Il mezzelfo prese arditamente la parola, sostenendo con impeto che andava più che bene non credere alle sue parole, vista la loro radicata diffidenza nei confronti della “gente alta”, ma consigliò di ascoltare almeno il parere di una venerabile sacerdotessa di E’li, che lui ed i suoi amici stavano accompagnando per aiutarla a portare a termine una sacra missione per “Suo” conto.

Tutti gli sguardi degli anziani si catalizzarono dunque su Estellen, che fece un passo in avanti e, con la consueta dolcezza, iniziò a districare le matasse di pregiudizi e preconcetti nei confronti degli umani, con calma e saggezza sopraffine. La giovane sacerdotessa confermò che le parole di Alchem erano vere e che non era certo colpa del ragazzo se E’li gli aveva conferito quei doni. Gli raccontò di Perchem e di sua sorella, incontrati per caso in una piccola città sperduta nelle “Terre Selvagge”. Disse loro che questa non poteva essere certo una coincidenza, ma un “progetto” vero e proprio, che Paladine aveva ideato e poi realizzato per favorire, con il loro incontro, entrambe le parti. Arrivò poi alla “pietra telepatica”, definendola come “magica”, ma assolutamente priva di volontà propria e a Fairmat, che lei direttamente non accusò, ma fece intendere che invece di volontà ne aveva messa molta in ciò che erano poi divenute “le disgrazie” che avevano colpito il loro popolo negli ultimi anni. Infine arrivò a “Shiriki e Kuruk”: due piaghe che dovevano essere estirpate, non tanto perché fosse importante per lei, ma perché era vitale per loro. Per la loro sopravvivenza.

Innanzi alla forza del suo “verbo”, anche i più conservatori e diffidenti del popolo selvaggio alzarono le mani. Ciò che Estellen aveva fatto alla sorella di Nes – kal e Dar – kal era ormai noto a tutti, così come era evidente il medaglione sfavillante che la giovane portava al collo. Tuttavia, come presto Estellen scoprì da sola, deducendolo dalle parole degli anziani (tradotte da Alchem), sebbene nessuno di loro avesse minimamente messo in dubbio la sua autorità come seguace e portavoce del “santo drago di Platino”, se Fairmat non avesse confessato da solo le sue menzogne e i suoi tradimenti, la cultura stessa degli elfi selvaggi non avrebbe potuto decidere per lui alcuna punizione.

Le accuse nei suoi confronti infatti erano troppo gravi ed infamanti, ed Estellen sapeva bene che quell’elfo avrebbe seriamente rischiato la vita se fosse stato riconosciuto colpevole. Smascherarlo, piegarlo alla sua volontà, avrebbe voluto dire spedirlo sul patibolo: una pesante responsabilità che lei, in quanto chierico del sommo dio del bene e della giustizia, non si voleva e poteva addossare. Provò a spingere Fairmat a confessare spontaneamente, a dire la verità, ma quando lo guardò negli occhi, colse uno sguardo completamente privo di sentimenti. Uno sguardo di qualcuno che era stato o sedotto da vantaggi troppo facili e vanagloriosi o spaventato a morte da minacce di torture indicibili. Quando Fairmat scosse la testa, negando nuovamente ogni coinvolgimento, Estellen abbassò il capo e tornò a sedere in silenzio.

Kail si passò una mano sul viso incredulo! Se nemmeno una sacerdotessa di Paladine poteva far ricredere questa gente sulle loro intenzioni e convincerli che desideravano solo aiutarli, chi poteva riuscirci?

“Ti prego, mago. Dai a me per pochi minuti il controllo su questo corpo e finiremo questo strazio. Solo pochi minuti e ti prometto che questo verme qui confesserà ogni suo crimine…”

Sussurrò una voce suadente nella testa di Aric. Lo stregone fu tentato davvero questa volta a concedergli questa possibilità, perché anche lui ne aveva fin sopra i capelli di queste stupide credenze e questa ottusità senza senso nello stabilire a priori cosa fosse giusto e cosa invece sbagliato. Tuttavia decise di confrontarsi prima con il mezzelfo, rivelandogli la possibilità che il demone aveva offerto a tutti loro.

Kail ci pensò sopra un secondo, poi acconsentì, a patto che Moloch non avesse usato la magia, stregando quell’elfo e che non gli avesse fatto del male per estorcergli una confessione. Il demone accolse quelle limitazioni, promettendo che non avrebbe adoperato i suoi talenti su di lui, né la sua magia per fargli del male e farlo parlare senza il suo consenso.

Alchem tradusse alacremente agli anziani ciò che stava per succedere e anche se nessuno di loro, a parte forse Ichlem, ne avesse capito bene la portata, acconsentirono all’idea di un interrogatorio un po’ più incalzante, se questo fosse servito a far emergere la verità.

Aric dunque si concentrò e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, un ghigno di pura malvagità si dipinse sulle sue labbra sottili.

Estellen capì subito che c’era qualcosa che non andava e che stava crescendo esponenzialmente in quel capanno. Un male antico e puro, di un genere che aveva già conosciuto. Prima di entrare a Silvanesti, nel tempio di Chislev per l’esattezza. Dove, al di là del fauno guardiano, aveva visto l’oscurità dell’Abisso e il demone che da lì le aveva divorato il braccio mortale. Ebbe un deja vu terrificante, ma questa volta non si mostrò impreparata, scostando delicatamente il suo lungo guanto dorato e proteggendo con la sua luce divina tutti gli astanti esterrefatti.

Tutti tranne Fairmat.

Un’occhiata eloquente di Aric infatti l’aveva costretta a malincuore a tenere l’elfo fuori dalla sua schermatura.

Lo stregone non alzò un dito su di lui, né tirò più su una sola volta il tono della voce. Non lo insultò, né lo oltraggiò con accuse di alcun tipo. Egli gli riportò solo la cruda verità, ma in un modo così mellifluo e potente, che pian piano devastò le difese mentali del povero elfo selvaggio. Un pezzo alla volta. Pazientemente. Fairmat arrivò al punto di mettersi le mani sugli orecchi per non sentire più quel mago spaventoso, ma era inutile: le sue parole erano coltelli affilati e la sua voce, modulata al punto giusto da trascinarlo in un vortice di oscurità e di terrore senza fine.

Ad un certo punto invocò clemenza e una morte veloce!

All'improvviso Moloch terminò di parlare. Ci fu una pausa intensa di qualche secondo, poi fu il turno dell’elfo selvaggio a farlo, che, come fosse un automa senza più volontà né coscienza, rivelò ogni cosa, ogni particolare della sua collaborazione con i “fratelli” traditori.

In questo modo, tutti gli astanti scoprirono che Fairmat aveva detto la verità sulle circostanze del ritrovamento della “pietra telepatica”, ma non aveva aggiunto che l’aveva utilizzata consciamente più e più volte per conto del “Sanguinarium” e per arricchire di nuovo “materiale” del suo popolo quel posto terrificante ed orribile. Riferì che gli era stato promesso di non subire lo stesso destino di chi avrebbe invece consegnato nelle loro mani e che, se avesse collaborato e l’avesse fatto bene, avrebbe ottenuto ricchezze oltre ogni immaginazione.

Dietro diretta domanda del demone, ammise che non era la sola spia presente nei due principali villaggi della foresta, ma nessuno di loro conosceva i nomi degli altri. Essi semplicemente, ogni tanto, sparivano nel nulla. Lui pensava che avessero lasciato la foresta dopo aver ottenuto la loro ricompensa, ma Kail sapeva bene che le cose non stavano così. Anche costoro erano stati condotti al “Sanguinarium” per ricevere lo stesso trattamento degli altri! Un sistema molto furbo per limitare al minimo i rischi di venire scoperti. Quello di Fairmat era stato un caso sfortunato: egli non avrebbe dovuto “trovare” quella pietra, ma “Shiriki” e il fratello avevano saputo girare a loro vantaggio anche quella situazione all’apparenza sfavorevole.

Quando lo stregone tornò in sé e l’interrogatorio finì, Estellen poté ritrarre il suo “scudo spirituale” sui presenti. Fu in quel momento che il povero Fairmat iniziò ad urlare come un ossesso e che tutti si resero conto che egli aveva perso il senno, forse per sempre! Le sentinelle faticarono per sedare il suo terrore e contenere la sua follia, tanto che Ichlem diede l’ordine di portarlo subito in un altro capanno, prima che qualcuno si facesse male.

Nes – kal, che aveva avuto durante tutto l’interrogatorio la mano sul pugnale, ed aveva faticato a rimanere calmo e non uccidere quella dannata spia, alla fine era stato morso da una punta di dispiacere per la terribile sorte che gli era toccata. Forse, se l’avesse ucciso, sarebbe stato meglio per lui.

Perfino Estellen pareva annichilita. Mai nella sua vita, come Lindaara, aveva assistito ad una cosa tanto terrificante. Non c’era stato né spargimento di sangue, né violenza efferata, eppure quell’elfo aveva subito una tortura ancor più terribile: il suo spirito era stato stuprato a livelli talmente profondi che riprendersi sarebbe stato impossibile. Anche con il suo aiuto.

Dopo che uno sbavante ed ansante Fairmat fu allontanato da quel capanno, passarono lunghi minuti prima che qualcuno lì dentro ebbe il coraggio di parlare. A farlo fu proprio Ichlem, che, in buona sostanza, balbettò che il consiglio degli anziani si sarebbe ora ritirato per decidere cosa fare dopo quella “confessione” e che tutti gli altri dovevano dunque uscire da quel posto subito.

Una volta fuori, Kail si accorse immediatamente che qualcosa ancora non andava in Aric. Lo stregone sembrava oltremodo scosso, confuso e il mezzelfo si stava davvero preoccupando per lui. D’altronde, immaginava che quell’esperienza terribile, vissuta dallo stregone in prima persona, doveva esser stata ancora più difficile da digerire rispetto agli altri. Estellen l’aveva protetto dall’influenza nefanda di Moloch, ma il corpo che aveva dato al demone era stato comunque il suo. La sacerdotessa di Paladine non poteva schermarlo dalla visione di sé stesso che compieva l’atrocità di atrofizzare la mente di Fairmat senza alcuna pietà, solo per estorcergli una confessione che, alla fine, a loro sarebbe servita a ben poco. Frastornato e addolorato, Aric scansò via la mano amichevole del mezzelfo, urlandogli di non toccarlo e di stare lontano da lui! Kail incassò il colpo, ma con lucida e pragmatica calma, lanciò allo stregone un messaggio chiaro: se quel dannato demone avesse messo in futuro in pericolo Estellen, lui l’avrebbe ucciso senza ripensamenti.

Sarebbe stato quindi interessante vedere come Moloch sarebbe riuscito a contenere il medaglione di sua madre!

Estellen si avvicinò prontamente per sedare gli animi. Aric si scusò per il gesto di malagrazia, ma aggiunse anche che avrebbe voluto rimanere un po’ da solo. Il mago dalle rosse vesti non si c considerava certo un esempio di bontà, ma non era nemmeno così malvagio da far impazzire una persona per puro divertimento. Aveva bisogno di elaborare la cosa. Di convincersi che non era stata colpa sua.

Alla fine il verdetto del conclave arrivò e non fu affatto positivo per la compagnia: gli anziani avevano votato per non aderire a nessuna iniziativa che fosse partita dai loro ospiti, ritenuti troppo “oscuri” e spietati, nonostante la presenza di Estellen. Il solo Ichlem si era schierato dalla loro parte, mentre Iom – far si era astenuto. Dol – mac e Sei – lic invece avevano votato contro.

Kaiil sospirò. Non tanto perché “Shiriki e Kuruk” l’avrebbero fatta franca, ma perché anche a loro adesso sarebbe stato negato il l'utilizzo della “pietra telepatica”. Come avrebbero fatto ad attirare un pugno di mercenari umani quaggiù, in questo angolo sperduto di foresta, senza l’accattivante seduzione di mettere le mani su dei giovani elfi selvaggi che non avrebbero offerto alcuna resistenza?

“Gli anziani hanno votato e hanno votato per non aiutarvi. Gli anziani stentano a credere che i figli della foresta possano essersi venduti al nemico. Per questo motivo noi giovani non vi lasceremo da soli: oltre a me, ci sono altri due guerrieri disposti ad aiutarvi ad entrare in città, se promettete però di fare il possibile, una volta laggiù, per distruggere il “Sanguinarium”. Qualunque cosa esso sia.”

Era stato Alchem a parlare. Il ragazzo aveva poi aperto il palmo della mano, mostrando la “pietra telepatica”. Estellen gli sorrise, guardando con rinnovato entusiasmo i suoi compagni. La speranza era di nuovo alla loro portata e, grazie ad Alchem, era divampata di nuovo nei loro cuori.

Solo Moloch rideva. Rideva delle loro anime, ignare di quanto lui potesse essere pericoloso, non solo per quell’insignificante mezzelfo ed il suo ninnolo, ma per tutti coloro che si sarebbero frapposti tra lui ed i suoi obiettivi.