I minuti successivi alla connessione che Aric aveva stabilito con Fairmat furono parecchio difficili da digerire. Infatti la compagnia prese a confrontarsi freneticamente sulle varie possibilità che erano loro rimaste, adesso che sapevano che “dall’altra parte” della pietra telepatica avevano probabilmente mangiato la foglia.
Aric bisbigliò tra i denti la parola “probabilmente”, perché c’era qualcosa che gli suggeriva che Moloch poteva aver avuto i suoi “buoni motivi” per mandare a monte i loro piani. Il demone era diventato infatti troppo nervoso, troppo irrequieto nelle ultime ore. Lo stregone riusciva ad arrivare a capire che un essere di tale potere non amasse perdere tempo in ciance “troppo umane” e che si spazientisse per una moralità che non poteva né capire né condividere con loro, tuttavia negli ultimi minuti era diventato esageratamente impaziente. Sentimento che il mago, condividendo con lui emozioni e pensieri, aveva percepito distintamente.
E se avesse mentito? E se per qualche motivo, che ancora non capiva, il demone avesse detto solo quello che serviva a lui per uscire in fretta da quella foresta e raggiungere Daltigoth? Aric si trattenne dal dire agli altri proprio tutto quello che pensava sulla vicenda: non era sicuro che infatti il gruppo avrebbe alla lunga accettato qualcuno che si accompagnava ad una creatura simile. Una creatura che avrebbe potuto mentire e metterli in pericolo di proposito, solo per il proprio tornaconto. Pertanto tenne molti dubbi per sé, ed ascoltò con pazienza i punti di vista dei suoi compagni.
Stuard suggerì una sortita diretta e veloce, fino a raggiungere il limitare della foresta. Lì, grazie alla magia di Aric o alle invocazioni a Paladine di Estellen, avrebbero potuto tentare di passare camuffati il canyon, tra i monti Lastgaard, per poi cercare una soluzione di opportunità per entrare in città. Sarebbe stato necessario capire innanzitutto quale delle varie entrate fosse la più abbordabile e poi corrompere qualcuno per raggiungere la porta a sud della città. A quel punto il più era fatto e si sarebbero potuti affidare alla capace guida di Valdore.
Estellen annuiva, anche se in quel momento aveva il cuore gonfio di pena per lo stato mentale di Fairmat, che adesso stentava perfino a tirarsi su dal suo giaciglio. L’elfo tatuato tremava e ansava, ed aveva lo sguardo fisso e vitreo, con un sottile strato di bava che gli colava dalla bocca. La giovane chierica era sicura che senza cure adeguate ed immediate, non ci sarebbe stato scampo dalla totale follia per lui. Kail seguì il suo sguardo, ed intuì immediatamente i pensieri della compagna. Quando incrociò i suoi magnetici occhi turchesi, non mostrò né pietà e né rimorso per la sorte toccata a quell’elfo: aveva raccolto ciò che aveva seminato. Estellen abbassò tristemente lo sguardo, capendo al volo il silenzioso messaggio che l’amico le aveva voluto mandare.
Dal canto suo, rispetto al piano di Stuard, Kail aggiunse solo che avrebbero potuto anche virare verso ovest, giunti al limitare della foresta. Aveva saputo infatti da Eiliana, che da alcuni giacimenti ivi stanziati di pietra e vetro delle cave sui monti Lastgaard, spesso andavano e venivano dei carri che entravano ed uscivano di continuo dalla città. Mettere le mani su uno di quei carri poteva significare accedere a Daltigoth e soprattutto al “Sanguinarium”, dando molto meno nell’occhio. Da quel che gli era stato riferito dalla sua promessa sposa infatti, questi carri scaricavano molto spesso proprio in quel macabro posto la maggior parte delle loro merci, per scopi ignoti.
Il gruppo discusse anche di questa eventualità per qualche minuto.
Quando il cavaliere si affacciò all’esterno del rifugio, attratto da un sommesso vocio che sentiva crescere tutto intorno, la compagnia si accorse che qualcosa stava accadendo nel villaggio. Qualcosa di pericoloso e problematico. Fu in quel preciso momento che la mente di Aric esplose.
“Sciocco umano. Devi fuggire da qui. Ora.”
Moloch tornò prepotentemente a a farsi sentire e questa volta non ebbe troppo tatto nel comunicare quello che voleva.
Le sentinelle, i figli di Cher – Kal e Ichlem, erano tutti scattati fuori, ed ora stavano puntando il dito verso un bagliore rosato, che poteva chiaramente vedersi sopra le fronde degli alberi a sud ovest. Dei boati cadenzati poi, distanti ciirca dieci secondi l’uno dall’altro, iniziarono a fare da accompagnamento musicale ad una scenografia che stava diventando ogni secondo più inquietante.
Estellen cercò di scuotere il mago, vedendolo addolorato ed in difficoltà e quando lo stregone riuscì finalmente a mettere a fuoco le cose, bisbigliò disperato che dovevano andare via di lì. Subito. Assolutamente subito!
Kail osservò bene il mago. Si era dimostrato spesso un piantagrane e sicuramente era un uomo molto problematico. Tuttavia non l’aveva mai visto affliggersi in quel modo per cercare di convincerli di qualcosa di cui era sicuro. Vedendolo in quello stato, ancora sotto shock, decise di accompagnare il cavaliere dagli elfi selvaggi per comunicare la loro ultima decisione.
Ichlem pareva atterrito e smarrito, come se fosse accaduto qualcosa di terribile, che gli abitanti di “Sun” avevano sempre temuto, ma che non si era mai verificato prima. Sembrava come infatti, che quella luce inquietante e quel fragore assordante, fossero legati a qualcosa che doveva essere capitata al vicino villaggio di “Rain”. Kail rammentò allora le parole di Cher – Kal, che parlavano di una minaccia che si stava avvicinando da est, motivo per cui non aveva potuto assistere la figlia in punto di morte. Provò a comunicare a Ichlem questo suo sospetto, il quale tradusse quelle parole nella lingua Kagonesti.
Quando una piccola meteora si schiantò ad una ventina di metri da loro, spargendo in ogni dove, fuoco, terra e legname vario, tutti i presenti pensarono che poco distante da lì si stava consumando uno scontro terribile!
I due figli di Cher – Kal sparirono immediatamente verso sud, accompagnati dalle due sentinelle che avevano promesso di aiutare la compagnia. A riguardo, Ichlem pareva combattuto, indeciso. Quando Kail però gli ricordò che lui era la loro unica speranza di arrivare al perimetro della foresta, senza perdersi o incappare in una pattuglia di orchi o di mercenari, il giovane elfo selvaggio fece segno di seguirlo. Acconsentì quindi ad accompagnarli, ma avvertì tutti che sarebbe poi tornato indietro a dare manforte al suo villaggio, una volta che loro fossero arrivati fuori dal bosco.
Kail annuì e ringraziò, mentre Aric si teneva la testa per il dolore che nel frattempo gli era sceso all’altezza delle tempie. Estellen lo afferrò sotto braccio trascinandolo avanti e finalmente il gruppo si mosse, scegliendo un passaggio nascosto che imboccarono a nord.
Era incredibile come questi “budelli di vegetazione” sparivano nella macchia, mimetizzandosi totalmente con l’ambiente. Era come attraversare un condotto invisibile, che passava talmente vicino ai loro nemici, che sembrava un miracolo che essi non potessero accorgersi di loro.
Il cunicolo di sterpi si snodava per diverse centinaia di metri e non fu molto comodo da attraversare per il gruppo. Soprattutto per Sturad e Aric.
Tuttavia alla fine Ichlem li condusse al di fuori, in un punto della foresta quasi incontaminato.
Sfruttando corridoi che solo lui vedeva e rimanendo nella parte meno battuta della macchia, il giovane elfo selvaggio guidò con disinvoltura la compagnia. Più volte sfiorarono drappelli di elfi e orchi di passaggio, rimanendo silenziosi a poche decine di metri da loro. Fermandosi e poi ripartendo, senza voltarsi mai indietro. Finché, giunti quasi a destinazione, il chiarore sulle fronde degli alberi scemò e i rumori insistenti nella foresta cessarono all’improvviso.
Fu in quel momento che Kail cominciò a capire.
Quell’attacco era semplicemente insensato! Stormogre e quell’altro gigante dal nome impronunciabile, quel Tdarnk, bramavano gli elfi selvaggi, ma li volevano vivi. Perché dunque attaccare direttamente la foresta, movimentando gran parte delle forze presenti in città e ben consapevoli che invadere gli elfi nel loro ambiente naturale sarebbe stato per loro più uno svantaggio che un vantaggio?
L’unica spiegazione plausibile era che cercavano di stanare qualcuno di abbastanza prezioso da valere le vite di molti di loro.
Non potendo penetrare o sciamare direttamente nei due villaggi principali, per via di misure di sicurezza troppo elaborate, avevano deciso di utilizzare “magia e mezzi pesanti”. Tanto chiasso e pochi fatti, per far uscire loro allo scoperto! Per mettere le mani su Estellen!
Il mezzelfo condivise con i compagni le sue riflessioni, che vennero subito condivise da tutti loro. Tuttavia, quando Estellen si gelò nella boscaglia, cadendo letteralmente a terra boccheggiante, Aric intuì che poteva non essere lei l’oggetto del desiderio delle crudeli creature di Daltigoth.
Sorretta e soccorsa prontamente da Stuard, la sacerdotessa di Paladine infatti, bisbigliò una singola parola, che ebbe l’effetto di terrorizzare all’istante tutti i presenti: ella sussurrò solo: “Cheemosh”. Fu allora che lo stregone sentì sussultare il demone nella sua staffa, comprendendo la portata della sua preoccupazione.
Il dio della morte, ma soprattutto del suo contrario, era lì vicino, con la chiara intenzione di stanarli! Cheemosh era in un certo senso il dio malvagio più pericoloso di tutti: meno potente di Takhisis e Sargonnas, incarnava però tutte le peggiori qualità umane. Corruzione, vituperio, disonore, erano solo alcune delle sue virtù.
Inoltre, non si trattava di un chierico oscuro che “Lo” serviva che la portavoce di Paladine aveva sentito circolare nella zona: era proprio la “Sua” presenza che giganteggiava sulla foresta! In quanto Lindaara, lei sapeva bene quale fosse la differenza.
Quando Moloch pronunciò un’ultima fatidica frase nella sua testa, Aric pregò che non sarebbe stato l’epitaffio sulla loro tomba.
“Te l’avevo detto, sciocco mago. Ora è troppo tardi.”