Aric tentò di contattare il demone, quasi lo strattonò mentalmente affinché gli parlasse, gli spiegasse cosa diavolo stesse succedendo. Ormai si era quasi convinto che, indipendentemente se “Shiriki e Kuruk” avessero davvero parlato con lui attraverso la pietra telepatica e avessero mangiato la foglia, Moloch aveva volutamente cercato di sabotare il loro piano. In particolare, l’imboscata che avevano pensato e poi pianificato lungo il fiume, ai due “fratelli traditori”. Aveva il sospetto che questa strategia non gli fosse piaciuta affatto.
Nel frattempo Kail mostrò ai suoi amici quanto fosse vicina la tetra pianura rocciosa che li avrebbe condotti al canyon che passava tra i due lembi della catena montuosa di Lastgaard. Diversi chilometri di spazio aperto, che li avrebbe esposti ad ogni tipo di agguato.
Ichlem continuava a guardarsi indietro, logorato dall’ansia e dalla preoccupazione sulla sorte del proprio villaggio e dei propri cari. Pertanto Estellen lo liberò dal suo vincolo, benedicendolo con un bacio sulla fronte. Il giovane elfo Kagonesti sparì quindi in un attimo e tutti si domandarono se un giorno Paladine avrebbe deciso che i loro destini avessero dovuto tornare ad intrecciarsi di nuovo, magari in circostanze meno drammatiche.
Stuard raggiunse il mezzelfo e i due provarono a stabilire una linea d’azione da utilizzare una volta fuori dal bosco. Infatti sarebbero stati in pericolo subito dopo aver messo il naso fuori dalla “madre foresta” e se fossero stati veri i sospetti del mezzelfo riguardo chi stavano cercando davvero gli orchi, non avrebbero potuto fare molta strada senza combattere per le loro vite. Ecco perché i due guerrieri si voltarono verso il mago.
Seduto su un tronco di un albero, lo stregone pareva assorto, concentrato. Estellen lo aveva raggiunto, cercando di capire se potesse fare qualcosa per lui, ma Aric non rispondeva. Ovviamente non poteva, perché era già impegnato in una conversazione piuttosto difficile con il demone nella sua staffa. Il mago cercava di convincerlo a collaborare, ma “Egli” voleva solo che Aric si calmasse e arrivasse a Daltigoth il prima possibile. Una volta giunto lì, tutto gli sarebbe stato chiaro. Non solo per capire in che modo “Lui” era entrato nel suo stesso circuito di eventi, ma anche quale sarebbe dovuto essere il suo ruolo in questa spirale di vicissitudini condivise a forza. Un ruolo che fosse risultato proficuo per entrambi, determinante per farli sopravvivere.
Aric iniziò a tranquillizzarsi nel sentire quelle poche parole, soprattutto perché Moloch era tornato a parlare senza urlargli nella testa, facendolo quasi impazzire dal dolore. Il demone si sarebbe messo al suo servizio, ma poi lui avrebbe dovuto collaborare. Solo così, se avessero agito insieme, sarebbero sfuggiti alla morsa di Cheemosh. Così come i suoi amici del resto: se infatti loro due fossero scivolati nella malasorte, avrebbero trascinato anche il resto del gruppo in un pantano di sangue e morte. Anzi, “non – morte”. Quindi lo stregone tornò in sé, ed Estellen esalò un sospiro di sollievo nel vederlo riprendere la consueta lucidità.
Kail lo guardava con le braccia incrociate, come se volesse dirgli: “Alla buon ora…” Poi riportò tutti a un problema fondamentale: bisognava lasciare quel banco di cespugli che li stava per adesso proteggendo e avere il coraggio di prendere una decisione. Il fatto che non c’era più baccano e magia nell’aria, non significava che i pericoli fossero finiti. Anzi, era molto probabile che i problemi, quelli veri, sarebbero iniziati adesso. Chiunque infatti avesse fatto tutto quel pandemonio, l’aveva pensato per farli uscire dalla foresta: un luogo pressoché sicuro per loro. Per via degli elfi certo, ma anche perché il bosco offriva migliaia di nascondigli e di ripari, che uno scout esperto come lui poteva trovare in giro anche senza essere un Kagonesti. Quando fossero passati oltre il limitare degli alberi più a margine della "grande macchia verde", sarebbero entrati in uno spazio completamente diverso: brullo, aperto, privo di nascondigli e molto più pericoloso.
Ecco perché dovevano creare dei presupposti per passare inosservati o per confondersi con i loro nemici. Aric mise subito le mani avanti, alzandosi lentamente dal tronco. Era un semplice mago, non Fistandantilus in persona. Non era possibile far rimanere invisibili tutti loro per i due giorni che servivano per arrivare a Daltigoth, né utilizzare quel potente incantesimo ogni volta che fosse servito. Anche con l’aiuto di Moloch, non avrebbe potuto farcela proprio fisicamente. Quindi non restava che pensare a come fare per confondersi in mezzo a quella marmaglia criminale che avrebbero trovato dentro e fuori la città.
Servivano dei travestimenti, ma in mancanza di quelli, Aric aveva già in mente una soluzione mistica. Conosceva infatti l’incantesimo giusto per le loro necessità. A patto che il demone nel bastone lo avesse aiutato, ovviamente. Nella testa del mago si stava facendo largo l’idea, sempre più dirompente, di letteralmente trasformarli in altre persone. Non solo fisicamente, ma anche i loro equipaggiamenti, il loro stesso abbigliamento. Sarebbero dovuti poi esser bravi loro a comportarsi di conseguenza, come mercenari senza scrupoli, che si recavano a Daltigoth per tirar fuori profitti e fortuna.
Il gruppo ascoltava il mago e non era per niente sicuro di aver capito. Come sperava lo stregone di iniziare a pensare come una creatura malvagia? Come avrebbe potuto fare Estellen?
“O bere o affogare…”
Rispose cinicamente Aric. Non c’era alternativa. In un posto come Daltigoth, se avessero capito il loro bluff, sarebbero stati spacciati!
Stuard accarezzò teneramente la guancia dell’amica, visibilmente preoccupata, chiedendole se se la sentiva di seguire questa via. Se si fosse rifiutata, il cavaliere le promise che avrebbero trovato un altro modo, anche se in cuor suo sapeva molto bene che non ce n'erano poi molti. Anche Estellen sapeva bene che esistevano pochissime alternative a quella soluzione e forse nessuna che risultasse così pratica ed immediata, a meno di spiccare il volo e superare così le centinaia di miglia che ancora li divideva da Pontigoth! Dunque sorrise ed annuì. Sospirando, anche Kail fece intendere col capo al mago che era d’accordo.
Aric dunque fece segno a tutti di avvicinarsi a lui, sussurrò ancora per qualche altro secondo qualcosa alla sua potente staffa, poi la alzò verso il cielo, finalmente a tratti visibile e iniziò a salmodiare una intensa ed incomprensibile litania.
Il procedimento non fu doloroso, ma certamente fu inquietante. Tutti e quattro sentirono tendini e muscoli che tiravano, si accorciavano o si allungavano: era una sensazione strana più che altro. Anche i loro abiti stavano cambiando, adattandosi alla fantasia del demone, a cui Aric aveva chiesto una mano per disegnare dei nuovi personaggi. Quale creatura avrebbe potuto crearne quattro più azzeccati, di quelli che vennero fuori dalla volontà di Moloch? Di un demone?
A cominciare da Estellen! La portavoce di Paladine era diventata più alta, più voluttuosa e dai tratti del viso più spigolosi, meno delicati. Completamente vestita di pelle scura, ornata con borchie di metallo e truccata come mai avrebbe pensato di imbrattarsi in vita sua, sembrava una “mistress” davvero spaventosa. Portava una cinta fatta di teschi di goblin e una frusta al fianco che avrebbe dissuaso chiunque ad avvicinarsi troppo a lei. L’effige di Takhisis appariva nitida sul corpetto scuro! Ovviamente Moloch non averebbe mai potuto modificare il suo simbolo sacro, ma finché l’avesse tenuto al sicuro sotto la giacca, nessuno lo avrebbe notato.
Anche la trasformazione di Kail fu incredibile. Il mezzelfo si alzò di almeno venti centimetri, divenendo agli occhi di tutti interamente umano. Aveva i capelli neri lunghi e lisci e gli occhi grigi come il ghiaccio. Da essi poi sembravano sgorgare delle lacrime nere come la pece, che gli incorniciavano il viso, mutandolo di aspetto in maniera assolutamente più minacciosa. Snello ma adesso più muscoloso, anche Kail era vestito di pelle, con un’armatura nera di cuoio sopra, tenuta insieme da "lingue vere" intrecciate di hobgoblin e orchi! La spada di Silvanos era legata saldamente dietro la schiena. Ovviamente Moloch non aveva potuto modificare la mistica lama del re dei silvani, ma l’elsa adesso era molto simile a quella di una spada lunga umana. Portava dei guanti di pelle con delle borchie appuntite sulle nocche, ulteriore deterrente contro chiunque non pensasse fosse meglio restagli alla larga. Anche se volesse sfidarlo a mani nude.
Stuard invece aveva subito mutamenti quasi esclusivamente sull’equipaggiamento e sull’abbigliamento. Il paladino infatti era immune a questo genere di magia. Il suo dio lo proteggeva da incantesimi che avrebbero mutato in maniera radicale il suo aspetto. Tuttavia, il suo bieco cipiglio era già sufficiente a evitare che qualche sciocco malintenzionato osasse disturbarlo oltre il necessario. Il cavaliere sembrava però mutato in un vero cavaliere di Takhisis! Non esistevano guerrieri del genere, non ancora almeno, ma se fossero esistiti, sarebbero stati come lui adesso: armatura di piastre nera, con borchie di metallo a forma di teschio sulle ginocchia e sui gomiti, elaborati ghirigori color rosso sangue sul pettorale e sugli schinieri di acciaio lucente e un teschio d’orco sotto braccio a mò di elmo. Pareva davvero terrificante! La spada di famiglia era tenuta al fianco, l’incantesimo non aveva potuto alterarla in quanto imbevuta di una magia molto potente, ma il fatto che quel guerriero portasse le insegne della dea oscura e avesse al fianco una spada antica di Solamnia, non avrebbe lasciato affatto più tranquilli chi cercava rogne.
Infine lo stregone. Moloch l’aveva toccato appena. Aveva solo modificato il colore delle sue vesti, da rosse a nere e quello dei suoi occhi, da neri a rossi.
Guardandolo meglio, i suoi compagni scoprirono che forse quello era davvero il mutamento più spaventoso che il demone aveva fatto. Loro infatti avrebbero dovuto fingere di essere come il demone li aveva trasformati, ma lo stregone? Nessuno credeva che avrebbe dovuto simulare poi tanto di essere stato "trasformato" in un mago malvagio. Nessuno osava dirlo, ma tutti lo pensavano.
Dopo qualche minuto, passato ad accettare quei cambiamenti davvero incredibili, il gruppo uscì dalla foresta e decise il da farsi: dirigersi verso la città o deviare per le cave di marmo?