascio di cespugli, rovi e foglie, come se stesse aspettando di capire se ci fossero domande da parte loro. Notando che stava ottenendo in cambio solo silenzi, in un attimo sparì nella foresta, tornando ai suoi affari a Silvamori. Kail lo guardò allontanarsi e, annuendo, comprese solo in quel momento quanto anche lui lo detestasse davvero. Poi, senza dire una parola, sfilò la sua spada incantata dal fodero, ed iniziò a creare una via praticabile per i suoi amici dietro di lui.
Come previsto dallo scout, la traversata fu lunga e difficoltosa. Faceva molto freddo a causa del fatto che la luce del sole filtrava a malapena in quella parte incontaminata della foresta e più volte il gruppo dovette fermarsi per recuperare i più lenti tra loro rimasti troppo indietro. Alla fine però Kail e Stuard, che in seguito l’aveva affiancato, trovarono il modo di uscirne, approdando in un tratto di verde meno denso e vergine del precedente.
Kail lasciò che i suoi compagni riprendessero fiato qualche minuto dopo le molte ore di cammino forzato. Poi tornò a condurli verso nord est, seguendo il rumore del fiume che il suo udito fine già riusciva a sentire da alcune miglia di distanza.
Mentre procedevano, un’altra cosa inquietante percepirono i suoi sensi sviluppati: la presenza, tutto intorno a loro, di qualcuno che aveva iniziato a spiarli. Kail sapeva bene che poteva trattarsi solo dei Kagonesti, silenziosi ed invisibili nel loro ambiente naturale. Il mezzelfo non disse nulla per ora che qualcuno li stava seguendo, ma la tensione che sentiva crescere intorno saliva ogni minuto di più. Si voltò a guardare i suoi compagni, sfiniti, più volte graffiati per via dei rovi e sporchi di fango fino al midollo: non sarebbero stati pronti per uno scontro diretto con un’intera pattuglia di Kagonesti. Pertanto, non appena la via che aveva trovato si aprì in una radura, che finalmente permetteva di vedere bene il fiume Thon – Sorpon, decise di fermarsi e prendere di petto quella situazione.
Alzò dunque una mano e arrestò il cammino della compagnia.
Quando, in mezzo al frastuono dell’acqua, udì chiaramente anche diversi archi che venivano tesi, puntando verso le loro teste, sussurrò a tutti di tirare su le mani lentamente e di non muovere un singolo altro muscolo.
Kail parlò con voce forte, spiegando chi fossero e dove fossero diretti. Pronunciò il nome del loro garante: la nobile elfa silvana Eiliana Starbreeze e mostrò infine il pugnale che Cher – Kal le aveva donato come atto di cortesia e di affetto. Quindi incrociò le dita, in attesa di capire cosa avrebbero deciso gli elfi selvaggi su di loro.
Furono attimi intensi. Ci fu perfino un momento in cui il mezzelfo non capì davvero se fossero ancora in pericolo o meno, poi però Stuard indicò un punto oltre il fiume, in cui un esploratore Kagonesti si era mostrato a loro per un fugace attimo, quasi “invitandoli” o forse “sfidandoli” a seguirlo. Dipendeva dal fatto se si voleva essere ottimisti o pessimisti.
Il cavaliere non disse molto di più al mezzelfo, oltre al fatto che aveva in effetti notato un elfo selvaggio più avanti. Pertanto Kail decise di sfidare la sorte e procedere lungo il fiume, sperando di trovare un guado per passare dall’altra parte. Laddove si trovavano al momento infatti, le acque erano troppo tumultuose per tentare di attraversarle senza rischiare di venir trascinati via. Risalirono dunque il corso del ruscello per qualche altro centinaio di metri e finalmente notarono un punto in mezzo all’acqua in cui alcuni grossi tronchi di legno erano stati messi insieme per collegare rozzamente i due lembi di terra.
Era una camminata di circa venti metri, che per Kail non avrebbe certo rappresentato un problema, ma per gli altri risultò abbastanza difficile. Scivolando più volte, Aric dovette aggrapparsi al suo bastone incantato, che per fortuna sembrava rimanere innaturalmente sempre ritto e stabile come fosse un macigno di cento chili, per evitare di finire in acqua. Mentre Stuard, aveva fissato una corda attorno alla vita di Estellen che, procedendo carponi, riuscì in quel modo un po’ buffo ad arrivare sana e salva dall’altra parte.
La compagnia decise poi di accamparsi appena oltre il fiume, dentro la foresta, per riposare e mangiare qualcosa. Stabilì saggiamente di non accendere fuochi, per evitare impreviste catastrofi, ed era perfettamente consapevole che, sopra le loro teste, vigilavano ancora decine di elfi selvaggi che li controllavano a vista. Kail impose comunque dei turni di guardia, anche se sapeva bene che sarebbero serviti a poco. Quando l’alba investì di luce soffusa le fronde degli alberi, il mezzelfo svegliò i suoi compagni e, dopo una frugale colazione, si rimise in testa al gruppo riprendendo il cammino verso nord – est.
Passate due ore, dagli alberi iniziarono a piombare in terra decine di elfi Kagonesti tra lo stupore generale. Essi non dissero nulla, ma iniziarono a seguire la compagnia da vicino e senza più paura di mostrare i loro volti tatuati. Kail fece segno a tutti di rimanere calmi. Poi iniziò ad andare dietro a quello che si era posizionato davanti a a tutti gli altri, che, ben presto, li condusse in una specie di ampia radura, ove in maniera chiaramente artificiale, era stato costruito una specie di condotto, che spariva in un tratto di fitta ed incontaminata vegetazione boschiva. Esso imponeva quell’unica direzione in maniera costrittiva, cosicché se qualcuno avesse voluto oltrepassare quel tratto di foresta, avrebbe dovuto per forza passare di lì.
Coraggiosamente il mezzelfo andò per primo, con i suoi amici che lo seguivano da presso. Sembrava come passare sotto un’infiorata, solo che questa era fatta di cespugli ingarbugliati, rovi intricati e taglienti e rami nodosi e robusti.
Il budello continuava per un centinaio di metri, fino ad aprirsi su un’incredbile posto nascosto.
Si trattava di un villaggio di elfi selvaggi, strutturato su due livelli: uno a terra e l’altro sugli alberi, ma aveva un aspetto molto più tribale rispetto a Silvamori. "Le case" erano poco più di fori scavati negli alberi e a terra si vedevano solo rozze costruzioni, probabilmente edificate per poter accumulare cibo, acqua ed utensili vari. Esse erano state comunque ricavate dai grossi alberi, forse sequoie, che crescevano lì intorno e non costruite con parti di essi. Era come se gli elfi Kagonesti e il loro villaggio, fossero un’estensione della foresta e non loro ospiti come parevano invece i silvani.
Nonostante l’aspetto un po’ rozzo ed essenziale di quel villaggio, Kail e anche Aric in un certo senso, ne rimasero affascinati.
La compagnia notò tantissimi elfi selvaggi, di ogni età e ceto sociale, spuntare timidamente dai loro nascondigli improvvisati, curiosi e allo stesso tempo spaventati. Finché un elfo Kagonesti, tatuato da capo a piedi, si avvicinò velocemente e con una scorta al seguito. Kail lo riconobbe immediatamente: si trattava dell’elfo selvaggio che si trovava insieme ad Eiliana, quando lei li aveva salvati dagli orchi. Rammentò bene la sua riluttanza nel farli entrare nel bosco e adesso, guardando il coltello che Kirin gli aveva dato come lasciapassare, comprese anche perché un tipo così rude e duro aveva alfine ceduto all’insistenza di un’elfa silvana.
“Cosa ci fate qui, non siete graditi… parlate. In fretta!”
Esordì l’elfo tatuato senza giri di parole, fissando il coltello con occhi interessati. Kail nuovamente spiegò chi erano e dove stavano andando, che era stata Eiliana a volere che passassero di lì e che desideravano solo raggiungere Daltigoth in pace, magari con una piccola scorta al seguito, se possibile. Non appena il mezzelfo nominò il nome di quella città, gli elfi selvaggi (tutti!), ebbero un riflesso istintivo di scongiuro, toccandosi prima il cuore e poi l’orecchio destro. Alcuni mormorarono anche qualcosa tra i denti, ma il mezzelfo non riusciva proprio a capire il loro idioma. Kail li guardava perplesso, cercando di intuire cosa avesse detto di sbagliato.
“Non abbiamo modo di aiutarvi, abbiamo già i nostri problemi qui. Difendere i confini della foresta è diventato più difficile con la guerra… non posso togliere uomini dalle mie pattuglie, ne va della vita e forse anche dell’anima della mia gente… diventare loro prigionieri sarebbe peggio che morire. Ora andate.”
Sentenziò quell’elfo selvaggio dai modi particolarmente sgarbati.
Tuttavia le sue parole aprirono vecchie ferite nel cuore di Kail, al ricordo della città nave e del “mead”. Era davvero stufo di tutti questi crudeli assassini che cannibalizzavano e sezionavano gli elfi, tra l’altro solo per profitto, trasformandoli in qualcosa di molto peggio che loro schiavi. Il mezzelfo provò a giurare a quell’elfo selvaggio che avrebbe fatto di tutto, una volta giunti a Daltigoth, mettendo perfino a ferro e a fuoco l’intera città se necessario, pur di impedire che altri della sua gente subissero un destino tanto crudele, ma il suo interlocutore non gli prestava già più attenzione. Muovendosi di qualche passo verso i suoi soldati, sembrava concentrato ad affrontare un altro gravoso problema.
Tuttavia, inaspettatamente, un anziano messaggero piombò d’improvviso in mezzo a loro, pronunciando trafelato queste parole:
“Cher – Kal, vieni… Dor – Kal sta per raggiungere le auree sale di E’li. Vuole vederti…”
Dunque colui con cui Kail aveva parlato finora era proprio Cher – Kal, il capo tribù che stavano cercando. Il proprietario del pugnale.
“Non ho tempo per questo. Dor – Kal capirà…”
Rispose brevemente il Kagonesti, troncando così la discussione e tornando a parlare con i suoi uomini.
Il mezzelfo però non era affatto deciso a mollare l’osso, ed andarsene senza giocarsi l’ultima carta: si voltò subito verso Estellen, mentre un piano iniziava a disegnarsi nella sua mente.