Alchem, seguito da vicino dalla compagnia e dai figli di Cher – Kal, arrivarono nell’area nord di “Rain”, dove generalmente le ronde pattugliavano più spesso, entro pochi minuti. Nei pressi di una macchia più fitta di alberi infatti, intenti a chiacchierare tranquillamente, notarono subito il drappello di quattro guerrieri che avevano incontrato all’inizio, quando erano entrati la prima volta nel villaggio. Non sembravano affatto agitati o nervosi, anche se sicuramente avevano visto che diverse persone si stavano avvicinando.

Kail sussurrò all’orecchio di Aric di fare ciò che doveva per scoprire chi di loro fosse il sospettato, ma anche di agire con discrezione perché egli avrebbe potuto essere ignaro di essere una spia. Forse era stato manipolato o aveva con sé un oggetto magico che aveva piegato la sua volontà. Insomma, poteva ancora essere innocente e il mezzelfo non voleva darlo in pasto ai lupi, senza capire prima bene con cosa avevano a che fare.

Aric quasi si nascose dietro i suoi compagni per muoversi indisturbato, ed iniziò a salmodiare un piccolo incantesimo rivelatore. Lo stregone avrebbe potuto lanciarne uno molto più determinante, ma preferì sperare di ottenere risposte senza dover scaricare le sue forze magiche, troppo difficili da ricaricare senza un assoluto e totale riposo. La magia comunque fece il suo dovere, indicando quale, tra i quattro elfi Kagonesti, fosse quello che emanava radiazioni mistiche.

Kail pregò Alchem di chiamare costui, il quale iniziò adesso a guardare il gruppo di stranieri che aveva davanti con una punta di ansia. I suoi compagni smisero immediatamente di ridere, ma rimasero in allerta, con le mani ferme sulle armi. Notando subito questo dettaglio, Alchem, che era pur sempre il figlio di uno dei più saggi e rispettati membri del villaggio, allungò i palmi delle mani verso di loro, spiegando chi fossero davvero quegli umani che erano con lui e perché si trovassero lì.

Forse essi avevano trovato il modo di capire il perché le scorribande degli orchi e le loro razzie continuavano a verificarsi, nonostante la loro prudenza e la loro solerte attenzione ai particolari!

I tre elfi selvaggi allora tolsero le mani dalle armi e con interesse si misero adesso ad assistere a come si sarebbe evoluta quella situazione.

Aric osservò molto bene quell’elfo e capì immediatamente che non era né un mago e né uno sciamano. Dedusse quindi che doveva avere un oggetto magico di qualche tipo addosso, pertanto decise di operare un secondo piccolo incantesimo per renderlo evidente ai suoi occhi. Bastò recitare una corta ed intraducibile formula magica e il gioco era fatto: si trattava di un oggetto, forse una piccola pietra, incastonata all’interno di un pugnale che questo guerriero Kagonesti teneva alla cintura.

Alchem allora gli chiese di prendere il pugnale e farlo esaminare solo per un breve minuto al “sapiente umano” dalle rosse vesti e, dopo molta reticenza da parte sua ad obbedire, ottenne quanto richiesto. Non che avesse scelta: gli sguardi arcigni di tutti gli elfi selvaggi che aveva intorno non facevano presagire nulla di buono per lui se non avesse ottemperato.

Quando Aric impugnò il coltello, tenendo la lama verso il basso per esaminarlo meglio, notò che, attaccato all’elsa, c’era un ninnolo, una pietra scura legata ad essa con un laccio di cuoio. Il mago sgranò gli occhi, aveva già visto un oggetto simile: nelle mani di Eiliana, quando l’elfa aveva contattato Valdore a Daltigoth!

Quelle pietre erano chiamate “pietre telepatiche”, ed erano estremamente rare poiché i ricettacoli che potevano ospitare un incantesimo del genere, si potevano trovare solo nelle terre degli orchi! Il fatto che quell’elfo selvaggio ne possedesse una, voleva significare che non poteva averla trovata qui, ma che qualcuno gliel’aveva data. Qualcuno di Daltigoth probabilmente.

Aric parlò brevemente con tutti i suoi compagni, compresi i figli di Cher – Kal, con Alchem che cercava di tradurre ogni singola frase pronunciata da tutti. Lo stregone spiegò in pratica cosa fosse quella pietra e a cosa servisse, ipotizzando le circostanze che avevano portato quell’elfo ad averla con sé.

Questo bastò ed avanzò per scatenare l’ira di Nes – Kal, che si avventò contro l'elfo tatuato incriminato, apparentemente confuso perché colto di sorpresa da tutta quella inaspettata vicenda che gli era esplosa in faccia. Suo fratello e il cavaliere faticarono non poco per dividerli e a Kail servì tutta la sua diplomazia per evitare che Nes – Kal lo pugnalasse a morte.

Riuscì alla fine nell’impresa, poiché gli fece capire che avevano assolutamente bisogno di informazioni da lui, prima di decidere della sua sorte. Ancora nemmeno sapevano se fosse un intermediario cosciente o meno dei crimini che erano stati commessi contro il suo popolo. Bisognava concedergli il beneficio del dubbio.

Alchem riuscì a tradurre bene le parole del mezzelfo, poiché il maggiore dei figli di Cher – Kal annuì e si fece da parte, mentre il suo antagonista si puliva le labbra dal sangue.

Aric poté aggiungere solo un particolare riguardo quella straordinaria pietra: “essa” era attiva, pertanto era stata usata e sicuramente, "dall’altra parte", c’era qualcuno che ne aveva un’altra con cui aveva stabilito un legame comunicativo indissolubile, che fungeva da entrambi i versi. Il mago però non poteva affermare con certezza se Fairmat, questo era il nome dell’elfo selvaggio in questione, fosse consenziente o meno.

Kail annuì e ringraziò l'incantatore per il prezioso aiuto. Quindi si avvicinò a Fairmat e gli spiegò meglio la situazione. Gli intimò di dire la verità, perché la sua vita era davvero appesa ad un filo adesso.

“Non so che cosa faccia quella pietra, l’ho trovata addosso ad un fratello ucciso dagli orchi diversi anni fa e l’ho tenuta per me. Dovete credermi, io non tradirei mai la mia gente!”

Il mago udì perfettamente quelle parole, all’apparenza sincere, ma una parte di lui sembrava parecchio scettica nel credere in esse. Moloch infatti continuava a ridere di lui nella sua testa, della sua ingenuità, del suo inutile senso etico e non ci fu niente che potesse dirgli o chiedergli che portasse il demone ad aiutarlo a capire dove risiedesse la verità. In qualche modo il suo bastone continuava ad influenzare il suo giudizio, ma in maniera subdola, distante e nebulosa.

Kail ordinò ad Alchem e Dar – Kal di andare a chiamare subito Ichlem, perché la situazione si faceva esplosiva e delicata. Probabilmente ci sarebbe stato bisogno di lui molto presto, lo sentiva per istinto.

Mordendosi un labbro, il mezzelfo fu costretto nuovamente a chiedere aiuto al mago: se non si fosse capito con certezza e velocemente come stavano davvero le cose, se Fairmat fosse davvero un complice degli orchi o solo uno strumento della pietra, il loro passaggio per Daltigoth si sarebbe trasformato in un incubo di sangue e morte.

Aric abbassò la testa. Poteva trovare questa informazione facilmente: sarebbe bastato un incantesimo potente per leggere la storia recente di quella incredibile gemma, ma lui si sarebbe sensibilmente indebolito per farlo. Kail scrollò le spalle: non vedeva molte altre soluzioni diversa da quella e purtroppo anche il mago dovette alla fine convenire con lui.

Dunque Aric afferrò la pietra e la tenne libera di muoversi nel palmo della mano. Poi le sussurrò parole più elaborate, bisbigliate come se essa avesse un orecchio per sentire e una bocca per rispondere. Ad un certo punto, il mago sgranò gli occhi: vide chiaramente Fairmat, attraverso la gemma, parlare nella sua lingua con qualcuno che evidentemente riusciva perfettamente a capirlo. Lui invece non era capace di intendere quello che il Kagonesti diceva, ma sospettava che avesse fatto i nomi di qualcuno in particolare e descrivesse i luoghi precisi dove trovarli. Scavò quindi ancor più in profondità, facendo venire alla luce molte altre situazioni deprecabili come quella, segno che egli era davvero una spia e anche della peggiore risma.

Il mago afferrò quindi Kail per un braccio e lo trascinò qualche metro più indietro. Gli raccontò dunque tutto quello che il suo incantesimo di “psicomanzia” gli aveva rivelato, cosa più importante, che Fairmat era di certo in combutta con “Shiriki e Kuruk”! Non pensava infatti che ci fossero molte persone in grado di parlare l’idioma degli elfi selvaggi a Daltigoth! Non poteva dire con certezza se fosse stato lui il mandante della cattura della madre di Nes – Kal e suo fratello o dei parenti di Alchem, ma si era certamente macchiato di crimini ugualmente esecrabili come quello. Crimini che gli sarebbero costati certamente la vita, se non avessero agito con cautela.

Non che la vita di quel mostro fosse da proteggere, ma il mezzelfo aveva abbozzato un piano nella sua mente e per portare a termine quel piano, avrebbe avuto ancora bisogno di lui. Pertanto lo costrinse ad inginocchiarsi e ad ascoltarlo molto bene: lui e i suoi amici umani sapevano che cosa aveva fatto e se non avesse collaborato con loro, la sua vita sarebbe finita quel giorno, in quello stesso momento. Sarebbe bastata una sola parola e gli elfi, tutti gli elfi selvaggi della foresta, avrebbero fatto a gara per strappargli il cuore dal petto.

Tuttavia Fairmat si era chiuso in un ostinato silenzio e sembrava non dare molta scelta a Kail. Finchè, una voce terribile nella testa dello stregone esplose prepotente, sbraitando sprezzante:

“Spero che questa esperienza ti sia servita da lezione, mago. Nessuno è innocente. Il bene e il male sono concetti inutili e superati. Conta solo ciò che è utile alla sopravvivenza: quello è il motore vero di ogni essere vivente e il tempo che si decide di impiegare per arrivare ad ottenerlo. E noi non ne abbiamo più molto. Afferra quella dannata pietra e parla con chi si trova dall’altra parte, trascina qui le persone giuste, uccidile, ed avrai i tuoi travestimenti, senza lasciarti sedurre da noie morali. Cosa c’è che non capisci di tutto questo? E’ piuttosto semplice.”

Terminò il demone, ghignando sinistramente.

Aric ebbe uno sbandamento violento: parlare con Moloch era sempre un’esperienza intensa e stressante e la cosa peggiore è che aveva ragione! Forse la strada da lui indicata era l’unica da percorrere, anche se avesse avuto sulla coscienza dei morti, ammazzati in maniera cruenta.

Resistere alle sue “tentazioni” diventava ogni giorno più difficile. Infatti Aric suggerì quello stesso piano al mezzelfo, che gli rispose che quello, più o meno, era lo stesso stratagemma che aveva in mente di applicare per uscire da quella situazione, ma dovevano capire bene come realizzarlo.

Nel frattempo Alchem spiegò a suo padre cosa fosse successo e Fairmat fu portato via dalle guardie che erano con lui. Nessuno tra gli elfi aveva saputo niente del suo coinvolgimento con i rapimenti e questo era l’unico motivo per cui ancora era in vita.

Ora dovevano riunirsi e stabilire un piano d’azione con i Kagonesti. Dovevano attirare i loro nemici vicino al villaggio e questo era un potenziale problema, avevano bisogno di supporto per ucciderli e soprattutto dovevano capire se altri erano in possesso di quelle pietre o sarebbe servito a ben poco tutta quella fatica. O meglio, a loro sarebbe bastata, ma a quella povera gente? Cosa avrebbero fatto per difendersi da una rete di spie come Fairmat?

Avrebbero dovuto tagliare la testa del serpente per essere davvero tranquilli per il futuro: Shiriki e Kuruk dovevano morire o la catena non si sarebbe mai spezzata!

“Come sempre, il tempo è ancora una volta il nostro peggiore nemico”.

Pensò Kail amaro, scuotendo la testa.

Riflettendoci su meglio invece, Aric capì dove risiedeva il punto che rendeva diverso il "piano" di Moloch da quello del mezzelfo: sembravano simili, ma non lo erano affatto. Al demone non sarebbe importato nulla di quelle persone, di metterle in pericolo o di non spezzare la famosa "catena dei rapimenti". Per Moloch contava solo l’obiettivo finale: ciò che era “giusto” o “sbagliato” erano solo limitati concetti umani.

Sconsolato, lo stregone si domandò come avrebbe fatto a non impazzire prima o poi.