Alchem, Dar – Kal, Nes – Kal e la compagnia, rimasero alcuni minuti fuori dal capanno degli anziani per fare il punto della situazione.

Prima che potessero iniziare una discussione seria su come procedere, giunti a questo punto, il figlio di Ichlem riferì subito che aveva già in mente dove poter attirare in un’imboscata i dannati mercenari di “Shiriki e Kuruk”. Si trattava di un luogo non troppo distante da lì, vicino un’ansa del fiume Thon – Tsalarian. In Kagonesti, “Thon – Tsalarian” significava “fiume dei morti” e non a caso. Infatti, quando un elfo selvaggio moriva, la famiglia o la comunità stessa, aveva l’usanza di portare la salma in quel punto, per poi abbandonarla al freddo abbraccio del fiume, che l’avrebbe trasportata in mare aperto. Metaforicamente, era come se l’anima dovesse subire prima un percorso di purificazione dal corpo per poter giungere ad E’li, che solo in quel momento l’avrebbe presa e tenuta stretta con sé, nel suo calore e nella sua luce, per l’eternità. “Il santuario dei defunti” era chiamato questo luogo e i “fratelli traditori” lo conoscevano fin troppo bene.

Mentre Alchem parlava, era chiaro che stesse pensando a qualcosa che gli aveva fatto venire in mente quell’idea, ma Kail per adesso accantonò quel dettaglio, poiché prima doveva stabilire cosa fare con Fairmat.

Infatti la “pietra telepatica” rappresentava l’unica via per poter raggiungere Daltigoth senza spargimenti di sangue estremi e quindi in un quasi totale anonimato. La segretezza infatti era la loro arma migliore. Se Stormogre avesse saputo di Estellen, avrebbe scatenato contro di loro fino all’ultima creatura maligna della città caduta e per loro sarebbe stato quasi impossibile raggiungere Pontigoth. Su questo tutti parevano d’accordo: il povero Fairmat avrebbe dovuto ancora svolgere un ultimo compito per loro, prima di abbandonarsi definitivamente alla follia e alla vergogna che si era ampiamente guadagnato.

Tuttavia, parlarne in mezzo alla strada, anche se era sera, non sarebbe stata una cosa molto furba, visto che avevano da poco scoperto che Fairmat non era l’unica spia che lavorava per “Shiriki” e quel pazzo assassino di suo fratello. Quindi Alchem suggerì ai nostri eroi di seguirlo poco distante: avrebbero trovato un altro capanno disponibile per poter parlare liberamente e limare a dovere il piano.

Mentre passavano nelle vie buie e strette dell villaggio, illuminate fiocamente solo da piccole lampare luccicanti, la compagnia e i loro amici, sfiorarono il capanno ove era stato portato Fairmat. Davanti ad esso sostavano due vigili sentinelle. Alchem trovò poco dopo un altro di quei casotti non utilizzato e condusse lì il suo seguito.

Kail vedeva solo due soluzioni per centrare l’obiettivo: costringere con la forza Fairmat a collaborare, oppure utilizzare la magia di Aric per imporglielo. In entrambi i casi, se si voleva sperare di far cadere in una trappola i “fratelli traditori”, c’era bisogno del suo aiuto. Solo se essi avessero riconosciuto una “voce amica” infatti, avrebbero potuto credere che si trattava di una richiesta autentica.

Lo stregone annuì compiacente e commentò subito che la cosa sarebbe stata possibile, se avessero avuto intenzione di sfruttare la sua arte: conosceva infatti un incantesimo che avrebbe potuto utilizzare per l’occasione, a patto che Moloch l’avesse sostenuto. Tuttavia aggiunse anche che non c’era modo che egli potesse riuscire a simulare i pensieri di Fairmat. Poteva controllarne la mente, fagli dire e pensare ciò che voleva, ma la sua personalità, il suo modo di ragionare, restava impossibile da replicare. Dal canto suo, il demone taceva, pertanto il mago sperava vivamente che egli continuasse ad agognare di andarsene di lì il prima possibile e che quindi sostenesse la loro strategia di fuga.

Estellen preferiva ovviamente non dilaniare ancora di più la mente di quel poveretto con un'altra terribile tagliola e quindi chiese ed ottenne, da parte dei suoi compagni, di fare prima un tentativo per capire se poteva aiutarlo a riacquistare la lucidità necessaria per svolgere da solo tale compito.

Poco convinto dall’encomiabile, ma estremamente difficile incombenza che voleva accollarsi la portavoce di Paladine, Stuard domandò, bisbigliando ad Alchem, di parlargli un po’ di Fairmat. Se sapeva che tipo era o perlomeno chi poteva conoscerlo abbastanza bene da poter dire quale fosse la sua indole, i suoi appetiti e, più in generale, il suo modo di pensare. Alchem scrollò le spalle. Nei villaggi Kagonesti, tutti conoscevano tutti. Gli elfi selvaggi vivevano abbastanza a lungo da aver avuto il tempo di parlare l’uno con l’altro più di una volta. Secondo Alchem, Fairmat non era certo un eroe o il tipo di guerriero che si sarebbe immolato per i compagni, ma era uno di loro e si era guadagnato il rispetto della comunità, nei tanti anni di convivenza passati insieme. Almeno fino a quel giorno. Adesso sembrava infatti che non ci si potesse fidare più di nessuno, non solo della gente alta! Nes – Kal e Dar – Kal, in un angolo del capanno, annuivano severamente.

Kail sospirò udendo quelle parole amare. Forse il “vero male” non aveva il volto di Takhisis. Forse il “vero male” era proprio quello: risiedeva nella pochezza di spirito di chi veniva corrotto e nell’animo abbrutito di chi corrompeva. Non importava quante vite venivano spezzate: la ricchezza, il potere, l’agio sfrenato e lussurioso, erano gli strumenti, le sue armi preferite. L’avidità, la dissolutezza e l’egoismo senza limiti, le sue uniche ragioni di vita.

Il mezzelfo restava convinto che portare Fairmat ad agire autonomamente sarebbe stato molto meglio, ma ringraziò comunque il cavaliere per aver perlomeno racimolato alcune informazioni utili per un eventuale piano “b” di ripiego.

Alchem seguì ogni conversazione tra i nostri eroi con attenzione, poi commentò che avrebbe fatto in modo che le due sentinelle che li avrebbero seguiti e avrebbero combattuto insieme a loro "nell’imboscata", sarebbero state le prossime a controllare il capanno di Fairmat. In questo modo avrebbero avuto l’accesso al luogo ove la spia era stata segregata e un po’ di tempo per mettere in pratica il piano che avevano in mente. Qualunque fosse stato quello che alla fine avrebbero scelto.

Il figlio di Ichlem sparì dunque nell’oscurità della notte e i nostri eroi rimasero ancora una mezzora a vagliare tutte le possibili conseguenze che avrebbe portato un loro fallimento diretto con Fairmat.

Stabilirono ciò che avrebbero dovuto dire ai “fratelli traditori”, sfruttando delle esche molto appetibili: due dei figli del capo di entrambi i villaggi e l’ultimo rimasto in vita di uno dei quattro venerabili anziani di “Rain”.

Il luogo dell’incontro era chiaro: “il santuario dei defunti” e anche la loro motivazione a spingersi fin lì sarebbe stata molto forte. Infatti Alchem spiegò che, entro pochi giorni, sarebbe giunta la ricorrenza annuale della scomparsa dei parenti di entrambe le loro famiglie. Cher – Kal aveva perso sua moglie, mentre Ichlem aveva dovuto rinunciare ai suoi due figli più grandi. Tutti rapiti durante un raid degli orchi circa cinque anni prima. Nessuno della compagnia era riuscito a fare questo collegamento prima, tanto che rimasero tutti ammutoliti e spiacenti per questa dolorosa notizia.

Tuttavia era vero che non tutti i mali venivano per nuocere. Infatti Alchem sosteneva che “Shiriki e Kuruk” non avrebbero ricordato di certo la data precisa della loro razzia, ma avrebbero rammentato perlomeno il periodo, che era di poco più in la verso la primavera. Pertanto era un argomento forte che poteva reggere. Sarebbe bastato un piccolo contingente di mercenari, preferibilmente umani (gli orchi puzzavano troppo) e avrebbero messo le mani non solo su giovani elfi utili alla causa, ma anche piuttosto autorevoli.

Tutti furono d’accordo su questo punto.

Quando il figlio di Ichlem tornò nel capanno e riferì che le sentinelle erano state avvertite ed erano pronte a sostituire quelle smontanti, la compagnia entrò nell’ottica che era il momento di agire. C’era solo da attendere il tempo necessario al passaggio di consegna.

Quando Nes – Kal diede il comando di seguirlo nelle tenebre, i nostri eroi si mossero più velocemente e silenziosamente che poterono. Arrivarono al capanno di Fairmat e Alchem si scambiò un cenno d’intesa con una delle due sentinelle complici. L’altra era nel casotto a legare ed imbavagliare la spia. Tutto avrebbero voluto fuorché Fairmat si fosse messo a gridare come un ossesso, una volta che avesse visto Aric!

Bastò una singola occhiata a quel cencio tatuato che stramazzava riverso sul terreno, per far capire allo stregone che quell’elfo, quasi catatonico, non avrebbe mai riacquistato la luce della ragione. Con o senza l’aiuto della sacerdotessa. Era perdutamente, irrimediabilmente scivolato nel baratro della follia.

Estellen provò una grande pena per lui. Sentimento a dire il vero non condiviso da nessuno dei suoi compagni. Nemmeno da Stuard, che gli gettò uno sguardo sdegnato e, in silenzio, si mise accanto all’entrata, vicino ai figli di Cher – Kal e alle due sentinelle. Alchem rimaneva invece al centro del capanno, lo sguardo duro fisso sulla spia.

Il mezzelfo fu il primo a tentare di far riprendere Fairmat, scuotendolo per le spalle, ma comprese molto presto che il suo sguardo era troppo vacuo e freddo per riaccendersi. L’elfo selvaggio si era perso.

Lasciò dunque il posto ad Estellen, mentre Aric, previdente, stava già iniziando a scandagliare nel suo grimorio un incantesimo che potesse risultare utile per dominare la mente del povero Kagonesti. Non ci mise troppo a trovarlo, ma avrebbe preferito francamente non dover usare quella dannata pietra da solo. Sarebbe stato davvero troppo pericoloso. Il rischio di venire scoperto era davvero altissimo. Bastava una stupida disattenzione, un dettaglio poco ponderato e le loro vite sarebbero finite tutte in pericolo.

Estellen nel frattempo cercò di aiutare il Kagonesti con la sua luce divina. In effetti Fairmat sembrò tornare in sé per brevi momenti, fintanto che la giovane lo teneva vicino a sé, ma la frattura che si era creata dentro di lui era davvero troppo scomposta. La sacerdotessa di Paladine lo guardò negli occhi: voleva scrutare nel profondo della sua anima e capire se poteva aggiustare le cose, ma quando laggiù, nel profondo, vide gli occhi malevoli e crudeli di un astuto demone, uno di quelli che aveva già incontrato nell’Abisso e che si era preso il suo braccio mortale, capì che c’era poco che potesse fare per lui in pochi minuti.

Il “male” non si era diffuso nella sua mente: era la sua anima, il suo spirito ad aver subito i danni peggiori. Per poterlo ricostruire, avrebbe avuto bisogno di giorni, settimane forse. Tempo che non aveva. Arrivò addirittura a suggerire di portare Fairmat con loro, ma Kail negò fermamente questa possibilità. Come avrebbero fatto infatti a passare inosservati a Daltigoth o a portare a compimento la loro missione, se avessero dovuto trascinarsi dietro un elfo selvaggio fuori di testa in giro per il mondo? Era da escludere.

Scuotendo tristemente il capo allora, Estellen sentenziò che non ci si poteva aspettare niente da lui, visto lo stato in cui si trovava. Quel demone maledetto lo aveva distrutto e adesso stava banchettando con la sua anima!

Quest’ultima frase, esclamata con estrema amarezza e disappunto, portò Fairmat ad avere una reazione tanto inconsulta quanto imprevista. Il giovane elfo selvaggio infatti, levò su la testa e conficcò inaspettatamente i suoi occhi azzurri di nuovo in quelli turchesi di Estellen e i due rimasero così per diversi secondi, occhi negli occhi.

Immobili. Impassibili.

E tutti nel capanno capirono che qualcosa di terribile stava per accadere lì dentro.