Fairmat venne portato via dalle sentinelle per ordine di Ichlem, mentre Alchem scortò invece la compagnia in un altro capanno naturale, affinché potessero discutere con tranquillità su che cosa fare, giunti a questo punto.

Aric aveva visto chiaramente, attraverso il suo incantesimo rivelatore, cosa avesse fatto l’elfo selvaggio. I crimini di cui si era macchiato. Aveva visto i ripetuti tradimenti alla sua gente e il probabile asservimento diretto ai due terribili fratelli Kagonesti: “Shiriki e Kuruk”. Fairmat aveva negato tutto, probabilmente puntando sul forte senso di collaborazione e condivisione che avevano per natura gli elfi selvaggi, ma lo stregone sapeva molto bene che stava mentendo.

Quando entrarono nel capanno, Alchem disse loro di approfittare di quella pausa per fare mente locale su come dovessero procedere, mentre lui sarebbe andato da suo padre per capire come gli anziani avessero voluto procedere.

Quando furono da soli, tutti si voltarono verso Kail, sperando che lui mettesse insieme tutti i pezzi, così fragili e diversi, del puzzle e riuscisse a ricavare da essi uno schema, che insieme aiutasse i Kagonesti ad uscire da quel dramma da loro già vissuto alla “Morning Dew” e loro ad arrivare in sicurezza a Daltigoth per incontrare Valdore. A dire il vero il mezzelfo non si distanziò tanto dall’idea iniziale di tendere un’imboscata a dei mercenari umani, rubargli i vestiti, ed entrare direttamente dalla porta a sud della città. Solo che se avessero voluto estirpare definitivamente la minaccia di “Shiriki e Kuruk”, avrebbero dovuto attirarli nella foresta e farli cadere in una trappola. Per realizzare un’imboscata efficace serviva quindi la collaborazione dei Kagonesti, sotto forma di un cospicuo contingente di elfi selvaggi armati fini ai denti, che riuscissero a circondarli in un posto adatto, per poi ucciderli entrambi senza alcuna pietà. Era evidente che questo “format” avrebbe implicato l’utilizzo della “pietra telepatica”, possibilmente da parte dello stesso Fairmat, di cui “i fratelli” conoscevano la voce e i pensieri. Questo non avrebbe comunque posto fine alla minaccia del “Sanguinarium” nei confronti dei villaggi di “Sun” e “Rain”, di certo sarebbero venuti altri al loro posto, ma senza “Shiriki e Kuruk”, sarebbe stato molto più difficile per chi gestiva quel luogo orribile, tanto sconosciuto quanto terrificante, procacciarsi la “materia prima” di cui aveva bisogno.

Stuard sembrava un po’ scettico sulla fattibilità di un tale piano. Erano davvero troppe le variabili che potevano intervenire per vanificare ogni loro tentativo di cambiare lo “status quo” per i Kagonesti e per arrivare in città senza lasciarsi alle spalle una scia di sangue lunga come il Thon - Tsalarian.

Tuttavia Kail rimaneva piuttosto fiducioso almeno su un punto. Secondo il mezzelfo, non sarebbe stato poi così difficile convincere i Kagonesti di liberarsi una volta per tutte dei due fratelli traditori e quindi anche della colpevolezza di Fairmat, loro gregario. Purtroppo però, le facce scure dei figli di Cher – Kal sembravano volessero contraddirlo anche su questo argomento. Particolare di cui il mezzelfo si accorse quasi subito.

Nes – Kal infatti, pungolato dal ranger, ammise che il modo di pensare degli anziani era molto diverso da quello dei giovani (anche perché tra queste generazioni spesso passavano secoli e non anni come per gli umani) e che lui non era affatto sicuro che avrebbero optato per coinvolgere i due villaggi in una rappresaglia diretta contro i “Shiriki” e il suo odioso fratello.

Kail a quel punto scrollò le spalle. Avrebbe fatto il possibile per aiutare quella gente: in fondo erano suoi lontani cugini, ma la sua priorità era verso Estellen e la sua sacra missione. Se i Kagonesti avessero deciso di non liberarsi definitivamente di chi li privava delle loro donne e dei loro bambini, se ne sarebbero fatti una ragione: loro sarebbero comunque andati per la loro strada.

Stuard, per quanto morso dai dubbi, accettò quel punto di vista come valido e annuendo si allontanò, raggiungendo tosto Estellen seduta in disparte. La giovane sacerdotessa di Paladine sapeva che la sua voce era la più autorevole della compagnia e che sarebbe stata probabilmente chiamata in causa per esprimere il suo giudizio su questa vergognosa vicenda. Si chiedeva solo se fosse stata in grado di risultare abbastanza diplomatica per dire le cose come stavano riguardo Fairmat, senza però confondere gli anziani con le “inquietanti storie” della gente alta.

L’unico che si era adombrato e sembrava vivere un pesante conflitto interno, era proprio Aric. Lo stregone era inquieto, camminava avanti ed indietro con il volto teso e lo sguardo furibondo. Nessuno gli fece domande, ma era palese che qualcosa non andasse. Infatti il mago stava vivendo l’ennesimo dramma interiore, confrontandosi con il demone che si portava dietro nel suo bastone. Moloch era ansioso di andare via da quel posto, troppo ansioso, in maniera quasi sospetta. Riteneva quella gente e quella foresta insignificanti, oltre che pericolosi per il “suo ospite” e in qualche modo trasmetteva questa angoscia tremenda anche a lui. I suoi compagni non potevano scorgere quel conflitto, ma Aric stava disperatamente lottando contro quel diavolo ogni istante, per rimanere calmo e non mettere a ferro e fuoco l’intera foresta.

Quando Alchem tornò nel capanno fu una vera fortuna, perché riportò i pensieri di tutti alla situazione contingente, stemperando un po’ le tensioni. Il giovane spiegò con chiarezza come stavano le cose: nel villaggio di “Sun” c’erano quattro anziani che prendevano le decisioni. Normalmente ne bastava uno per stabilire cosa fare nelle situazioni dove le crisi non erano particolarmente problematiche. Purtroppo però quella di Fairmat non era tra quelle, pertanto l’intero “conclave” si era già riunito in un capanno vicino, proprio per discutere su cosa fare di loro e della “spia”, ammesso che si fosse dimostrato che Fairmat fosse davvero una spia. Si perché, alla fine, come testimonianza della sua malafede, c’era solo il giudizio di un “uomo dalle rosse vesti della gente alta”, che aveva, insieme ai suoi compagni, più di un motivo per ingraziarsi il favore degli anziani, magari con bieche calunnie, allo scopo di farsi aiutare per centrare i propri obiettivi.

Kail inarcò un sopracciglio abbastanza disgustato, ma non si sottrasse certamente a quella opportunità, ottenendo dai suoi amici l’avallo a procedere immediatamente. Alchem annuì e fece segno di seguirlo.

Stuard non poté non notare le decine di sguardi, che si affaccendavano fugaci, lungo il percorso che li avrebbe portati al capanno degli anziani. C’erano ancora occhiate rancorose e sospettose, ma adesso ce n’era anche qualcuna speranzosa e fiduciosa nei loro confronti, segno che la voce su ciò che era successo con Fairmat era giunta alle orecchie dei Kagonesti più giovani. O di quelli che avevano visto almeno uno dei loro familiari strappato dai loro abbracci e trascinato a Daltigoth in catene. Erano occhi di chi voleva giustizia e guardava a loro per ottenerla!

All’interno del capanno c’erano quattro anizain seduti su delle stuoie, che parlavano fittamente nella loro lingua. Alchem fece un passo avanti e con la mano fece segno alla compagnia di rimanere indietro, per adesso.

Il giovane elfo selvaggio li presentò uno ad uno, poi fece lo stesso con gli anziani alla compagnia. I quattro elfi selvaggi erano: Ichlem, suo padre, Lom – far, un venerabile membro anziano abbastanza moderato, Sei – lic, spesso silenzioso ma molto influente quando deciso a parlare, ed infine Dol – mac, il più chiuso e conservatore di tutti. Alchem, dopo un breve scambio di battute con alcuni di loro, arretrò vesro i nostri eroi per spiegare il punto con cui si sarebbe aperto quel “conclave”: discutere e capire se effettivamente Fairmat fosse innocente o colpevole. Ogni altra decisione da prendere era collegata a questo nodo centrale, quindi gli aniziani avrebbero iniziato da qui. Kail annuì, accettando quelle condizioni.

Alle loro spalle, due sentinelle assistevano silenti, ma, ad un certo punto, una di esse uscì di corsa dal capanno, prima che il mezzzelfo riuscisse a capire cosa stesse succedendo. Purtroppo le barriere linguistiche erano insormontabili senza l’aiuto di Alchem, ed il ragazzo stava adesso parlando con Aric e non aveva seguito cosa uno degli anziani aveva chiesto di fare.

Invece, quello che il ragazzo bofonchiò ai nostri eroi sembrò piuttosto eloquente a tutti.

“Gli anziani sono restii a credere alla gente alta… e soprattutto Dol – mac pensa che ogni forma di magia sia una manifestazione di colei che voi umani chiamate Takhisis. Questo è il motivo per cui siamo qui: non tutti tra loro ritengono che la testimonianza del saggio Aric sia da ritenere veritiera. Pensate solamente a questo: Dol – mac non può formalmente accusare le mie visioni e i miei sogni come frutto di oscurità e di perdizione solo perché sono figlio di mio padre..”

Aric assottigliò lo sguardo. Nel marasma che era capitato, si era dimenticato della cosa forse più importante che riguardava Alchem: come faceva quel ragazzo a sapere dei suoi compagni? Ad averli perfino “visti” a centinaia di chilometri di distanza? Lo stregone gli domandò candidamente se anche suo padre o sua madre fossero stati benedetti con questo “dono”. Alchem si guardò intorno un attimo prima di rispondere. Notando che tutti erano presi in conversazioni lunghe ed articolate, bisbigliò piano:

“Mio padre era lo sciamano del villaggio un tempo, ma perse i suoi poteri quando mio fratello e mia sorella vennero rapiti da “Shiriki e Kuruk” e i loro sgherri, alcuni cicli fa. Già la morte di mia madre lo sconvolse: ella morì per darmi alla luce, ma quando fu costretto a rinunciare anche ai suoi figli più grandi, abdicò il suo ruolo di guaritore del villaggio. A pensarci bene, è una vera fortuna che abbia perso solo quello.”

Terminò Alchem, con un groppo in gola.

Aric annuì. Comprese allora che il ragazzo aveva ereditato il “dono” dal padre. Egli era particolarmente portato per la magia e sarebbe potuto diventare un grande mago se avesse potuto studiare.

“Qui, in questa “ridicola” foresta, bigotta e retrograda, sarà già fortunato se non verrà lapidato per aver usato qualche infuso o qualche erba medicamentosa.”

Si trovò a commentare nella sua testa il mago. In un angolo della sua mente, il demone rideva compiaciuto. Ancora una volta l’arrivo della sentinella che accompagnava Fairmat, salvò lo stregone da un altro terribile momento di follia silenziosa e di furore assoluto nei confronti della sua staffa maledetta, che lo stava certamente “contaminando”.

La spia non aveva ceppi di alcun genere. Era stata spogliata dalle armi, ma poteva comunque muoversi in libertà: segno che nessuno lo aveva ancora giudicato formalmente.

Dol – mac, che era il più anziano, prese subito la parola, chetando gli animi dei più giovani e riportando il silenzio nel capanno. Egli domandò poi all’elfo selvaggio di raccontare al “conclave” come fossero andati i fatti e la storia di quella pietra all’apparenza “magica”. Ichlem, mostrò a tutti la gemma, prima di rimetterla in un sacchetto di pelle accanto a sé.

“Come ho già detto prima di essere aggredito da Nes – kal , ho trovato questa pietra sul corpo di Che – den, molte lune fa e, non sapendo cosa fosse, l’ho tenuta per me… se la pietra ha fatto qualcosa alla nostra gente, qualcosa di terribile… io non ne so nulla. Non posso esserne responsabile.”

Rispose con sorprendente lucidità Fairmat, dando quasi l’impressione ad Estellen di un discorso che si era preparato e studiato mille volte. Kail provò a replicare dicendo che i fatti però dicevano altro, poiché il saggio e sapiente Aric aveva utilizzato le sue arti arcane per smascherare le sue menzogne, vedendo chiaramente i segni del suo tradimento.

“Venerabili anziani. Voi credete di più ad un uomo del vostro villaggio, un vostro fratello o ad uno straniero appartenete alla gente alta, che da sempre odia e persegue con ogni mezzo gli elfi selvaggi?”

Continuò Fairmat, in parte spalleggiato dallo stesso Dol – mac.

Alchem non riuscì a tenere la bocca chiusa dopo quella esternazione così sfrontata e sfacciata e intervenne incollerito:

“Forse potrebbe essere vero per la maggior parte di loro, onorati membri anziani, ma non per questi uomini. Ho visto io stesso, nei miei sogni, che essi aiutavano Perchem. E’ per questo che oggi sono nostri ospiti, perché hanno accettato di raccontarci la loro storia…”

Ichlem abbassò tristemente la testa nel sentire le parole amare di Alchem. Da una parte suo padre lo apprezzava e lo stimava per i “suoi doni” ed il suo coraggio nel viverli liberamente, dall’altra però conosceva bene, perché ci era passato in prima persona, quanto difficile fosse per gli altri anziani accettare la diversità della sua famiglia. Rammentava bene quante volte suo figlio aveva avvisato la comunità di evitare certi luoghi in certi giorni, perché sosteneva che sarebbero stati battuti dagli orchi e come le sue profezie sempre si fossero avverate. Tuttavia nemmeno di fronte l’evidenza i loro giudizi erano cambiati. Sarebbero stati sempre considerati dei diversi e le loro predizioni: “fantasticherie romanzesche” o “mere coincidenze”.

“Come se ingenuo Alchem, figlio di Ichlem, i tuoi sogni ti confondono solamente. Le tue visioni rappresentano soltanto il segnale di una mente addolorata dalla perdita di tuo fratello e tua sorella. Non significano nulla…”

Alchem serrò i pugni fino a sbiancare le nocche.

“… i volti di queste persone avrebbero potuto essere anche diversi, ma tu li avresti visti comunque come autentici, perché vuoi credere che siano autentici. Le loro parole, pronunciate solo per ottenere i tuoi favori e quelli di tuo padre, le hai udite come verità, perché il tuo cuore vuole credere in esse…”

Sentenziò Dol – mac, il volto addolcito da un’espressione di calda condiscendenza.

Kail stava cercando di intuire cosa avesse detto quell’anziano al ragazzo, dall’espressione affranta del figlio di Ichlem. Capendo che la situazione stava lentamente degenerando, decise dunque di mettere sul campo di battaglia i pezzi forti.